giovedì 27 marzo 2014

Pasolini - Il sogno di una cosa

"ERETICO & CORSARO"




«Fin dal mattino, se la giornata è serena, la strada provinciale e i viottoli campestri che conducono a Casale, si riempiono di gente che va alla sagra del Lunedì di Pasqua. Un po' alla volta le immense radure, d'un verde ancora invernale, freddo e leggero, colorato qua e là da qualche ramo rosa di pesco, formicolano di gente che passeggia, si diverte, gioca, corre…»

Tre ragazzi friulani alla soglia dei vent'anni vivono la loro breve giovinezza e affrontano il mondo: la miseria delle origini, la fuga in Jugoslavia, le lotte contadine, l'emigrazione..., ma anche l'amicizia, l'amore, la solidarietà. Si comincia con l'ebbrezza di una festa, si finisce con la tristezza di una morte: «la meglio gioventù» è già conclusa.
Concepito e scritto nel 1948 e 1949, cioè prima di Ragazzi di vita e di Una vita violenta, Il sogno di una cosa viene pubblicato solo nel 1962, trovandosi perciò a essere al tempo steso il romanzo d'esordio e di conclusione della stagione narrativa di Pier Paolo Pasolini.


  

Pier Paolo Pasolini
Il Sogno di una Cosa

Recensione scritta da Darius per DeBaser. 

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Desolazione e consolazione, politica e antipolitica, futuro e tradizione, speranza e malinconia, regime e democrazia, Italia e non Italia. Benvenuti nell'Italia del secondo dopoguerra, degli esodi, della disfatta, delle macerie e della lenta ricostruzione. Un rapido zooming ed eccoci nella ferita terra del Friuli, terra per l'ennesima volta mutilata da quella melmosa, instabile, volubile, volatile frontiera con il cupo Regno di Sloveni, Serbi e Croati: pochissimi chilometri separano i campi a sud della Carnia dal tenebroso baluardo sovietico, dall'Adriatico di Tito e delle foibe, dal reame iugoslavo appena impossessatosi delle terre giuliane. Eppure, dietro alle insenature carsiche, al di là del Gran Canyon triestino - testimone e ospite di atrocità giammai narrabili in termini non disumani - si distente il neo Eldorado di un gruppo di giovincelli del Tagliamento. Ragazzi di vita che - fra il duro lavoro in campagna e un'allegra puntatita danzereccia di villaggio - sognano e puntano il binocolo verso l'ultima conquista socialista, la Belgrado del Generale Tito. Sbarbatelli delusi dal corso della storia, sopraffatti dalla fame, desiderosi di tastare (e testare) con i loro sensi la presunta magia del comunismo vincitore, del marxismo imperante.
Il Sogno di una Cosa, egregio capolavoro del neorealismo pasoliniano, è un romanzo crudo, la corretta narrazione della valle di lacrime postbellica, il giusto quadretto di una generazione che ha posato le baionette e il littorio e si appresta a compiere un viaggio verso l'aureo ignoto, viaggio che purtroppo si rivelerà un terribile smacco, un'inutile fuga dalla miseria occidentale alla miseria sovietica, due facce della stessa consumata medaglia, consumata sullo scacchiere delle Superpotenze. Oltrepassano il confine, giungono sino alla costa dalmata, alla Fiume dilaniata dall'orda barbarica dei contendenti, e sono costretti ad accodarsi per un pugno di cibo, a farsi sopraffare dalla burocrazia "rossa", a pregare per un mucchietto di briciole quotidiane. E questo in nome di una fede, di un sistema, di un nuovo regime che forse non è la "soluzione finale" per la massa dei reietti.
E in Italia? Nel Friuli minacciato dalla Cortina di Ferro? Ai piedi della selvaggia Carnia? Ritornare a chiedere asilo ai desolanti paesini natii? L'unica soluzione possibile, l'unico treno in perfetto orario.
Eppure, l'ardore verso quel Comunismo utopistico, la devozione per i sommi leader della Bandiera purpurea rimane. Il Bel Paese è solo una blanda colonia dei liberatori d'oltreoceano, il nuovo governo De Gasperi è lontano centinaia di chilometri, la partitocrazia post-fascista pare essere raggomitolata nelle sospettose mani dei prelati, latori di un codice etico e culturale difficilmente rinnegabile e rigettabile. E quel Lodo, quella sorta di egida per i miseri contadini sottomessi, non è altro che l'ennesima finta panacea di un sistema corrotto, il nuovo oppio imposto dall'intellighenzia dei palazzi romani. Non rimane altro che esprimere rabbia e mestizia, comporre neo squadracce, radunare giovincelli, bussare alle porte degli altolocati, strappare promesse di chissà quale valenza, circondare palazzi, pretendere aiuto, lavoro, solidarietà, eguaglianza, cibo, vita. Rivoluzione.
Intanto, in quel trittico di paesini il popolo tira avanti, Stalin o Tito, De Gasperi o il Papa: lavoro e fatica, amore e sacrifici, vespri e messe domenicali, verginità e pudicizia, speranza e Corpo di Cristo, la Terra e il Celeste. E mai rinunciare all'allegria del folklore, al vino delle osterie, alla gioventù alticcia che si riposa, stremata, dai progetti di sommosse e dal sudore della giornata. Miseria materiale e nobiltà d'animo che vanno a braccetto, a ballare una melodia popolare, a trincare buon vino per dimenticare il dolore del tempo e della Storia.
Poi, la Notte, la Morte. Un giovane promesso sposo perisce, la fabbrica di fuochi d'artificio esplode, con lui altri colleghi ignari di ciò che sarebbe capitato. Infine, l'epilogo: un'altra vita si appresta all'ultimo cammino, sconfitta dalla febbre, dalle vampate responsabili della follia degenerativa, della regressione mentale, del ritorno all'origine. Estrema unzione, trapasso dell'anima. Ed ecco avverarsi, ecco apparire il Sogno di una Cosa. La Redenzione dall'Umano.

Fonte:
http://www.debaser.it/recensionidb/ID_38177/Pier_Paolo_Pasolini_Il_Sogno_di_una_Cosa.htm

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