giovedì 20 marzo 2014

Pasolini l'eretico

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini l'eretico
 

 
Disilluso? Dillo senza timori!
Marina Cvetaeva

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922/Roma, 2 novembre 1975) oggi avrebbe novant'anni. Forse. Senza la tragica morte su commissione all'Idroscalo di Ostia. Forse sarebbe ancora vivo. È arduo immaginarlo nel nostro tempo, cittadino di una società, collettività integralmente omologata che, insieme al cinismo, alla disillusione, alla televisione – creatura atroce –, all'indifferenza civile e morale, coltiva tuttavia il personale, congenito e strutturale disimpegno politico/sociale in una spettacolare apatia culturale.
Vivrebbe in un paese che ha corrisposto perfettamente alle sue analisi sulla mutazione e il degrado antropologici, ovvero il “genocidio culturale”. Chissà cosa avrebbe detto – ma soprattutto scritto – della caduta di tutte le ideologie, dei mass-media, della giustizia, del Vaticano, della cultura, dei giovani, di tutti i politici-clown-clan, del potere economico, del capitalismo, della sinistra... Sicuramente – come sempre – avrebbe avuto più intuito di tanti pseudo intellettuali; ci sarebbe stato d'aiuto per leggere poeticamente e antropologicamente una società degenerata e imbarbarita.
Ancora oggi c'è una ricorrente attitudine a sminuire il valore teorico degli scritti pasoliniani e ancora si sente ribadire il concetto secondo cui la sua Weltanschauung è unicamente poetica. Proprio come scrive Pasolini nel '66: “È un modo per esorcizzarmi. [...] È quindi anche un modo per escludermi e di mettermi a tacere”. Un intellettuale puro che precorre i tempi delle inchieste. A mo' d'esempio si legga il suo libro postumo Petrolio in cui egli comprende in tempi non sospetti la funzione-cardine di Eugenio Cefis (successore di Enrico Mattei all'indomani della sua non accidentale morte) nell'indicare un mutamento autoritario non più basato sulle stragi ma sulla limitazione della democrazia e sul totalitarismo del sistema economico globale. Le identiche tematiche contro cui ci scontriamo in questo momento storico.
Alberto Moravia sosteneva che “Pasolini è morto in una maniera intonata non già alla sua vita ma ai pregiudizi e alle convinzioni della società italiana; ossia non per colpa sua ma per colpa degli altri. In altri termini e per dirla con chiarezza definitiva: Pelosi e gli altri come lui sono stati il braccio che ha ucciso Pasolini; ma i mandanti del delitto sono una legione, in pratica l'intera società italiana. [...] E cioè: la borghesia italiana che è secondo noi, tutta o quasi conservatrice quando non è addirittura fascista. [...] Questo suo dovere di perire per mano assassina lo circondava come una nube funesta fin dai tempi del suo processo in Friuli. [...] Pasolini era del tutto indifeso e non si appoggiava a nulla come tutti i veri intellettuali. [...] Donde l'insopprimibile sua tendenza a scandalizzare. [...] Ignorava il pericolo mortale che correva scandalizzando una classe come la borghesia italiana che in quattro secoli ha creato i due più importanti movimenti conservatori d'Europa, cioè la controriforma e il fascismo”.
Negli anni in cui Pasolini osserva la società come poeta, scrittore, drammaturgo, linguista, saggista, giornalista, sceneggiatore e regista, già intuisce i tempi, l'epoca, “il progresso come falso progresso”. Sul Corriere della Sera del 29 ottobre '75 scrive: “I giovani sottoproletari romani hanno perduto (devo ripeterlo per l'ennesima volta?) la loro 'cultura', cioè il loro modo di essere, di comportarsi, di parlare, di giudicare la realtà: a loro è stato fornito un modello di vita borghese (consumistico): essi sono stati cioè, classicamente, distrutti e borghesizzati”. Non si può sorvolare sul suo coraggio e sulla sua forza.
“Io sono una forza del Passato. [...] Giro per la Tuscolana come un pazzo, / per l'Appia come un cane senza padrone. [...] E io, feto adulto, mi aggiro / più moderno d'ogni moderno / a cercare i fratelli che non sono più”.
La “disperata vitalità” spinge Pasolini a concepire e pianificare la propria morte violenta quale “montaggio del film della sua vita”, come asserisce Giuseppe Zigaina, “la morte-montaggio”.
La straordinarietà del montaggio di Salò o le 120 giornate di Sodoma sta nel far coincidere il tempo della morte reale con il tempo del montaggio del film postumo in cui si è rivelato l'estremo gesto formativo del Poeta. Analogia tra montaggio reale e montaggio metaforico della sua opera-vita. “Una cosa – scrive Pasolini – è essere martirizzati in camera e una cosa è essere martirizzati in piazza, in una 'morte spettacolare' – ma la cosa essenziale è restare in vita”. In cui “restare in vita” indica restare nella vita del dopo, ossia nella gloria e nell'eternità.
Pasolini intuisce anzitempo i rischi insiti nel neocapitalismo italiano, un modello fondato sull'accumulazione di beni superflui più che su uno sviluppo etico-culturale. Dice appunto: “E io ritardatario sulla morte, in anticipo sulla vita vera, bevo l'incubo della luce come un vino smagliante”. Addita in primo luogo la televisione, atta a sovvertire il tessuto sociale e ad alterare in profondità l'individuo e i suoi comportamenti psichici, culturali e umani. Oggi il suo coraggio intellettuale sarebbe essenziale: dire ciò che è, sempre e dovunque. Questa è la dimensione antropologica, culturale e politica in cui collocare Pasolini oggi per rileggerlo e farlo rivivere in chiave marxista e libertaria, in un presente sempre più omologato, globalizzato e conformista e in un futuro le cui premesse presagiscono un deserto culturale apocalittico.

Domenico Sabino
 
Fonte:
 

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