sabato 5 aprile 2014

Pasolini, un corpo chiamato linguaggio

"ERETICO & CORSARO"



Pasolini, un corpo chiamato linguaggio
di Gianni D'Elia da "Il Manifesto" del 10 febbraio 1994



Pasolini poeta continua ad essere oggetto di contrasti. Ora con Bestemmia, Tutte le poesie, e cioe' con la raccolta di tutta la produzione poetica pasoliniana edita, piu' inediti e testi dispersi in riviste e altrove, i contrasti si riccendono. Troppo contemporaneo per essere classico. Troppo vicino a noi per poter sopravvivere come poeta dopo di noi. O addirittura mediocre poeta, migliore regista e prosatore (ma saggista non romanziere), miglior critico che autore. Sara' proprio cosi'? Giovanni Giudici, nella bella prefazione ai due volumi recenti, ci parla di un vero e poliedrico poeta, attirato dall'"inespresso esistente", e cioe' dal segreto mai rivelabile della realta', dal suo mistero. Perche' di Pasolini si puo' anche dire che e' stato un grande poeta del secondo novecento, dell'aver vissuto la lacerazione della poesia, sentita come carente alla vita. La poesia e', per Pasolini, il discorso del corpo vivo. Il discorso, e non il corpo ("E' parola, non Carne...", da un inedito del 1949). E' in questa espulsione del corpo dalla scrittura che vive la parola poetica. E' nella coscienza di questa espulsione che vive la parola poetica. E' nella coscienza di questa espulsione che si riproduce la contraddizione insanabile del verso (che significa proprio spezzato, piegato). Dunque e' altro che ci interessa, rileggendo la (a volte grandissima, altre meno) poesia di Pasolini, come del resto la poesia di Montale, Caproni. Forse, chiusi nel mito del formalismo della critica letteraria, non possiamo capire l'apporto vero di un poeta alla sua cultura, alla lingua in cui si e' insediato. Con Pasolini, come del resto in Francia con Artaud, dobbiamo usare un'altra chiave. Sono casi che hanno messo alla prova la lingua e l'unita' del soggetto, e con essi la menzogna letteraria. Vivendo con il corpo la cultura, certi autori del Novecento hanno dato la vera avanguardia del cuore, mentre la critiva correva dietro a quelle ufficiali. Le fonti seccate hanno ricevuto nuova acqua dalla violenza espressionistica e dal manierismo vitalistico. Per Artaud, Genet, Pasolini, la "poesia" ha significato il discorso del corpo vivo. La polemica e' stata contro uno statuto del sapere, che si organizza e si sviluppa invece come discorso sul corpo morto, come discorso del corpo morto. Poche opere come quella di Pasolini, in questo secolo, portano dentro di se' l'istanza della ragione vitale, l'evento ossesso del corpo. Di questo fa esperienza il linguaggio pasoliniano. Attraverso i gradi della nostalgia delle origini (il friulano romanzo dell'apprendimento), della emulazione metrica (le raccolte italiane "incivili", piu' che civili, poiche' sempre in dissidio o mai mediatorie), degli ultimi abbassamenti alla prosa, Pasolini corre tutti i rischi, ma li supera per evidenziarne sempre meglio il suo fuoco. Non si tratta, come alcuni critici sostengono, di fallimento formale, ma di una strategia consapevole di dissipazione. Perche' si dovrebbe scrivere, se non per piacere o per necessita', perche' non se ne puo' fare a meno? Non c'e' altro giudizio che quello di sentire veri certi percorsi, e percorrerli fino in fondo. Di che cosa e' stato poeta Pasolini? Del corpo vivo che non si sa rassegnare all'estrema unzione di tutte le istituzioni, fino alle culturali e linguistiche, perche' c'e' qualcosa che fonda e precede la stessa cultura: il rapporto prelinguistico e mistico con le cose. "Gettare il proprio corpo nella lotta" sta allora per "gettare il proprio corpo nel linguaggio". E' questo il vero scandalo, la pietra di eresia che fa uscire dalla rilettura dell'opera di Pasolini, al di la' della stucchevole rappresentazione di "poesia civile" che gran parte della critica le ha assegnato con un convincimento opposto: si tratta della poesia meno "civile" che sia data nel Novecento, perche' meno compromessa con qualsiasi mediazione mondana. La contraddizione corpo/storia e' insanabile, come come uno stile da allucinazione del reale ("la realta' - l'irreale qualcosa", dai Quadri friulani, altro che "realismo sociale"!). Si tratta di una poesia violentemente inclusiva dell'altro, che si sa per sempre cancellato, nell'atto stesso che lo si nomina: il corpo visivo. Ed e' proprio il discorso del corpo vivo (che si sa in perenne scissione con l'essere del corpo) ad essere nella poesia di Pasolini continuamente evocato. Nella cultura, il rapporto tra segno e cosa prende l'aspetto del rapporto tra segno e segno: quest'ultimo esclude dal proprio sistema il corpo, la vita, la fisica tridimensionalita' con cui lavora il cinema, tridimensionalita' che lo stesso cinema, diventanto scrittura riduce. E' l'ossessione della "semiologia della realta'" e non della semiologia del cinema: la realta' e' il linguaggio (il figlio e' la madre?), e' il linguaggio piu' grande, "la mia vera passione". Pasolini vive cosi' aperto dentro la contraddizione corpo/storia, fino a quando questa non lo sopprime e se lo porta via, lasciandoci un'opera ancora molto da capire e saggiare, grazie anche a questa ottima edizione ormai indispensabile nel suo corpus poetico. 



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