sabato 31 maggio 2014

Guerra civile . Pier Paolo Pasolini

"ERETICO  e  CORSARO"



Guerra civile 

Da “Paese sera”, venerdì 18 novembre 1966, in risposta alla lettera di un lettore
Ora in Empirismo eretico (Appendice), Garzanti, Milano 1995


A proposito della vita e della lotta politica negli Stati Uniti, le citazioni, che io citavo a memoria e riassumendole, sono dovute ad autori americani della Nuova Sinistra, e precisamente a due ideologi dello SNCC (Student Nonviolent Coordinating Committee), Tom Hayden e Jimmy Garrett. Del primo sono le osservazioni sul fatto che la collettivizzazione comunista non porta necessariamente (storicamente) l’operaio alla completa partecipazione al potere, ossia alla decisione sul proprio destino, e che, se mai, è vero il contrario, cioè che la creazione di un’«anticomunità» in cui il lavoratore giunga all’esasperata coscienza democratica del dovere e del diritto dalla completa partecipazione al potere, può condurre, come conseguenza, alla collettivizzazione dei beni. L’osservazione sul comunista come «uomo vuoto», è dovuta a Jimmy Garrett. La cito: «Amico, i comunisti sono vuoti, sono uomini vuoti. Hanno le stesse idee stantie, la stessa burocrazia... Quando si mescola fra noi, un <Commy> muore, e una persona si sviluppa.»
Queste osservazioni non sono mie, ma io le ho, in qualche modo, adottate.
In Cecoslovacchia, in Ungheria e in Romania, ho vissuto il mio soggiorno in mezzo agli intellettuali, ed è quindi attraverso loro, attraverso la loro inquietudine, il loro malessere, che ho sentito l’inquietudine e il malessere di quei paesi: di cui credo si possa schematicamente e sommariamente indicare la causa nel fatto che «la rivoluzione non è continuata», ossia che lo Stato non si è decentrato, non è scomparso, egli operai nelle fabbriche non sono veramente partecipi e responsabili del potere politico, e sono invece dominati - chi non lo sa, ormai, e non lo ammette? - da una burocrazia che di rivoluzionario ha solo il nome. E che naturalmente, dà dei «rivoluzionaristi piccolo-borghesi» a coloro che invece credono ancora che la «rivoluzione debba continuare».
Che in America ci siano dagli ideologi non marxisti che hanno capito questo, in termini democratici - ma di una democrazia estremista, esasperata e quasi mistica, e che come tale, nel suo ambito, è rivoluzionaria (la creazione nel seno dalla comunità americana di un’«anticomunità») — non può non riempire di interesse e di entusiasmo. 

Lo SNCC, l’SDS, e un’infinità di altri movimenti che, nel loro caotico insieme, formano la Nuova Sinistra americana, sono qualcosa, ecco, che mi ricorda i tempi della Resistenza.
In America, sia pure nel mio brevissimo soggiorno, ho vissuto molte ore nel clima clandestino, di lotta, di urgenza rivoluzionaria, di speranza, che appartengono all’Europa del ‘44, del ‘45. In Europa tutto è finito: in America si ha l’impressione che tutto stia per cominciare. Non voglio dire che ci sia, in America, la guerra civile, e forse neanche niente di simile, né voglio profetarla: tuttavia si vive, là, come in una vigilia di grandi cose. Coloro che appartengono alla Nuova Sinistra (che non esiste, è solo un’idea, un ideale) si riconoscono a prima vista, e nasce subito tra loro quella specie di amore che legava i partigiani. Ci sono gli eroi, i caduti, Andrew, James e Mickey - e infiniti altri - e i grandi movimenti, le grandi tappe di un immenso movimento popolare, accentrato sul problema dell’emancipazione dei negri, e ora sulla guerra del Viet Nam.
Chi non ha visto una manifestazione pacifista e non-violenta a New York, manca di una grande esperienza umana, paragonabile solo, ripeto, ai grandi giorni della Speranza degli Anni Quaranta.
Una notte, ad Harlem, ho stretto la mano (ma loro me la stringevano con sospetto, perché ero bianco) a un gruppo di giovani negri che avevano sul maglione l’insegna del leopardo: un movimento estremista che si prepara a una vera e propria lotta armata. 



Un pomeriggio, al Village, ho visto un gruppetto di neonazisti che manifestavano in favore della guerra del Viet Nam: vicino a loro, presi come da una specie di strano e tranquillo rapimento, due uomini anziani, e una ragazza che suonava la ghitarra, cantavano le canzoni pacifiste della Nuova Sinistra - quelle del Village, che comprende anche la Sinistra dei beatniks, dei drogati.
Ho seguito un giovane sindacalista negro, che mi ha portato alla sezione del suo movimento, un piccolo movimento, che conta ad Harlem solo qualche centinaio di iscritti - che lotta contro la disoccupazione dei negri; l’ho seguito a casa di un suo compagno, un muratore che si era ferito al lavoro e che ci ha accolto steso nel suo povero letto, col sorriso amico, complice e invaso da questo nostro dimenticato amore partigiano.
Sono salito nell’appartamento «borghese» nella parte più sordida del Village, a sentire le risate isteriche e l’acrimonia aberrante di una intellettuale, sposata a un negro, che farneticava rancori contro il vecchio comunismo americano e contro la Sinistra della Droga, ma come se la sua rabbia e la sua delusione cocenti dovessero avere immediate risposte nel suo mondo, divenire subito «azione». 

Ho vissuto, insomma, nel vivo una situazione di scontento e di esaltazione, di disperazione e di speranza: di contestazione integrale dell’establishment.
Non so come andrà a finire tutto questo, o se andrà a finire in qualche modo. Resta il fatto che migliaia di studenti (circa la percentuale dei partigiani rispetto alla popolazione, nell’Europa degli Anni .Quaranta), scendono dal Nord, e vanno nella Cintura Nera, a lottare al fianco dei negri con la violenta e quasi mistica coscienza democratica di «non manipolarli», di non intervenire in loro per coazione anche dolce, di non pretendere per sé - quasi nevroticamente - neanche l’ombra di una qualsiasi forma di «leadership»: e, quel che è più importante, con la coscienza che il problema dei negri, risolto formalmente col riconoscimento dei loro diritti civili, comincia adesso: è cioè un problema sociale, e non ideale.
Ci sono da aggiungere ancora molte cose. La protesta, lo contestazione pura e semplice, la rivolta contro il consumo: intendo dire il fenomeno dei beatniks che qui da noi è stato impostato in termini di pura curiosità, e, bisogno di sottolinearlo? con ironia. I comunisti stessi, almeno, ch’io sappia, anche in Italia, preferiscono tacere su questo punto, o addirittura pronunciare parole di condanna: in cui il vecchio moralismo stalinistico e il provincialismo italiano trovano un’oscura identificazione. In realtà, nelle grandi città americane, chi si ubriaca, chi si droga, chi rifiuta di integrarsi nel sicuro mondo del lavoro, compie qualcosa di più di una serie di vecchi e codificati atti anarchici: vive una tragedia.
E, poiché non sa che viverla, e non giudicarla, ne muore.
Le migliaia di suicidi per droga sono in realtà dei martiri né più né meno che coloro che vengono uccisi dai razzisti bianchi de/Sud. Ne hanno la stessa purezza, sono ugualmente al di là dei miseri calcoli umani di chi accetta la «qualità di vita» offerta dalle società stabilite.

È vero. Tutto quello che io ho visto, oppure ho creduto di vedere a New York, si staglia contro un fondo cupo - e per noi inconcepibile almeno in quanto inammissibile - ossia contro lo vita americana di ogni giorno, lo vita della conservazione, che si svolge in un silenzio ben più intenso degli «urli» che ci giungono dallo Sinistra. In questo silenzio dello sfondo, neutro e spaventoso, accadono fenomeni di una vera e propria follia collettiva, ossia di un odio in qualche modo codificato che è ben difficile descrivere. È l’odio razzista - che non è poi che l’aspetto esterno della profonda aberrazione di ogni conservazione e di ogni fascismo. È un odio che non ha nessuna ragione di esistere. Anzi, non esiste. Chi ne è affetto crede di provarlo, in realtà «non può» provarlo. Come e perché potrebbe, infatti, un bianco povero odiare un negro? Eppure sono proprio i bianchi poveri di tutto il Sud che, in pratica, vivono di questo odio. Esso nasce da una falsa idea di sé e quindi della realtà: è quindi falso esso stesso, è un sentimento completamente alienato e irriconoscibile. Di questa forma della vita, il risultato ultimo e più tragico è l’invendicato assassinio di Kennedy, caso di quella guerra civile che non scoppia, ma che tuttavia si combatte dentro le anime degli americani. 
Il parlare sempre e soltanto, a proposito dell’America, di neocapitalismo e di rivoluzione tecnologica, mi appare quindi parziale e fazioso. Sembra assurdo, ma è proprio a proposito dell’America che acquista strano e violento significato il problema del sottosviluppo e della miseria. È ben presente a tutti, infatti, che questi sono gli anni in cui il mondo contadino di tutta la terra - il Terzo Mondo - si sta affacciando alla storia (con un piede nella preistoria): e lo scandalo è che dopo i sia pur grandiosi episodi della rivolta algerina e della rivolta cubana, il centro della lotta per la rivoluzione del Terzo Mondo è proprio l’America. Il problema negro, unito in modo così contorto e inestricabile a quello dei «bianchi poveri» (in numero enorme, superiore a quello che noi crediamo), è un problema del Terzo Mondo. E se ciò è scandaloso per la coscienza operaistica dei partiti comunisti europei lo è ancora di più per la coscienza capitalistica americana, che si crede oggettivamente sulla strada sgombra del progresso tecnico e dell’opulenza economica. Non si cesserà mai dunque di misurare abbastanza, in tutti i sensi, la portata del problema negro. Perché, ripeto, ad esso si connette, in modo follemente contraddittorio, quello dei bianchi poveri, o -ex poveri. Non sono infatti bastate due o tre generazioni per trasformare fino in fondo la psicologia delle enormi masse di immigrati. Questi (l’ho visto bene nel quartiere italiano) mantengono prima di tutto un atteggiamento di venerazione per il paese che li ha ospitati, e, ora che ne sono cittadini, per le sue istituzioni. Sono ancora dei figli, dei figli o troppo obbedienti o disperati. In secondo luogo hanno portato con sé, e hanno conservato dentro, quella che è la caratteristica principale dei contadini delle aree sottosviluppate - in qualche modo preistoriche - che il De Martino definisce «paura di perdere la presenza». Sono questi i fondamenti del razzismo fascista popolare. 
Non si sarà mai detto abbastanza quanto gli americani siano diversi uno dall’altro, per le loro diverse origini povere.
È forse per questo che essi desiderano così disperatamente essere uguali uno all’altro: e se essi fondano il loro anticomunismo sul fatto che il comunismo opererebbe un livellamento degli individui, ò perché essi desiderano anzitutto e disperatamente di essere livellati. Per dimenticare, appunto, le proprie origini diverse e inferiori, che li differenziano come dei marchi. Ogni americano ha impresso nel viso un marchio indelebile. L’immagine di un italiano, o di un francese, o di un inglese, o di un tedesco medio, è concepibile, e addirittura rappresentabile. L’immagine di un americano medio è assolutamente inconcepibile e irrappresentabile. È questa la cosa che forse mi ha più riempito di stupore in America. Non si fa altro che parlare di «americano medio», e poi questo «americano medio», fisicamente, materialmente, visivamente non esiste! Come riassumere in un «tipo» unico tutti i tipi - straordinari - che girano per Manhattan? Come sintetizzare in una faccia sola, lo faccia tesa, dell’anglosassone, quella matta dell’irlandese, quella triste dell’italiano, quello pallida del greco, quella selvaggia del portoricano, quella nevrotica del tedesco, quella buffa del cinese, quella adorabile del negro...

È dunque la «paura di perdere la presenza» e lo snobismo della neo-cittadinanza che impediscono all’americano - questa strana mescolanza, in concreto, di sottoproletario e di borghese profondamente e onestamente chiuso nel proprio lealismo borghese - di riflettere sull’idea che egli ha di sé. Che resta dunque «falsa», come in ogni ambiente alienante di industrializzazione totale.
Ho provato infatti a chiedere a degli americani, tutti quelli a cui ho potuto, se sapessero che cosa è il razzismo (domanda che implica appunto e particolarmente, una riflessione sull’idea di sé). Nessuno ha saputo rispondere. Eccettuati alcuni giovani registi indipendenti, che, conoscendo con più amore l’Europa, avevano qualche idea del marxismo, tutti gli altri ricorrevano a ontologie incredibilmente ingenue. (C’era solo qualche esatta spiegazione di tipo psicanalitico, che però toccava solo un lato del problema, o, meglio, le condizioni umane per cui il problema può porsi.) 

Insomma la nota per me più violenta, drammatica e definitoria della «qualità di vita americana» è una caratteristica negativa: la mancanza della coscienza di classe, immediato effetto, appunto, dell’idea falsa di sé di ogni individuo immesso, quasi per concessione o per grazia, nell’ambito dei privilegi piccolo-borghesi del benessere industriale e della potenza statale.
Ma ci sono, in questo, delle forti contraddizioni (che non sono certamente il primo a rilevare!): per esempio, la forza straripante del sindacalismo: che si manifesta in scioperi incredibilmente efficienti e grandiosi: dove non si capisce come non prenda forma stabile una coscienza di classe, mentre è ben chiaro, per noi, che quegli scioperi così ben organizzati, così ferreamente compatti, non significano altro che la rivendicazione degli sfruttati contro gli sfruttatori.
La straordinaria novità (per un europeo come me) è che la coscienza di classe, invece, albeggia negli americani in situazioni del tutto nuove e quasi scandalose per il marxismo.
La coscienza di classe, per farsi strada nello testa di un americano, ha bisogno di un lungo cammino contorto, di un’operazione immensamente complessa: ha bisogno cioè della mediazione dell’idealismo, diciamo pure borghese o piccolo-borghese, che in ogni americano dà il senso alla intera vita, e da cui egli non può assolutamente prescindere. Là lo chiamano spiritualismo. Ma sia idealismo nella nostra accezione, che spiritualismo nella loro, sono due parole ambigue e inesatte. Si tratta forse, meglio, di moralismo (di origine anglosassone e adottato ingenuamente dagli altri americani) che domina e modello tutti i fatti dello vita: e che, in letteratura, per esempio, anche quella media e corrente, è esattamente il contrario del realismo: gli americani hanno sempre bisogno, in arte, di idealizzare (anche e soprattutto al livello del gusto medio: per esempio le rappresentazioni «illustrative» della loro vita e delle loro città, mettiamo nei films medi o brutti, sono forme di un immedicabile bisogno di idealizzazione).
Dunque, anziché negli scioperi o nelle altre forme di lotta di classe, la coscienza della propria realtà sociale albeggia nelle manifestazioni pacifiste e non violente, dominate, appunto, da un intelligente spiritualismo. Che è del resto, oggettivamente, almeno per me, un fatto stupendo, che mi ha fatto innamorare dell’America. È la visione del mondo di persone giunte, attraverso strade che noi consideriamo sbagliate - ma che invece sono storicamente quello che sono, cioè giuste - alla maturazione di una idea di sé come semplice cittadino (forse come gli ateniesi o i romani?), possessore di una nozione onesta e profonda della democrazia (spinta a forme quasi mijtiche, rivoluzionarie, abbiamo detto, in certi esponenti dello SNCC o dell’SDS). Insomma, per giungere a una coscienza non solo formalmente democratica di sé e della società, l’americano veramente libero ha avuto bisogno di passare attraverso il calvario dei Negri e di condividerlo (e ora attraverso il calvario del Viet Nam). Solo oggi, da pochi anni, direi da pochi mesi, cioè dopo il riconoscimento almeno formale dei Diritti Civili dei Negri, si è cominciato a capire che la questione dei Negri è al suo inizio, e che è una questione sociale, e non di mero spiritualismo democratico e di codice di civiltà. 

Il vuoto, immenso, che si apre come una voragine nei singoli americani e nell’insieme dello società americana - ossia la mancanza di una cultura marxista - come ogni vuoto, pretende violentemente di essere riempito. È riempito, così, da questo spiritualismo che dicevo, che fattosi prima radicalismo democratico rivoluzionario è percorso ora da mia nuova coscienza sociale, che non accettando il marxismo ancora esplicitamente, si presenta come totale contestazione e disperazione anarchica.
È da ciò, non da altro, che nasce l’Altra America. È da ciò, non da altro, che si formano le premesse di un possibile Terzo Partito Americano (di cui si parla con grande e ingenua circospezione, come di qualcosa di scandalosamente dissacratoria o con speranza o con ostilità: è accaduto, per esempio, che nelle due o tre città dove - sempre per opera dei movimenti studenteschi di cui dicevo - una forma embrionale di questo partito si è presentato alle elezioni, non solo è stato sconfitto, ma ha causato anche la sconfitta dei moderati in favore dei razzisti).
Ora, io vivo in una società appena uscita dalla miseria, e aggrappata superstiziosamente a quel po’ di benessere che ha raggiunto, come a uno stato stabile: portando in questo nuovo corso della sua storia un buon senso, che poteva andar bene in mezzo ai campi, alle greggi o nei negozietti artigiani: ma che si rivela, invece stupido, vile e meschino oggi, nel nostro mondo. Una società irredimibile, irrimediabilmente borghese senza tradizioni rivoluzionarie neanche liberali. Il mondo della cultura - in cui io vivo per una vocazione letteraria, che si rivela ogni giorno più estranea a tale società e a tale mondo - è il luogo deputato della stupidità, della viltà e della meschinità. Non posso accettare nulla del mondo dove vivo: non solo gli apparati del centralismo statale, - burocrazia, magistratura, esercito, scuola, e il resto - ma nemmeno le sue minoranze colte. Nella fattispecie, sono assolutamente estraneo al momento della cultura attuale. Sono sordo all’eversione puramente verbale delle istituzioni dello establishment, che non dicono nulla su chi le opera, e sono sordo al revanscismo puristico e neo-letterario. Diciamolo pure, sono rimasto isolato, a ingiallire con me stesso e la mia ripugnanza a parlare sia di impegno che di disimpegno. Non posso così non essermi innamorato della cultura americana, e non aver intravisto, in seno ad essa, una ragione letteraria piena di novità: un nuovo tempo della Resistenza, insisto a dire, che però è privo del tutto di quel certo spirito risorgimentale e come dire, classicheggiante, che - visto da oggi - immiserisce un poco la Resistenza europea (le cui speranze erano del resto contenute nell’ambito delle prospettive marxiste di quegli anni, che poi si sono rivelate anguste e convenzionali). Ciò che si richiede a un letterato americano «non integrato», è tutto se stesso, una sincerità totale. Era dai vecchi tempi di Machado, che non facevo una lettura fraterna come quella di Ginsberg. E non è stato meraviglioso il passaggio di Kerouac ubriaco per l’Italia, a suscitare l’ironia, la noia, la disapprovazione degli stupidi letterati e dei meschini giornalisti italiani? Gli intellettuali americani della Nuova Sinistra (poiché dove si lotta c’è sempre una ghitarra e un uomo che canta) sembrano fare proprio ciò che dice il verso di un innocente canto della Resistenza negra: «Bisogna gettare il proprio corpo nella lotta.»
Ecco il nuovo motto di un impegno, reale, e non noiosamente moralistico: gettare il proprio corpo nella lotta... Chi c’è, in Italia, in Europa, che scrive spinto da tanta e così disperata forza di contestazione? Che sente questa necessità di opporsi, come una necessità originaria, credendola nuova nella storia, assolutamente significativa, e piena insieme di morte e di futuro?




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro


Curatore, Bruno Esposito

Collaboratori:
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Simona Zecchi
Giovanna Caterina Salice

Non fate di Pier Paolo Pasolini un santino

"ERETICO & CORSARO"


Non fate di PPP un santino
Di Goffredo Fofi
da “Il Sole-24 Ore”, 30 ottobre 2005


Trent’anni sono tanti, eppure Pasolini ancora tra noi, come fosse ieri. È diventato un “lagnoso luogo comune”, ha scritto Piergiorgio Belloccio presentando i suoi scritti di “politica e società” per i Meridiani, dire che “quel che manca è un Pasolini”, anche se davvero Pasolini “non avrebbe esitato un istante a pronunciare certi ‘no’ doverosi e indispensabili”. “Ma bisogna convenire”, aggiungeva, “che Pasolini ha dato, e detto, tutto. La ‘fine della nostra storia’, cioè della speranza politica, annunciata da Pasolini vent’anni prima, e ora davvero definitiva, non poteva che coincidere con quella della sua privata esistenza”.
Ai funerali di Pasolini Elsa Morante gridò “non si ammazzano i poeti!” e Moravia disse che era stato ucciso un “patriota” che la sua patria non aveva saputo riconoscere, accettare, amare. Poeta in senso pieno e coinvolto, quasi ottocentesco, e patriota lo stesso, l’esistenza di Pasolini si è misurata tra queste due qualità vivendone fino in fondo le contraddizioni. Che furono tante e non vanno dimenticate ora che, trent’anni dopo, si va facendo di Pasolini una sorte di generico santino da parte di una cultura molto ipocrita, incapace di nessuno dei suoi slanci e azzardi, e litigiosa solo attorno ai modi diversi di intendere l’accettazione delle regole date, il massimo conformismo rispetto al presente. Una cultura molto televisiva e mediatica, che ha portato all’estremo le tendenze denunciate da Pasolini.
“L’Italia , e non solo l’Italia del palazzo e del potere, è un paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue, contaminazioni tra il Molière e il Grand Guignol”: Ma “i cittadini non sono da meno”, ingannati e beffati dal potere però con il loro consenso e la loro soddisfazione. Gli ultimi trent’anni della nostra storia politica e sociale non hanno certo tolto forza e veridicità alle denunce pasoliniane, al contrario. Ed è questo che le celebrazioni di quest’anno tendono a dimenticare, timorose di parlare dell’oggi come dell’avveramento delle peggiori paure pasoliniane. E di considerare la perfetta coscienza che Pasolini aveva più di ogni marxista che tutto era questione, infine, di “modi di produzione”, e che il tipo di produzione di merci, cioè di economia, è anche produzione di “rapporti sociali, umanità”. Pasolini fu uomo e artista di forti contraddizioni. Il più apparentemente impolitico dei nostri intellettuali fu però il più lucido e il più radicale nel vedere le logiche dell’economia e della politica e i loro effetti.
I lavoratori, diceva Pasolini, vivono nella “coscienza l’idea di progresso” ma “ nell’esistenza l’aspirazione allo sviluppo”, e cioè al consumismo (sulla straordinaria intelligenza pasoliniana delle logiche economiche dello sviluppo e del progresso, riportata al suo tempo, si può leggere uno dei migliori tra i tanti libri usciti su Pasolini n questi mesi, Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini di Giulio Sapelli, Bruno Mondatori, pagg. 248, € 13, 50): Ma si può forse mettere in dubbio che gli anni in cui maturava la sua coscienza del “genocidio” in atto di una cultura contadina, popolare, proletaria e sottoproletaria, non fossero anche i più vitali per la sua produzione artistica , poesie romanzi e film, che non partecipasse anch’egli di quella vitalità collettiva che il Paese viveva , e che pareva, almeno fino ai dintorni del 1963 e 1964 (il rifiuto del centrosinistra da parte di una ottusa classe dirigente, la “congiuntura”), dover portare a un’armonia di progresso e sviluppo, a benessere, riforme, giustizia, democrazia?
Era giusto allora pensare che molto, moltissimo fosse possibile riuscire a fare, e godere della considerazione che si fosse meno poveri e meno ignoranti, dopo anni che erano stati per tanti di inumane difficoltà e privazioni; ma alla lunga dovemmo riconoscere che Pasolini seppe vedere più a fondo e più lontano, e il suo pessimismo sulla “mutazione” ha finito necessariamente per convincerci: "Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a un tale trauma storico”: Ma a parte le sue contraddizioni più vistose, che più gli venivano rimproverate dai “puri e duri” del ‘68, compreso chi qui scrive, ma che non sono così sbalorditive e fanno inoltre parte di un’ambiguità eterna dell’artista in qualsiasi società, non era certo una contraddizione denunciare che lo stesso processo di corruzione che vivevano e promuovevano le nostre classi dirigenti aveva investito e travolto tutto “il Paese”, tutto “il popolo”. Ed era questo che più gli si rimproverava, questa amarissima e durissima constatazione…
Nell’”abiura della Trilogia della vita”, Pasolini scrisse : “Io mi sto adattando alla degradazione e sto accettando l’inaccettabile”: Ed è alla luce di questa dichiarazione che bisogna, credo, interpretare la scissione vissuta negli ultimi anni tra le sue opere e le sue dichiarazioni politiche, sociali, culturali: sempre più “borghesi” le prime e sempre più antiborghesi, possiamo dire, le seconde.
La perdita di ogni speranza ha portato Pasolini su un terreno di estrema difficoltà personale, e se resta vero che gli accadimenti della sua morte – altro elemento di ossessiva fascinazione sulla cultura di questi anni – è anche il prodotto indiretto di una persecuzione collettiva nei confronti di un “patriota” non amato dalla sua patria, è pur vero che delle tante ipotesi su come essa sia avvenuta che si sono scontrate non solo sul terreno giuridico ma anche tra i suoi amici e vicini, la più convincente ci sembra ancora quella espressa dal cugino Nico Naldini, di cui ora si ripubblicano gli aurei ricordi di gioventù e d’amicizia sotto il titolo di Come non ci si difende dai ricordi (Cargo, Napoli 2005, pagg. 176, € 12,00). Ritroviamo in essi un Pasolini giovane e solare e amante della vita, un Pasolini aspro e combattivo e “scandaloso”, ma anche un Pasolini disilluso e amarissimo e che “non riesce a darsi pace” dopo “aver visto perire l’anima di due epoche dell’umanità, il mondo contadino friulano e quello delle borgate romane , e assistito dovunque all’estinzione dello spirito popolare”. Un ritorno alla componente piccoloborghese, un buttar la vita alle ortiche, un non credere più in un futuro possibile, un somigliare al borghese del finale di Teorema in fuga nel deserto, uno scegliere, cosciente o meno, di non più esserci. Mentre però continuava a vedere e denunciare con assoluta chiarezza la barbarie da cui ci lasciavamo travolgere.




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

sabato 24 maggio 2014

Un delitto politico

"ERETICO & CORSARO"


Un delitto politico
di Giorgio Galli 

A molti anni di distanza, all'inizio del decennio di fine Secolo, nessuno ha osato dire [della morte di Pasolini] che si trattava di una morte necessaria, come è stato detto di altre analoghe, per conseguire la grande vittoria del "mondo libero" sul comunismo. Lo si è invece ricordato con rispetto, anche da parte dei suoi avversari più accaniti. Una prova ulteriore dell'omologazione che egli deplorava. Forse, tuttavia, anche il segno di una rinnovata e non effimera attenzione. il quotidiano che ha ospitato gli scritti coraggiosi che gli sono costati la vita dedica oggi a Pasolini intere pagine, e ancora Giovanni Raboni scrive: 

"Non è facile, non sarà mai facile sbarazzarsi di Pasolini allontanandolo nell'immagine gloriosa e inoffensiva del grande poeta o scrittore o cineasta, le cui idee o prese di posizione in campo morale e politico,"giuste" o "sbagliate" che fossero, non contavano e - soprattutto - non contano, non ci interessano, non ci riguardano più [...] La grandezza di Pasolini [...] non è soltanto inseparabile dall'acutezza, dall'audacia, dalla vitale e "scandalosa"  inquietudine delle sue idee, ma consiste, alla lettera, in esse, e questo spiega perché non sia entrato in questa sorta di limbo [...] Questo destino che non ha risparmiato, credo, nessuno dei protagonisti dalla cultura del dopoguerra, da Sartre a Barthes, non ha nemmeno sfiorato Pasolini." 
("Corriere della sera", 12 gennaio 1992). 

E a sua volta "Panorama", che pure lo aveva ospitato, sottolinea il ruolo di Pasolini quale critico anticipatore della crisi del nostro sistema politico, intitolando il servizio "Il gran picconatore" e citando Giuliano Ferrara che

 "coglie l'occasione di una delle sue apologie delle esternazioni di Francesco Cossiga, per sostenere che Pier Paolo Pasolini avrebbe picconato gli stessi bersagli, se fosse ancora vivo [...] A Pasolini ieri erano riservati i roghi, oggi gli osanna [...] Uomo di tutti i dolori, di tutte le contraddizioni, da cui germinò la sua altissima poesia. Altro che imbalsamazioni ove Pasolini serve a tutto e a tutti. Altro che gara a non potersi non dire pasoliniani." 
(19 gennaio 1992). 

Oggi. E ieri, dopo l'assassinio, l'essenza della sua lezione giungeva persino a un periodico femminile di intrattenimento quale "Brava!", che riportava La ballata delle madri (suggerendo di leggere Poesia in forma di rosa) con questo commento di Rudy Stauder: "Nei giorni della tragedia e delle lacrime ripresi in mano il libro. Ritrovai intatti gli insegnamenti di vita di Pasolini: il rifiuto del compromesso. l'amore per le grandi virtù, il coraggio di essere coerenti, di essere se stessi, anche se diversi dal prototipo sociale. Questo suo coraggio. questa coerenza, Pasolini li ha pagati con la vita". Coerenza pagata con la vita. Coerenza pur contraddittoria, perché amando la madre e non intendendo le donne, presentava come "servili" e "feroci" le donne-madri, tante volte ribelli e tante volte sconfitte, dalle maghe e baccanti, come la sua Medea con la Callas, alle gnostiche, alle streghe. Ma comunque coerenza e rifiuto del compromesso. E che queste fossero le vere ragioni del delitto era evidente mentre era appena stato compiuto per fermare, in un momento cruciale, una lezione che - come ricorda Raboni - sarebbe sopravvissuta al tempo. Delitto, dunque, sostanzialmente politico, anche se non voluto sino alle estreme conseguenze. Delitto che non si spiega se non nel clima politico dell'autunno 1975. La Dc era stata sconfitta due volte, nel 1974 (referendum sul divorzio) e pochi mesi prima, nelle elezioni del 15 giugno. Si sentiva "assediata", come ebbe a scrivere uno dei suoi leader, già segretario e poi presidente del partito, Flaminio Piccoli. Il primo maggio i vietnamiti di Ho Chi Minh conquistavano Saigon, gli americani sgomberavano il Vietnam, si sentivano dirigenti democristiani paragonare alle "macchie di leopardo" (la zona dove si era insediata la guerriglia in Vietnam) le nuove amministrazioni di sinistra che si insediavano un po' ovunque in Italia, accerchiando il potere della Dc. In questo clima matura la decisione di dare un colpo d'avvertimento, di tacitare, con l'agguato e col discredito, la voce di chi chiedeva di processare la Dc dalle colonne del maggior quotidiano italiano. Oggi questo clima è remotissimo. [...] Ma poiché la Dc appariva assediata si volle aprire una breccia nell'assedio facendo tacere una delle voci più forti dei supposti assedianti. Appunto perché oggi questo clima è lontano, perché il sistema mondiale comunista è crollato, il Pci si è scisso, vi è chi sostiene che sia stata positiva la permanenza al governo della Dc, che l'Italia ha evitato così rischi peggiori: ma anche allora persino "L'Europeo" escludeva che si trattasse di un "delitto politico". Invece di questo precisamente si è trattato. Il poeta lo ha reso possibile con una abitudine di vita che si è tradotta in una sorta di vocazione al sacrificio. Ma altri (e come si è detto non vi è che l'imbarazzo della scelta, tra servizi deviati e malavita organizzata, che due anni dopo avrebbero svolto un ruolo tuttora non chiarito nel sequestro e nell'omicidio di Aldo Moro) hanno sfruttato quell'abitudine e quella vocazione per predisporre un agguato poi risultato mortale, probabilmente al di là delle intenzioni. Gli [...] atti istruttori e processuali forniscono tutti gli elementi utili a corroborare questa tesi. Essi completano la biografia di Pier Paolo Pasolini, e sono una ulteriore spiegazione del perché il suo messaggio permane. 

Dalla Prefazione di Giorgio Galli al volume Omicidio nella persona di Pasolini Pier Paolo, Kaos Edizioni, Milano 1992 (per gentile concessione dell'Editore) Un delitto politico di Giorgio Galli. 



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

venerdì 23 maggio 2014

Omicidio Pasolini, verità da cercare Intervista a Simona Ruffini di Angela Geraci

"ERETICO & CORSARO"


Omicidio Pasolini, verità da cercare 
Intervista a Simona Ruffini 
di Angela Geraci
"City-Corriere" 9 giugno 2010 

Simona Ruffini È la criminologa che ha fatto riaprire le indagini sul caso. 


All’epoca dell’omicidio lei era piccola… 
… Sì, avevo due anni appena. 

Cosa l’ha spinta a chiedere la riapertura? 
La verità non appartiene a qualcuno in particolare o a chi ha “vissuto” il delitto. Anzi, forse noi giovani siamo più liberi mentalmente, senza pregiudizi, lontani dal clima sociale del tempo. 

Se queste indagini porteranno a un processo, sarà il secondo. 
Speriamo! Il Ris di Roma sta analizzando i reperti: con le nuove tecniche scientifiche potrebbero raccontare qualcosa di importante. È palese che i fatti non si siano svolti come ci hanno raccontato. 

I reperti dove sono stati per 35 anni? 
Al Museo Criminologico di Roma, in uno scatolone. Sono tanti e pieni di tracce: sangue, impronte… 

Di che si tratta? 
Indumenti di Pasolini e Pino Pelosi ma anche vestiti apparentemente di nessuno dei due, come il maglione verde trovato nell’auto del regista e un plantare, destro, 41-42. 

Ci sono anche le “presunte” armi del delitto? 
Sì, le tavolette di legno con cui fu massacrato, piene di sangue e capelli. Ma molto friabili, sbriciolate. Incompatibili con le profonde lesioni del pestaggio. 

Sembra che non siano mai state fatte indagini vere e serie. 
Pasolini fu ucciso in modo brutale, devastante. Picchiato e poi schiacciato con la sua auto: gli scoppiò il cuore, l’agonia fu lunga. Fu subito lampante che Pelosi, allora 17enne, non poteva essere l’unico responsabile: per conformazione fisica e perché addosso aveva pochissime macchie di sangue. Infatti il processo di 1° grado si concluse con la sua condanna e l’indicazione che quella notte c’erano pure “ignoti”. Poi spariti in 2° e 3° grado. 

Per 30 anni Pelosi però ha detto di essere il solo colpevole. 
E tutte le indagini, non si capisce perché, si basarono sulle sue dichiarazioni, apertamente contraddittorie. Poi 5 anni fa, in tivù, ha detto invece che non era da solo. 

E ci fu la prima riapertura delle indagini. 
Sì. Ma si chiusero subito. Lui non fornì dettagli utili: disse che gli altri ormai erano morti. Adesso le indagini si baseranno sui reperti. Strano che nessuno ci abbia pensato prima. 

Pelosi ora collaborerebbe? 
Le sue versioni sono sempre state contrastanti. Ma ci sono altre testimonianze da prendere in considerazione. 

Ha sentito altre persone? 
Io e l’avvocato Stefano Maccioni abbiamo acquisito la testimonianza di Silvio Parrello secondo cui sulla scena del crimine c’erano più auto. L’ha sempre detto ma nessuno l’ha ascoltato. E poi c’è il senatore Marcello Dell’Utri: dice di aver letto un capitolo, poi scomparso, di Petrolio, il libro a cui stava lavorando Pasolini. 

Petrolio è importante nella vicenda. L’omicidio fu incasellato come delitto omosessuale. Che altre piste ci sarebbero? 
Sono convinta che ci sia un livello più alto, con mandanti più alti. Ma queste ipotesi devono essere riscontrate: è il lavoro che stiamo facendo in questi mesi. 

Si ipotizza che c’entri il furto di alcune “pizze” del film Salò o le 120 giornate di Sodoma. Forse Pasolini andò sul luogo del delitto, all’Idroscalo di Ostia, per recuperarle da chi le aveva rubate. Che ne pensa? 
Si parla di questo furto come di una possibile esca per attirarlo lì quella notte.
Invece Petrolio cosa spiegherebbe? 
Pasolini poteva essere a conoscenza di dettagli importanti su altri casi irrisolti famosi della nostra storia: l’omicidio del presidente dell’Eni Enrico Mattei e del giornalista Mauro De Mauro, ucciso mentre indagava sulla sua morte. Pasolini potrebbe essere stato ucciso perché aveva ricostruito, in quel capitolo sparito, snodi decisivi del delitto Mattei.
La scena del crimine non fu preservata abbastanza. È vero che si permise a dei ragazzini di giocare a pallone lì vicino? 
Sì. La scena non fu neanche recintata. Ma c’è un filmato girato la mattina dopo dall’amico e aiuto regista di Pasolini, Sergio Citti. Lì la scena è stata “congelata” ma nessuno mai ha acquisito il video. E Citti ha sempre chiesto di essere ascoltato. 

Anche la macchina di Pasolini fu un po’ troppo “trascurata”. 
Fu lasciata sotto la pioggia e le macchie di sangue si cancellarono. In più, mentre la spostavano, un uomo delle forze dell’ordine andò a sbattere contro un palo: quelle ammaccature importanti, disse la perizia, non permisero di ricostruire gli eventi. 

Nessuno di quegli uomini delle forze dell’ordine oggi è disponibile a parlare? 
C’è un maresciallo dei carabinieri, Renzo Sansone. Dopo l’omicidio si infiltrò nella malavita romana e seppe che la notte del delitto c’era altra gente con Pelosi. Anche lui però non è stato mai ascoltato.
Pasolini non era amato, né a destra né a sinistra. Questo ha soffocato la ricerca della verità sulla sua morte? 
Assolutamente: liquidare il delitto come omicidio gay è stato molto più semplice, per tanti. Ma tra l’altro non risulta che Pelosi sia omosessuale… 

Se pensa al delitto qual è la prima immagine che le viene in mente? 
Alcuni quella notte sentirono le urla di un uomo. Gridava “Mamma, aiuto!”. Se era Pasolini, pensare che quest’uomo davanti alla morte era tornato quasi bimbo mi colpisce molto. 

Cosa spera? 
Che queste indagini possano dare un contributo di verità, alla Storia e alla persona. Magari non porteranno a nulla - c’è anche questa possibilità - ma noi abbiamo agito con onestà intellettuale.
C’è una frase di Pasolini che l’accompagna in questa sua battaglia? 
Sì, dice che “la morte non è nel non esserci più ma nel non poter più comunicare”. Il mio lavoro consiste proprio nel dare la voce alle vittime, a chi non può più parlare. Chissà quante cose ci avrebbe potuto dire oggi Pasolini, ma non può. Tocca a noi cercare di farlo al posto suo. 
Angela Geraci




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

Nessuna pietà per Pasolini, di Simona Ruffini

"ERETICO & CORSARO"
Libri

Qui il Sito di  Simona Ruffini: Simona Ruffini criminologa 



Nessuna pietà per Pasolini, di Simona Ruffini

Il racconto e le rivelazioni inedite di chi ha fatto riaprire le indagini sull'omicidio
La notte del 2 novembre 1975 fu commesso uno degli omicidi più efferati della storia d'Italia. Pier Paolo Pasolini veniva ammazzato. Per 35 anni nessuno era riuscito a far riaprire quel cold case. Fino al 2009, quando la criminologa Simona Ruffini, assieme all'avvocato Stefano Maccioni, depositò un'istanza alla Procura della Repubblica che cambiò tutto. Questo libro è l'unica vera inedita storia dell'inchiesta che ha riscritto una delle pagine più buie della nostra cronaca nera.


Pasolini, un caso ancora aperto 
di Redazione ilmiolibro, I libri di ilmiolibro.it
16/05/2014


Pier Paolo Pasolini fu uno dei più grandi intellettuali e letterati del secolo scorso, cercò la verità contro il conformismo, testimoniò l'emarginazione, non ebbe paura di dare scandalo portando alla luce, in maniera cruda e disinibita, quelle frange estreme della società italiana che nessuno voleva vedere.

La sua omosessualità dichiarata, o meglio sbandierata, urtò pesantemente la suscettibilità della "buona" società italiana. E fu solo l'ultima delle ragioni che lo resero impopolare oggetto di campagne e di linciaggi da parte di avversari di ogni tipo, e non sempre dichiarati.

La conclusione della sua vita, che costituisce uno dei capitoli più oscuri della nostra storia, è stata da sempre inserita in questo contesto, come una sordida storia di violenza e depravazione, di sottoborghi e bassi istinti, di un dott. Jackill, scrittore, giornalista, poeta, regista, sceneggiatore illustre e stimato dalla cultura contemporanea, e un Mr. Hyde che al calare della sera si infiltrava nei quartieri più malfamati in cerca di squallide avventure per dare sfogo alla propria natura più bieca.

Un ragazzino ancora minorenne prese su di sé la responsabilità di aver inferto le percosse fatali che uccisero Pasolini nella notte tra l'1 e il 2 novembre 1975, all'Idroscalo di Ostia. E tutti gli diedero retta. Il capro espiatorio era stato trovato, facilmente, proprio in quell'ambiente che riscuoteva la riprovazione dell'Italia tutta. Fu una soluzione semplice e veloce. Tanto che, evidentemente, non si ritenne necessario soffermarsi un attimo a pensare, a ragionare sull'effettiva probabilità che le cose si fossero verificate così come dichiarato dall'unico imputato subito reo confesso, e come infine fu sancito dall'ultima sentenza.

Dopo 35 anni di silenzio (o forse di colpevole abbandono) la criminologa Simona Ruffini, come ci racconta nel suo libro Nessuna pietà per Pasolini, ha iniziato a rivangare tra atti processuali, testimonianze, interviste, prima per curiosità, poi per interesse, fino a farne l'oggetto di un'inchiesta approfondita. È ripartita da zero, dagli scatoloni del "cold case" contenenti tutti i reperti recuperati dalla scena del crimine. Insieme a lei nella strada della ricerca si sono affiancati l'avvocato Stefano Maccioni e il giornalista Valter Rizzo. 

Ne sono emerse nuove evidenze, grazie alle tecniche investigative acquisite negli ultimi anni, e una nuova lettura delle testimonianze, una reinterpretazione delle interviste agli interrogati, che ne ha scoperte le insincerità, le insicurezze, talvolta le incongruenze. Non solo. Nuove interviste, nuovi protagonisti mai ascoltati prima, domande semplici che non erano mai state poste. Tanto da far riaprire il caso. Finalmente.

Il racconto di Simona Ruffini si segue senza interruzioni e piacevolmente coinvolge nella dipendenza da verità, e ci informa, in maniera dettagliata e inaspettata, delle procedure impiegate per giungere a dei risultati concreti. E così ci ritroviamo nelle stanze dei RIS, nelle sale di interrogatorio delle questure, simpaticamente a sfatare l'idea che ci siamo fatti del mondo dell'analisi investigativa attraverso le fiction americane, correggendo la banalizzazione che ci viene raccontata e rivelandoci qualche segreto. Ma ci dipinge anche i luoghi, gli ambienti, i personaggi, le emozioni con abilità di grande scrittrice. Questo libro informa il lettore di un momento della storia italiana su cui andava fatta luce e lo trascina con sé fino all'ultima pagina senza che se ne accorga.


Recensione di Aurora Cecchini su “Il mio libro”
23 giugno 2014
Nessuna pietà per Pasolini


Apro la posta personale e, fra email da cestinare, ce n’è una de ilmiolibro che mi suscita un sorriso. “Nessuna pietà per Pasolini”, il titolo in primo piano, di Simona Ruffini. Doppio clic per aprire l’email a tutta pagina e approfondire l’informazione. Il sottotitolo è quello che blocca il mio sguardo: “Il racconto e le rivelazioni inedite di chi ha fatto riaprire le indagini sull’omicidio”. Entro immediatamente nel sito e acquisto il libro. A scatola chiusa. A prescindere. Una persona che è in grado di far riaprire uno dei cold case più tristi della storia nera italiana, dev’essere grande e, il minimo che si possa fare, è acquistare il libro e divorarlo. Ed è quello che ho fatto. Simona Ruffini è una persona speciale. Il suo libro è emozionante per il tono confidenzialmente affettuoso, si apre rivolgendosi direttamente a lui, il poeta, maestro, intellettuale, scrittore, il genio Pasolini. E’ emozionante, inoltre, per come mette una generazione di fronte all’altra, attribuendo alla più giovane la forza, il coraggio e l’amore per la giustizia. Simona è una giovane donna, psicologa, criminologa ma, soprattutto, assetata di verità. Una verità che è rimasta celata per 35 lunghi anni, dentro a squallidi involucri che, oltre a prove preziose e dimenticate, ospitavano brillanti pesciolini d’argento. Gli unici amici della memoria di un uomo, la cui vita e morte, erano racchiuse dentro due sacchi di plastica e una scatola di cartone. Infine, è emozionante perché, mentre lo leggi, ti senti divorato dalla necessità di agire, di contribuire, di prendere parte attivamente alle ricerche ricostruendo i fatti. E sfogliando le pagine, le tue mani controllano i reperti, prendono appunti e mettono insieme qualsiasi dettaglio.
Caro Pier Paolo,
Simona scoprirà la verità e te lo dirà, raccontandoti come è andata.



Recensione di Antonio Limonciello su “Il mio libro”
23 aprile 2014
Libro da leggere e impegno civico da sostenere


“Arruso!”, e Pino la Rana voleva dire jarruso quando raccontò del massacro di Pasolini la notte tra l’uno e il due novembre del 1975. Poi ritrattò, nessuno che parlasse siciliano stretto, né un’auto targata CT. Ma jarruso non è un epiteto così diffuso in Italia, e perfino in Sicilia si usa in aree ben delimitate, nel catanese per esempio, e tra gli strati popolari che conservano un dialetto antico di parole arabe, come è appunto jarruso, che era poi il ragazzo degli hammam a cui toccava anche soddisfare gli adulti. Dunque Pelosi quel jarruso l’ha dovuto sentire da un siciliano quella notte all’idroscalo, catanese, o di origine catanese. Jarruso diventa la chiave dello spostamento dell’indagine nel territorio di Catania, città negli anni settanta modernista quanto primitiva, crocevia di mafia, fascismo, petrolio mediterraneo, e di un particolare ambiente di marchette omosessuali; sono questi mondi che hanno un comune interesse a tacitare la voce di Pier Paolo Pasolini, è da questo incrocio che parte l’ordine e si organizza la spedizione per l’Idroscalo di Ostia. Gli autori di “Nessuna Pietà per Pasolini” concludono qui la loro indagine partita dal Museo del Crimine di Roma dove puntano l’attenzione sui reperti del processo del 1976 per chiedere che finalmente siano eseguiti esami del DNA dei resti organici presenti sui reperti. Questi esami diranno quante persone, e magari anche quali, parteciparono al massacro di quella notte. Dopo si spostano sull’Alfa GT 2000, quella di Pasolini, ormai rottamata; dalle foto e dai video si nota quanto sia pulita, priva di ammaccature, eppure quella notte c’era tanto fango, e buche profonde, e poi quell’auto doveva essere passata sul corpo di Pasolini, come mai non c’erano tracce di sangue, ammaccature, fango? Semplice, perché Pelosi, come egli stesso ora afferma, non passò con quell’auto sul corpo del poeta, c’erano altre due auto quella notte, una Fiat 1500 nera e un’altra Alfa GT 2000; sarà quest’ultima a passare sul corpo e poi a sbattere contro un palo delle recinsione e infine a ritornare a marcia indietro a ripassare sul corpo. Quest’auto fu fatta riparare da un carrozziere e vista da un altro carrozziere che rifiutò di intervenire e che oggi ha rilasciato una testimonianza firmata che mette nero su bianco: sull’esistenza di quest’auto, sul fatto che fosse incidentata e che avesse ammaccature anteriori, fango e sangue. Infine, sempre nero su bianco c’è il nome di chi portò a riparare l’auto: Antonio Pinna, uomo scomparso da allora. “Nessuna Pietà per Paolini” inizia con un andamento lento e freddo per prendere quota con la narrazione dell’incontro con Silvio Parrello, detto Pecetto, artista di Donna Olimpia, già ragazzo di vita e amico di PPP. Da questo incontro comincia una cavalcata che tocca l’apice in terra di Sicilia, precisamente a Catania, luogo tratteggiato come il budello indocinese di Apocalipse Now . Il capitolo 11 è stupendo per le descrizioni degli ambienti, per i tagli storici, per i personaggi che si affacciano, il leader fascista, il maestro di sala, il professore Saverio, l’ambiente del marchettari picchiatori, i suburbi cittadini, i fucuni, le putie senza insegne, l’odore della carne arrostita sui fucuni, il fumo, l’odore di piscio, di muffa, di cavolo fumicante, di umido in una babele di corpi, incroci neri di marchette pronte a partire nella veste di picchiatori fascisti per le manifestazioni romane. Libro da leggere e lavoro di indagine e di impegno civico da sostenere.




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro

martedì 20 maggio 2014

Pier Paolo Pasolini - L'ideologia - 1975. Scritti corsari. 1975. Processare la Dc. Adesione / opposizione al Pci

"ERETICO & CORSARO"



Pier Paolo Pasolini
L'ideologia

.
1975. Scritti corsari.
1975. Processare la Dc.
Adesione / opposizione al Pci

di Angela Molteni e Massimiliano Valente
.
.


Indice:


  1. Parte 1 di 6
  2. Parte 2 di 6
  3. Parte 3 di 6
  4. Parte 4 di 6
  5. Parte 5 di 6
  6. Parte 6 di 6


Scritti corsari

Accogliendo la proposta di collaborazione del "Corriere della Sera", Pasolini inizia nel gennaio 1973 a fornire i suoi interventi per la rubrica "Tribuna libera": sarà una lunga serie di scritti che, fino al febbraio 1975 incentreranno l'attenzione di Pasolini su temi d'attualità, politici e di costume. Tali articoli saranno poi raccolti in volume sotto il titolo di Scritti corsari. Toccano fatti che Pasolini affronta in termini di denuncia: 

"Forse il lettore troverà che dico delle cose banali. Ma chi è scandalizzato è sempre banale. E io, purtroppo, sono scandalizzato."

Di lui disse lo scrittore Paolo Volponi, che fu suo amico per tutta la vita:
"La sua era una provocazione politica ben chiara e intenzionale. Egli si lamentava poeticamente che non ci fossero più le lucciole, ma insieme accusava la nostra classe dirigente di aver promosso un certo modello di sviluppo, di aver organizzato in un certo modo la nostra vita, di avere inquinato le nostre campagne e le nostre città. E insieme vedeva la sparizione di tanti altri fatti sociali, popolari: certe culture, certe possibilità di intervento democratico, la vita dei paesi e delle province brutalmente violentata dai modelli del centro.
Questi erano i motivi della sua polemica politica, che egli sentiva profondamente proprio perché si considerava sempre dalla parte esterna del cerchio del potere. Non è mai diventato un uomo di potere, pur avendo avuto dieci anni di successo durante i quali era lusingato da tutti e avrebbe potuto ottenere tutto. Invece durante questi anni non ha cambiato amici, non ha cambiato modo di vita, non ha ceduto nulla al potere.
Qualcosa, forse, nel fare i film ha concesso alla macchina dell'industria cinematografica. Ha cercato successo nel cinema. Ha cercato anche di guadagnare. Ma non è che gli piacesse il denaro, perché non ne aveva nessuna coscienza. Le cose che possedeva non diventavano tesori e simboli, ma strumenti per il suo lavoro e per la sua ricerca".

Processare la DC

"Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani, dovrebbero essere trascinati sul banco degli imputati. E quivi accusati di una quantità sterminata di reati: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di colpirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell'Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità dell'esplosione "selvaggia" della cultura di massa e dei mass-media, corresponsabilità della stupidità delittuosa della televisione.
Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro paese. E' chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini) o la moralità dei comunisti non servono a nulla".

Cosi' il 28 agosto 1975 Pasolini chiedeva un pubblico processo per i potenti democristiani. E' il risultato di una critica serrata e senza sosta al potere in quanto tale più che ai potenti democristiani; contro quella "anarchia del potere" crudamente rappresentata in Salò. La Democrazia cristiana non ha fatto altro che celare le vecchie retoriche fasciste in chiave ipocritamente democratica, assumendo però a protezione del proprio potere le stesse istituizioni create durante il fascismo: la scuola pubblica, l'esercito, la magistratura. "La Democrazia cristiana è vissuta nella più spaventosa assenza di cultura, ossia nella più totale, degradante ignoranza". E' un attacco alla borghesia, di cui la DC è espressione; una borghesia ignorante e inetta che nel consumismo ha il suo più saldo strumento di potere.
In un celebre articolo sul "Corriere della Sera" del primo febbraio 1975 Pasolini sferra un durissimo attacco polemico alla Dc servendosi della metofora della "scomparsa delle lucciole": 

"[...] Nei primi anni sessanta, a causa dell'inquinamento dell'aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulminante e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c'erano più.
[...] Prima della scomparsa delle lucciole. La continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completo e assoluto. [....] La democrazia che gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale.
Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati di ceti medi e di enormi masse contadine, gestiti dal Vaticano.
[...] Durante la scomparsa delle lucciole. In questo periodo la distinzione tra fascismo e fascimo operata dal "Politecnico" poteva anche funzionare.
[...] Dopo la scomparsa delle lucciole. I "valori", nazionalizzati e quindi falsificati, nel vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più.
[....] Gli uomin di potere democristiani sono passati dalla "fase delle lucciole" alla "fase della scomparsa delle lucciole" senza accorgersene.
[...] Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale: che, per esempio, avrebbero potuto contare in eterno sul Vaticano: senza accorgersi che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, non sapeva più che farsene del Vaticano quale centro di vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un esercito nazionalista (come appunto i loro predecessori fasciti): e non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie tecnocratiche. E lo stesso si dica per la famiglia, costretta, senza soluzione di continuità dai dai tempi del fascismo, al risparmio, alla moralità: ora il potere dei consumi imponeva ad essa cambiamenti radicali, fino ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto senza più limiti.
[....] Gli uomini del potere democristiano hanno subìto tutto questo, credendo di amministrarselo. Non si sono accorti che esso era "altro": incommensurabile non solo a loro ma a tutta una forma di civiltà.

Adesione / opposizione al Pci

I rapporti di Pasolini con il Partito comunista italiano sono sempre stati "incerti", ostili in alcuni momenti
"Io mi sono sempre opposto al PCI con dedizione, aspettandomi una risposta alle mie obiezioni. Così da procedere dialetticamente! Questa risposta non è mai venuta: una polemica fraterna è stata scambiata per una polemica blasfema".
In un'intervista a Enzo Biagi, che gli chiedeva quali fossero le obiezioni da rivolgere ai comunisti, Pasolini rispose:
"Le ho sempre fatte: un eccesso di burocrazia, e l'avere permesso, all'interno del partito, atteggiamenti che sono borghesi: un certo perbenismo, un certo moralismo. Però continuo a votare per loro".
oppure di incondizionato appoggio, soprattutto nei momenti in cui le sue dichiarazioni si incrociavano con imminenti elezioni. In uno dei suoi ultimi "messaggi" in questo senso Pasolini dice:
"Il mio atteggiamento è di adesione al Pci, perché voto comunista da quando ero ragazzo, dal tempo dei partigiani, sono stato dalla loro parte, benché non iscritto, sono un indipendente di sinistra e la mia posizione adesso è una posizione abbastanza personale, devo dire, perché non sono decisamente nel Partito comunista, benché lo appoggi nei momenti, insomma, di lotta, di emergenza sia sempre con loro. Non sono nemmeno con gli estremisti, benché invece con alcuni estremisti vada molto d'accordo, ma non potrei dirmi un estremista, non sono un extraparlamentare, per me il parlamento, insomma, è sacrosanto […]"
Il 1° novembre 1975, alle quattro del pomeriggio, a casa sua, Pasolini rilasciò a Furio Colombo quella che sarebbe stata la sua ultima intervista, in cui, rispondendo alle domande del giornalista, riassumeva le sue argomentazioni su una serie di temi che l'avevano coinvolto e appassionato per tutta la vita.
"Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l'arena dell'avere a tutti i costi […] L'educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere."
"Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere il padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto, nessuno li aveva colonizzati."
"Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra in Borsa uso quella. Altrimenti una spranga."
"Non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l'una contro l'altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l'orario ferroviario dell'anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c'è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità."
____________________
Le citazioni riportate, oltre che dalle fonti già citate nel testo, sono state tratte da:
  • Natalia Aspesi, Dialogo armato con Pasolini, intervista in "Il Giorno", 31 gennaio 1973
  • Enzo Biagi, L'innocenza di Pasolini, intervista in "La Stampa", 4 gennaio 1971
  • Mario Capanna, Formidabili quegli anni, Rizzoli, Milano 1988
  • Furio Colombo, Siamo tutti in pericolo, intervista in "Tuttolibri", 8 novembre 1975
  • Jean Duflot (a cura di), Pier Paolo Pasolini. Il sogno del centauro, Roma 1983
  • Franco Fortini, Attraverso Pasolini, Einaudi, Torino 1993
  • Giorgio Galli, Storia del Pci. Livorno 1921-Rimini 1991, Kaos edizioni, Milano 1993
  • Nico Naldini, Pasolini, una vita, Einaudi, Torino 1989
  • Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie, 2 voll., Garzanti, Milano 1993
  • Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975
  • Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico, Garzanti, Milano, 1972-1991
  • Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, Giunti Gruppo Editoriale, Firenze 1995


Tratto da Pagine Corsare di Angela Molteni.


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro