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Guido Pasolini

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martedì 20 maggio 2014

Pier Paolo Pasolini - L'ideologia - Una forza del passato. L'idea di una nuova preistoria. Discredito, denigrazione e diffamazione.

"ERETICO & CORSARO"



Pier Paolo Pasolini
L'ideologia

.
Una forza del passato.
L'idea di una nuova preistoria.
Discredito, denigrazione e diffamazione.
1964. Dopo Il Vangelo secondo Matteo

di Angela Molteni e Massimiliano Valente
.
.
 Indice:


  1. Parte 1 di 6
  2. Parte 2 di 6
  3. Parte 3 di 6
  4. Parte 4 di 6
  5. Parte 5 di 6
  6. Parte 6 di 6


Una forza del passato

Pasolini fa dire nell'episodio La ricotta del film RoGoPaG, a un regista marxista impersonato da Orson Welles:
"Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno d'ogni moderno
a cercare i fratelli che non sono più".
In questi versi c'è la più consapevole e disperata dichiarazione di poetica di Pasolini: il suo sentirsi estraneo a un presente sempre più omologato e a un futuro le cui premesse descrivono come un deserto culturale.

"E' un'idea sbagliata - dovuta come sempre alla mistificazione giornalistica - quella che io sia un... 'modernista'. Anche i miei più seri sperimentalismi non prescindono mai da un determinante amore per la grande tradizione italiana e europea. Bisogna strappare ai tradizionalisti il Monopolio della tradizione, non le pare? Solo la rivoluzione può salvare la tradizione: solo i marxisti amano il passato: i borghesi non amano nulla, le loro affermazioni retoriche di amore per il passato sono semplicemente ciniche e sacrileghe: comunque, nel migliore dei casi, tale amore è decorativo, o 'monumentale', come diceva Schopenhauer, non certo storicistico, cioè reale e capace di nuova storia".

[Articolo apparso sul numero 42 di "Vie Nuove" il 18 ottobre 1962]

"Tradizione e marxismo. Sì, insisto: solo il marxismo salva la tradizione. Oh, ma capiscimi bene! Per tradizione intendo la grande tradizione: la storia degli stili. Per amare questa tradizione occorre un grande amore per la vita. La borghesia non ama la vita: la possiede. E' ciò implica cinismo, volgarità, mancanza reale di rispetto per una tradizione intesa come tradizione di privilegio e come blasone. Il marxismo, nel fatto stesso di essere critico e rivoluzionario, implica amore per la vita, e, con questo, la revisione rigenerante, energica, amorosa della storia dell'uomo, del suo passato.

[Articolo su "Vie Nuove" del 22 novembre 1962 intitolato "Risposta ad un insoddisfatto"]

L'idea di una nuova preistoria

Nel 1963, quasi contemporaneamente alla lavorazione de La ricotta gli viene proposto l'allestimento di un film-montaggio sugli avvenimenti dell'ultimo decennio, La rabbia, tratto da sequenze di cinegiornali. Parlando di quest'ultimo film, Pasolini afferma che con esso intendeva dire "una cosa un po' confusa in me, un'idea irrazionale ancora, non ben definita, non determinata […] È l'idea di una nuova preistoria. E cioè i miei sottoproletari vivono ancora nell'antica preistoria, mentre il mondo borghese, il mondo della tecnologia, il mondo neocapitalistico va verso una nuova preistoria. […] Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando l'industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita".
Con i suoi ultimi lavori, e in particolare con le poesie che formeranno la raccolta Trasumanar e organizzar Pasolini compie il "primo goffo tentativo individualistico e in parte anarcoide" di lottare contro quella che continua a definire "la nuova preistoria". Commenta Naldini: "Di fronte all'accelerazione artificiale della nuova società industriale che vuol distruggere il passato per instaurare solo il presente, oppone la nostalgia del sacro, degli antichi valori, il rimpianto del passato, accettato anche come sentimento conservatore".
È in questa chiave che va anche letto il crescente interesse di Pasolini per il Terzo Mondo, nel quale ritrova ritmi di vita "umani", e un rispetto delle tradizioni "ripetute indefinitamente".

Discredito, denigrazione e diffamazione

Agli attacchi si affiancano sempre più spesso denigrazioni e critiche astiose e mistificanti che vengono dalla stampa di tutte le parti politiche. Nella sua rubrica su "Vie Nuove", Pasolini denuncia questi atteggiamenti e traccia un quadro generale della situazione socio-politica e della sua in particolare, come scrittore i cui contenuti e messaggi vengono sempre più spesso stravolti; rivolgendosi al "lettore" della rivista, scrive:

"Io patisco ciò che di peggio può patire uno scrittore. La mistificazione della mia opera: una mistificazione totale, completa, irrimediabile. Una vera e propria operazione industriale. Tutto quanto io dico e scrivo subisce, attraverso l'interpretazione calcolata della stampa 'libera', una metamorfosi implacabile: discredito, denigrazione e diffamazione, che, un po' alla volta, finiscono di essere dei puri e semplici strumenti teppistici, e diventano una realtà, che trasforma sociologicamente il mio stile. Lei sa che il testo non vive nella solitudine di un'anima, ma vive in una cerchia sociale. Esiste in quanto ha in sé la possibilità di un rapporto con la comunità. Ora, se questa comunità - attraverso un'apposita operazione di chi ha il potere e i mezzi di diffusione ideologica - comprende il testo di uno scrittore in modo diverso da quello che è, accade pian piano una cosa ineluttabile: che il testo - almeno per la durata della generazione - costituisce la cerchia sociale di esso, diventa realmente qualcosa di diverso da quello che esso è.

"Mi rendo conto proprio in questi mesi di quanto grande sia la mia tragedia di scrittore nel mondo che lei dice libero e democratico. I miei romanzi e le mie poesie perdono a vista d'occhio il loro 'significato', per aggiunte e falsificazioni continue, diuturne, dilaganti: per una interpretazione denigratoria portata a un grado di intensità e di ferocia mai viste. I miei testi deperiscono effettivamente, i significati delle mie parole hanno una reale depressione espressiva fino a essere quelli che la gente (intesa come massa guidata dal potere industriale e dal susseguente conformismo statale) vuole che siano.
"Piano piano anche ad alto livello questa mistificazione acquista peso e quasi ragione d'essere. Ormai anche i critici attendibili e altamente qualificati non possono non tener conto dell'aggiunta di significato data ai miei testi dalla denigrazione borghese, cioè dalla mia cerchia sociologica, cioè dalla mia nazione. E il loro giudizio comincia ad essere meno libero e sicuro.

"Noi ci troviamo alle origini di quella che sarà probabilmente la più brutta epoca della storia dell'uomo: l'epoca dell'alienazione industriale. Lei ne è già una vittima, in quanto il suo giudizio non è libero proprio nell'atto in cui crede di meglio attuare la propria libertà; io sono un'altra vittima in quanto la mia libera espressione viene fatta passare per 'altra da quella che essa è'. Il mondo si incammina per una strada orribile: il neocapitalismo illuminato e socialdemocratico, in realtà più duro e feroce che mai".

1964. Dopo Il Vangelo secondo Matteo

Anche dopo la presentazione del Vangelo secondo Matteo "l'atteggiamento nei suoi confronti della sinistra", dice Naldini nel suo già citato Pasolini, una vita, "alla quale egli non ha mai smesso di appartenenere ideologicamente e di condividerne le lotte con passione", non finiva di tormentarlo.
Rivolgendosi a Mario Alicata, un dirigente del Pci, Pasolini polemicamente così si esprime:

"[…] ti ricordo la frase 'Dite sì se è sì, no se è no: tutto il resto viene dal Maligno'. Devi dirmi con coraggio se tu e la tua cerchia, a me, dite sì o no. Non perché questo possa contare sulla mia reale e profonda ideologia e fede comunista, ma perché possa aiutarmi nella mia chiarezza e nei miei atteggiamenti pratici. […] Ora, capisco che l'ambiguità dell'Unità e del Paese Sera, se è dettata da ragioni pratiche di condotta, è dettata anche da più profondi motivi magari in parte inconsci, per esempio una inconscia avversione moralistica e piccolo-borghese nei miei riguardi".

E, ancora dopo il Vangelo, Pasolini scrive ai lettori di "Vie Nuove":

"I marxisti fragili temono di 'essere distrutti' da un dialogo con la Chiesa, e si attaccano alle vecchie posizioni come rassicuranti. Altri marxisti, invece, non provano scandalo, rispetto alle proprie convinzioni, non si disorientano, non provano il capogiro, davanti all'idea di una chiesa che divida le proprie responsabilità da quelle dei fascisti e anche con la classe nemica dei 'poveri'". 




Tratto da Pagine Corsare di Angela Molteni


 

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