giovedì 19 giugno 2014

Pasolini, dialoghi di formazione

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini, dialoghi di formazione

di Michele Gulinucci da "il Manifesto" del 20 marzo 1987 


Quando leggiamo una dopo l'altra le lettere di un epistolario, quasi mai le consideriamo per quello che sono: in gran parte delle risposte. Notizie autobiografiche o embrioni d'opera formano una successione che sembra governata dal caso, come se l'autore si fosse trovato a dialogare con le domande di un questionario infinito e capillare, compilato da questa redazione anonima. Nell'intreccio di significati che e', a posteriori, una corrispondenza, l'intervento di un destinatario non puo' che rendere piu' oggettiva la figura del mittente: un po' meno "io monologante" e un po' piu' "autore", insomma. Cosi' l'epistolario puo' diventare davvero immagine del laboratorio. Nel caso di Pasolini, l'impressione di un "lavoro" in atto e' netta fin dalle prime lettere, scritte a diciotto anni. Franco Farolfi prima, e poi gli amici bolognesi della progettata rivista Eredi - fra cui Francesco Leonetti e Roberto Roversi - ricevono missive che registrano le tappe dell'adolescenza sullo stesso ruolino di macia delle lettere e dell'apprendistato poetico. Il tutto con l'accento vitale e allegro di chi, anche nelle more degli "stati d'animo" giovanili, desidera e prepara. Il racconto di una scampagnata notturna sulle colline di Bologna, ad esempio, non tarda a diventare una esercitazione letteraria con tanto di lessico alto e immagini ch si accavallano come visioni: "...ci siamo poi inerpicati sui fianchi delle colline, tra gli sterpi che erano morti e la loro morte pareva viva, abbiamo varacato frutteti e alberi carichi di amarene, e siamo giunti sopra un'alta cima...". Ma la lettera che lo contiene, della primavera del 1941, si chiude bruscamente con la promessa di un piu' agevole resoconto a voce. Stufo di "fare letteratura" , forse, il ragazzo Pasolini gia' si volgeva a colline e alberi veri. La lettura partecipata dei classici accomuna il giovane Pier Paolo alle decine di studenti brillanti che in quegli anni di oscuramento culturale cercano un po' di luce, ma essa risultera' soprattutto - e noi oggi possiamo capirlo anche dalle sue lettere - un inconsapevole cursus non solo letterario, preludio di poesia (e vita) futura. Tanto piu' che, iniziati a Bologna gli studenti universitari, cominciano a susseguirsi le estati a Casarsa, la "patria" materna dove Pasolini fa la scoperta-invenzione della lingua, quella parlata friulana di ca' da l'aga che sara' per piu' di un decennio il nucleo del suo lavoro di poeta. "Quando ho scritto sblanciada da li rosis avevo venti anni.... certo nessun casarese ha detto sblanciada da li rosis, ma come nessun fiorentino ha detto quel rosignol che si soave piange (si parva..). Sono i rapporti tra le parole che il poeta deve inventare. ossia la sintassi. E' la sintassi che deve essere interiorizzata. Quindi la mia sintassi non e' friulana perche' e' mia: ma e' la sintassi friulana che determina la mia...". Cosi' scrive nel 1953, ormai stabilitosi a Roma, all'unico udinese, Lugi Ciceri. Lingua del popolo e ricerca di uno stile formano la materia poetica che segnera', con diverse gradazioni, l'intera opera creativa di Pasolini. Che sia questo il nodo originariio della sua "vocazione", un nodo che stringe forte, e dolorosamente, anche la vita intima e i suoi difficili chiarimenti, lo confermera' lui stesso in un'altra lettera retrospettiva indirizzata a Vittorio Sereni: "Alternavo come succede nell'adolescenza, un'estrema gaiezza, e in me era la foy poetica-religiosa dei provenzali, a estremi sconforti. Niente capacita' oggettivo-realistiche, quindi, il mondo era inconoscibile se non in una figura leggendaria e poetica. Di qui, forse, una certa maggiore validita' della mia poesia friulana in cui l'ambiente era puramente poetico, ma c'era...". Nell'accurata cronologia che precede l'epistolario, e che riporta lunghi brani dei Quaderni rossi, il diario segreto di Pasolini degli anni 46-47, Naldini afferma che le poesie in lingua di quel periodo "pongono la figura del poeta su un grandioso piano confessionale e il mondo umile che gli sta intorno in una prospettiva mitica con forti scorci di vicende reali e simbologie. Le poesie friulane nascono invece on immediatezza, si formano quasi da se'". Sebbene sia stata dimostrata di recente l'importanza della tradizione, soprattutto metrica, nel canzoniere friulano, se ne puo' trarre l'ipotesi che i versi scritti nella "lingua della madre" servissero anche a rendere oggettivi - cioe' riconducibili ad un "sereno" scenario popolare - i tortuosi percorsi psicologici e culturali che nei versi in italiano si caricavano di una piu' evidente letteralita'. Ma e' un discorso che potra' farsi solo quando il vasto ciclo dell'opera poetica di Pasolini sara' offerto in una, ormai necessaria, edizione critica. Anche negli occhi di guerra e durante l'occupazione nazista l'attivismo frenetico di Pasolini non conosce soste. Le iniziative piu' ricche di significato in quel periodo sono la "scuoletta" allestita a Versuta per i ragazzi rimasti senza aule ne' insegnanti, e la costituzione della "Academiuta di lenga furlana" che produrra', tra il '44 e il '47, i cinque numeri dello "Stroligut di ca' da l'aga" piu' le quattro raccolte poetiche pasoliniane che seguono la prima, Poesia a Casarsa. L'impeto pedagogico che lo anima, indagato negli ultimi anni da Andrea Zanzotto e da Enzo Golino, e' testimoniato qui dall'intero carteggio con Gianfranco Contini, il quale ne occupa, come "maestro" il vertice piu' alto, nonche' dalle molte lettere piene d'istruzioni ed esortazioni agli "allievi" Nico Naldini, tonuti Spagnol, Cesare Padovani. Dal parlanti del Friuli ai giovani infelici degli anni settanti, passando per i ragazzi di Roma, la passione pedagogica di Pasolini attinge a una materia, che e' poesia, ideologia, politica. Se questo e' vero, la rilettura del Pasolini comunista, eretico, corsaro - che secondo Franco Fortini e' l'iniziativa critica da privilegiare rispetto a qualsiasi altra chiacchiera su di lui - dovra' iniziare dal "poeta in dialetto", e forse finire con l'estremo ciclo friulano "la meglio gioventu'" scritta nel 1974, che il suo autore reputava non meno corsara degli interventi sul "Corriere della Sera". Torniamo al laboratorio degli anni quaranta. Dopo la morte del fratello Guido, partigiano del Partito d'Azione, Pasolini matura l'adesione al marxismo e nel '47 si iscrive al PCI. Si apre un triennio di militanza durante il quale amplia l'opera in versi e fa lievitare il "romanzo politico" che diventera' il sogno di una cosa. Com'e' nota, alla fine del '49 un processo per atti osceni, manovrato dalla Dc locale, provoca l'espulsione di Pasolini dal partito, la perdita dell'incarico di insegnante, l'abbandono di gran parte degli amici e ammiratori sparsi nella regione, il crollo definitivo della precaria situazione familiare e infine la partenza per Roma, in compagnia della madre, nel gennaio 1950. Pochi mesi prima scriveva a Silvana Mauri: "La mia malattia consiste nel non mutare, mi capisci vero? 'Diventare felici e' dovere' (Gide), questo e' stato l'unico dovere della mia vita, e l'ho compiuto con accanimento, lo strazio e la malavoglia che il 'dovere' comporta". Lo scenario friulano, scomparendo, svela una vitalita' maturata nella solitudine e nel lavoro, una "sapienza di se'" che, non e' felicita', e' pienezza e presenza di un corpo ormai "gettato nella lotta". La corrispondenza con Silvana Mauri, gia' parzialmente nota, ne' da un progressivo e appassionato chiarimento, e cosi' altre lettere scritte nella "stanzetta" di Casarsa, diventata soffocante come il Friuli. Pasolini a Roma e' poverissimo e sradicato: ma l'impatto con l'universo degli emarginati da' vita a una "folgorazione linguistica" che inaugura il secondo tempo della poesia dialettale. Il prepotente imporsi di quella nuova realta' linguistica prima ancora che sociologica, gli consente di arricchire il binomio lingua-stile con un divorante impegnoalla mimesi, cui concorre il suo marxismo anti-istituzionale e una rinnovata "competenza di umilta'" (contini). Le lettere di questo periodo (1950-52) tendono a far dimenticare le sue quasi disperate condizioni materiali: la primavera di Roma sa "di stracci bagnati e seccati al caldo, di ferrivecchi, di scarpate brucianti d'immondizie", mentre l'aria ha un profumo che e' "come un enorme parafango scottato dal sole". Ancora la volta la realta' "unico idolo", crea lo stile, e di questo procedere uno dentro l'altro si trovano tracce rilevanti nelle lettere ai nuovi amici (Leonardo Sciascia, Vittorio Sereni, Carlo Betocchi, Giacinto Spagnoletti), in cui sono testimoniate le fasi preparatorie di "Officina" e l'ultimazione di Ragazzi di vita. La corrispondenza che riguarda l'inserimento di Pasolini nella societa' letteraria - tra le meno interessanti del volume - danno tuttavia l'impressione che, nonostante il prestigio acquisito in poco tempo, egli si trovi ancora ben di qua della data cardine della sua carriera, quel 1955 che gli dara' con l'uscita di Ragazzi di vita, successo e "immagine". Questa prima parte dell'epistolario si ferma al 1954: un modo per dire che "dopo" niente sarebbe stato come prima? 



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