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Guido Pasolini

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giovedì 21 agosto 2014

Pasolini compie novant’anni di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti - Lampi sull’Eni

"ERETICO & CORSARO"
 

 
 
Pasolini compie novant’anni
By 
di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti
 
Lampi sull’Eni
 
 
Tutte le edizioni di Petrolio finora pubblicate contengono uno strano capitolo formato da un titolo e una pagina bianca. Il titolo èAppunto 21. Lampi sull’Eni. È quello che viene subito prima dell‘Appunto 22. Il cosiddeto impero dei Troya, cioè le pagine di cui abbiamo parlato finora. Secondo Graziella Chiarcossi, erede di Pasolini e curatrice della prima edizione di Petrolio, quel capitolo non è mai strato scritto. Eppure viene richiamato in un’altra pagina di Petrolio come se fosse già scritto: «Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato “Lampi sull’Eni”, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria» (Il cosiddetto impero dei Troya: le filiali più vicine alla casa madre, p. 97). Anche l’edizione di Silvia De Laude, molto accurata nelle note, non commenta quello strano rinvio a un capitolo che non c’è. Il primo a notare l’incongruenza è stato Calia. Vi si è soffermato poi D’Elia, che la considera la prova di un possibile furto di pagine dal manoscritto diPetrolio, poiché «non si può “rimandare” che a ciò che si è già scritto» (Il Petrolio delle stragi, pp.16-17). Certo, Pasolini avrebbe anche potuto avere in testa i contenuti di quel capitolo, pur non avendolo ancora steso, e ripromettendosi di farlo in un momento successivo, ma certamente la “lacuna” apre delle domande. Soprattutto se la si somma alla natura dell’argomento, alle modalità della morte dell’autore, al furto o sopralluogo che secondo alcuni testimoni ci sarebbe stato nella casa di Pasolini subito dopo l’omicidio, alle dichiarazioni di Pasolini stesso secondo le qualiPetrolio avrebbe dovuto essere più lungo di quello che ora abbiamo, e infine anche al fatto che Petrolio è stato pubblicato ben diciassette anni dopo l’omicidio (un ritardo solo in parte giustificato dall’incompiutezza del manoscritto).
Da ciò che scrive Pasolini, si può ritenere che in quell’appunto mancante doveva (o avrebbe dovuto) esserci un riferimento esplicito al periodo partigiano di Cefis, e forse ad alcune ombre del suo passato nella Divisione apolitica Valtoce in Val d’Ossola (poi inquadrata nelle Brigate Fiamme Verdi, di orientamento cattolico), e in particolare nella Brigata Alfredo Di Dio, dedicata alla memoria del comandante caduto in un agguato il 12 ottobre 1944 – morte di cui Cefis sembra portare qualche responsabilità. Sono gli anni in cui si cementano i legami – già stretti – tra il partigiano “Alberto” (il nome di battaglia di Cefis) e l’Office of Strategic Services (Oss) precursore della Central Intelligence Agency (Cia), l’agenzia di spionaggio per l’estero degli Stati Uniti.
Dunque, o quelle pagine non sono state scritte oppure sono state sottratte. E in questo secondo caso si tratterebbe di una sottrazione mirata. Perché proprio le pagine di Lampi sull’Eni? Chi si impossessò di quelle carte doveva essere a conoscenza del loro contenuto. Sapeva che nel romanzo si parlava dell’omicidio di Mattei e si faceva anche il nome del mandante, Eugenio Cefis. Ma il suo bisturi non lavorò alla perfezione. Forse per la fretta, forse per scarsa dimestichezza con la strana forma compositiva di Petrolio, egli non si accorse che in un’altra pagina del manoscritto, uno schema riassuntivo del 16 ottobre 1974 (circa un mese dopo aver ricevuto da Fachinelli la fotocopia di Questo è Cefis) riportava il “sunto” del capitolo mancante. Si tratta del passo già citato sopra «Troya sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei…)» ecc, assieme a un diagramma, questo (Appunti 20-30. Storia del problema del petrolio e retroscena, pp. 117-18):
 
 
Pasolini annota un «romanzo non tanto ‘a schidionata’ quanto ‘a brulichio’, o magari a ‘shish kebab’ / tutta questa è un’enorme digressione alla Sterne, che lascia Carlo nell’atto di andare al ricevimento della signora F. E lo riprende quando entra / – specchietto dell’Impero Eni poi Montedison / – specchietto dell’impero Monti secondo questo schema». Di nuovo Calia evidenzia (qui in corsivo) alcuni passaggi di Petrolio utili alle sue indagini:
 
- La signora presso cui c’è il ricevimento è la Signora titolare di un Ente Culturale finanziato (per ragioni di amicizia o parentela) sia da Cefis che da Monti […] / * Il racconto che porta al punto di incrocio del salotto della Signora è costituito tutto da notizie e informazioni di affari e parentele ecc. (Appunti 20-30). Ma anche nel punto di incrocio si raccontanofatti di affari, interessi, mene, clientelismo che preparano la II parte / In questo preciso momento storico (I BLOCCO POLITICO) Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti). Egli con la cricca politica ha bisogno di anticomunismo (’68): bombe attribuite ai fascisti [nella realtà, le bombe milanesi del 12 dicembre 1969 vennero attribuite agli anarchici Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda] / (Restivo lo conosciamo nel salotto della signora F.) / Il II BLOCCO POLITICO (app. sarà caratterizzato dal fatto che la stessa persona (Troya) sta per essere fatto presidente della Montedison. Ha bisogno, con la cricca dei politici, di una verginità fascista (bombe attribuite ai fascisti) / ** inserire i discorsi di Cefis: i quali servono a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico e esplicito […] / Mattei lo usa per i contatti coi fascisti proprio per la sua intaccabilità di antifascista e cattolico di sinistra / I fascisti siciliani ricattano – per questa ragione – Carlo quando è il momento di ammazzare Mattei; e Carlo si fa complice (sia pure solo col silenzio). A proposito della mafia [...]
(Appunti 20-30. Storia del problema del petrolio e retroscena, pp. 117-18; Richiesta di archiviazione, nota 1290, p. 416).
 
Quando Pasolini scrive che Carlo Troya (Carlo, come il padre di Pasolini) ovvero Cefis, «sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei cronologicamente spostato in avanti)», egli si discosta dall’ipotesi corrente, secondo cui la morte di Mattei aveva come unico movente gli interessi della lobby petrolifera americana o quelli francesi in Algeria (è l’ipotesi ventilata anche nel film di Francesco Rosi, Il caso Mattei)28. Non solo. Per Pasolini, Mattei era stato ucciso per far posto a Cefis (in cui si doveva leggere «fisicamente Fanfani», come è scritto sopra il diagramma). Dunque un intrigo per buona parte interno all’Italia e ai suoi blocchi di potere, le cui fila erano tenute in mano da Cefis, così come ricostruirà Calia molti anni dopo. Un complotto «orchestrato “con la copertura degli organi di sicurezza dello Stato” e poi occultato in un intreccio di omertà e depistaggi pronti a ricompattarsi ogni volta che, nella storia del Paese, qualcuno minaccia di rivelarne il segreto». Secondo il pentito “storico” di Cosa nostra Tommaso Buscetta:
Mattei fu ucciso su richiesta di Cosa nostra americana perché con la sua politica aveva danneggiato importanti interessi americani in Medio Oriente. A muovere le fila erano molto probabilmente le compagnie petrolifere, ma ciò non risultò a noialtri direttamente, in quanto arrivò Angelo Bruno, della famiglia di Filadelfia, e ci chiese questo favore a nome della Commissione degli Stati Uniti [...] Occorreva pertanto studiare un metodo per eliminarlo del tutto inusuale per noi e tale da fare in modo che l’episodio rimanesse avvolto nel mistero più fitto. Salvatore Greco ‘Cicchiteddu’ si assunse il compito di organizzare materialmente l’attentato. Egli, a sua volta, si consultò con Stefano Bontade [...] Il contatto con Mattei fu stabilito da Graziano Verzotto, un uomo di potere che rappresentava l’Agip in Sicilia e militava nella Democrazia cristiana. Verzotto non era informato, ovviamente, del progetto di Cosa nostra, ma era molto legato a Di Cristina [di cui Verzotto era stato testimone alle nozze] [...] Penso che fu proprio Verzotto, o lo stesso Di Cristina a presentare a Mattei un gruppo di giovanotti della mafia (quelli che ho nominato prima più Stefano Bontade) che lo portarono a caccia – sapevamo che Mattei aveva una passione per questo sport – nei dintorni di Catania il giorno prima della sua morte [...] Di Cristina procurò l’accesso a una riserva privata dove accompagnare Mattei. L’aereo di quest’ultimo fu manomesso durante questa battuta di caccia. Esisteva, ovviamente, una vigilanza che doveva essere elusa. Ma la vigilanza di quei tempi non era quella di oggi: consisteva in un paio di guardie che passeggiavano su e giù nei pressi dell’aereo (Verbale dell’interrogatorio del 29 aprile 1994, in Richiesta di archiviazione, pp. 2165-2172. Nelle ore passate da Mattei in Sicilia, non risulta che il presidente dell’Eni abbia preso parte a battute di caccia).
Buscetta dunque conferma: l’aereo di Mattei subì un sabotaggio. Lo si riscontra anche dalle confessioni di altri “pentiti”: Gaetano Iannì («per l’eliminazione di Mattei c’era stato un accordo tra gli americani e Cosa nostra. Il centro di Cosa nostra, cioè Palermo, incaricò per l’eliminazione Di Cristina Giuseppe il quale con la sua famiglia fece in modo che sull’aereo sul quale viaggiò il Mattei venisse collocata una bomba») e Salvatore Riggio («Sempre in ordine alla morte di Enrico Mattei, nella famiglia di Riesi si parlava di una bomba messa sull’aereo»).



Fonte:
 
 

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