giovedì 7 agosto 2014

Pasolini e Calvino - Storie di carta e d'inchiostro e storie di carne e di sangue

"ERETICO & CORSARO"

 
 

QUADERNI DEL LICEO SCIENTIFICO STATALE
“GALILEO GALILEI”ALILEO GALILEI”
numero 2
Sentieri letterari del Novecento
Relazioni su temi di Letteratura italiana
a cura di
Lina D’Andrea
PROVINCIA DI PERUGIA


Calvino-Pasolini: storie di carta e d’inchiostro e storie di carne e di sangue

Caro Pierpaolo, l’ho letto tutto. E’ bellissimo.3 Con uno stacco netto su tutti gli altri nostri libri. E’ il tipo di libro che bisognava scrivere. Tutte (o quasi) le cose che io voglio ci siano in un libro ci sono. E’ un libro come avrei voluto scrivere io (con tutte quelle cose dentro, poi diversissimo) e forse mai scriverò, ma sono contento che sia stato scritto cioè che la letteratura oggi non sia tanto diversa da come la vorrei. C’è il salto qualitativo da “Ragazzi di vita”, perché in Ragazzi di vita (pur bellissimo come poema lirico) mancava la tensione individuale, l’attrito col mondo, e l’umanità era marmellata.(4)

L’entusiasmo della lettera testimonia un rapporto fra i due autori molto autentico nella sua dialetticità, un rapporto documentato nelle raccolte di Lettere di entrambi (5) nelle quali molto frequentemente si definisce il ruolo della letteratura attraverso l’ispirazione del momento di due intellettuali italiani spesso contrapposti. La lettera riportata è significativa per l’affermazione della stima di Calvino per un collega che ha fatto una scelta di “impegno” diversa dalla sua. Queste scelte diversificate fanno scrivere a Pasolini nel 1973:

Poi Calvino ha cessato di sentirsi vicino a me.” (6)

E Calvino nella sua accorata risposta fornisce la risposta anche all’interrogativo che anima da anni un dibattito critico tra i più accesi. Quale la funzione della letteratura e dell’intellettuale nella società: passionale impegno o eburneo disimpegno?

Caro Pier Paolo, solo ieri ho letto il tuo articolo bellissimo(7) e sono felice che ancora lo scrivere mi riservi la sorpresa di un dialogo come questo, un discorso come il tuo tutto di rapporto diretto e intelligenza vitale, fuori da ogni prevedibile meccanismo del discorso critico. […] Una parola sul nostro”aver cessato di sentirci vicini” negli ultimi dieci anni o giù di lì. Sei tu che sei andato molto lontano, vuoi dire: non solo nel cinema che è quello che più di lontano ci può essere dal ritmo mentale di un topo di biblioteca quale io nel frattempo sono diventato, ma perché anche il tuo uso della parola s’è adeguato a comunicare traumaticamente una presenza come proiettandola su grandi schermi: un modo di rapido intervento sull’attualità che io ho scartato in partenza.[…] l’essere presente per dire la tua sull’attualità secondo l’ottica dei giornali, col metro dell’attualità dei giornali e in presa diretta sull’‘‘opinione pubblica” dà certo una grande sensazione di vita, ma è vita nel mondo degli effetti, non in quello delle lente ragioni. E’ dunque il tuo “modo di aver scelto l’attualità” che ci ha diviso: non il mio, che non esiste; nell’attualità ho capito spesso di non aver posto e sono rimasto da parte, magari rodendomi il fegato, ma restando in silenzio, come tu dici del resto, tanto anche se avessi parlato non c’era nessuno disposto a starmi a sentire e a rispondermi.[…] Quello che tu dici della mia immagine che ha cominciato a ingiallire e a scolorire corrisponde bene alle mie intenzioni. I morti, a non essere più in un mondo in cui troppe cose non gli appartengono più, devono provare un misto di dispetto e di sollievo, non diverso dal mio stato d’animo. Non per niente sono andato a vivere in una grande città dove non conosco nessuno e nessuno sa che esisto: e così ho potuto realizzare un tipo di vita che era almeno una delle tante vite che ho sempre sognato: passo dodici ore al giorno a leggere, la maggior parte dei giorni dell’anno. Cercherò di leggerti sempre su “Tempo”. Abbiti i miei ringraziamenti e saluti con la mia vecchia amicizia.(8)

Questa lettera esprime una sintetica, ma acuta e sentita analisi dell’essere intellettuali in quegli anni così ideologicamente segnati e con assunti relativi alla figura dell’intellettuale in età post-moderna... Lo scoiattolo della penna, come Pavese definì Calvino, con la sua incisiva leggerezza nel dominio assoluto di forma e costruzione spiega la distanza, o meglio, il non sentirsi vicini intuito e denunciato da Pasolini, intellettuale inserito nei mass-media con la dominanza della categoria della visibilità e della vita e passione. Non appartiene a Calvino questa categoria, questo modo di aver scelto l’attualità: preferisce, e lo dichiara, il nascondimento isolato nelle sue storie di carta e d’inchiostro alla impegnata visibilità di un Pasolini, dedito alle storie di carne e di sangue (9), che non accetta di scomparire dietro il testo, dietro le maschere della narrazione e le frantumazioni dell’identità.


3 In questa lettera Calvino fa riferimento a Una vita violenta di Pasolini edita da Garzanti nel 1959. Anche a P.Citati in una lettera dell’8 giugno esprime giudizio analogamente positivo: Il Pasolini è un bellissimo libro.Bellissimo. Uno dei più bei libri italiani del dopoguerra, uno dei più bei libri degli ultimi anni in senso assoluto.(I. Calvino, Lettere 1940-1985, Meridiani, Mondadori, 2000, p. 598)
4 I. Calvino, Lettere 1940-1985, Meridiani, Mondadori, 2000, p. 596
5 Vedi P. Pasolini, Lettere 1955-1975, a cura di N. Naldini, Einaudi, Torino, 1988
6 P. Pasolini, Lettere 1955-1975, op. cit., pp. CXLVI-CXLVIII
7 Riferimento alla recensione delle Città invisibili sul settimanale Tempo del 28 gennaio 1973
8 I. Calvino, Lettere 1940-85, op. cit., pp. 1196-1198
9 C. Benedetti, Pasolini contro Calvino, Bollati Boringhieri, 1998






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