martedì 4 novembre 2014

Sul delitto Pasolini, silenzio assordante - Simona Ruffini Criminologa e Simona Zecchi giornalista.

"ERETICO & CORSARO"

Opera di Fabio Pop Gismondi


ECCO LA NOSTRA NOTA INVIATA ALLE AGENZIE



Delitto Pasolini/ Legale famiglia Pasolini: silenzio assordante, si archivi
"Che cosa sta facendo la Procura della Repubblica di Roma?"

Roma, 3 nov. (TMNews) - "In un silenzio quasi assordante dei mezzi di comunicazione si è perso dopo 39 anni il ricordo dell'omicidio di Pier Paolo Pasolini".
Così afferma in una nota l'avvocato Stefano Maccioni, difensore di Guido Mazzon, cugino del grande scrittore e regista ucciso il 2 novembre del 1975.

Della vicenda "forse se ne è parlato troppo e male e questo ha contribuito a creare la divisione tra coloro che ricercano ad ogni costo la verità e coloro che invece si sono appagati della ricostruzione parziale fornita dai giudici. Quello che è certo è
il ritardo oramai inescusabile con il quale la magistratura non riesce a far luce sul delitto".

Il penalista sottolinea come su sua iniziativa e della criminologa Simona Ruffini venne a suo tempo presentata l'istanza che ha portato alla riapertura delle indagini. "Il 10 maggio 2010 il Ris dei carabinieri di Roma ha iniziato l'esame dei reperti custoditi al museo criminologico di Roma, come la maglia indossata".
A parere del penalista sullo sfondo c'è "un legame tra tre delitti eccellenti quello di Enrico Mattei, quello di Mauro de Mauro e quello di Pasolini".

Il legale ricorda una serie di "elementi concreti" prospettati agli inquirenti, a
cominciare da alcune sentenze che hanno riguardato il caso del giornalista dell'Ora.

"Ma a distanza di 39 anni dall'omicidio e di cinque dalla riapertura delle indagini, ed alla luce di tutti gli elementi raccolti, a nome dell'unica persona offesa presente nel processo vorremmo sapere perché non si procede a richiedere l'archiviazione del procedimento, qualora secondo il pubblico ministero non si ravvisino elementi tali da poter sostenere l'accusa in giudizio, oppure si proceda ad esercitare l'azione
penale, come prevede il nostro codice di procedura penale.

Questo silenzio è terribile e continua ad alimentare il caos di ricostruzioni fantasiose sul delitto".


Simona Ruffini Criminologa




Opera di Fabio Pop Gismondi



Pier Paolo Pasolini, l’inchiesta infinita di una morte annunciata

Pubblicato il 4 novembre 2014 

Una volta, un noto estremista di destra che avrebbe poi confessato la sua partecipazione ad alcuni eventi efferati che stavano insanguinando il Paese, confidò a un suo intimo amico: «Se non trovano niente nei primi 10 giorni non scopriranno più la verità».E’ quella delle indagini confuse, mescolate e senza logica, infatti, una delle caratteristiche che contraddistinguono la vicenda giudiziaria sul massacro perpetuato a Pier Paolo Pasolini.

Restando fedeli alla massima estremista poco fa espressa, basta allora tornare già alle prime quarantott’ore dopo il delitto, quarantott’ore scandagliate subito da L’Europeo il 21 novembre 1975 con un elenco preciso e puntuale di tutti gli errori fondamentali (almeno 6) iniziali. Il settimanale proseguirà poi in una lunga contro-inchiesta a firma di Oriana Fallaci e del suo collaboratore morto in strane circostanze molti anni dopo, nel 1989 (Mauro Volterra):

1. ad accorrere sul luogo del delitto in quella che era una stradina sterrata sputata sul mare di Ostia, due Giulia della polizia che non pensa nemmeno lontanamente di allontanare la folla accalcatasi intorno al corpo martoriato, inquinando così sin da subito quella scena criminis tanto dipinta e raccontata negli anni avvenire.

2. Nessuno ha tracciato sul foglio allora apposito degli inquirenti, i punti esatti dei vari ritrovamenti “di solito contraddistinti da lettere dell’alfabeto” come sottolinea il giornalista Gian Carlo Mazzini quel 21 novembre.


3. Dalla domenica del ritrovamento fino al giovedì successivo, la macchina di Pasolini è rimasta sotto una tettoia nel cortile di un garage, aperta e senza sorveglianza (è poco noto inoltre e quindi è anche bene ricordarlo qui, che quella stessa Alfa GT che Pasolini voleva destinare comunque a Ninetto Davoli, dopo la sua morte, un suo desiderio espresso in un foglietto, è stata fatta rottamare dallo stesso Davoli senza minimamente pensare che poteva essere un corpo di reato ancora da analizzare).


4. Alla scomparsa delle tracce già inquinate, subito dopo l’omicidio, si aggiunge anche la lenta adempienza degli investigatori che a parte il sopralluogo all’alba di quel 2 novembre faranno ritorno sul luogo del delitto soltanto il lunedì successivo, 3 novembre,quando ormai la strada era solcata da buche profondissime tanto era stato il traffico in quei due giorni.


5. Contrariamente a quanto fatto da Furio Colombo la mattina stessa del ritrovamento del corpo, che intervistò un pescatore del posto, il quale sin da subito nel racconto parla di più persone e dello stesso grido (“Mamma mamma m’ammazzano”) che anche Pelosi nelle interviste successive tra rimandi e dinieghi e qualche verità aveva da un certo punto in poi, 2005, cominciato a raccontare, gli investigatori cominciarono a interrogare gli abitanti di quelle che allora si chiamavano “baracche” e i frequentatori della stazione Termini dove, dice la vulgata e una ricostruzione ormai labile, “per la prima volta” si incontrano Pelosi e Pasolini solo molti giorni dopo mentre quel pescatore non fu mai sentito.


6. Infine, sul luogo del delitto non è mai stato chiamato il medico legale. E’ come quando in certi casi insomma si nega l’esame autoptico perché si pensa che la persona sia morta d’infarto: con Pasolini è stato cosi. La certezza di avere già degli elementi e di trovarsi di fronte a un “omicidio nel mondo del vizio”, come qualcuno scrisse già nel marasma di giudizi e preconcetti sul terribile evento, ha creato dei precedenti che da subito ha macchiato d’incertezza e oscurità quella dinamica così complessa secondo i testimoni e gli aneddoti emersi poi negli anni, che ormai districarsi per chi non segue ogni rivolo giudiziario diventa una scommessa.


Nel 2010, dopo un tamtam politico-mediatico senza precedenti, battuto per primo da Marcello Dell’Utri in occasione di una mostra del libro antico a Milano e alcune testimonianze che l’avvocato Stefano Maccioni, insieme alla criminologa Simona Ruffini nel 2009 hanno portato alla conoscenza del magistrato titolare delle indagini preliminari tuttora aperte, Francesco Minisci, la procura di Roma decide di riaprire le ricerche fino ad arrivare nel dicembre del 2013 a prelevare 120 Dna da altrettanti sospettati.
Nonostante le nuove testimonianze, pure molto importanti di cui parleremo nella seconda parte, e un’inchiesta giornalistica pubblicata nel 2008 da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Profondo Nero, Chiarelettere) il vero incentivo a riaprire il caso è stato appunto quello politico. Dopo le esternazioni di Dell’Utri che riferivano novità sul famoso “Appunto 21″, l’appunto cui Pasolini stesso in Petrolio si riferisce con un titolo Lampi su Eni, infatti, Walter Veltroni cominciò a pungolare l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano per la riapertura del caso, fino a che non ottenne una risposta. Quel pungolo arrivò anche alla procura la quale alla fine si decise.
Succede purtroppo quando un caso diventa motivo di indignazione o visibilità spesso al limite della speculazione (guarda il recente caso Cucchi, ndr) con al centro di tutto non la ricerca della verità ma l’esaltazione mediatica o il tornaconto di qualcuno (Dell’Utri in quel momento, marzo 2010, già condannato per mafia era in attesa del verdetto della cassazione e nei giorni successivi tra pentimenti sulle esternazioni e rimandi continui ha riempito i giornali nazionali). Il 5 dicembre 2011, poi, Dell’Utri fu interrogato dai pm di Palermo su ciò che avrebbe visto a Milano durante quella mostra, ossia alcune veline di quell’appunto o capitolo senza però cavarne granché. La familiare più stretta ed erede di Pier Paolo Pasolini, Graziella Chiarcossi, a ogni riferimento sospinto al riguardo fa scudo e sottolinea che quell’appunto non esiste. Lo ha fatto anche in un recente articolo apparso sulle pagine del Domenicale de Il Sole 24 Ore in risposta a un semplice excursus sul fatto.
E’ cosi che le parole di quell’estremista tornano cocenti e vere come non mai in questa storia. Non sono i soli “errori” disseminati e qui ricapitolati, posto che gli errori possono sempre sussistere, a complicare tutto sin dall’inizio, a imbrogliare le carte, ma molto altro in un’inchiesta infinita che ancora non permette di leggere Pasolini senza più quel corpo martoriato davanti agli occhi. (fine prima parte)

Simona Zecchi
Fonte:
http://www.lettera35.it/inchiesta-caso-pasolini-prima/#prettyPhoto

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