mercoledì 1 gennaio 2014

Nel segno di Rimbaud - di Angela Molteni

"ERETICO e CORSARO"



Nel segno di Rimbaud.
di Angela Molteni
novembre 1997
.
Ostia, 2 novembre 1975: in uno sterrato semideserto del litorale romano viene rinvenuto, orrendamente massacrato, il corpo di Pier Paolo Pasolini. Il "ragazzo di vita" Giuseppe Pelosi, si confessa unico autore del delitto. L'assassino del più "sovversivo", "scomodo", "scandaloso" intellettuale italiano risultò subito un fatto delittuoso all'insegna dell'ambiguità - per i suoi presupposti, per le sue implicazioni, per la sua stessa dinamica in più punti oscura, implausibile e inesplicabile.

In quei giorni ormai lontani della morte di Pier Paolo Pasolini, più che piangere il poeta scomparso e la grave perdita che subiva la cultura con la scomparsa di una delle voci più significative del Novecento, si scatenò una canea di commentatori: nel migliore dei casi, i loro discorsi erano tesi a dimostrare che egli "era un omosessuale, non poteva che fare quella fine", in altre parole "se l'era andata a cercare". I fascisti arrivarono oltre: riempirono di scritte insultanti i manifesti funebri esposti sui muri di Roma. Poi ci furono i commenti a vent'anni dalla morte: nel '95 vi furono apologetiche commemorazioni. Provenivano dalle stesse fonti che lo avevano doppiamente assassinato; anche dai fascisti, che tentarono di farne una loro bandiera...

"... Pasolini era del tutto indifeso e non si appoggiava a nulla, come tutti i veri intellettuali. O meglio si appoggiava alla propria 'diversità', donde l'insopprimibile sua tendenza a scandalizzare cioè a volere intervenire nella vita pubblica senza, in precedenza, essersi disfatto delle sue tante anormalità. Egli sapeva di essere scandaloso; ma ignorava il pericolo mortale che correva scandalizzando una classe come la borghesia italiana che in quattro secoli ha creato i due più importanti movimenti conservatori d'Europa, cioè la controriforma e il fascismo." (1)

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, ma pochi pregiudizi sono caduti nei confronti della "diversità", sia essa costituita dall'etnia, dalla menomazione fisica, dalla scelta della propria sessualità. Ho sentito, per esempio, commenti molto simili a quelli usati per Pasolini, espressi da persone comuni, quando Rudolf Nureyev, il grande danzatore, morì nel 1993 di Aids. E anche gli organi di stampa non sono stati leggeri: c'è stata una gara a chi riuscisse a impossessarsi della fotografia "più significativa" per mostrare il degrado di una malattia originata da un "peccato" devastante. Anche in questo caso, non contavano le sue geniali creazioni coreografiche, né l'avere rivoluzionato l'arte del balletto classico. Contava il suo essere stato omosessuale: la morte per Aids "se l'era andata a cercare". Pasolini, in più, era un personaggio scomodo per il potere, aveva osato attaccare "il palazzo": tutti gli strumenti di cui si serviva - la poesia, il cinema, la letteratura - egli li aveva rivolti implacabilmente e senza remore contro coloro che sfruttavano, che mercificavano ogni cosa, che facevano del consumismo il loro massimo ideale. Ed era comunista...

Molti omosessuali sono stati dileggiati dalla società, portati davanti ai tribunali, puniti. Nel caso di Pasolini, l'ostracismo dato al "diverso", la persecuzione di cui fu vittima, sono atti simbolici che nascondono, nella sottile astuzia dei persecutori, l'obiettivo di far sentire come diverse e "contro natura" anche le idee per cui l'uomo si batte.

"Ora però avviene che qualcuno pur essendo comunista, si permette di non essere sano e normale (s'intende dal punto di vista della borghesia) e all'omosessualità aggiunge altre anormalità come la cultura, la poesia, la polemica politica, l'arte ecc. ecc. Che cosa succederà ad un simile personaggio? [...] sarà odiato non già perché è comunista e perché è omosessuale, ma perché vuole essere tutte e due le cose insieme, nonché poeta, uomo di cultura, polemista politico, artista di tutte le arti." (1)

Pasolini visse la propria condizione di "diverso" all'interno di una società di cui osservava con occhio spietato l'ipocrisia divenuta "normalità" e il progressivo e inesorabile disfacimento: condusse quindi una vita nella quale le sue stesse contraddizioni, il suo vero e proprio "sdoppiamento" dovettero essere per lui fonte di infinite sofferenze. Visse in malo modo quella che era in lui una pulsione insopprimibile. Ne parlò all'amica Silvana Ottieri, scrivendole una lettera, che è uno spezzone di biografia e di acuto dolore, da Roma dove si era stabilito negli anni seguenti la "fuga" dall'amato Friuli:


"... Posso solo dirti che la vita ambigua - come tu dici bene - che io conducevo a Casarsa, continuerò a condurla qui a Roma. E se pensi all'etimologia di ambiguo vedrai che non può essere che ambiguo uno che viva una doppia esistenza. Per questo io qualche volta - e in questi ultimi tempi spesso - sono gelido, " cattivo", le mie parole "fanno male". Non è un atteggiamento "maudit", ma l'ossessionante bisogno di non ingannare gli altri, di sputar fuori ciò che anche sono. Non ho avuto un'educazione o un passato religioso e moralistico, in apparenza: ma per lunghi anni io sono stato quello che si dice la consolazione dei genitori, un figlio modello, uno scolaro ideale... Questa mia tradizione di onestà e di rettezza - che non aveva un nome o una fede, ma che era radicata in me con la profondità anonima di una cosa naturale mi ha impedito di accettare per molto tempo il verdetto...
Non so se esistano più misure comuni per giudicarmi, o se non si deve piuttosto ricorrere a quelle eccezionali che si usano per i malati. La mia apparente salute, il mio equilibrio, la mia innaturale resistenza, possono trarre in inganno... Ma vedo che sto cercando giustificazioni, ancora una volta... Scusami, volevo solo dire che non mi è né mi sarà sempre possibile parlare con pudore di me: e mi sarà invece necessario spesso mettermi alla gogna, perché non voglio più ingannare nessuno - come in fondo ho ingannato te, e anche altri amici che ora parlano di un vecchio Pier Paolo, o di un Pier Paolo da rinnovarsi. Io non so di preciso che cosa intendere per ipocrisia, ma ormai ne sono terrorizzato. Basta con le mezze parole, bisogna affrontare lo scandalo, mi pare dicesse San Paolo... Uno normale può rassegnarsi - la terribile parola - alla castità, alle occasioni perdute: ma in me la difficoltà dell'amare ha reso ossessionante il bisogno di amare...
Qui a Roma posso trovare meglio che altrove il modo di vivere ambiguamente, mi capisci?, e, nel tempo stesso, il modo di essere compiutamente sincero, di non ingannare nessuno, come finirebbe col succedermi a Milano: forse ti dico questo perché sono sfiduciato, e colloco te sola nel piedestallo di chi sa capire e compatire: ma è che finora non ho trovato nessuno che fosse sincero come io vorrei.
La vita sessuale degli altri mi ha sempre fatto vergognare della mia: il male e' dunque tutto dalla mia parte? Mi sembra impossibile. Comprendimi, Silvana, ciò che adesso mi sta più a cuore è essere chiaro per me e per gli altri: di una chiarezza senza mezzi termini, feroce. È l'unico modo per farmi perdonare da quel ragazzo spaventosamente onesto e buono che qualcuno in me continua a essere... Ho intenzione di lavorare e di amare, l'una cosa e l'altra disperatamente...
La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c'è il segno di Rimbaud, o di Campana o anche di Wilde, ch'io lo voglia o no, che gli altri lo accettino o no. È una cosa scomoda, urtante e inammissibile, ma è così; e io, come te, non mi rassegno... Io ho sofferto il soffribile, non ho mai accettato il mio peccato, non sono mai venuto a patti con la mia natura e non mi ci sono neanche abituato. Io ero nato per essere sereno, equilibrato e naturale: la mia omosessualità era in più, era fuori, non c'entrava con me. Me la sono sempre vista accanto come un nemico, non me la sono mai sentita dentro. Solo in quest'ultimo anno mi sono lasciato un po' andare: ma ero affranto, le mie condizioni famigliari erano disastrose, mio padre infuriava ed era malvagio fino alla nausea, il mio povero comunismo mi aveva fatto odiare, come si odio un mostro, da tutta una comunità, si profilava ormai anche un fallimento letterario: e allora la ricerca di una gioia immediata, una gioia da morirci dentro era l'unico scampo. Ne sono stato punito senza pietà. Aggiungerò ancora subito su questo argomento un particolare: fu a Belluno, quando avevo tre anni e mezzo (mio fratello doveva ancora nascere) che io provai per la prima volta quell'attrazione dolcissima e violentissima che poi mi è rimasta dentro sempre uguale, cieca e tetra come un fossile..."

Non altrettanto tetra e cieca è l'attrazione che Pasolini descrive con leggerezza quasi soave in Teorema (2). È giunto un Ospite inatteso nella villa di un industriale milanese, un Ospite che trascorre il tempo a leggere l'opera omnia di Rimbaud e che eserciterà il proprio fascino, e la propria sessualità, su ciascuno dei componenti la famiglia. Vi è invece nel narratore una grande maestria, anche nella scelta degli aggettivi, nella formulazione degli incisi. E una grande dolcezza.


"Il giovane ospite si spoglia, come è naturale davanti al ragazzo [Pietro, il figlio dell'industriale]: fino a rimanere del tutto nudo senza nessun timore, senza nessun particolare senso di vergogna, come avviene, o dovrebbe avvenire, nella maggior parte dei casi, tra due giovani dello stesso sesso, e circa della stessa età.
[...] Prima di addormentarsi i due ragazzi si scambiano poche semplici parole: poi si danno la buona notte, e ognuno resta solo nel suo letto.
Il giovane ospite - pieno di quella sua serenità che tuttavia non ferisce chi ne è privo - si addormenta del sonno misterioso delle persone sane. Invece, Pietro non riesce ad addormentarsi; rimane con gli occhi aperti, si gira sotto le lenzuola: fa tutto ciò che fa chi soffre di un'insonnia stupida, umiliante come un'ingiusta punizione.
[...] Improvvisamente, si alza. E, piano piano, per paura che l'ospite si risvegli, anzi, terrorizzato da questa idea, bianco per l'ansia, e tremante per la paura di essere colto in quella sua azione - fa qualche passo nella stanza, va vicino all'ospite e ne osserva a lungo il viso, le braccia, il petto scoperto. Adesso è lì che trema di fronte al letto dell'ospite. E, appunto come obbedendo a un impulso più forte di lui (e che pure viene da dentro di lui) - lo stesso impulso che l'ha fatto uscire dal letto - egli ora compie un atto che, fino a qualche momento prima, non si sarebbe nemmeno sognato di poter compiere o, piuttosto, di voler compiere. Piano piano egli tira giù la leggera coperta posata sul corpo nudo dell'ospite, facendola scivolare lungo le sue membra. La mano gli trema, e gli esce quasi un gemito dalla gola. [...]"
Angela Molteni maggio 1997


(1) Alberto Moravia, pagine introduttive, in AA.VV., Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, Garzanti, Milano 1977
(2) Pier Paolo Pasolini, Teorema, Garzanti, Milano 1968.
"Il teorema in questione", scrive Serafino Murri [in Pier Paolo Pasolini, Editrice il Castoro, Milano] "ha per argomento l'irrimediabilità della borghesia, che è destinata a soccombere proprio attraverso il suo strumento di dominio: la razionalità illuministica. Ultimo tentativo di perpetuare il suo pericolante dominio per la borghesia non può essere che la trasformazione dell'intera società, e in primo luogo delle classi subalterne, in un'unica, omologante Cultura Borghese [...] se l'individuo borghese è posto a contatto con quanto la sua società ha esorcizzato con i propri strumenti di dominio, cioè col 'sacro' in quanto zona superindividuale del tutto estranea alla Ragione dominante, ammesso che l'individuo borghese prenda coscienza dell'esistenza dell'Altro, mettendo in discussione in tal modo la propria identità, non può che confrontarsi col proprio vuoto, con la propria impotenza, con la propria morte, vagando nel deserto della propria spiritualità reificata dalla ragione." 


Fonte:
http://pppasolini.altervista.org/nelse.htm

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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La Regina Esigente e la Madre Consolatrice - di Sandra Bardotti

"ERETICO & CORSARO"


La Regina Esigente e la Madre Consolatrice
di Sandra Bardotti

La crisi ideologica che, negli anni Sessanta e Settanta, ha portato Pasolini fino alla sfiducia testimoniata dagli Scritti corsari e dalla Lettere luterane, oltre che dalla produzione poetica, narrativa, teatrale e cinematografica, fu una profonda crisi personale, che portò alla rottura con una grande personalità che si era legata a lui con un vincolo di affetto profondo e intimo, Elsa Morante. Non ha senso cercare di stabilire quale delle due sia maggiormente rilevante. Credo sia solo possibile affermare che furono concomitanti, che l’una coinvolse l’altra. Sicuramente il distacco dalla Morante fu un momento molto difficile per Pasolini, perché coinvolse e mise in crisi anche la visione di intellettuale e di uomo che egli aveva di se stesso.
Pasolini e la Morante si conobbero verso la metà degli anni Cinquanta, e la loro conoscenza fu mediata dalla figura di Alberto Moravia. L’ammirazione di Pasolini per la scrittrice si manifesta già nel 1953, quando egli ha la possibilità di leggere Lo scialle andaluso, apparso su ‹‹Botteghe oscure››. È tra il 1953 e l’anno successivo, dunque, che si deve collocare l’incontro personale, testimoniato dall’epistolario pasoliniano. Subito tra i due scatta una reciproca stima, ma anche un dialogo produttivo che non risparmia critiche e biasimi; insomma, un rapporto di sincera amicizia. La frequentazione si fa assidua soprattutto durante gli anni Sessanta, e nel 1961 l’amicizia si era consolidata a tal punto che i tre organizzarono insieme un viaggio in India. Di questa esperienza rimangono le testimonianze di Pasolini (L’odore dell’India) e di Moravia (Un’idea dell’India), così diverse tra loro, che documentano due approcci assai distanti al paese visitato. Indicativo è che Pasolini si presenti più solidale con le idee di carità che Elsa mostra di avere, rispetto al maggiore realismo scettico dell’amico Moravia. “La fraternità si cementa in una comune appartenenza alla razza di coloro che hanno ‹‹come ideale della vita, quello di svuotare con un ditale il mare››[i][ii]. Anche se il realismo dei primi romanzi romani pasoliniani sembra così diverso dall’indagine psicologica con cui sono indagati i personaggi delle borgate romane nei romanzi della Morante, un filo sottile lega i due scrittori. È l’amore per i ragazzini, per una società sottoproletaria che appare ancora incosciente dei cambiamenti messi in atto dal nuovo Potere consumistico, che attraversa i loro romanzi. Il discorso potrebbe essere più chiaro se analizzassimo il significato che il concetto di “barbarie” viene ad assumere nell’opera di entrambi, ma non è questo il luogo per affrontare un parallelo che pure si rivelerebbe interessantissimo; per chi volesse approfondire l’argomento preferiamo rimandare al bel saggio di Massimo Fusillo[iii]. Basterebbe la testimonianza dell’incipit de Il pianto della scavatrice: “Solo l’amare, solo il conoscere / conta”[iv], che omaggia il morantiano “Solo chi ama conosce”[v](Alibi), per capire la comunione di visione e le corrispondenze che si venivano a creare tra i due poeti. Si tratta di un’adulazione reciproca, di un omaggiarsi a doppio senso, di rispecchiamenti continui dell’altro nella propria opera. Per celebrare l’amica, Pasolini le dedica anche il volume La religione del mio tempo, uscito nel 1961.
Pasolini deve essersi presentato alla Morante, fin dai primi momenti della loro amicizia, come un nuovo Rimbaud. Del resto, egli è uno dei pochi autori del nostro Novecento che abbia ripetuto un’esperienza così rivoluzionaria come fu quella di Rimbaud un secolo prima. La sua genialità, la sua precocità colpirono immediatamente una donna così sensibile e attenta al mondo letterario. Poi ci fu la comunanza di motivi, temi, intenti: Pasolini le appariva come colui che avrebbe potuto, come Rimbaud, accusare con violenza inaudita il mondo del nuovo capitalismo, dare una scossa a tutta la società borghese che stava procedendo al genocidio del mondo sottoproletario, svelare con la forza della sua parola l’inganno che si celava dietro l’apparente benessere. Già in Poesia in forma di rosa, però, Elsa scorgerà una radice narcisistica e una vena di populismo che non apprezzerà. Così, dopo aver letto Poesia in forma di rosa, nel 1964, scrive e invia all’amico un testo “scherzoso”, Madrigale in forma di gatto, un calligramma in cui lo accusa di ipocrisia, di finto amore, di malafede ideologica:

La rosa è la forma delle beatitudini.
Beata l’angoscia in forma di rosa.
Beato il disordine e la libidine sanguinosa
la passione di sé invereconda gli eccessi di velocità e
le orge funebri
il nero rifiuto dello sposalizio le bandiere dell’oltran-
za le corazze dell’ignoranza
i vari equivoci dell’egoismo le mascherate degli
stracci
le carità pretestuose le immondizie deificate
i pregiudizi di casta l’alibi storicistico
le complicità attuali, l’adorazione ai padri farisei, la
paura della castrazione
il candido tradimento il pianto vantone
la corda sentimentale e la spada della ragione
beate le secrezioni i visceri della letteratura l’oratorio
la mistificazione
quando finalmente s’aprono in forma di rosa!
Il ragazzo che si intende protagonista del mondo
(protagonista anche se bandito, anzi di più perché bandito…
starà sempre beato al centro della rosa.
E lui beato ignorerà gli altri peccatori al bando della rosa
e al bando di se stessi
non protagonisti del mondo
non leggenda di se stessi
soli senza nessun addio. Agonie senza nessun pianto
e nessuna rosa
Il gatto che non crepa[vi]
Non sono accuse da poco. Sostanzialmente Elsa accusa Pasolini proprio di falso amore verso il sottoproletariato, di narcisismo e protagonismo. A ciò si aggiungerà uno screzio ancora più grande: quando l’Arco Film si rifiuta di pagare due attori amici di Elsa che avevano partecipato al Vangelo secondo Matteo, e Pasolini non fa niente contro la casa di produzione cinematografica, scriverà all’amico:
É chiaro che aspettarsi un simile rispetto da parte di quegli immondi stronzi dell’Arco Film era utopistico, per non dire cretino, giacché loro non rispettano che la merda (cioè proprio quelle poche miserabili lire che tu dici). Almeno avrei voluto che tu, con la tua autorità, gli facessi almeno mettere il muso nella merda loro, almeno per un momento, e che si vergognassero almeno (loro stessi per la loro parte in quanto persone) della loro merda ecc. ecc. […] E tu sai benissimo che il pagare di tua tasca (o io di mia tasca) qui non significa niente […]. Perciò anche se tu fossi miliardario (e purtroppo non lo sei) non potrei accettare i tuoi soldi […]. L’ombra che tu dici sulla nostra amicizia lo sai benissimo non è il debito tuo, che fra l’altro non esiste; ma ‹‹l’adorazione ai Padri Farisei›› come ti avevo già scritto nella poesia. Ma non è vero che questa è la prima volta che c’è quest’ombra.[vii]
Elsa, dunque, gli rimprovera una complicità con i padroni, l’incapacità di opporsi alla forza capitalistica; accusa durissima per un poeta civile che tutto voleva mostrare di essere tranne che un borghese omologato e consumista come gli altri. L’immagine che Elsa si era costruita di Pier Paolo continuerà a sgretolarsi col tempo. Intanto, siamo arrivati alla metà degli anni Sessanta e, nonostante queste polemiche tra i due, si può affermare che è il periodo di maggiore vicinanza ideologica. Entrambi sono in disarmonia con il mondo, ma mentre Pasolini sembra spinto a scrivere e produrre sempre di più come se si trattasse di una competizione contro la società del Potere, Elsa se ne sta da parte facendosi scudo con il suo ammaliante umorismo. Mentre Pasolini accusa e respinge quella società che continuamente lo esclude, Elsa ama chi la odia e non chiede niente in cambio, come amano le madri. Mentre Pasolini cerca di rinnegare la sua appartenenza piccolo-borghese con lo strumento della rimozione, Elsa usa quello della parodia innamorata.
Dopo il 1969 i contrasti subiscono una chiusura comunicativa e cessano di essere dispute produttive e stimolanti per entrambi. La Morante si sente sostanzialmente delusa. Pasolini non si è rivelato essere quell’uomo che lei aveva dipinto, quel geniale Rimbaud forte della sua maledizione. Pasolini era diventato insopportabile nella sua angoscia di sentirsi sempre messo sotto accusa. Si sentiva escluso e condannato anche quando non lo era, e avvertiva il bisogno di difendersi continuamente. Si ripiegava sempre più su se stesso, e aveva abiurato per sempre quella vena poetica così pura delle poesie friulane e delle Ceneri. Alla Morante sembrava che egli perdesse tempo inutilmente. D’altra parte, lui si sentiva chiuso nel rimorso di non essere stato all’altezza di quella figura che lei aveva creato di lui. Si sentiva sopravvalutato da Elsa, e ciò gli provocava il vergognoso rimorso di non essere riuscito a soddisfare le sue aspettative.
Nel 1971, dopo l’uscita di Trasumanar e organizzar, Elsa scriverà una lettera per cercare di sottrarsi al ruolo di “Regina Esigente” che Pasolini le aveva attribuito:

Si sa che ogni spiegazione è inutile.
Tanto l’altro spiega la nostra spiegazione
con la sua spiegazione. E così l’equivoco
gira in eterno. Ma questo è bene in fondo
come in fondo tutto è bene […].
A ogni modo (anche se NON ‹‹a scanso di equivoci››)
io qui m’affanno a comunicarti
quello che tu vuoi negare: insomma che
non rimprovero NIENTE A NESSUNO
e tanto meno a te. […]
[…] Io rimprovero solo ME, per una cosa
e anche me, per quella sola (ti avverto
che se credi d’averla indovinata ti sbagli).
È la sola cosa che non c’è nel tuo libro
che pure è un libro disperato.
Disperato ma beato
perché quella cosa non c’è
(e se credi d’indovinarla ti sbagli).
Il tuo libro è disperato-beato perché sì. Dentro
c’è Pier Paolo
e Ninetto e Maria e pure Elsa
(benché solo l’Elsa che tu vuoi conoscere
e cioè dico la pura la
inconcussa Oh Dio
essa è concussa e invece impura
ecc. ecc.
Ma tu beato vuoi che gli appartenenti
a Pier Paolo
siano come Pier Paolo li vuole
e hai ragione. BADA! HAI RAGIONE!!
? Forse il solo modo di farli esistere (gli altri)
È questo: il tuo).
A ogni modo, nel tuo libro c’è Pier Paolo
e basta[viii]
La Morante testimonia dunque l’impossibilità di un dialogo con Pasolini, perché quest’ultimo non riesce più ad ascoltare gli altri e a instaurare un confronto. Nelle sue poesie c’è solo lui, solo il suo narcisismo, e non c’è posto per gli altri. Al massimo vi si sente l’eco di altre persone a lui care e vicine, ma la loro immagine risulta sempre filtrata e deformata dalla presenza di un Ego assoluto e totalizzante, padrone incontrastato della scena. Così Elsa gli rivela anche di non essere la pura e inconcussa che egli credeva, né tantomeno colei che crede di avere l’autorità di rimproverare qualcuno.
Poi, nel 1971 Ninetto decide di sposarsi. È questo l’anno della crisi definitiva con la Morante. Pasolini si sente abbandonato, tradito dall’amico, e lo accusa di aver voluto seguire la propria natura allontanandosi da un “dovere” che aveva nei suoi confronti. Ad agosto scrive a Volponi:
Dopo quasi nove anni Ninetto non c’è più. Ho perso il senso della vita. Penso soltanto a morire o a cose simili. Tutto mi è crollato intorno: Ninetto con la sua ragazza, disposto a tutto, anche a tornare a fare il falegname (senza battere ciglio) pur di stare con lei; e io incapace di accettare questa orrenda realtà, che non solo mi rovina il presente, ma getta una luce di dolore anche in tutti questi anni che io ho creduto di gioia, almeno per la presenza lieta, inalterabile di lui. Ti prego, non parlarne con persona al mondo. Non voglio che si parli di questa cosa. Tu e Elsa siete i soli (con Nico) che lo sanno. Può darsi che io riesca a vivere ancora.[ix]
Elsa sta dalla parte di Ninetto, sostiene il suo diritto a innamorarsi di una donna, e dice a Pasolini che amare vuol dire desiderare il bene di chi si ama, senza chiedere niente in cambio. Chi gli aveva finora dato sostegno e garantito forza vitale se ne va, lasciandolo solo. Egli non sopporta di restare solo con la propria diversità. Così, proietta sulla Morante il fantasma della “Madre Consolatrice”. Sa che la verità della Morante, della Madre, è superiore, ma proprio come un bambino non vuole accettarla.
Il ritratto che Pasolini ci offre di Elsa in Petrolio dimostra come l’amica sia stata un centro focale fino agli ultimi anni, e quanto la sofferenza provocata dal suo abbandono abbia inciso anche nelle scelte formali della sua ultima produzione. Viene detto subito di lei che aveva “il viso di giovane gatta”[x], e anche i caratteri psicologici le appartengono inequivocabilmente (“padrona del proprio pensare, per quanto il suo fondo potesse essere passionale, viscerale e tempestoso”[xi]). Tutta impegnata nella sua opera di carità nei confronti di un ragazzino alquanto bruttino, ma che a lei doveva sembrare bellissimo, non sta ad ascoltare l’amico. Lei non sta mai a sentirlo, per tutta la durata della loro amicizia; questo è quello che Pasolini, da figlio, le rimprovera. Lui ha un segreto di incalcolabile valore storico che vorrebbe donarle, perché è stata lei stessa a porsi nel mondo come una che non ha nulla da perdere. Ma lei rifiuta lo scambio, rifiuta di prendersi questo peso. Pasolini le rimprovera anche di non essersi mai schierata al suo fianco nelle battaglie sostenute contro le istituzioni e la politica, di essere sempre stata passiva.
Credo sia possibile che il recupero dell’opera di Rimbaud nell’ultimo Pasolini, di cui ho già parlato nel saggio Una lunga stagione in inferno: Rimbaud nell'opera di Pasolini, edito in Studi pasoliniani (n. 3, 2009), sia dovuto alla volontà del figlio-Pasolini di dimostrare alla madre-Elsa che l’immagine che lei aveva sempre dipinto di lui era vera. Come un bambino che voglia dimostrare alla madre il suo amore. La nega, la accusa, ma nello stesso tempo le ubbidisce. Tutto come nel più comune dei rapporti madre-figlio. Questa è la motivazione che abbiamo intravisto nel recupero di Rimbaud da parte di Pasolini, perché non è da sottovalutare l’importanza della figura della Morante in tutta la vita di Pasolini. È lei la donna più importante della sua vita, dopo la madre; e ai suoi pensieri, accuse o lodi, dedicherà sempre un’attenzione particolare.
Ne Lo scialle andaluso si racconta di un bambino che desidera diventare santo, e ci rinuncia per amore della madre. I due vivono una vita mediocre, con lei “convinta che lui sia destinato a qualcosa di grande”[xii]. Sembra che già in questo racconto giovanile lei sia stata capace di prefigurare quell’amicizia che nacque e si sviluppò con Pasolini alcuni anni dopo. Forse sentiva che sarebbe arrivato un “figlio” che avrebbe incrociato il suo cammino, che l’avrebbe riempita di gioie e di dispiaceri, che avrebbe tentato di intervenire nel mondo con la sua parola e di scongiurare l’ecatombe borghese come lei non era riuscita a fare. Forse era proprio lei che cercava questo nuovo Rimbaud, e lo aveva espresso già in questo racconto. Pasolini all’inizio fu in grado di assolvere questo compito, ma poi si rivelò troppo preso da sé e dalle sue angosce.
Si tratta solo di uno spunto di lettura, che rivela ancora una volta quanto sia divertente fare critica letteraria.


[i]P. P. Pasolini, L’odore dell’India; in P. P. Pasolini, Romanzi e racconti , a cura di W. Siti e S. De Laude, Meridiani Mondadori, Milano 1998, vol. I (1946-1961), pag. 1233.
[ii]W. Siti, Elsa Morante nell’opera di Pier Paolo Pasolini, in Vent’anni dopo La Storia. Omaggio a Elsa Morante, a cura di C. D’Angeli e G. Magrini, Studi Novecenteschi, Giardini Editori e Stampatori in Pisa, pag. 134.
[iii]M. Fusillo, ‹‹Credo nelle chiacchere dei barbari››. Il tema della barbarie in Elsa Morante e in Pier Paolo Pasolini, in Vent’anni dopo La Storia. Omaggio a Elsa Morante, cit., pagg. 97-129.
[iv]P. P. Pasolini, Il pianto della scavatrice; in P. P. Pasolini, Tutte le poesie, a cura di W. Siti, Meridiani Mondadori, Milano 2003, vol. I, pag. 833.
[v]E. Morante, Alibi; in E. Morante, Opere, a cura di C. Cecchi e C. Garboli, Meridiani Mondadori, Milano 1988, vol. I, pag. 1392.
[vi]Il testo è pubblicato da N. Naldini in P. P. Pasolini, Lettere 1955-1975, Einaudi, Torino 1988, pagg. LXXXIX-XC.
[vii] Ibidem, pag. CLXXIII.
[viii] Ibidem, pagg. CXXXVI-CXXXVII.
[ix] Ibidem, pag. 707.
[x]P. P. Pasolini, Petrolio, a cura di Silvia De Laude, Oscar Mondadori, Milano 2005, pag. 27.
[xi] Ibidem, pag. 27.
[xii]E. Morante, Lo scialle andaluso; in E. Morante, Opere, cit., vol. I, pag. 1578.

Fonte:

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Io so, tu sai, egli sa. Noi NON sappiamo mai tutta la verità. Il verbo sapere è un verbo irregolare - di Sandra Bardotti

"ERETICO & CORSARO"


Io so, tu sai, egli sa. Noi NON sappiamo mai tutta la verità. Il verbo sapere è un verbo irregolare
di Sandra Bardotti

Lo diceva Pier Paolo Pasolini nel 1975 che “uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri”. Già a metà degli anni Settanta uno degli ultimi intellettuali impegnati del secolo scorso avvertiva su di sé e sulla sua generazione il peso della catastrofe del fallimento delle ideologie, che lasciavano terra bruciata e impossibilità di sostituzione o ricostruzione di nuovi ideali. Pier Paolo Pasolini era un intellettuale sincero, di una statura civile, etica e morale rara, disposto ad ammettere in primis la sua colpa in quanto “padre” e, allo stesso tempo, raggiunta questa consapevolezza, a lanciare il suo sentimento di condanna verso i “figli”. Uno dei pochi che si accorse, in anticipo sui tempi, del pericolo celato sotto la potenza dei mezzi di comunicazione di massa e sotto le illusioni dispensate dal potere dei consumi. Per questo le analisi “corsare” di Pasolini sono ancora oggi così attuali: perché colsero nel segno, profeticamente, cambiamenti sociali e culturali profondi e drammatici, che a metà degli anni Settanta erano ancora a livello embrionale, pronti a esplodere di lì a pochi anni nel tessuto connettivo della società italiana.
Se la colpa dei “padri” è “la rimozione dalla coscienza […] del vecchio fascismo” e “l’accettazione – tanto più colpevole quanto più inconsapevole – della violenza degradante e dei veri, immensi genocidi del nuovo fascismo”, prodotta dalla società del benessere e del consumo di massa, la colpa dei “figli” è stata quella di non esitare neppure un attimo a innalzare il monumento funebre alla figura intellettuale e all’esercizio della ragione. Distrutto il Vecchio, relegato nel ghetto, i “figli” si sono trovati in un mondo di rovine, da cui non sono riusciti a edificare niente di Nuovo. Il postmoderno è stato un periodo di risate isteriche, ebbro di sarcasmo. Il disincanto è dilagato come un fiume che rompe gli argini, creando la sensazione che niente andasse più preso sul serio (e che la serietà fosse, in definitiva, il peggiore dei difetti). La figura dell’intellettuale tradizionale è morta, la sua autorità è svanita, la sua voce testimoniale è muta (eppure egli sa, come ci ricorda Pasolini, e anzi egli non può non sapere, in quanto intellettuale, perché la ricostruzione della verità sta alla base di ogni costruzione intellettuale e narrativa, perché il discorso mimetico collega frammenti disordinati in un intreccio coerente, così come il ragionamento intellettuale collega fatti apparentemente disgiunti in una logica coerente).
E poi, questi “figli” si sono finalmente accorti, di colpo, di essere diventati naturalmente “padri”, i nuovi padri. Credo che il celebre discorso di Wallace, già ricordato da Wu Ming I nell’intervento Noi dobbiamo essere i genitori, renda perfettamente il senso di ciò che qui si vuole dire:
“Questi ultimi anni dell'era postmoderna mi sono sembrati un po' come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po' va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l'autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po' di ordine, cazzo... Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L'opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c'è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più - e che noi dovremo essere i genitori”.
Dopo la sperimentazione della letteratura di genere degli anni Ottanta e Novanta, negli ultimi 10-15 anni sembra che qualcosa di nuovo si affacci all’orizzonte. Si tratta di opere di tipo diverso, che Wu Ming classifica come la “nebulosa” del New Italian Epic. Chiamatelo come volete: NIE, ritorno al reale, nuovo naturalismo, narrativa di ampio respiro, grande romanzo italiano, neo-neorealismo (ma Dio ci scampi dai post- e dagli –ismi).
Sul NIE si continua a discutere già da alcuni anni. C’è chi considera l’azione di Wu Ming un puro e semplice effetto mediatico e pubblicitario, costruito a tavolino solo per autopromozione. Si tratta solo di una questione di nomenclatura? No, il dibattito dilaga dalla scelta dell’etichetta inglese per un fenomeno tutto italiano, alla legittimità fare critica più che concentrarsi sulle opere. In effetti è lo stesso Wu Ming I che dichiara di riferirsi a “opere” piuttosto che a “autori”, anche se poi l’indagine sulle opere non si sviluppa in modo così incisivo. Forse è questa la pecca maggiore: tutto il discorso di Wu Ming si risolve in una furia classificatoria che alla fine risulta un po’ sterile, e l’impegno nell’analisi dei testi ne risente. Bisognerebbe forse muoversi oltre il manifesto ideologico e il discorso pubblico, e focalizzarsi sul laboratorio e sulle potenzialità pratiche di questa nuova letteratura. Proprio perché, come dice Wu Ming I stesso, “la letteratura non deve, non deve mai, non deve mai credersi in pace”.
Nonostante tutto, penso che il fenomeno in sé sia da salutare con sollievo: finalmente una nuova generazione letteraria ha recuperato il senso etico del narrare e la fiducia nel potere maieutico di una parola ricaricata di significato. Un nuovo impegno e una fondamentale assunzione di responsabilità, pur lungi dalle caratteristiche della letteratura engagée degli anni Cinquanta e Sessanta, individua una nuova serie di opere, “oggetti narrativi non identificati” perturbanti (finalmente perturbanti). Facciamo alcuni nomi (in disordine): Saviano, De Cataldo, Evangelisti, Genna, Siti, Camilleri, Lucarelli, Babsi Jones, Carlotto, Scurati, Janeczek, Philopat, Zaccuri e Bellu, Arpaia, De Michele, e tanti altri ancora. E visto il grande successo di alcune opere di questi scrittori sembra che le domande scomode e “cattive” non se le pongono solo gli autori, ma anche i lettori.
Non mi prolungo qui sulle caratteristiche che accomunano queste opere NIE messe in evidenza da Wu Ming I. Per chiunque ne voglia sapere di più, il Memorandum 1993-2008 è chiaro e esauriente, così come gli interventi successivi su Carmillaonline. La vera novità, a mio avviso, sta nella ricerca di un codice di comunicazione tra l’autore e un numero sempre crescente di lettori, che si interessano a riscoprire la storia recente come metodo d’indagine di quella attuale e futura. Qualcosa di nuovo sta accadendo, ne possiamo prendere atto, se tra gli scaffali delle librerie pullulanti di colorate agiografie di veline, prostitute e magnaccia (ma vorrei qui ricordare il libello Una storia italiana, che narra le eroiche gesta del Cavaliere, Berlusconeide in piena regola, che tutta Italia si è vista recapitare tra le mani, direttamente a casa propria, senza scelta e senza scampo), si fanno spazio opere non identificate che cercano di analizzare la storia italiana da vari punti di vista contro la crosta spessa del sentimento reazionario tipicamente italiano (non siamo un paese da rivoluzioni, lo sappiamo bene).
Quello che vorrei invece fare adesso è entrare nel merito della situazione sociale e culturale che ha determinato il rifiorire di un’etica narrativa, del bisogno di narrare fatti e episodi rimasti oscuri nelle vicende giudiziarie italiane, di creare una nuova forma di romanzo storico che abbia presa sul reale. A partire dagli anni Settanta si è assistito all’infrangersi della relazione tra letteratura ed esperienza. Il boom economico e lo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di trasmissione ci ha gettato definitivamente nel tempo reale e nel paradiso della conoscenza mediata, eliminando la dimensione antropometrica dello spazio e del tempo. Annullando la vastità degli spazi, anche lo scarto temporale tra evento e reazione si è drasticamente ridotto, rendendo sempre più difficile la riflessione critica che sta alla base della progettazione dell’esperienza e del racconto. Già negli anni Trenta Benjamin teorizzava la crisi dell’esperienza nel mondo moderno e l’estraneità degli uomini nei confronti del proprio passato. Il tempo del prestissimo ha impedito la rielaborazione degli eventi e il distanziamento critico dall’informazione, provocando la morte del concetto di esperienza, di memoria e di tradizione. Con l’avvento della società dell’immagine e della televisione di massa l’effetto si è amplificato, ma la frattura storica risale alla fine del primo conflitto mondiale, quando i reduci si trovarono di fronte all’impossibilità di raccontare il proprio vissuto doloroso e tragico durante la guerra. La prima guerra mondiale fu dunque il primo vero conflitto “intimo” e privato, dal quale l’umanità tornò ammutolita e povera di esperienze partecipabili. Da lì, abbiamo assistito nel corso del Novecento al rapido affermarsi dell’inesperienza quale condizione trascendentale del concetto di esperienza moderna. L’autorità moderna si fonda sull’inesperibile, sul caos, sul divenire e scorrere continuo (che non è certo quello eracliteo) in cui ogni contenuto si dissolve tra milioni di altri contenuti. Tutto fluisce, nel mondo televisivo, nel fiume dell’eterno presente, di un presente che non dura nemmeno un attimo prima di divenire già passato. E se viene meno l’idea dell’importanza del passato, dell’esperienza, della tradizione, allora siamo alla fine del mondo, al mondo dopo la fine del mondo, in cui non possiamo che essere esclusi anche dal nostro futuro. Terminata la “corrispondenza di amorosi sensi” con l’umanità precedente e con la sua lezione, nessun orizzonte futuro si profila davanti ai nostri occhi.
La posizione del narratore, all’interno di questo universo mutato, si complica, perché è sempre più difficile che il tempo si umanizzi entrando in un racconto, ma soprattutto che l’attività stessa del narrare diventi condizione dell’esperienza umana. Ogni narrazione trasmette un’immagine del mondo, ma quando non si intravede un mondo all’orizzonte la possibilità di riprodurre la struttura delle cose e degli avvenimenti attraverso un sistema di segni significativi viene meno. Lo specchio che riflette il grande racconto del mondo sembra essersi infranto in miliardi di inautentici frammenti, e il problema oggi sta nel dar vita a un’opera letteraria che racconti l’assenza di contenuti e di un mondo che inizia e finisce con la televisione. Entrando in crisi il concetto stesso di pre-comprensione temporale (perché l’uomo deve pensarsi come inserito nel tempo, tra un inizio, un centro e una fine), la mimesis non possiede più gli strumenti per interpretare la nostra esperienza nel mondo, per dare un ordine significativo allo scorrere nudo del tempo. Senza passato né futuro, questo mondo non conosce più il senso della fine, e con esso la possibilità di uno sguardo retrospettivo ordinante.
Questa è la sconfitta storica e culturale della generazione dei “figli”, e dopo l’epoca postmoderna l’unica speranza di rinascita per la letteratura è quella di recuperare una voce autoriale critica, che sparga nuovo veleno nell’ambiente sociale e si riappropri di un senso del futuro per parlare alle nuove generazioni. E tutto ciò avviene da un decennio a questa parte, a partire dal successo del noir, in Italia, perché sono tanti gli episodi ancora oscuri della storia politica italiana che le indagini giudiziarie non sono riuscite a risolvere.
Il successo di Gomorra ha alzato voci critiche da parte di molta politica italiana. Innanzitutto, vale la pena osservare come anche la politica degli ultimi decenni sia così tristemente postmoderna. Anche la politica è diventata ironica, nel senso peggiore del termine. Abbiamo degli uomini politici veramente esperti nell’arte dell’avanspettacolo, dello show, dell’intrattenimento e del reality. Pienamente conforme alla società dei sorrisi creata dalla televisione, anche la politica sconfina in pietosa barzelletta e nella continua provocazione (anche qui, intesa nel senso peggiore del termine).
Gomorra è stato accusato di gettare cattiva luce sul nostro paese, di mettere in evidenza solo le storture, di esagerarle addirittura, di offrire un’immagine negativa dell’Italia all’estero. Queste affermazioni non fanno altro che ribadire che il resoconto di Saviano è assolutamente esatto, che chi detiene un potere politico o culturale continua a nascondere i problemi e a mascherarli con un ottimismo e un’allegria pateticamente fuori luogo. In primo luogo, l’ironia non è certo lo strumento giusto per risolvere i grossi problemi che ci troviamo di fronte oggi. In secondo luogo, “rac­con­tare le con­trad­dizioni sig­nifica amare il pro­prio paese e non diffamarlo. Scri­vere sig­nifica resistere e tentare di dare gli stru­menti per cam­biare”. Ho già riflettuto in un articolo precedente sull’importanza della figura intellettuale, prendendo Pasolini come esempio massimo, e soffermandomi sul suo “Io so”. L’intellettuale sa, proprio in quanto intellettuale, le trame oscure del paese. Sta nel suo DNA la spinta a ordinare i fatti, ad avere una visione più ampia, globale, della storia e della società, e ad andare là dove la magistratura spesso non riesce ad arrivare. Il problema in Italia è che poi la collettività non arriva mai a sapere in modo definitivo il risultato delle analisi, spesso sviata da un’informazione pubblica poco seria, se non addirittura manipolata, e molti processi e indagini rimangono oscuri. La velocità mediatica con cui i fatti vengono archiviati fa sì che l’informazione pubblica non arrivi mai ad una “verità” definitiva.
Perché Gomorra e la figura dell’intellettuale fanno così paura? “È com­pli­cato dare una sola risposta”, risponde Saviano, “e, in ver­ità, l’unica risposta che mi viene in mente, la più plau­si­bile è che sia pro­prio la dif­fu­sione della parola a met­tere paura. Non è lo scrit­tore, l’autore, non è neanche il libro in sé, né la parola da sola, che riesce ad accen­dere riflet­tori e per questo a met­tere paura. Quello che real­mente spaventa è che si possa venire a conoscenza di deter­mi­nati eventi e, soprat­tutto, che si pos­sano final­mente intravedere i mec­ca­n­ismi che li hanno provo­cati. Quel che spaventa è che qual­cuno possa d’improvviso avere la pos­si­bil­ità di capire come vanno le cose. Avere gli stru­menti che svelino quel che sta dietro. E soprat­tutto avere la pos­si­bil­ità di per­cepire deter­mi­nate sto­rie come le pro­prie sto­rie. Non più come sto­rie lon­tane, non più come vicende geografi­ca­mente dis­tanti, ma come facenti parte della pro­pria vita”. In definitiva gli intellettuali sono sempre scomodi e scandalosi, almeno alcuni tipi di intellettuali: quelli che non tacciono e che sono pronti a gettare il proprio corpo nella lotta, diventando icone viventi per imporre la propria presenza e la propria voce. Allora, oltre al fatto che chiama in causa anche una buona parte della politica a rendere conto del suo passato, si può dire che Gomorra fa paura perché è maledettamente serio, perché non lascia spazio a indulgenza, e ciò contrasta nettamente con il castello della società dei sorrisi e del divertimento creato dalla televisione. Sui fatti di Gomorra, insomma, non si può ricorrere all’ironia sistematica che smonta ogni parola deprivandola di serietà. No, Gomorra è serio, maledettamente duro, un cazzotto nello stomaco.
Sono convinta che è un diritto e un dovere morale non permettere che le parole di Saviano siano gettate nel fiume dell’oblio e della dimenticanza. Oggi egli vive solo dell’attenzione mediatica che crea intorno a sé, facendo parlare della sua persona e dei suoi scritti. Quando i riflettori saranno spenti sul suo caso, allora la camorra avrà vinto la sua battaglia: avrà ottenuto di nuovo il silenzio contro la voce pericolosa.
Uno dei miti più antichi della nostra cultura racconta che l’uomo è prigioniero dell'opinione perché crede passivamente alle immagini delle cose sensibili, cioè le ombre delle forme proiettate sulla parete di una caverna. Egli entra nella sfera dell'intellegibile quando passa dallo scorgere oggetti e uomini nel riflesso dell'acqua all'osservazione diretta. A questo punto potrà volgere lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, approdando al mondo della pura intellezione e giungendo a scorgere l'idea del Bene. Giunto a questo stadio, egli vorrebbe senza dubbio tornare nella caverna e liberare i suoi compagni, essendo felice del cambiamento e provando per loro un senso di pietà. Il problema, però, sarebbe proprio quello di convincere gli altri prigionieri ad essere liberati. Infatti, dovendo riabituare gli occhi all'ombra, dovrebbe passare del tempo prima che il prigioniero liberato possa vedere distintamente anche nel fondo della caverna, e durante questo periodo, molto probabilmente egli sarebbe oggetto di riso da parte dei prigionieri. Inoltre, questa sua temporanea inabilità influirebbe negativamente sulla sua opera di convincimento ed, anzi, potrebbe spingere gli altri prigionieri ad ucciderlo, se tentasse di liberarli e portarli verso la luce, in quanto, a loro dire, non varrebbe la pena di subire il dolore dell'accecamento e la fatica della salita per andare ad ammirare le cose da lui descritte. “E se egli dovesse di nuovo tornare a conoscere quelle ombre, gareggiando con quelli che sono rimasti sempre prigionieri, fino a quando rimanesse con la vista offuscata e prima che i suoi occhi ritornassero allo stato normale, e questo tempo dell’adattamento non fosse affatto breve, non farebbe forse ridere e non si direbbe di lui che, per essere salito sopra, ne è disceso con gli occhi guasti, e che, dunque, non mette conto di cercare di salire su? E chi tentasse di scioglierli e di portarli su, se mai potessero afferrarlo nelle loro mani, non lo ucciderebbero?”. Ma il compito dell’intellettuale è questo: tornare indietro, a costo della vita, fra gli uomini, per raccontare una storia che, senza che se ne rendano conto, riguarda anche loro, per suggerire che una via al cambiamento esiste, in un futuro non troppo remoto, e che in fondo ad essa risiede la possibilità della felicità.
A proposito del NIE rimando al Memorandum 1993-2008 e alla discussione su Carmillaonline.com.
Sulla letteratura dell’inesperienza c’è un buon saggio di Antonio Scurati, La letteratura dell’inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione.
Sul rapporto tra essere e tempo si rimanda ovviamente a Ricoeur, mentre per il tema del senso della fine a Kermode, Il senso della fine.

Fonte:
http://www.mastereditoria.it/recensioni/89-io-so-tu-sai-egli-sa-noi-non-sappiamo-mai-tutta-la-verita-il-verbo-sapere-e-un-verbo-irregolare.html



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Pasolini, il caso è chiuso - Di Michele Serra



Pasolini, il caso è chiuso
di Michele Serra


Un film e una polemica giudiziaria (la centomillesima dell’anno) cercano di riaprire, vent’anni dopo, il “caso Pasolini”. Si vuole sapere se la morte cruenta del poeta sia stata l’opera solitaria di un giovane prostituto di borgata, il famoso Pina la Rana, come le autorità hanno sancito, oppure se dietro l’omicidio ci siano state anche altre persone, e altre intenzioni. Molti tra gli amici di Pasolini, basandosi sulle solite sconcertanti omissioni nell’inchiesta, sospettano addirittura il movente politico: una vendetta fascista contro l’omosessuale, contro il comunista, contro lo scandaloso artefice di una delle più complesse denunce del degrado antropologico della società detta del benessere.
La volontà di far riaprire le indagini (l’Italia ci ha dolorosamente abituato agli occultamenti della verità) è del tutto comprensibile. Ma il rischio è quello di mettere l’accento su di una rivendicazione quasi notarile del significato di una morte che già di per sé, in qualunque circostanza sia avvenuta, ha avuto una lacerante, terribile e a suo modo luminosissima potenza simbolica. Che Pasolini sia stato ucciso dalla furia bestiale di uno dei suoi amori notturni oppure da una “spedizione punitiva” è certo assai rilevante dal punto di vista giudiziario. Ma da troppo tempo il punto di vista giudiziario sembra essere diventato il solo, palpitante luogo dove si distribuiscono le ragioni e i torti, dove si cerca di dare un senso e un nome alle vicende della comunità nazionale.
Bene, la morte “sul campo” di Pasolini, fin dai primi minuti dopo il ritrovamento del suo corpo macellato prima dagli assassini poi dalle rotative, apparve subito a tutti — tranne che hai poveri di spirito, che ghignarono sul “meritato” destino del frocio ucciso da un frocio — un evento da tragedia greca, cioè un accadimento rappresentativo del destino comune di un paese e di una società intera. Colui che giaceva informe sull’egualmente informe litorale romano, massacrato a bastonate come un cane, era quello stesso Pasolini che raccontava la fine del popolo come fine dell’Umano, e la sua sostituzione irrevocabile con una neo-classe mostruosa, immemore, feroce, la piccola borghesia consumatrice.
Era l’uomo che aveva descritto, con una passione intellettuale semplicemente sconvolgente, il passaggio dalla lotta di classe (lotta di valori contro valori, di culture contro culutre) alla ferocia diffusa e insensata di ognuno contro tutti. Salò, il suo ultimo film, aveva portato fino all’intollerabile, fino al patologico, fino all’insostenibile la sua percezione dell’odio e del terrore come soli residui ingredienti del dominio e veri rapporti tra gli uomini: una specie di fascismo metaforico, eternato, grottesco quanto demoniaco, smembratore e torturatore di corpi quanto (e in quanto) negatore di anime.
Questo, di Pasolini, era chiaro a tutti, a chi gli era grato di svolgere questo tormentato, esagerato, offensivo ruolo tragico o lo irrideva. Altrettanto chiaro, quando morì in quella maniera, fu il significato letteralmente testimoniale di quel martirio: tanto che il beffardo “se l’è andata a cercare” che qualche squallido italiano osò pronunciare, poteva in fondo essere fatto proprio anche da chi lo aveva capito e amato. Sì, se l’era andata a cercare, ostinandosi a individuare amore e piacere nello squallore decerebrato di una ormai inesistente plebe romana, inseguendo nei suoi itinerari sessuali la mitologia letteraria dei suoi Ragazzi di vita, proprio lui che ne aveva descritto, soprattutto sul “Corriere della Sera”, la scomparsa. Si disse che era morto per mano di uno dei suoi personaggi. Certo lo squallore e la cruenza della sua fine, se si considera la sua vita, apparvero di una coerenza quasi didascalica, ripeto: un martirio. Seppi la notizia dal telegiornale delle 13 e 30, una domenica di novembre, mentre ero a pranzo da amici. Molti di noi piangevano, tutti rimanemmo sconvolti come raramente mi ricordo mi sia capitato di cogliere, considerando quanto munita fosse già allora la crosta di indifferenza con la quale ci difendevamo dal mondo.
Per quanto mi riguarda (per quanto sento) la morte di Pier Paolo Pasolini è uno degli avvenimenti più significativi e commoventi dei questo secolo.
E giusto o sbagliato fosse il suo populismo, corretta o esagerata la sua percesione del moderno come catastrofe antropologica, credo che nessun intellettuale o artista italiano contemporaneo abbia così fortemente affrontato l’epoca fino a farsene divorare, fino a distruggersi. Per queste ragioni, e per la nostalgia struggente che ho per la sua scrittura acuminata e accesa e perfino per il suo viso e la sua voce, mi chiedo se il vero e grande scandalo sia la sciatta negligenza con la quale si è indagato sulla sua fine, e non piuttosto il fatto che non esista una piazza o una strada o una scuola d’Italia dedicata al suo poeta, vissuto per le sue strade, anzi nel punto indeterminato, annichilente nel quale tutte le strade, perfino quelle di periferia, si interrompono.
Recentemente l’ho rivisto in una vecchia intervista, mentre ripeteva di “non riuscire a scrivere una riga sulla piccola borghesia italiana, né a frequentarla. Per me esistono solo il popolo e gli intellettuali”. La piccola borghesia italiana è diventata, tout court, l’Italia intera, esattamente come Pasolini andava dicendo che sarebbe avvenuto. Anche per lei, molto spiegabilmente, è impossibile frequentare Pasolini.

Da “Cuore — settimanale di resistenza umana”, n. 239 del 9/9/95

Fonte:
http://www.fucinemute.it/1999/07/pasolini-il-caso-e-chiuso/



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Pasolini secondo me - Di Federico Zeri

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini secondo me
Di Federico Zeri


Pasolini era un uomo bifronte: da una parte era affascinante, aveva una voce incredibilmente bella, la voce più bella che abbia mai sentito, la voce di un angelo; dall’altra, accanto a questa voce c’erano dei particolari repellenti, le mani per esempio, fredde, sudate, non so, mi faceva una grande impressione toccarle, poi aveva l’aspetto, io l’ho detto altre volte, di una bellissima statua greca in bronzo caduta da un autotreno, sull’autostrada e ammaccata, aveva qualche cosa di ammaccato, di rovinato, però era un personaggio incredibilmente… unico, io lo considererei. Io lo avvicino molto alla figura di Caravaggio, anche per la fine. Secondo me c’è una forte affinità fra la fine di Pasolini e la fine di Caravaggio, perché in tutt’e due mi sembra che questa fine sia stata inventata, sceneggiata, diretta e interpretata da loro stessi.
[...]
Pasolini ha avuto una sorta di folgorazione, dalla pittura antica, e quando ha approfondito questa sua, diciamo, curiosità ha trovato che la pittura antica può fornire una quantità enorme di spunti tipologici, formali, che lui ha tutti reinterpretati. Ha guardato poi in modo particolare Rosso e Pontormo perché erano pittori dei quali avvertiva la sostanza agitata tipica di un periodo di crisi, di transmutazione. Ha avvertito soprattutto in Pontormo il dramma interno dell’artista solitario, incompreso, omosessuale e in Rosso ha capito, non so però fino a quale punto, il profondo divario fra le cose che dipingeva e quelle in cui credeva. Secondo me Rosso è un pittore blasfemo, un pittore non dico ateo, ma per lo meno molto scettico, che prende in giro anche le cose più sacre della pittura. Io me ne sono accorto quando ho visto l’Ecce Homo, cioè il Cristo morto con gli angeli, oggi nel Museo di Boston.
[...]
Immagine articolo Fucine MuteQuella che fosse la religiosità di Pasolini non l’ho mai capita bene. Debbo dire che Pasolini, a mio avviso, era profondamente cattolico, nel suo intimo; era formato dall’Italia cattolica, quindi aveva un forte senso del peccato, un forte senso della redenzione, un forte senso della liberazione dal peccato e dal senso di colpa. Questo secondo me era Pasolini. Io quando l’ho conosciuto, l’ho incontrato più di una volta e ho avuto sempre l’impressione di una persona profondamente toccata dal senso di colpa, agitata, quasi tormentata, lacerata, ecco il vero termine che si addice a Pasolini, lacerata, una persona che voleva essere punita. Poi anche il culto della mamma, che era molto profondo in Pasolini, tant’è vero che la madre addirittura mi sembra appaia come Madonna in un film che è Il Vangelo secondo Matteo

Fonte:
http://www.fucinemute.it/1999/07/pasolini-secondo-me/




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