venerdì 3 gennaio 2014

Lettera a Pier Paolo di Laura Betti - 4 marzo 1976

"ERETICO & CORSARO"



Lettera a Pier Paolo di Laura Betti - 4 marzo 1976


Caro Pier Paolo,

qui tutto si svolge secondo il previsto. Infatti ieri non ti ho raccontato - è vero, lo dici sempre che dimentico l’essenziale -, non ti ho raccontato che ti conoscono in tanti. Tanti che sanno tutto di te e ti descrivono da destra a sinistra da sinistra a destra. E tu ti credevi così solo. Invece se tu sapessi - ma tanto lo sai - io non faccio che leggerti tutto nuovo, tutto imprevisto e imprevedibile. Ma sono persone serie e irreprensibili quelle che parlano, per cui bisogna anche starle ad ascoltare. È quindi strano che tu ignorassi - quando te ne andavi come Charlot in fondo allo schermo, un puntolino nero e solo - che non eri per niente solo, ma con tutta questa “gente rispettabile che ti conosceva bene” e che quindi ti seguiva nel buio, fino all’idroscalo. Eri insomma protetto, circondato di calore. E non lo sapevi. Ma perché?
Eppure “questa gente” porta delle prove sai e dicono veramente che tu eri così e così e così. Cose precise. Sanno persino che amavi e cercavi la morte. Ad esempio tu sapevi che la morte era lì, vestita e pettinata, e tu le andavi incontro e le dicevi: “mi vuoi adesso? dopo cena? devo ripassare? e quando devo ripassare?”.
Sai Pier Paolo, dicono anche che eri un po’ matto. Ma non matto come noi, tu, io, Ninetto, Sandro, Elsa, Alberto o Sergio o Dario. No. Matto proprio e quindi ne hai fatte di tutti i colori, anche quella notte. Però, forse è bene che parlino tanto di te. Anche all’estero, sai. Come? Non ti piace? Ma forse allora non mi hai capita e quindi vuol dire che non ho detto l’essenziale.
Vedi, io penso che “ti conoscono bene” perché altrimenti l’alternativa è la paura. La paura di sapere come non puoi rinunciare per una morte anche ben vestita e pettinata, a una cenetta con gli spaghetti alla panna, a una gita ad Amatrice solo per mangiare l’amatriciana, o spiare i bambini di Ninetto che festeggiano i tuoi arrivi e le tue partenze, o girare intorno al mio vestito nuovo scandaloso di lustrini, correre all’improvviso all’EUR per tuffarti nell’odore di primule di Susanna, la partitella, il tuo Bach, il tuo Mozart, o spiare da sotto gli occhiali i ragazzi della F.G.C.I., incredulo. E invece è vero sai che a loro non importa nulla del tuo chiedere amore ai ragazzi. Per loro non è diverso. E tu questo lo sapevi e ne tremavi. Magari “la gente che dice” questo non lo sa. Ma tu sapevi - “tremando” - che si preparavano anni in cui avresti scoperto una briciola di amore al di fuori di noi matti.
E se parlo ora della tua morte - tu che per me morto non sei né mai lo sarai - è solo per passeggiare con te nel paradosso, nella disinformazione a mezzo stampa e TV, nel conformismo e nel perbenismo per i viali ripuliti a fondo da ogni contraddizione, di questa “Italia di serie B” così femminilmente timorosa di avere paura.
Ma naturalmente c’è anche gente che non ti conosce per niente, rispettabile quel tanto che basta, che ti ha preso per mano da quel punto lontano dove sei rimasto con Charlot, e non ti lascia. Non ti lascerà mai e abitano quasi tutti nella “cittadella”.
Quanto a me io farò tutto quello che mi dirai di fare: disobbedirò alla “tolleranza”, correrò dietro al potere per riferirti di volta in volta come si maschera e come si trucca, imparerò nuovi piatti succulenti che servirò ai giovani che riescono a crescere malgrado tutto e cercherò in tutto il mondo qualcuno che debba imparare a ridere e glielo insegnerò - come l’ho insegnato a te - poiché di una cosa sono certa: è successo qualcosa di aberrante perché privo della poesia e della grazia di cui tu sai e di cui hai colmato il tuo striminzito esercito di matti. Questo qualcosa si trasformerà - lo si voglia o no - in una stupenda rosa rossa inondata di sole, di dolcezza e di risate. Schiere di ragazzi e ragazze rideranno felici e complici dell’ambiguo segreto dei tuoi versi d’amore. E questo segreto terrorizzerà sempre più “la gente che ti conosceva bene”. Ma non è grave, vero?
So che hai incontrato Pirro, il cane di Alberto e Dacia e che insieme correte per prati verdi, liberi e freschi. Pirro è uno di cui ti puoi fidare, è saggio e gentile, vi assomigliate molto e ti seguirà dappertutto. Quindi sono tranquilla. Ti telefono domani alla solita ora. Ciao.
Laura
da “Annuario 1976 - Eventi del 1975”, La Biennale di Venezia, Venezia 1976.


Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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Ho conosciuto Pasolini, solo per qualche ora

"ERETICO & CORSARO"


Ho conosciuto Pasolini, solo per qualche ora

di Theilard


Pier Paolo Pasolini...Mi rimane un ricordo di lui "Vivo",più di una foto: un suo foglio scritto con calligrafia decisa, che si inclina sulla destra,in alto, ben spaziata e righe orizzontali anch'esse, armoniose, con ampio spazio uniforme in verticale, un segno di equilibrio e dominio di sé; scarso lo sviluppo delle consonanti nella loro componente inferiore a denotare uno spirito non soffocato dalla sessualità e in espansione e riflessione attenta… Osservate la lettera che allego: tutti i punti sono sulle i, precisi ed estrosi, non ne manca uno ma ognuno è diverso, non ne ha dimenticato nessuno, neanche nella fretta di scrivere,nell'agitazione del momento.
Eravamo in un istituto religioso nelle vicinanze della Chiesa di S.Pietro e Paolo, all'EUR.
Era un periodo in cui la mia frequenza religiosa era al suo minimo e non ero riuscito a capire come potessi stare, da qualche tempo (fu comunque per poco tempo) con una ragazza che non perdeva una messa domenicale e le adunanze in parocchia. Io ero iscritto a fisica e lei a legge. Fisica e Legge sono separate da pochi metri, alla Sapienza, fatti di alberi, aiuole e sedili di marmo.
Quanta distanza fra noi, io proletario, abitavo ai confini di Primavalle, e lei in un appartamento, che a giudicare dell'atrio-giardino, dall'ingresso e la divisa del portiere che potevo osservare quando l'aspettavo, era leggermente diverso dagli scarsi 70 mq in cui noi stavamo in cinque mamma, papà e le due sorelle più piccole.
Mi chiamò per dirmi se volevo andare con lei ad un incontro con Pasolini, l'occasione era un dibattito, dopo che 'OCIC (Office catholique international du cinèma) lo aveva premiato, su Teorema.
Rimasi senza parole!
Pasolini l'eretico, Pasolini che con precisa diagnosi aveva decretato la morte del proletariato, inglobato e imborghesito da modelli consumistici che fagocitavano ogni ideale, ogni cambiamento.
Io non mi sentivo né di sinistra, con le sue sicurezze rivoluzionarie e incurante di Budapest, né, tantomeno, di una destra a cui la storia non aveva insegnato nulla e che perdurava nella difesa strenua di un'immagine controversa…Uno che la pensava come me (o io come lui?).
Da allora mi volli schierare in quella categoria, senza vessillo, di "libero pensatore".
Entrammo nella sala già affollata, avevamo dei posti nelle prime file, non mi sentii imbarazzato della situazione di privilegio.
Salutai un collega di corso, mi dichiarai sorpreso del suo interesse, lo conoscevo come ottimo atleta ma sapevo scarso l'impegno culturale (non so se mai completò i suoi studi; l'ho riconosciuto fra i candidati politici in qualche elezione…non ricordo quale).
Aspettammo, non molto. "…Eccolo! Eccolo!".
Ci girammo ad osservare la fonte del vociare concitato.
Pasolini, seguito da un ragazzo alto e biondo, qualcuno riconobbe in lui un non ben identificato "…Angelo. Sì l'Angelo nel …" e mi sfuggì il titolo… Confusione di sedie spostate, atmosfera infuocata da invettive come "..Con Pasolini ci si va solo a letto …non ci si parla" e altre ancora più dirette "…Frocio…".
Pasolini mi passò vicino, stava dicendo qualcosa a chi lo accompagnava al tavolo, di poco sollevato dal pavimento, su un'ampia pedana.
Il chiasso aumentò e invettive pure, circondammo Pasolini con un cordone a difesa
Non parlò e scrisse quello che allego.
Ero vicino a lui.
Pasolini mi chiese se potevo portare il foglio che aveva appena scritto a quel signore molto alto e con una corona di capelli su una testa tonda che sembrava capeggiare la contestazione…
Così feci, o meglio, tentai di fare. Mi avvicinai "…Pasolini vorrebbe che leggesse questo…" mi dette una manata e ricevetti qualche spintone dai giovani che lo circondavano.
Mi ritrovai con il foglio stracciato, solo un poco, mi ritirai con ilmessaggio rifiutato nelle mie mani.
Carabinieri, confusione, l'incontro sospeso
In pochi rimanemmo con lui, fuori della sala a parlare, parlare…parlare per più di un'ora (o forse di più).
Trascrivo il foglio,l'originale è nella foto (anche con "mezzora"):


"Naturalmente non scenderei mai a patti con lei. Ma con lei ci sono dei giovani che dimostrano di condividere le sue idee. E' per loro che le chiedo di venire a patti: lasci procedere tranquillamente il dibattito per mezzora. Se dopo mezz'ora lei crede di poter dire che il dibattito non si svolge a un livello culturale, riprenda la sua gazzarra antidemocratica, e le cose andranno come devono andare, cioè comunque antidemocraticamente



Pier Paolo Pasolini"

Fonte:

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1975: L`omicidio Pasolini - Roma in cronaca nera - video



1975: L`omicidio Pasolini - Roma in cronaca nera


Sulla Gazzetta del Sud, il 3 novembre 1975, ovvero il giorno dopo l'uccisione di Pier Paolo Pasolini e un mese dopo il massacro del Circeo, compare sul giornale un singolare articolo che mette in relazione questi due fatti di cronaca nera:
La sua scontata morte violenta non ci turba, né ci commuove, né ci emoziona. Pasolini figlio dell'Italia del boom economico e dello sviluppo anomalo non cessò mai di rinunciare alla sua euforia vitale, espressa in autentiche notti di violenza psicologica e fisica, come era abbastanza noto a tutti e come è stato confermato dal fatto del suo ultimo incontro. A distanza di qualche settimana abbiamo in questo bel Paese, da parte degli stessi personaggi colti, la giusta condanna dei pariolini che affogarono Rosaria Lopez, ragazza di borgata, per punirla della volontà di disporre del suo corpo, e la grottesca esaltazione di un Pasolini; sfortunato però, perché a differenza dei pariolini lo scrittore ha fatto le spese di un'analoga ribellione, quella di un ragazzo pure di borgata che gli ha reso pan per focaccia affermando, se pur attraverso la controviolenza, come aveva fatto Rosaria Lopez, il diritto al suo corpo che era stato pagato anticipatamente con un pasto in trattoria.

È una vera e propria apologia di reato, una provocazione. Ma per uno dei tanti scherzi della storia molte cose iniziano a cambiare, nel modo di vedere i fatti della vita, proprio dall'intreccio di queste due storie.





Ogni epoca ha i suoi mostri, i ragazzi 'normali' del Circeo

Roma, nella notte tra il 1 e il 2 ottobre del '75, in via Pola, una strada di un tranquillo ed elegante quartiere borghese, vengono ritrovate due ragazze nel bagagliaio di una Fiat 127, avvolte in dei sacchi di plastica: una morta, l'altra quasi. I carabinieri sono arrivati sul posto solo perché una donna che non riusciva a dormire ha sentito dei lamenti provenire da una macchina. Le due ragazze sono Rosaria Lopez, 18 anni e la sedicenne Donatella Colasanti. Arrivata all'ospedale, Donatella riuscirà a dare una prima testimonianza:
Mi avevano messo un laccio intorno al collo e tiravano, tiravano, e poi vedendo che non riuscivo a morire mi hanno presa a sprangate sulla testa e dicevano sempre: 'Madonna, questa qui resiste troppo, quand'è che muore. Casomai dopo gli diamo una pistolettata.' Quando mi hanno messa nel portabagagli, hanno detto: 'Finalmente è morta'.

Dopo poche ore Donatella riesce a fornire particolari sufficienti per individuare i responsabili: sono Gianni Guido, 20 anni, figlio di un dirigente bancario (la 127 era quella di suo padre), Angelo Izzo, 17 anni, figlio di un ingegnere costruttore, e Andrea Ghira, 22 anni, anch'egli figlio di un costruttore. I primi due vengono immediatamente arrestati, mentre Ghira riesce a fuggire. Nessuno lo prenderà mai più.

Il giornalista Giuseppe Colomba parla dei protagonisti:
Erano ragazzi di tutti i giorni, ragazzi in cui si poteva riconoscere una gran parte della città. Erano pariolini di Piazza Euclide, ragazzini per bene, di questi che giravano con le automobili, con le prime motociclette. E le ragazze, anche loro erano normali, comuni, non c'erano ambienti diversi, non c'era la politica. Si trattava di vita quotidiana e quindi la consapevolezza che tutto questo sarebbe potuto accadere a chiunque, ha provocato in quella circostanza uno shock nuovo. Questo disprezzo per la vita umana, questo sadismo nell'infliggere sofferenze gratuite, era un film dell'orrore, uno dei primi film dell'orrore.

Ma chi sono Guido, Izzo e Ghira? Loro stessi si definiscono fascisti. Ghira, in particolare, teorizza il crimine come mezzo legittimo di affermazione sociale. La sua camera è tappezzata di bandiere naziste, mezzibusti di Hitler e Mussolini, e libri del filosofo Julius Evola.

'Comincia l'inferno': il racconto di Donatella Colasanti

Tutto è cominciato una settimana fa, con l'incontro con un ragazzo all'uscita del cinema che diceva di chiamarsi Carlo, lo scambio dei numeri di telefono e la promessa di vederci all'indomani insieme ad altri amici. Con Carlo così, vengono Angelo e Gianni, chiacchieriamo un po', poi si decide di fare qualcosa all'indomani, io dico che non avrei potuto, allora si fissa per lunedì. L'appuntamento è per le quattro del pomeriggio. Arrivano solo Angelo e Gianni, Carlo, dicono, aveva una festa alla sua villa di Lavinio, se avessimo voluto raggiungerlo'ma a Lavinio non arrivammo mai. I due a un certo punto si fermano a un bar per telefonare a Carlo, così dicono; quando Gianni ritorna in macchina dice che l'amico avrebbe gradito la nostra visita e che andassimo pure in villa che lui stava al mare. La villa era al Circeo e quel Carlo non arrivò mai. I due si svelano subito e ci chiedono di fare l'amore, rifiutiamo, insistono e ci promettono un milione ciascuna, rifiutiamo di nuovo. A questo punto Gianni tira fuori una pistola e dice: 'Siamo della banda dei Marsigliesi, quindi vi conviene obbedire, quando arriverà Jacques Berenguer non avrete scampo, lui è un duro, è quello che ha rapito il gioielliere Bulgari'. Capiamo che era una trappola e scoppiamo a piangere. I due ci chiudono in bagno, aspettavano Jacques. La mattina dopo Angelo apre la porta del bagno e si accorge che il lavandino è rotto, si infuria come un pazzo e ci ammazza di botte, e ci separano: io in un bagno, Rosaria in un altro. Comincia l'inferno. Verso sera arriva Jacques. Jacques in realtà era Andrea Ghira, dice che ci porterà a Roma ma poi ci hanno addormentate. Ci fanno tre punture ciascuna, ma io e Rosaria siamo più sveglie di prima e allora passano ad altri sistemi. Prendono Rosaria e la portano in un'altra stanza per cloroformizzarla dicono, la sento piangere e urlare, poi silenzio all'improvviso. Devono averla uccisa in quel momento. A me mi picchiano in testa col calcio della pistola, sono mezza stordita, e allora mi legano un laccio al collo e mi trascinano per tutta casa per strozzarmi, svengo per un po', e quando mi sveglio sento uno che mi tiene al petto con un piede e sento che dice: 'Questa non vuole proprio morire', e giù a colpirmi in testa con una spranga di ferro. Ho capito che avevo una sola via di uscita, fingermi morta, e l'ho fatto. Mi hanno messa nel portabagagli della macchina, Rosaria non c'era ancora, ma quando l'hanno portata ho sentito chiudere il cofano e uno che diceva: 'Guarda come dormono bene queste due'.

Ma qual è la vera natura di questa tragedia?

I cronisti fanno fatica a inquadrare questa terribile storia, lo stesso pubblico non riesce a cogliere nessuna traccia del movente passionale: non si tratta, infatti, solo di violenza sessuale, non è il solito delitto di qualche maniaco. Gli assassini sono ricchi e giovani, e seviziano le due ragazze perché 'inferiori', perché ragazze semplici del 'popolo', che vivono in periferia.
Prende piede un altro tipo di racconto, meno legato agli schemi classici della cronaca nera; un racconto più politico e sociologico: si sottolineano i quartieri di provenienza dei protagonisti, le loro famiglie, il loro background.

Il processo, finalmente in Italia si osa pronunciare la parola 'stupro'

Nel luglio del '76 a Latina inizia il processo per i fatti del Circeo in Corte d'Assise. Il fatto clamoroso è che, per la prima volta, il movimento femminile chiede di potersi costituire come parte civile.

Edda Billi, Associazione Federale Femministe Italiane:
"Questo processo ha dato una presa di coscienza a una nazione intera, ci sono stati uomini che si sono vergognati di essere uomini, questo vuol dire molto; è cambiato il costume. Fino ad allora lo stupro era considerato delitto contro la morale, da quel momento furono gettate le basi per la futura legge che all'Articolo 1 dice: La violenza sessuale è delitto contro la persona." Anita Pasquali, Associazione Federale Femministe Italiane: "Per esempio fare una ferita al braccio è un delitto contro la persona, lo stupro invece non era un reato contro la persona, ma contro la dignità che sappiamo che, come la morale, è un concetto astrattissimo che si può tirar di qui, tirar di là...".

Lo storico Giordano Bruno Guerri, a proposito della costituzione del movimento femminile al processo, afferma:
"È evidentemente un assurdo giuridico perché le donne avevano comunque dignità pari agli uomini già dal '46 quando si votava ecc. Quindi non ha senso; però ha un senso storico perché le donne erano oggettivamente in uno stato di inferiorità, nonostante le leggi, per tradizione e per abitudini, e il movimento femminista del '68 stava alzando il tiro pretendendo di più per una parità vera. Individuò quindi nella violenza del Circeo un punto di attacco per creare un problema."

La sentenza: ergastolo, ergastolo, ergastolo

Intanto durante il processo Angelo Izzo, unico imputato, è pallido e tremante e urla che Donatella mente sapendo di mentire. Questo il commento della vittima alle telecamere del Tg2: "È un vigliacco, è un vigliacco e basta. Hanno voluto fare i grandi con noi che eravamo delle ragazzine, però adesso tremano quando devono parlare. È una stupida farsa, se [sic] vede benissimo che recita, recita pure male".

A Latina il processo di primo grado si avvia velocemente verso la fine. Il Pm Vito Giampietro: "Non vi è follia nel comportamento di Guido e di Izzo e di Ghira, non vi è la follia che ottunde il sentimento, che ottenebra la volontà, che obnubila il cervello. Il delitto è lucido, freddo, spietatamente voluto per il perseguimento di un fine ben determinato!" Così la fine della sua requisitoria: "Ergastolo per Izzo, ergastolo per Ghira, ergastolo per Guido!".

Dopo il processo il giornalista Giuseppe Marrazzo intervista il Pm Giampietro: "Lei non ha avuto esitazioni a chiedere l'ergastolo?", il Pm: "Assolutamente", Marrazzo: "Non le è passato per la mente neanche per un momento il bisogno di una perizia psichiatrica di tre giovani che uccidono in quel modo?", il Pm: "Assolutamente no", Marrazzo: "Perché?", il Pm: "Perché li ritengo del tutto sani di mente".

La sentenza del 29 luglio del '76 conferma la richiesta di ergastolo per tutti e tre. Intanto Ghira, che è latitante, pensa ai suoi amici e scrive loro: "Cari amici Giovanni e Paolo, non mi avranno mai. Vi assicuro che quella bastarda la faccio fuori, per voi non c?è pericolo, a fine anno '76 uscirete tutti per libertà provvisoria. Anche se sanno tutto questi bastardi faranno una brutta fine anche loro. Comunque non vi preoccupate per la mia latitanza ho circa 13 milioni di lire, forse andrò via da Roma. Per quanto riguarda quella stronzetta farà la fine della Lopez state calmi, a presto, Berenguer Ghira".

Ma Ghira mancherà alla sua promessa di farli fuggire, e nel 1980 la Corte d'Appello conferma l'ergastolo per Izzo e per Ghira, portando la pena a 30 anni per Guido. Nell'81 la pena viene confermata anche dalla Corte di Cassazione.

Izzo e Guido continueranno a far palare di sé: nel gennaio '77 tentano di evadere prendendo in ostaggio una guardia carceraria, ma il piano fallisce. Successivamente Guido, trasferito nel carcere di San Gimignano, grazie a una condotta modello, riesce a ottenere un trattamento tanto privilegiato da avere libero accesso alla portineria del penitenziario dalla quale fugge il 25 gennaio '81. Ma due anni dopo viene arrestato sotto falso nome in Argentina dove vende automobili. Ricoverato perché ferito, in attesa di estradizione, riesce nuovamente a fuggire il 15 aprile '85. Sarà intercettato quasi dieci anni dopo a Panama dove ha contatti con narcotrafficanti, venditori di armi e neofascisti. Nel '94 viene trasferito in Italia, nel carcere di Rebibbia.

Anche Izzo farà parlare ancora di sé: nell'85 fa sapere agli inquirenti che è deciso a collaborare, confessa altri sei omicidi e diventa un pentito 'buono per tutte le stagioni', dall'eversione di destra alla mafia. Nell'agosto del '93, approfittando di un permesso di uscita, non rientra nel carcere di Alessandria e fa perdere le sue tracce. Dopo quindici giorni viene arrestato a Parigi. Nel '95 ricomincia a fare rivelazioni. Nel 2004 gli viene concessa la semilibertà, ma il 30 aprile torna in carcere per duplice omicidio: le vittime sono Maria Carmela Linciano e sua figlia Valentina, trovate sepolte nel giardino di una villa a Mirabello Sannitico.

Il giornalista Enzo Rava riguardo il massacro del Circeo, mette in luce che "da questo tragico fatto siano nati altri fatti positivi: l'opinione pubblica, si è creata una nuova coscienza nei confronti dei diritti delle donne. Lo stupro non è più solo contro la morale, ma contro la persona. Sono delle contraddizioni della storia: come alle volte dal bene nasce il male, alle volte avviene il contrario".

Pasolini, un genio morto da omosessuale

Il 2 novembre del '75 viene ritrovato presso l'Idroscalo di Ostia il corpo di Pier Paolo Pasolini.
La prima persona che ha scoperto il suo corpo è la signoria Maria Lollobrigida: "Sì, alle sei e mezza mentre scendevo dalla macchina ho detto: ma tu guarda gettano sempre i rifiuti in mezzo alla strada. Io gentilmente venivo a raccoglierla per buttarla e so' arrivata al punto lì e ho detto: non è immondizia è un cadavere". Se l'assassino di Pasolini non avesse preso la sua automobile per fuggire, non sarebbe stato fermato dai carabinieri e il caso sarebbe stato archiviato come "compiuto da ignoti". Lo scrittore, omosessuale dichiarato, "ha trovato la morte sua", questo, più o meno, è quello che si ascolta spesso in quel novembre del '75.

Se seguiamo il ragionamento di Alberto Moravia, secondo il quale un eroe muore da eroe, uno scienziato da scienziato, e un esploratore da esploratore, Pasolini non ha avuto una morte intonata alla sua vita, non è morto da scrittore, giornalista, regista, comunista, politico, poeta e uomo di teatro, ma ha avuto una morte intonata ai pregiudizi. Moravia, infatti, al suo funerale dirà: "Abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto dentro a un secolo! Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeti!".

Nell'articolo comparso su 'il Manifesto', il 4 novembre '75, In morte di Pasolini Rossana Rossanda scrive: «Non piaceva a nessuno quel che negli ultimi tempi andava scrivendo. Non a noi, la sinistra, perché battagliava contro il 1968, le femministe, l'aborto e la disobbedienza. Non piaceva alla destra perché queste sue sortite si accompagnavano a un'argomentazione sconcertante, per la destra inutilizzabile, sospetta. Non piaceva soprattutto agli intellettuali; perché era il contrario di quel che in genere essi sono, cauti distillatori di parole e di posizioni, pacifici fruitori della separazione fra 'letteratura' e 'vita', anche quelli cui il '68 aveva dato 'cattiva coscienza'. Solo uno di essi, Sanguineti ha avuto, ieri, il coraggio di scrivere 'finalmente ce lo siamo tolto dai piedi, questo confusionario, residuo degli anni Cinquanta».

Pasolini infatti, era un uomo che cercava di guardare avanti, di capire dove si stava dirigendo il mondo, la nostra società, e lo faceva con grande onestà intellettuale, libero da pregiudizi. Pasolini: "Il regime è un regime democratico eccetera eccetera, però quell'acculturazione quell'omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della società dei consumi, invece riesce a ottenerlo facilmente, distruggendo le realtà particolari, e questa cosa avviene talmente rapidamente che non ce ne siamo resi conto".

Il colpevole o i colpevoli. Non si saprà mai...

Per i carabinieri è tutto chiaro: c?è il morto, l'assassino, Giuseppe Pelosi, e il movente. Il movente è torbido: lo scrittore ha rimorchiato un ragazzetto, si sono appartati al buio, hanno litigato, forse non si sono messi d'accordo sulla prestazione, e allora ecco le botte, la violenza. Ma allora perché transennare subito tutto? Perché allontanare i curiosi? Perché sequestrare immediatamente l'automobile? Perché usare la carta millimetrata e i numeri sul terreno per capire la dinamica dell'agguato? Cambia qualcosa se Pelosi era da solo o in compagnia, oppure 'Tanto se lo era meritato'?

Queste e altre domande iniziano a influenzare la morale comune, a destare dei sospetti. Un omosessuale deve morire da omosessuale oppure è giusto indagare meglio e cercare di capire se si è trattato di un attentato premeditato' Quindi, come afferma lo psicologo Emanuele Nutile: "Questo fatto fu un detonatore perché si discutesse più approfonditamente del problema dell'omosessualità. Questo poi si verifica spesso: che dei fatti negativi, delittuosi, possano verificare dei percorsi virtuosi per cui poi si arriva a una discussione che poi potrà servire per superare delle situazioni negative, come ad esempio l'intolleranza verso l'omosessualità. Da allora, quindi, un movimento molto forte si sollevò a difesa della tolleranza verso l'omosessualità; ricordo che i Radicali erano in prima battuta in questo tipo di lotta".

Il merito di questa spinta verso una sana discussione delle problematiche omosessuali, e verso una trasformazione, seppur lenta, dell'opinione pubblica, secondo Enzo Rava, lo si deve anche al 'Corriere della Sera, diretto allora da Piero Ottone, che ebbe il coraggio di pubblicare un'inserzione in difesa dei diritti degli omosessuali. Denunciò la stampa, la tv e la radio di aver speculato sul caso Pasolini per costringere ancora di più nel ghetto la società omosessuale'.

Giuseppe (Pino) Pelosi verrà rilasciato nell'84 per poi tornare in carcere pochi anni dopo. Nei 20 anni successivi diversi libri, inchieste e film hanno cercato di riportare all'attenzione alcune implicazioni che non erano state mai chiarite. Ma non si è giunti mai a nulla di nuovo, finché il 7 maggio 2005, durante la trasmissione 'Le ombre del giallo', dopo aver scontato quasi 30 anni in carcere, Pino Pelosi, ha dichiarato di non essere stato lui l'autore dell'omicidio e di non avere avuto il coraggio di dire la verità fino a quel momento per paura delle conseguenze.

Pino Pelosi, nella sua nuova versione, non si limita ad accusare i tre sconosciuti, descrive un vero e proprio agguato che aveva come obiettivo Pier Paolo Pasolini in quanto intellettuale, in quanto 'sporco comunista'. In seguito alle dichiarazioni di Pelosi, la Procura di Roma ha riaperto il fascicolo sul delitto Pasolini, fascicolo che però è stato subito richiuso, senza giungere a nessuna nuova conclusione.





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La meglio gioventù di Pasolini - Pier Paolo Pasolini all'Academiuta - Di Giuseppe Mariuz

"ERETICO & CORSARO"



La meglio gioventù di Pasolini
Pier Paolo Pasolini all'Academiuta
di Giuseppe Mariuz



Non v’e riferimento autobiografico o intervista negli anni della sua maggiore e contrastata fortuna artistica e letteraria, quand’era al centro di scatenanti dibattiti civili, in cui Pier Paolo Pasolini non si richiamasse agli anni friulani, a quella straordinaria, lunga e varia stagione in cui aveva scoperto il mondo contadino, s’era immerso nel suo utero linguistico, era vissuto tra una gioventù incontaminata, aveva infine condiviso l’ardore delle lotte dei braccianti e dei mezzadri.
Il ’43, anno dell’abbraccio al Friuli dopo tanti soggiorni episodici nel paese materno, rimane per Pier Paolo, nonostante le tragedie della guerra e lo sfollamento dalla città, “uno degli anni più belli” della sua vita.
Casarsa era già stata, con le prime poesie friulane, topos del vagheggiamento giovanile di una terra romanza mitica, pura, immersa in immutabili cicli stagionali e in un’antica innocente cristianità. La permanenza, prima nella casa materna dei Colùs e poi nel borgo rurale di Versuta, discosto dalle insidie dei bombardamenti, trasforma gradualmente quei momenti lirico-elegiaci e idillici, stempera il mito assumendo consistenza storica nell’humus contadino e nella vita materiale. Il gruppo di “fantassìns” che si avvicina a Pier Paolo per un’esigenza di istruzione, e che nel febbraio del ’45 forma il nucleo dell’Academiuta, diventa esperienza di vita, operazione di interscambio culturale tra maestro ed alunni, inserimento pieno nell’ambiente. Il friulano casarsese, “lingua pura per poesia”, supera l’ipoteca vernacolare e borghese ottocentesca, trova linfa e freschezza nei componimenti di ragazzini scalzi coll’odore di letame nei calzoni corti e rattoppati. [...]
Nel ’72, in una trasmissione televisiva condotta da Enzo Biagi, Pasolini indica in quella stessa sfera di persone, conosciuta in Friuli e poi dilatata alle borgate romane e poi ancora estesa al terzo mondo, i portatori dei suoi valori culturali:
“Il tipo di persone che amo di gran lunga di più sono le persone che possibilmente non abbiano fatto neanche la quarta elementare, cioè le persone assolutamente semplici. Ma non ci metta della retorica in questa mia affermazione: non lo dico per retorica, lo dico perché la cultura piccolo-borghese [...] è qualcosa che porta sempre della corruzione, delle impurezze, mentre un analfabeta, uno che ha fatto solo i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi la si ritrova ad un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice”.
Immagine articolo Fucine MuteCol nostro lavoro di raccolta di testimonianze abbiamo ripercorso a ritroso il cammino di Pier Paolo Pasolini, la sua nostalgia d’una società non ancora intaccata e corrosa dallo sviluppo capitalistico negatore di vero progresso, le sue coordinate di vita e di valori, le sue opzioni fuori dal Palazzo e dall’omologazione consumistica. Abbiamo deciso di dar voce alla “meglio gioventù” che popolava i campi del Friuli e ne gremiva le piazze, di riascoltare quelle aspirazioni, di capire quanto Pier Paolo stesso avesse inciso in quella realtà. [...]
Le testimonianze qui raccolte, pur di allievi marginali o di persone direttamente coinvolte, riconducono l’Academiuta in un alveo naturale di disponibilità e carica umana del promotore, di vivificazione d’una cultura “altra”, di azione per l’emancipazione di ragazzi rimasti esclusi dalla stessa istruzione pubblica. [...]
Si è cercato così di dar voce alla realtà di quegli anni friulani dal basso, senza mediazioni o interpretazioni, pur dovendo accorpare e ricomporre i segmenti del discorso e i salti temporali e tematici. [...]
Le testimonianze sono state poste in veste di racconto più che di intervista, eliminando o comunque riducendo le interruzioni dovute alle domande.

Alcune delle testimonianze raccolte da Giuseppe Mariuz

Walter Bearzatti di San Martino e Marianna Leonarduzzi di Domanins
Walter: Noi, allievi “pasoliniani” della Scuola media di Valvasone negli anni 1947-48 e ’48-49, ci ritroviamo ogni anno magari per una pizza. Lo facevamo anche quando il nostro professore era vivo, è lui che ci ha insegnato la solidarietà, il valore dello stare insieme. [...]
Lo abbiamo sempre giudicato per quello che ci ha dato, veramente tanto. Era per noi il fratello maggiore. Qui, presso l’osteria della mia famiglia, lui qualche domenica veniva anche a cena, e poi si fermava a ballare. Aveva simpatia per una ragazza di nome Lida, che ora vive a Milano. Se gli veniva l’ispirazione, mollava il ballo, prendeva la borsa che portava sempre con sé a cavallo della bicicletta e andava a battere sulla macchina da scrivere che il prete gli prestava. Poi tornava a ballare.
Aveva tanta umanità e disponibilità. È lui che al pomeriggio, dopo scuola, ci ha insegnato a giocare al pallone, in particolare il doppio passo alla Biavati. Aveva ampia visione di gioco ed era velocissimo all’ala. Siamo andati con la nostra squadra in bicicletta, in fila indiana, a giocare a Sacile e anche al don Bosco di Pordenone; al ritorno, ai Tortiglioni di Casarsa, ha pagato di tasca propria il gelato a tutti noi.
Era contrario ai giocattoli comperati, preferiva che prendessimo un cartone o una tavola e ci applicassimo due ruote di legno, per sfruttare la fantasia, se no, lo diceva lui, si diventa idioti.
Ci rendeva la scuola leggera. C’era un alunno di nome Giancarlo Mantovani, noi lo chiamavamo Monte Grappa per la sua testa grossa. Un giorno Pasolini spiegava i complementi di argomento e lo aveva chiamato alla lavagna; gli ha fatto tradurre “Cicero disputavit de dura cervice Mantovani”. Insegnava il latino anche attraverso battute e vignette.
Immagine articolo Fucine MuteAveva la poesia nel sangue. Durante un’ora di lezione. per esempio dalle undici a mezzogiorno, ci chiedeva di inventare dei versi.
Marianna: Ci rimangono quei due anni completi [1947-49], un’esperienza indimenticabile, ricordi bellissimi. Per noi, fondamentalmente, era il professor Pasolini, con tutto il suo bagaglio di cultura. Lo ricordo ancora quando arrivò, in biclicletta e con i pantaloni alla zuava: era giovane e asciutto.
Un giorno ho scritto due poesie, ne ricordo ancora una:
A sùnin li ciampanis
a sùnin plan planin
e il siò sun al si spiert
come ussièi in ta l’aria
a sùnin li ciampanis
a sùnin plan planin.
(Suonano le campane / suonano pian piano / e il loro suono si sperde / come uccelli nell’aria / suonano le campane / suonano pian piano)
Questa l’avevo passata all’Annì, e io mi ero tenuta l’altra, ma lui si è accorto e le ha detto: “Ma questa non è tua, è di Mariannina!”.
Walter: Io ne avevo scritta una su un cardellino, chiuso in una gabbia dai ferri argentei. Lui mi ha detto che lo aveva colpito quel “ferri argentei”.
Ci spiegava anche la metrica.
[...]
Quando eravamo stanchi, ci leggeva dei brani di Cechov come La steppa, e di Tolstoi…
[...]
Ci spiegava anche i film che uscivano, come Ladri di biciclette; andava a vederli a Udine, con una bicicletta che avrà pesato due quintali.
Marianna: A primavera ci portava fuori, in campo sportivo, a studiare. Noi stavamo seduti in circolo, e lui in mezzo ci faceva lezione. Non ci distraevamo, perché aveva un forte potere di attrazione e quasi ci incantava.
Non si creda che fossimo plagiati. Avevamo il piacere di studiare e il piacere di dargli soddisfazione, perché lui lo desiderava. Con qualche eccezione, s’intende. Un giorno ci aveva assegnato di comporre delle frasi, ma noi eravamo svogliati. Quando è passato per i banchi e si è accorto che nessuno aveva lavorato, si è trasformato: tremava la mascella, stava zitto a guardar fuori. Non si sentiva volare un mosca, e ci siamo vergognati per avergli dato un dispiacere. Era un metodo di insegnamento che ci coinvolgeva, perché non ci trattava solo da alunni, ma molto di più.
Walter: Aveva preparato un testo di teatro, che avremmo dovuto recitare. Eravamo pronti per la rappresentazione in estate, quando abbiamo saputo che non l’avremmo più avuto come insegnante.
Marianna: Il soggetto era un allievo discolo e poco diligente, che una notte aveva fatto un sogno. L’allievo era interpretato dal compagno di classe, Masut, poi c’era la sua coscienza, impersonata dalla Benvenuti, ora morta e la madre, l’Annì. Io, forse per la statura piccola, ero la virgola che bisognava mettere dopo la parola e Walter rappresentava gli errori blu. Riassumendo la trama, il protagonista veniva assalito dagli incubi per non aver studiato: c’erano un castello, un sole forte e battente a mezzogiorno, dei rimbombi tutt’intorno.
Walter: Noi alunni vorremmo recuperare quel lavoro teatrale, chissà se esiste ancora tra le carte pervenute agli eredi.


Luigi (Gigion) Colussi “Socolari” di Casarsa

Io ero di famiglia contadina, possedevamo della terra e questa casa. Mio padre aveva anche ottenuto una licenza di osteria, grazie al fatto che era invalido di guerra.
I Pasolini venivano a Casarsa in estate, nella casa qui di fronte dei Colussi “Batistons” — della madre, delle zie e della nonna di Pier Paolo — e in pratica ci siamo sempre conosciuti. È da loro che ho ascoltato la prima radio, non ce n’erano altre. Io mi sedevo nel giardino esterno, non potevo entrare, perché ero vestito male e avevo un certo ritegno. Loro erano di famiglia più elevata, ma Pier Paolo stava bene con tutti, era sempre a torzeòn (in giro). Giocava anche al pallone, nella squadra del Casarsa; era allora molto giovane, non aveva compiuto vent’anni. C’era severità anche nello sport, entrava in campo solo una cerchia ristretta, e poi, chi aveva i soldi per comperare le scarpe da pallone? I giocatori, compreso Pier Paolo, si spostavano in trasferta in bicicletta, a Spilimbergo, San Daniele, Codroipo, San Vito. Suo fratello Guido, più giovane, era bonaccione, sempre sorridente, ma si vedeva più di rado. Il padre di Pier Paolo e di Guido, quando veniva a Casarsa, era piuttosto solitario, non integrato nell’ambiente. Nella stessa casa abitava anche il cugino Nico Naldini, che era spesso con noi, specie con mio fratello. Il padre di Nico era grande invalido della prima guerra mondiale e la madre, zia di Pier Paolo, gestiva un botteghino dove vendevano un po’ di tutto, dai quaderni ai reggipetti.
In tempo di guerra abbiamo formato il Coro. Eravamo una dozzina e facevamo le prove nell’asilo delle suore, in una sala presso la cappella, dove c’era un pianoforte. Pier Paolo Pasolini era il direttore e scriveva i testi, la Kalz componeva la musica e suonava il pianoforte. Era tutto inventato in casa, in friulano. Io ero allora il più giovane del gruppo, poi c’erano fra gli altri Jacumin Fantin, Bepi Castellarin, Angelin Bertùs, Onorio Vis’cia, Leo Vis’cia, quelli del Gialùt. Pier Paolo aveva scritto dei versi, segnando le nostre caratteristiche:
Il miej “prin” a l’è Gigiòn
cu na vous di gardilin;
il miej bas a l’è Angelìn
cu ‘na gola da canon.
(Il miglior “primo” è Gigion / con una voce da cardellino / il miglior basso è Angelin / con una gola da cannone.)
E poi:
La maestra a è pissuluta
ma a è duta di oro fin.
Ultin, un ch’a ti combina
li vilotis cun murbin.
(La maestra è piccolina / ma è tutta d’oro fino. / Ultimo, uno che ti compone / le villotte con morbino.)
Andavamo in giro, in particolare ricordo una volta a Zoppola, dove abbiamo tenuto uno Spetaculut durante un intero pomeriggio, presso il palazzo del conte in una gran sala piena di gente seduta a terra. Era una giornata piovosa, in tempo di guerra, ed eravamo partiti su un carro trainato da cavalli e coperto da frasche e da un telo, come i coscritti. Durante il percorso, di tanto in tanto guardavamo fuori, per controllare che non arrivassero aeroplani a bombardare. Il conte, felicissimo, ci ha portato da bere su boccali e scodelle. Non c’era altro, a quei tempi. L’asilo, poi, è crollato sotto i bombardamenti. Anche un pezzo di casa nostra è andato bruciato il 20 febbraio del ’45, e un’altra parte è stata buttata giù. Qui siamo sfollati tutti, noi prima dai Colussi “Socolaris” in Via Pordenone, poi il 4 marzo nel borgo Majaroff tra i campi. Pier Paolo e famiglia erano a Versuta, e non ci siamo visti per un pezzo.
Dopo la guerra la loro casa qui di fronte, con annessa distilleria, è stata rimessa a posto, comunque non aveva subito gravi danni e aveva mantenuto la stessa impronta. L’Academiuta aveva sede in una stanza un po’ tetra, con qualche tavolino e alcune seggiole. Eravamo in parecchi, quindici sedici: facevamo traduzioni, leggevamo e imparavamo a scrivere e a comporre in friulano, con accenti, virgole, punteggiature.
Un fine carnevale, subito dopo la guerra, abbiamo organizzato una mascherata su un carro. Pier Paolo ha scritto il testo di una piccola rappresentazione: io, lungo e magro, impersonavo la quaresima, con una gonna lunga di mia nonna; Bepi Castellarin, grosso e imbottito, faceva il carnevale, caccando frìssis (cicciole) e bevendo, poi c’era Vis’cia con aringhe appese. Giravamo per piazze e paesi intorno, interpretando ognuno la parte che ci era stata preparata. La gente scoppiava dalle risate. Le strade e le piazze erano piene di giovani, non c’erano macchine né altri divertimenti. E abbiamo continuato a girar anche fuori stagione, in quaresima. [...]
Dopo la partenza dal Friuli, Pier Paolo Pasolini ha mantenuto contatti amichevoli, come sempre. Quando tornava a Casarsa veniva sempre qui a trovarci, un giorno è arrivato con la Callas. Io di politica non mi sono mai interessato, parlavamo del più e del meno, ricordavamo quegli anni.


Dino Peresson di Ligugnana

[...]
Immagine articolo Fucine MuteCe l’ho ancora davanti agli occhi al Tagliamento: piccolo, atletico e muscoloso, peloso come una ruga. In estate ci trovavamo spesso a nuotare, tra Rosa e Carbona, in dieci, quindici, venti. Per noi era un periodo transitorio: non studiavamo più e lavoro non ce n’era. Lui era il più anziano, gli altri della sua età erano all’estero, avevano il peso d’una famiglia. La sera, al ritorno, rubavamo qualche pesca, un po’ d’uva aspra, quel che si poteva trovare nei campi, e via. Pier Paolo cercava di farci capire quello che non sapevamo, di letteratura, di pittura. Con noi parlava sempre in friulano. Solo in caso di necessità, con altra gente che non capiva, usava il dialetto [veneto di terraferma] o l’italiano. Era un comunista per cercare l’uguaglianza, perché questa gente potesse vivere meglio. La chiesa allora difendeva i padroni, non di certo noi. Pier Paolo non ce l’aveva su con la religione, ma con quelli che la predicavano male. Gli piaceva stare con noi semplici, ci sentiva di sentimenti sinceri, sani da cima a fondo, onesti anche se rubavamo una zucca, era per non morir di fame. Se c’era una scodella di vino, si divideva fra tutti.
Faceva le battaglie per i contadini perché li ha visti soffrire, nella loro miseria e anche nella sottomissione ai padroni. Non voleva eliminare i padroni o la proprietà, ma che tutti potessero vivere con dignità. Non l’ho visto partecipare direttamente alle lotte contadine, ma si informava e forse guidava il movimento assieme ai responsabili sindacali e politici, in particolare a Galante, grande trascinatore.
Io ho partecipato alle lotte, all’occupazione di palazzo Rota, di palazzo Alborghetti e di palazzo Tullio. A palazzo Rota si è verificato qualche saccheggio ed è stato causato qualche danno: hanno rotto un sacco di zucchero, portandone via un po’ ciascuno, han dato fuoco alle palme. Galante, Guardabasso e gli altri responsabili hanno subito bloccato queste azioni, per non passare dalla parte del torto. Volevamo solo lavorare, essere occupati anche solo stagionalmente come braccianti nelle opere di miglioria dei fondi. Tullio è stato il primo a firmare il patto. Abbiamo anche invaso il palazzo del Comune. Ero presente a Cordovado alle cariche della polizia, ho soccorso uno dei nostri, Giacomo Zannier, colpito col calcio del fucile. Io, mio fratello e Dario Scodeller l’abbiamo preso nella strada e portato nella villa dei Sigalotti che non volevano riceverlo. Quel giorno eravamo di ritorno da Palazzolo dello Stella, dove avevamo scioperato a sostegno di quei braccianti rovinati dai crumiri arrivati proprio da San Vito. E anche là c’erano stati scontri con la polizia.
Il giorno seguente a San Vito c’è stata una manifestazione imponente. È arrivato anche l’esercito a presidiare i palazzi, ma non si sono verificati altri scontri.


Guglielmo Susanna di San Giovanni

Quando hai conosciuto Pier Paolo Pasolini?
Credo a Versuta, dove è arrivato come sfollato, ma fors’anche prima a Casarsa, dove andavo a lavorare con mio padre pittore. Ma l’amicizia vera è venuta dopo, quando avevo diciott’anni.
Tuo padre, a suo tempo, riferì d’aver mandato i suoi figli a lezione da Pier Paolo…
Sì, durante la guerra, prendevamo lezioni a Versuta, in una casa che credo fosse dei Cicuto. Lui aveva una stanza, ci faceva scrivere poesie, in italiano e anche in friulano; e poi ci insegnava a scrivere in prosa, a comporre dei temi, a leggere, un po’ di tutto…
In quanti eravate?
Mediamente, credo, dieci-dodici, di San Giovanni e soprattutto di Versuta, perché i ragazzi di lì avevano più comodità di frequentarla.
Era un scuola gratuita?
Mah, gli davamo qualcosa, generalmente in natura. Mio padre, credo sia andato a imbiancargli le stanze. Della mia famiglia, ha frequentato quelle lezioni anche mia sorella. Con noi veniva Pompeo Ricci.
Come funzionava?
Eravamo seduti intorno a una grande tavola, lui si alternava dai più giovani ai più vecchi, non era una lezione unica. Ai più preparati e ai più grandi, tra i quali c’ero anch’io, insegnava cose più impegnative.
Era molto chiaro nelle spiegazioni, ci faceva entrare i concetti…
Immagine articolo Fucine MuteCi ha insegnato a capire la poesia, la sua atmosfera. E l’arte. Ci lasciava parlare, esprimere il nostro punto di vista, poi interveniva, con molto rispetto. “Tu esageri sempre”, mi diceva, quando tentavo di estremizzare.
Poi, siete diventati amici…
Bisogna saltare due tre anni, quando anch’io ho incominciato ad andar a ballare, e abbiamo formato un’unica compagnia. [...] Erano begli anni, ma presto tutto s’è disciolto. Qui non c’erano prospettive per i giovani senza mestiere, né per i contadini. E chi aveva un mestiere, dopo anni e anni di garzonato, si trovava con paghe misere. Non restava che andare all’estero. Molti sono partiti subito, poi è stata la nostra volta: Archimede in Svizzera, io in Sudamerica, altri in Canada.




Il lavoro di Giuseppe Mariuz di raccolta di testimonianze dal basso ripercorre a ritroso nel tempo e specularmente la lunga e varia stagione “friulana” di Pier Paolo Pasolini (1943-1949) e consente di rileggere le ragioni del suo attaccamento ad un mondo non ancora corroso da uno sviluppo capitalistico e consumistico negatore di vero progresso civile, i suoi riferimenti di vita e di valori, le sue successive opzioni fuori dal Palazzo e dall’omologazione.
I ragazzi che si avvicinano a Pier Paolo per un’esigenza di istruzione, e che nel febbraio del ’45 formano il nucleo dell’Academiuta di Lenga Furlana, scoprono quasi con incredulità il proprio potenziale linguistico e letterario e nel contempo avvertono col loro educatore una comune esperienza di vita e un’operazione di interscambio culturale.
Il corpo centrale delle testimonianze ruota intorno a quella gioventù diseredata che popolava la campagna friulana e che assumeva in sé impeto, entusiasmo, spontaneità, candore.
Si è data voce alla “meglio gioventù” che popolava i campi del Friuli e ne gremiva le piazze, si sono ascoltate storie di vita e aspirazioni di persone entrate nella biografia e nelle opere letterarie di Pier Paolo Pasolini, cercando di capire quanto egli stesso avesse inciso in quella realtà. Se da un lato andavano precluse le tentazioni alla leggenda, all’oleografia e all’aneddotica, dall’altro si è tenuto conto di ricomporre un quadro di memorie storiche che fosse il più possibile fedele a quei valori e non alterato dall’influsso delle trasformazioni economiche, sociali e antropologiche avvenute nel corso di oltre quarant’anni.
Ne esce una figura di Pier Paolo pienamente inserita nel contesto ambientale e sociale, con qualità che sommano, in un tutto indistinto e sinergico, ammaestramento letterario e civile, vita di relazione e divertimento: invenzione di poesie e balere, manifestazioni di piazza e nuotate nel favoloso Tagliamento.

Fonte:
http://www.fucinemute.it/1999/07/la-meglio-gioventu-di-pasolini/

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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“Voci di sassi. Appunti per un film su Matera”

"ERETICO & CORSARO"


“Voci di sassi. Appunti per un film su Matera”


Dal 23 Dicembre, presso Milano Art Gallery di via G. Alessi 11, a Milano, è in esposizione una straordinaria e a dir poco unica, mostra fotografica dedicata al grande Pier Paolo Pasolini, organizzata da Salvo Nugnes, e composta da numerosi scatti del fotografo Roberto Villa, realizzati durante le riprese del film pasoliniano che ha fatto scalpore “Il fiore delle mille e una notte”.

A chiudere in bellezza la straordinaria esposizione, Sabato 11 Gennaio 2014, il rinomato spazio culturale si tramuterà in sala cinematografica. Alle ore 18.00, infatti, verrà proiettato il documentario “Voci di Sassi. Appunti per un film su Matera” realizzato e diretto da Stefano Consonni e Luca Servidati, spinti dalla volontà di confrontarsi con un maestro come Pasolini, che scelse proprio questa città come location del film “Il Vangelo secondo Matteo” del 1964, e di dar seguito al suo pensiero critico-filosofico. Dedicato alla città lucana in occasione della sua candidatura come Capitale Europea della Cultura 2019, il documentario racconta di una Matera che si porta addosso la nostalgia di un tempo dimenticato. “Qual è l’eredità del nostro tempo?” si chiedono gli autori, che tramite pellicola trasmettono spunti ed elementi su cui riflettere, per cercare di impedire che ancora una volta l’ideologia consumistica dominante vinca, cancellando l’identità propria di luoghi storici e culturali, nonché l’identità delle persone, le cui storie vengono raccontate ormai solo dai sassi materani, calpestati, attraversati e vissuti nel corso della storia.
Dopo la proiezione del film, interverranno i due registi e il maestro Villa, che dialogheranno sull’idea di Pasolini di rispetto ambientale ed etico nei confronti dei luoghi storici italiani che rischiano di perdere la loro identità.

Fonte:


Voci di sassi. Appunti per un film 
In anteprima in Statale, giovedì 19


“Voci giocose di bambini si udivano per i vicoli di Matera negli anni ’50, canti ancestrali, radicati in culture antiche, si udivano per i vicoli di Matera negli anni ’50…”

Queste le prime parole di “Voci di sassi. Appunti per un film” di Stefano Consonni e Luca Servidati che verrà presentato giovedì 19 dicembre in aula 515 alle ore 16:30, in via Festa del Perdono.

“Voci di sassi. Appunti per un film” di Stefano Consonni e Luca Servidati verrà presentato giovedì 19 dicembre in aula 515 alle ore 16:30, in via Festa del Perdono.

Il progetto è stato realizzato soprattutto grazie all’aiuto, all’influenza, ai corsi e allo stile di pensiero di Giulio Sapelli, professore ordinario di Storia economica presso l’Università degli studi di Milano.
Al centro del loro lavoro una delle città italiane candidate a diventare capitale europea della cultura nel 2019, famosa per i suoi sassi: antiche case costruite in tufo, materiale permeabile e molto duttile, da anni circondati da una cintura di ferro, plastica e cemento, la nuova città – quella che ha conosciuto il capitalismo e che forse ha perso la sua vera identità.
Rapiti dall’atmosfera della città, Stefano e Luca ripercorrono con spirito critico i luoghi percorsi già da Pasolini nel 1964 nel suo “Vangelo secondo Matteo”, continuando il discorso del loro maestro.
Nel documentario tra i vari intervistati troviamo anche il Cristo del Vangelo pasoliniano, Enrique Irazoqui, che ci consegna i suoi ricordi della Matera antica e qualche spunto in più per approfondire la riflessione sul capitalismo e le sue conseguenze.
Alla presentazione interverranno Davide Bigalli e D. Balzano dell’Università degli Studi di Milano, D. Gallo dell’Università CIELS di Padova, R.Villa fotografo sul set de “Il Fiore delle mille e una notte”.

Maria C. Mancuso

Fonte:




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