sabato 4 gennaio 2014

Noi sappiamo i nomi degli assassini di Pasolini - Alcuni dei complici sono ancora nel Palazzo - Gianni D'Elia



Noi sappiamo i nomi degli assassini di Pasolini - Alcuni dei complici sono ancora nel Palazzo
Gianni D'Elia
Liberazione 12 ottobre '05


Cari lettori, la terza inchiesta sul delitto Pasolini è stata archiviata prima di iniziare: il Gip ha accolto la richiesta del Pm, ma la Procura di Roma già agli inizi di settembre aveva deciso di chiudere il fascicolo sul delitto Pasolini, che aveva riaperto dopo le dichiarazioni in tivù di Pelosi (Raitre, 7 maggio 2005).

Per mancanza di indizi, ancora una volta. E il fascicolo aperto (per dovere) è diventato fascicolo chiuso (per volere) invece di diventare inchiesta riaperta, nel silenzio generale.


Anche oggi non ci sono state proteste né commenti indignati?


Il più atroce assassinio di un poeta dell'età contemporanea, più turpe dell'assassinio di García Lorca, un vero massacro di gruppo (come ora ammette nella ritrattazione il suo assassino reo confesso, Pino Pelosi, appunto), delitto avvenuto a Roma, in Italia, per mano di italiani, di siciliani - e fascisti - che gridavano «fetuso, arruso, sporco comunista» (sempre Pelosi), dovrà restare impunito?


Non è bastata la credibile ritrattazione del ragazzo-schermo, che era stato messo lì per coprire il delitto politico con la doppia trovata dell'omicidio omofobico ("arruso" è offesa che significa "frocio", in palermitano). Non sono bastate le dichiarazioni successive di Sergio Citti ai giornali, sul nome di uno dei probabili assassini («un Sergio di Catania»). Non è bastata la pagina del "Corriere della Sera", che partendo dalle parole riferite nel mio libro (L'eresia di Pasolini, Effigie) sviluppava un'inchiesta sulle indagini del magistrato Vincenzo Calia intorno all'uccisione di Enrico Mattei collegato al dossier di Petrolio, il "romanzo delle stragi" che Pasolini scriveva nel 1975 quando fu eliminato (Paolo Di Stefano, 7 agosto 2005).


Cara sinistra, se non toglierai il segreto di Stato, non potremo mai sapere niente di questo lungo romanzo, per alcuni magistrati e giornalisti coraggiosi così intrecciato, che allinea le menzogne su Mattei, De Mauro, Pasolini, Moro, Sofri (e cioè Calabresi e Piazza Fontana). Sofri non l'hanno ammazzato, serviva vivo. Allora, di fronte alla pervicacia giudiziaria e politica di voler restare nell'irrisolto, continuiamo pure a difendere l'autonomia della magistratura contro l'arroganza del potere politico assoluto che oggi domina in Italia attraverso l'oligarchia di Berlusconi. Però non dimentichiamo di gridare che, nonostante la menzogna giudiziaria sul delitto Pasolini, noi sappiamo la verità storica di questo delitto.


Noi sappiamo i nomi degli assassini e dei complici, storici. Alcuni sono ancora nel Palazzo, trascritti in Petrolio. E ci sono i testimoni non sentiti, come riferì Furio Colombo alla radio, ripreso nel film di Giordana (Pasolini: un delitto italiano, 1995): a Ostia, davanti alle baracche dell'Idroscalo, il 2 novembre 1975:

- Il mio cognome si scrive co' due t. Salvitti Ennio. E lei tanto pe' correttezza?
- Lavoro per "La Stampa", mi chiamo Furio Colombo.
- "La Stampa"… Agnelli.
- Sì, Agnelli.
- Lo scriva che è tutto 'no schifo, che erano in tanti, lo hanno massacrato quel poveraccio. Pe' mezz'ora ha gridato mamma, mamma, mamma. Erano quattro, cinque.
- Ma lei questo lo ha detto alla polizia?
- Ma che, so' scemo?
Salvitti Ennio è ancora vivo? Perché conferma la scena plurale del delitto, nella ritrattazione di Pelosi. È un riscontro, come si dice in gergo giuridico. Anche questo era un indizio trascurabile?

Vergogna, Italia.


Si è fatto passare Pasolini per un violento, contro ogni evidenza, non facendo nessuna indagine, ignorando e cancellando prove e indizi, proteste e documentate contro-inchieste di giuristi e intellettuali italiani, come il volume voluto da Laura Betti e uscito da Garzanti nel 1977 (Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte). Di un compagno del vero.


Ma noi sappiamo, per sdegno corsaro.


Chiediamo forte la riapertura del processo.


Il Comune di Roma si è costituito come "parte offesa" insieme alla parte civile (l'avvocato Guido Calvi, per la famiglia Pasolini).


Seguiamo l'esempio. Firmiamo in massa, come cittadini italiani, offesi anche noi dall'eliminazione del più grande e dolce intellettuale e poeta del secondo Novecento.


E chiediamo altrettanto forte che la sinistra, una volta tornata al governo, tolga il segreto di Stato per tutte le stragi terroristiche e i delitti politici, nei quali la morte di Pasolini rientra per definizione.

Una enorme raccolta di firme per la verità, per celebrare degnamente il trentennale di una morte che ci brucerà per sempre.

E ci brucia anche di più, oggi, dopo la morte di Citti, che coincide con l'archiviazione, anzi il sequestro della verità.


Caro Sergio, come sarà la terra vista dalla luna? Salutaci Pier Paolo e Laurissima. Baci da tutti noi.


Fonte:
http://www.reti-invisibili.net/pasolini/articles/art_4449.html

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«L’inchiesta su Pasolini? Porterà in cella un coatto novantenne»



Vincenzo Cerami e le nuove indagini sull’omicidio ... Vincenzo Cerami. «Non vorrei parlare dell’inchiesta né di quello che riguarda la sua morte. È passato tanto tempo, è vero. Ma mi fa male, mi fa soffrire. Per me, lui, è stato come un padre». ...  

«Non ne parlo, mi fa male». 

Sono passati trentacinque anni dall’omicidio di Pier Paolo Pasolini, all’Idroscalo di Ostia: eppure è proprio così che dice Vincenzo Cerami. 

«Non vorrei parlare dell’inchiesta né di quello che riguarda la sua morte. È passato tanto tempo, è vero. Ma mi fa male, mi fa soffrire. Per me, lui, è stato come un padre».

Poi, invece, ne parla. Ma la reticenza iniziale è comunque comprensibile: «Fu mio insegnante di Lettere a Ciampino, dal 1950 al 1953, lavorai con lui a Uccellacci e Uccellini e in altre occasioni feci il suo aiuto regista, sposai sua cugina. E comunque, in tutto, lui fu per me fondamentale». Scrittore, sceneggiatore, giornalista, politico, autore di testi teatrali, di canzoni: la vita di Cerami è colma di successi. Impossibili da elencare. Il primo libro: Un borghese piccolo piccolo. La sceneggiatura de La vita è bella. Insomma: il talento, ma senza dubbio - come sempre - anche maestri eccellenti. Pasolini, certo.

Eppure, nonostante la riconoscenza e l’affetto, Cerami non si aggrappa alle novità. Snobba gli sviluppi dell’inchiesta. Soprattutto i nuovi esami scientifici che secondo i giornali potrebbero offrire una nuova chiave del delitto: 

«Non porteranno a niente, e cosa dovrebbero dire? Che non è stato ucciso da una sola persona? Quello lo sappiamo tutti (Pino Pelosi unico condannato, 9 anni, ndr). A queste novità credono solo i giornali, per me è tutto assurdo. L’unica verità è stata scritta con la prima sentenza, quella contro ignoti. La seconda, quella che ha condannato Pelosi, è roba politica: bisognava raccontare che Pasolini era un omosessuale morto in un incidente di percorso...». 

Solo che adesso, Cerami, analizzeranno gli abiti indossati da Pasolini la notte dell’omicidio, e tutti i reperti archiviati 35 anni fa: 

«E al massimo scopriranno che non c’era solo Pelosi, quella notte. Bella scoperta...».

E però, Cerami, forse con l’esame del dna si potrebbe arrivare non solo a capire che quella notte a uccidere Pasolini non fu solo Pelosi, ma anche a stabilire chi era con lui.

«Solo che se il dna è di qualcuno che, dico per dire, era dei servizi segreti, ecco che allora non si risalirà al responsabile. Per come la vedo io, al massimo si risalirà a qualche coatto adesso novantenne. Sinceramente, vorrei che si scoprisse altro. Vorrei che venisse alla luce perché l’hanno ucciso. E non penso sia questa la strada. Per me la prima sentenza era inequivocabile, la seconda, come ho già detto, è tremenda. Invece, credo che siano altre le cose delle quali si dovrebbe parlare». 

Quali? 

«L’ultimo capitolo di Petrolio, prima apparso poi scomparso... perché non se ne parla più?».

Marcello Dell’Utri ha detto che lo avrebbe presentato a una mostra, se l’uomo che glielo aveva offerto non fosse scomparso.

«Sì, certo... ma comunque, anche lo stesso Pelosi ha ammesso che non era solo. Ma a quel punto sarebbe stato un omicidio premeditato, e allora non è stato preso sul serio. La seconda sentenza, per come la vedo io, ha chiuso gli armadi. E adesso, i nuovi esami: per me, una buffonata. Si può risalire agli esecutori materiali? Sì, un novantenne di periferia...».

Cerami, è chiaro: lei non crede ai nuovi sviluppi.

«Sinceramente, dopo tanti anni, preferisco ricordare Pasolini per altro. Lui è stato l’unico che ha saputo raccontare l’Italia. Non l’hanno fatto né gli storici, né i sociologi né, ancora meno, i politici. Ci voleva un poeta. Uno che, come lui, oggi con un articolo, domani con una tragedia, il terzo giorno con una poesia, sapesse mettere in scena ciò che c’era eppure non si vedeva. Non a caso fu il primo a parlare di globalizzazione, anche se lui la chiamava omologazione. Ma, insomma, fu l’unico in grado di raccontare un’epoca».

Se dovesse scegliere una cosa, tra quelle che le ha insegnato?

«Posso dire "tutto"? Vede, della sua morte e dell’inchiesta non ho mai parlato, finora, perché per me è un fatto personale. E poi, ripeto, non credo che si arriverà a scoprire niente che, personalmente, non so già: non fu solo Pelosi a ucciderlo. Ma comunque, mettiamola così: voglio vedere i fatti, sono stanco di certa morbosità».

Per lui, Pier Paolo Pasolini è stato «come un padre». Per questo, 35 anni dopo l’omicidio, «queste cose mi fanno stare male, ancora oggi».

Fonte:

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PASOLINI: MORTE ITALIANA - Intervista a Gianni D’Elia di Eugenio Alfano




PASOLINI: MORTE ITALIANA
Intervista a Gianni D’Elia 
di Eugenio Alfano


Partiamo dal titolo del suo libro: “L’eresia di Pasolini”. Cosa intende per eresia poetica ed eresia pasoliniana?

L’eresia di Pasolini consiste in una continua interrogazione del dogma: un dogma economico o spirituale, confessionale, cioè storicamente determinato, con tutti i vizi che in Italia hanno segnato il condizionamento della libertà di pensiero e dunque della libertà esistenziale. Pasolini critica, appunto come un eretico, qualcosa in cui ha creduto e in cui non crede più: la Chiesa prima di tutto, e il capitale, perché ha visto che cosa è poi accaduto alla gioventù, con la guerra dei ricchi - come la chiama lui nelle poesie friulane - e dei nazisti e dei fascisti, e poi con l’emigrazione immediatamente dopo. Un bellissimo romanzo è”Il sogno di una cosa”, che parla proprio di noi italiani, friulani che andavamo di là nell’Istria o in Jugoslavia, si emigrava appunto perché non c’era lavoro da noi. Questo è Pasolini. Pasolini rovescia sempre la consuetudine, la pigrizia della realtà ormai chiusa in uno stereotipo. Quindi l’eresia di Pasolini è la sua critica.
Ho scelto poi come titolo del libro L’eresia di Pasolini, perché mi sembra che oggi il dogma economico e spirituale dell’umanità sia così devastante che porti così tanto male così tanta guerra, così tanta ingiustizia e anche menzogna, che questa figura dell’eresia ritorna una figura centrale.

Lei inserisce P. all’interno di un lungo filone definito “avanguardia della tradizione”, all’interno del quale P è solo uno degli ultimi. Cosa caratterizza questa linea poetica?

Leopardi ha agito all’interno di questa linea, ma sicuramente non è stato il primo. Il primo è Dante ma ce ne sono altri, come ad esempio Pascoli. Ma prendendo l’incrocio tra Dante Leopardi e Pasolini,questa continuità è dimostrabile con lo studio, con l’analisi testuale, con i rimandi continui, con i riferimenti che Pasolini stesso fa a Leopardi, soprattutto a quello de “La ginestra”, specialmente nel periodo giovanile in cui Leopardi è presentissimo anche come modello formale, soprattutto nelle poesie di “Roma 1950, cioè quelle dell’avvenuto distacco dal Friuli, prima che lui scriva Le ceneri di Gramsci, e lì c’è un leopardismo smaccato. Non si tratta di tradizione dell’avanguardia perché questa è tradizione del nuovo: è il gruppo 63 in Italia, la neoavanguardia poetica, che ebbe Pasolini come bersaglio. Pasolini rispose, dal suo punto di vista che era totalmente l’opposto, non tanto quello di inserirsi nella tradizione dell’avanguardia novecentesca, ma di uscirne perché questa linea la vedeva esaurita dal linguismo, da un giochetto che continuava a rigirare sul linguaggio ma non aveva rapporti col reale e con la comunicazione anche tragica delle cose da dire e quindi sceglie proprio l’avanguardia della tradizione: cioè di poter dire di poter parlare di farsi capire di fare una poesia non giocata sul giochetto linguistico, ma una poesia sul senso e sulla musica, sul continuo contrasto e frizione tra il senso e la musica. E in questo riprende in qualche modo certamente l’idea del poema e del poemetto sia di Dante che di Leopardi che di Pascoli. Ma questa è comunque ancora una cosa da studiare bene.

La morte di Pasolini è una morte tutt’ora oscura, ma che lei non ha esitato di rintracciarne i motivi nell’ultima fatica pasoliniana: Petrolio. Cosa si nasconde dietro questo romanzo “incompiuto”?

Dopo L’eresia di Pasolini scrissi, “Il petrolio delle stragi”, seconda parte, postilla de “L’eresia”, dove si parla soprattutto di “Petrolio”, di quello che dice: racconta cioè la strage di Stato e tutto il periodo delle stragi, dal delitto di Erico Mattei, precipitato con l’aereo nel ’62, al delitto di Pasolini stesso nel ’75. Seguo insomma le tracce del giudice Vincenzo Calia che ha depositato la fine della sua inchiesta, il quarto stralcio sul delitto Mattei, dicendo che è stato un attentato, avendolo anche dimostrato, ma che però ha dovuto archiviare perché in Italia vige il segreto di Stato. Il giudice collega il delitto Mattei, la scomparsa e quindi il delitto di Mauro De Mauro e il delitto di Pasolini, e cita Petrolio come fonte storica della sua inchiesta, dicendo che Pasolini ricopia almeno una trentina di pagine di un libro su Cefis, di uno pseudonimo tale Giorgio Steimetz, il quale sarebbe Corrado Ragazzino, che dirigeva l’agenzia AMI di Milano: l’altra faccia dell’onorato presidente Cefis. La vita di Cefis che Pasolini glossa e riscrive, è presa dal giudice in molte parti in cui dimostra per esempio, non so, che il piccolo servizio segreto privato di Cefis, cioè la società DAMA, rientra in Pasolini e diventa AMDA. Lui addirittura fa gli anagrammi e rovescia le sigle e anche da questo si può dedurre come il giudice avesse le fonti. Ma le fonti non si fermano qui, è questo che è inquietante. Cioè ha dimostrato il giudice che tra le carte di Pasolini, insieme a Petrolio, ci sono tre relazioni di Cefis con appunti scritti a matita non pronunciati nelle occasioni ufficiali nei quali sono stati fatti, e una parte del romanzo nella quale si parla proprio della storia dell’accumulazione del denaro al tempo della guerra (Cefis insieme a Mattei erano nella stessa divisione Partigiana Bianca repubblicana nella Val D'Ossola, mentre Pasolini poi l’ambienta in Brianza), e lì lui dimostra in qualche modo di sapere, ma questa parte di romanzo è sparita, ed è questo anche che io denuncio nel mio libro: Pasolini in alcune righe dice “rimando il lettore a quanto ho già detto su Bonocore (che poi è il nome di Mattei nel romanzo) e su Troya (Cefis nel romanzo)” e queste parti invece non ci sono. Rimando comunque il lettore al libro, all’interno del quale ho dimostrato che Pasolini stava addosso alla verità sulle stragi, al legame tra la politica e la guerra del petrolio italiano, tra petrolieri privati e petrolieri pubblici, quindi tra Cefis con la Montedison e gli altri, Monti soprattutto, e le parti politiche, Andreotti che stava dalla parte dei privati, cioè di Monti, e Fanfani che invece stava dalla parte di Cefis. Tutto questo è dimostrato col prospetto che Pasolini disegna nelle pagine di Petrolio facendo proprio l’organigramma del nuovo potere.
Quindi diciamo che ancora noi siamo con la menzogna su tutti gli anni ’70 e quindi Pasolini ci serve per chiedere la verità: devono togliere il segreto di Stato, perché gli italiani e soprattutto voi giovani, possiate sapere cosa è successo in Italia e avere un’idea della rovina di oggi. Questo momento che stiamo vivendo adesso di confusione politica grandissima deriva proprio dalla mancanza di verità in questo paese. Non c’è più un legame tra la politica e la cultura. Quindi l’anniversario della morte di Pasolini deve essere usato come denuncia di questo grande vuoto di verità che da quando la sua voce si è spenta in Italia è ancora più assordante.
Quindi Pasolini ci serve ancora molto perché la storia d’Italia non è compiuta, soprattutto non è svelata.

Pasolini e i giovani. L’occhio critico del poeta nei confronti dei giovani cambia radicalmente: si passa dai “ragazzi di vita” a quei “ragazzi che quando li incontri non sai mai se aspettarti un sorriso o una coltellata”. A cosa è dovuto questo cambiamento?

È dovuto a quella che Pasolini chiama, rispolverando Marx e la Scuola di Francoforte (soprattutto Marcuse), “omologazione antropologica”. Marcuse ha scritto un famoso libro nel ’69, “L’uomo a una dimensione”. Questo discorso della unidimensionalità, cioè della omologazione del tipo umano, quindi antropologico, del piccolo borghese planetario che è soprattutto modellato sul rilancio delle pubblicità e dei consumi e dei mass media e di un circolo di produzione-consumo fondato sullo spreco, ha prodotto un’umanità che vuole i beni, magari non ha i soldi per acquistarseli, allora ruba o delinque e diciamo che la sua profezia sulla delinquenza giovanile era azzeccatissima. Quindi Pasolini riprende un’analisi dell’economia politica, però lo fa da poeta, cosa che fa anche Marx, perché Marx era anche poeta, era poeta della critica, ma ha scritto anche versi. Secondo Marx la produzione non produce soltanto oggetti ma produce umanità, che altro non è se non rapporti sociali. Pasolini negli Scritti Corsari riprende questa visione di Marx e dice che il nuovo Capitalismo non produce soltanto merce ma produce rapporti sociali, cioè nuova umanità. Perché i rapporti sociali sono gli uomini, sono le persone. Da cosa sono dominati questi rapporti oggi? Sono dominati dal denaro, anche dalla penuria del denaro, chiaramente anche dalla miseria, a livello culturale ma molto più materiale.
Quindi gli intellettuali, i giovani e gli studenti (per Pasolini gli studenti sono i giovani intellettuali) devono seguire questo impegno, anche se tutti dicono che l’impegno è una parola che non serve più. L’impegno di tutti i giorni, anche quando stiamo da soli, della verità. Quindi è chiaro che se vediamo una realtà italiana come questa dobbiamo cercare di usare questi strumenti pasoliniani, che sono poi Marx, Gramsci, tutta la linea della Sinistra migliore, la Sinistra poetica italiana, che non è una sinistra solo di prosa - come dice Ingrao: “voglio sognare”, cioè ci deve essere il sogno. Qui questa Sinistra poetica non ha voce oggi, non la senti, ed è per questo che le analisi sono carenti, perché per fare un’analisi dell’umanità di oggi, ci vorrebbe un poeta o ci vorrebbe qualcuno che ha il cuore, che soprattutto fa sentire agli altri qualcosa, li smuove un po’, non solo nella testa ma nei sentimenti. Abbiamo bisogno di una “scossa sentimentale” secondo me, che senz’altro è anche intellettuale.

Nella sua ultima raccolta poetica “Trovatori” (edito Einaudi), in una poesia lei scrive: «Per lo più, sei così lontana dalla poesia,/che mi spaventa, cultura, la tua autìa,/la tua autosufficienza dal sentire…/e non tanto dalla poesia scritta,/ma da quella vissuta». Che ruolo dovrebbe avere per lei la poesia nella nostra società civile e politica?

La poesia dovrebbe avere un ruolo sentimentale, dovrebbe essere cioè l’educazione sentimentale degli italiani, che sono maleducati sentimentalmente, basta guardare il livello civile della discussione anche politica oggi a che livello è. Allora la poesia è una educazione sentimentale che fin dalle scuole elementari dovrebbe essere rafforzata, in tutti gli ordini e gradi delle scuole, fino ad arrivare alle superiori certamente, ma anche alle università: tutti dovrebbero conoscerla, studiarla e soprattutto dovrebbe essere insegnata come motivo di educazione sentimentale. Perché l’analfabetismo sentimentale e quindi la violenza da dove viene? Viene dal fatto che uno non scava dentro di sé, non conosce niente di se stesso e quindi giudica gli altri e il mondo sempre da fuori. Questo fatto della maleducazione di oggi è anche linguistica, ma soprattutto di sentimenti, di cuore: manca il cuore. E quando Pasolini dice “è cominciata l’era della fine della pietà”, l’era consumistica inaugura la fine dell’era della pietà, cioè vuol dire che la pietà che c’era prima, cioè la “pietas umanistica”, concetto secondo il quale l’uomo è più importante delle merci e di tutto il resto, si è persa. Si è persa perché nella cultura è passata l’idea che ciò che conta è il denaro e la merce e non è la persona. Infatti anche tutti i discorsi che si fanno sull’economia, sono discorsi dal punto di vista dell’economia e dal punto di vista della politica, ma non dal punto di vista umano.

Ha parlato di linguaggio, cosa pensa del “Vaffa-Day”?

Il turpiloquio, il Vaffa-day, può andar bene per 10 minuti, ma dopo stufa. A me stufa subito. Nel senso che, dopo tanti anni che l’unica parola che si trova per una protesta politica è quella, non vedo nessun progresso dal ’77, quando si sbagliarono gli slogan e addirittura vennero slogan di violenza e di morte. Ecco questo qui è uno slogan volgare e cretino secondo me, perché allora sarebbe meglio di dire invece di “vaffanculo” di trovare una parola giusta, di critica anche aspra, però giusta e che secondo me non è quella. Potrebbe anche essere il primo momento di urlo di protesta, ma non da uno che la teorizza e poi la spartisce agli altri. Ma soprattutto sono i contenuti di questo generico, diciamo, stato di polizia, perché ad esempio ci sono molte ambiguità sulla legalità: la legalità va bene, ma lo stato di polizia quando incominciano a parlare anche dei ROM che tocca farli fuori, allora no, anche Grillo mi pare. Si mescola oggi un qualunquismo degenerato perché è tutto saltato, non c’è più la cultura, soprattutto di sinistra, la cultura di sinistra ha abdicato totalmente e non c’è più una cultura in Italia in grado di combattere questa cultura devastante, fatta di qualunquismo, di parolacce, di generico protesta, mai di impegno magari determinato anche a fare qualcosa, non di dire sempre “no”, ma anche provare a costruire insieme qualcosa.
Senza una cultura politica, una pratica politica, non è possibile…su questo credo e insisto tanto. Oggi la pratica politica è debole ed è del tutto insufficiente perché la cultura politica è ristretta ed è di prosa, facciamoci entrare un po’ la poesia.


MORTE ITALIANA


(Morte Italiana)
(Il dipinto di copertina "Morte Italiana" è stato realizzato da Eugenio Alfano.)


"Ma ho spiegato loro che
L'architettura non è giustizia"
(da Umiliato in catene di Sami Al Haj,
Poesie da Guantànamo,
acd Marc Falkoff)
Il dipinto vuole essere un omaggio al poeta Pier Paolo Pasolini e una interpretazione sul mistero che si cela dietro la sua morte. Il titolo, Morte italiana, vuole richiamare proprio, e in primis, il vuoto culturale venutosi a creare con la morte di Pasolini. E' "morte italiana" perchè il delitto Pasolini ha portato con sè in Italia la morte della Giustizia innanzitutto (rappresentata da una bilancia sorretta da un fucile), della politica e delle istituzioni in generale (e quindi del PCI e della DC, rappresentate con le rispettive bandiere), degli italiani e di quei "ragazzi di vita" ormai omologati e massificati. Il delitto Pasolini è uno dei molti esempi di casi irrisolti in Italia, di misteri che a più di uno fa comodo che rimangano tali. Il mistero di questo delitto, secondo molti intelletuali (in primis, il poeta Gianni D'Elia) e secondo anche la chiave di lettura del dipinto stesso, è racchiuso all’interno del romanzo, uscito postumo, “Petrolio” (una petroliera sullo sfondo, in mezzo al mare, un mare con enormi onde, che sembrano quasi vogliano coprire tutto, cancellare ogni traccia di verità!). Pasolini stava addosso alla verità sulle stragi, al legame tra la politica e la guerra del petrolio italiano (da Il petrolio dlle stragi, di Gianni D'Elia).
E’ l’altra faccia della medaglia-Giustizia, di quella parte della Giustizia che si rende complice di crimini e assassini. Un omaggio anche a tutti coloro che sono vittime di questa “Giustizia-malata”.


Bisogna esporsi (questo insegna
Il povero Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore è degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni più nuda passione…


(La crocifissione, da L’usignolo della chiesa cattolica, P.P. Pasolini)

Fonte:

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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