sabato 15 marzo 2014

I luoghi campani del Decameron di Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"




I luoghi campani del Decameron di Pier Paolo Pasolini
di Luigi Fusco

Pasolini riuscì a combinare arte figurativa e cinema, svelando paesaggi ed edifici storici della Campania, luoghi ai limiti della storia, e in un certo senso fuori dalla storia

Lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini durante gli anni dei suoi studi universitari, svoltisi presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, si dedicò con particolare interesse non solo alle varie tematiche della letteratura italiana, ma anche alle questioni convenzionali delle indagini stilistiche e filologiche della Storia dell’Arte.
Tale approccio avvenne attraverso le lezioni di Storia dell’Arte medioevale e moderna tenute, al tempo, da Roberto Longhi: Storico dell’Arte di fama internazionale ed il primo studioso ad introdurre in Italia i nuovi metodi di critica storico-artistica di tipo formale.
L’incontro fra Pasolini e Longhi avvenne nel 1941, in occasione dei corsi, tenuti da quest’ultimo, incentrati Sui fatti di Masolino e Masaccio. A margine delle suddette lezioni, il giovane scrittore pensò di conseguire la laurea in lettere scrivendo una tesi sulla Pittura Italiana del Novecento, ma,nonostante vi avesse cominciato a metter mano, non portò a termine il progetto.

Nello stesso periodo, inoltre, Pasolini iniziò a pubblicare articoli di critica d’arte sulla rivista il “Setaccio”. Il contatto, intanto, con l’arte in generale, sia del passato e sia di età contemporanea, era stato talmente intenso che lo stesso scrittore intraprese una felice sperimentazione fra letteratura, cinema e, appunto, arte, coniugando, in termini di elaborazioni di immagini, la tradizione pittorica italiana ed il proprio stile, che emergeva, mano a mano, dalle sue sempre più frequenti prove di pittura o di disegno.
In questa fase svolsero un ruolo fondamentale nella sua formazione artistica due pittori. Prima Federico De Rocco, di Casarsa della Delizia in provincia di Pordenone, conosciuto durante i suoi soggiorni friuliani, avutisi fra il 1943 ed il 1950. Successivamente, Pasolini entrò in contatto con Giuseppe Zigaina, di Cervignano del Friuli, al quale vi restò legato per tutta la vita.
La sua consacrazione all’arte cinematografica venne in seguito ad affermarsi tramite la commistione di tutte le sue esperienze estetiche, che gli servirono, poi, a costruire, con grande gusto figurativo, i suoi film, orientandoli, contestualmente, verso specifici rimandi formali aventi una notevole valenza sia ideale che iconografica.

Con il film Accattone vennero, in maniera opportuna, a materializzarsi tutte le sue idee basate sulla traduzione di alcune figure, presenti in vari capolavori della pittura del passato, in dinamiche immagini cinematografiche.
Pasolini ebbe come riferimenti figurativi, soprattutto, i cicli pittorici di Giotto, di Masaccio e di tanti altri autori dell’Italia cenro-settentrionale vissuti fra il Trecento ed il Quattrocento.

Per Mamma Roma, invece, trovò ispirazione nei dipinti del Caravaggio, ma pure del Ghirlandaio e di Leonardo da Vinci.

Enrique Irazoqui, l’interprete di Gesù nel Il Vangelo secondo Matteo, venne scelto da Pasolini perché il suo volto gli ricordava quello di alcuni “Cristi” eseguiti da El Greco. Sempre in questo film molteplici sono stati, inoltre, i rimandi alla pittura di Giotto così come a quella di Piero della Francesca; peculiare fu, poi, il luogo scelto per le riprese: i “Sassi di Matera”.

Anche per il Decameron [Fig. 1], tratto dall’omonima opera letteraria di Giovanni Boccaccio,il regista prese in prestito dalla pittura del XIV secolo, per lo più dai lavori di Giotto, non pochi modelli per quanto concerne la realizzazione di alcune scene relative alle novelle individuate. Al riguardo, perfino la scelta delle riprese esterne rispose ad una logica storico-artistica ben precisa.
In merito, la caratteristica della lingua napoletana del Decameron pasoliniano, adottata dal regista in virtù dei rinvii novellistici relativi al periodo del soggiorno partenopeo del Boccaccio e delle sue continue ricerche sulla linguistica della narrativa italiana, ben si allineava alla sua prospettiva investigativa, di natura storica ed artistica, da svolgere in specifici territori della Campania, già ritenuti indispensabili per le riprese esterne del suo film.

Agli inizi di settembre, del 1970, furono avviate le registrazioni a Caserta, per la precisione a Casertavecchia e nella vicina frazione di Piedimonte di Casolla. Da un articolo, non firmato, tratto dalla pagina n° 9 delle “Cronache di Caserta”, inserto de “Il Mattino”, datato venerdì 11 settembre 1970, si evince il presente titolo Gli esterni del «Decamerone» a Casertavecchia, corredato di una foto con un angolo del borgo medioevale, a cui fa riferimento la seguente notizia: “Questo scorcio di Casertavecchia è stato scelto dal regista Pasolini per girare alcune scene del film «Decamerone», cui partecipano gli attori Franco Citti, Mita Medici ed altri; le scene vengono altresì girate in altre località della zona, tra cui Casolla, dove verrà girato un episodio nel palazzo dei conti. La «troupe» si tratterrà alcuni giorni a Caserta, con numerosi tecnici e comparse che hanno preso alloggio negli alberghi del capoluogo, con positivi contraccolpi di ordine economico e turistico”.
Presso Casertavecchia, prevalentemente nell’area del Castello, vennero effettuate le riprese relative alle seguenti scene: il Racconto-Cornice di Ser Ciappelletto (novella I della prima giornata), quella del mercato riguardante il racconto di Andreuccio da Perugia (novella V della seconda giornata) ed una breve sequenza visibile nell’episodio di Peronella (novella VII della II giornata). Mentre a Piedimonte di Casolla, vennero filmate una inquadratura del tema di Andreuccio da Perugia e buona parte della narrazione di Caterina di Valbona (novella V della quarta giornata). Quest’ultima novella venne largamente registrata nel giardino e negli ambienti del sottotetto del Palazzo dei Marchesi Cocozza di Montanara 
Agli inizi di ottobre dello stesso anno, Pasolini, insieme alla sua compagnia di attori ed alla sua équipe di tecnici, approdò a Napoli ed in altri centri della sua provincia, per svolgere altre riprese del suo film.
Alla pagina 10 delle “Cronache di Napoli” del “Il Mattino”, di martedì 6 ottobre 1970, è ancora possibile leggere i due titoli «A piazza Santa Chiara a Napoli un mercato del Trecento ricostruito da Pasolini» e «Nel suo Decamerone egli non è solo regista, ma interprete, quale allievo napoletano di Giotto», a cui segue l’intervista all’autore:
 
D. Perché ha scelto Napoli per il “Decamerone”?
R. Perché rappresenta in un senso molto profondo tutta una parte dell’Italia che è in via di disfacimento. Amo Napoli e il proletariato napoletano perché rappresenta un modo antico di essere, con la sua gentilezza, con la sua violenza, insomma con le forme umane che più mi affascinano. Però so anche che tutto questo è arcaico e sorpassato, e, in fondo, Napoli rappresenta una saga storica. Un po’ mi ricorda (lo dico scherzando) certe tribù del Nord Africa, che hanno deciso di rifiutarsi alla storia e, quindi, ai consumi. E se, da una parte, esiste una Napoli consumistica (vedi Agostino o’ Pazzo) dall’altra, c’è gente come quella che vive nel profondo dei vicoli, che si chiude alle nuove forme di vita.
D. Che ne pensa Pasolini del cinema italiano?
R. Il cinema italiano ha preso un po’ il posto della pittura. La nostra è una nazione di pittori. I letterati italiani veramente grandi sono pochi. Al contrario abbiamo un’eccelsa tradizione pittorica che il cinema ha ripreso. E allora, come la pittura del ‘300, ‘400 e ‘500, pur attraversando i filtri dello stile e la deformazione della forma riesce a darci, in modo addirittura commovente, la realtà italiana di quel periodo, così il cinema di oggi ha preso un pochino il posto della pittura. Sono quindi venti anni che buoni registi restituiscono la realtà italiana. Naturalmente non parlo dei registi della commedia rosa, ma piuttosto dei Fellini, dei Visconti, dei Bertolucci, ecc.”.



Le riprese partenopee vennero realizzate all’esterno della Chiesa di Santa Chiara e riguardarono la breve introduzione della novella di Caterina di Valbona 








e diverse sequenze relative ad altre narrazioni; mentre nei pressi della zona vesuviana venne girata la scena dell’arrivo a Napoli dell’allievo di Giotto 






invece nel convento di San Francesco a Ravello venne registrato il racconto di Masetto da Lamporecchio (novella I della terza giornata) 



Come in altri suoi film, anche per il Decameron, Pasolini decise di far recitare molti attori non professionisti ed ovviamente per le comparse individuò molte persone dei posti scelti, rispondendo, ancora una volta, ad alcuni dettami critici presi in prestito dai saggi di Longhi dedicati a Caravaggio.
Lo Storico dell’Arte, al riguardo, affermava che nei quadri del Merisi gli apostoli e i santi erano rappresentati da personaggi poveri dei ceti popolari, mentre il regista dichiarava che aveva scoperto nel mondo della piccola delinquenza e delle genti di strada, nonché nell’universo del sottoproletariato, dei veri e propri “santi”.

Pasolini, attraverso questo film, riuscì a combinare nuovamente, e con successo, arte figurativa e cinema, svelando paesaggi ed edifici storici della Campania, all’epoca misconosciuti, orientandoli poi verso la sua personalissima visione estetica, incentrata, sicuramente, sulla esaltazione dei valori della corporeità, ma anche sulla celebrazione di un mondo che è ai limiti della storia, e in un certo senso fuori dalla storia (P.P.P.)
Fonte:
Sapereincampania.it
http://www.saperincampania.it/giornale-I-luoghi-campani-del-Decameron-di-Pier-Paolo-Pasolini



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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