giovedì 27 marzo 2014

Pasolini, distinzione tra sviluppo e progresso.

"ERETICO & CORSARO"


Vediamo: la parola «sviluppo» ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di «destra». Chi vuole infatti lo «sviluppo»? Cioè, chi lo vuole non in astratto e idealmente, ma in concreto e per ragioni di immediato interesse economico? È evidente: a volere lo «sviluppo» in tal senso è chi produce; sono cioè gli industriali. E, poiché lo «sviluppo», in Italia, è questo sviluppo, sono per l’esattezza, nella fattispecie, gli industriali che producono beni superflui. La tecnologia (l’applicazione della scienza) ha creato la possibilità di una industrializzazione praticamente illimitata, e i cui caratteri sono ormai in concreto transnazionali. I consumatori di beni superflui, sono da parte loro, irrazionalmente e inconsapevolmente d’accordo nel volere lo «sviluppo» (questo «sviluppo»). Per essi significa promozione sociale e liberazione, con conseguente abiura dei valori culturali che avevano loro fornito i modelli di «poveri», di «lavoratori», di «risparmiatori», di «soldati», di «credenti». La «massa» è dunque per lo «sviluppo»: ma vive questa sua ideologia soltanto esistenzialmente, ed esistenzialmente è portatrice dei nuovi valori del consumo. Ciò non toglie che la sua scelta sia decisiva, trionfalistica e accanita.

Chi vuole, invece, il «progresso»? Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare, appunto, attraverso il «progresso»: lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra. Lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato. Quando dico «lo vuole» lo dico in senso autentico e totale (ci può essere anche qualche «produttore» che vuole, oltre tutto, e magari sinceramente, il progresso: ma il suo caso non fa testo). Il «progresso» è dunque una nozione ideale (sociale e politica): là dove lo «sviluppo» è un fatto pragmatico ed economico.

Saggi sulla politica e sulla società [Scritti corsari]
ed. Meridiani Mondadori, Milano 1999



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Pier Paolo Pasolini - Io sono una forza del passato.

"ERETICO & CORSARO"



Pier Paolo Pasolini
Io sono una forza del passato...
[da Poesia in forma di rosa, Garzanti, Milano 1964] 

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più. 







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Pier Paolo Pasolini - Teorema - Libro

"ERETICO & CORSARO"




«I primi dati di questa nostra storia consistono, molto modestamente, nella descrizione di una vita famigliare. Si tratta di una famiglia piccolo borghese: piccolo borghese in senso ideologico, non in senso economico.»

Teorema ebbe due versioni: quella cinematografica, portata a termine nel fatidico 1968; e questa, in forma di romanzo, scritta durante la lavorazione del film e pubblicata l'anno successivo.
Il testo, inframmezzato da interventi poetici, è l'impietosa descrizione dei comportamenti e dei conflitti in un interno borghese durante un momento di crisi, e insieme una parabola sull'irruzione del religioso nell'ordine famigliare e sulle sue dirompenti conseguenze.
Provocatorio e profetico, Teorema segna una svolta nell'opera di Pier Paolo Pasolini, con l'approdo a una visione sacrale, vivacemente simbolica della realtà.


Pasolini... Lo si può amare e perdersi nella sua analisi del reale. Lo si può odiare e criticare duramente. Ma non lo si può lasciare nell’indifferenza.

IO SONO PIENO DI UNA DOMANDA A CUI NON SO RISPONDERE.

Triste risultato, se questo deserto io l'ho scelto
come il luogo vero e reale della mia vita!
Colui che cercava per le strade di Milano
è lo stesso che cerca ora per le strade del deserto?
É vero: il simbolo della realtà
ha qualcosa che la realtà non ha:
esso ne rappresenta ogni significato,
eppure vi aggiunge per la stessa sua
natura rappresentativa un significato nuovo.
Ma - non certo come per il popolo d'Israele o l'apostolo
questo significato nuovo, mi resta indecifrabile. [Paolo –
Nel profondo silenzio dell'evocazione sacra,
mi chiedo allora se, per andare nel deserto,
non bisogni avere avuto una vita
già predestinata al deserto; e se, dunque,
vivendo nei giorni della storia - così meno bella,
pura ed essenziale della sua rappresentazione –
non bisogni aver saputo rispondere
alle sue infinite e inutili domande
per poter rispondere, ora,
a questa del deserto, unica e assoluta.
Misera, prosaica conclusione,
- laica per imposizione di una cultura di gente oppressa –
di una vicenda cominciata per portare a Dio!
Ma cosa prevarrà? L'aridità mondana
della ragione o la religione, spregevole
fecondità di chi vive lasciato indietro dalla storia?
Dunque, il mio viso è dolce e rassegnato
quando cammino lentamente –
affannato e grondante di sudore,
quando corro –
pieno di uno spavento sacro,
quando guardo intorno questa unicità senza fine –
infantilmente preoccupato,
quando osservo, sotto i miei piedi nudi,
la sabbia su cui scivolo o mi arrampico.
Proprio, appunto, come nella vita, come a Milano.
Ma perché, improvvisamente, mi fermo?
Perché guardo fisso davanti a me, come vedessi qualcosa?
Mentre non c'è nulla di nuovo oltre l'orizzonte oscuro,
che si disegna infinitamente diverso e uguale,
contro il cielo azzurro di questo luogo
immaginato dalla mia povera cultura?
Perché, fuori dalla mia volontà,
la mia faccia mi si contrae, le vene
del collo mi si gonfiano,
gli occhi mi si empiono di una luce infuocata?
E perché l'urlo, che, dopo qualche istante,
mi esce furente dalla gola,
non aggiunge nulla all'ambiguità che finora
ha dominato questo mio andare nel deserto?
È impossibile dire che razza di urlo
sia il mio: è vero che è terribile
- tanto da sfigurarmi i lineamenti
rendendoli simili alle fauci di una bestia –
ma è anche, in qualche modo, gioioso,
tanto da ridurmi come un bambino.
È un urlo fatto per invocare l'attenzione di qualcuno
o il suo aiuto; ma anche, forse, per bestemmiarlo.
È un urlo che vuoi far sapere,
in questo luogo disabitato, che io esisto,
oppure, che non soltanto esisto,
ma che so. È un urlo
in cui in fondo all'ansia
si sente qualche vile accento di speranza;
oppure un urlo di certezza, assolutamente assurda,
dentro a cui risuona, pura, la disperazione.
Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa
questo mio urlo voglia significare,
esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine.

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Pier Paolo Pasolini - Ali dagli occhi azzurri.

"ERETICO & CORSARO"



Scritti tra il 1950 e il 1965, questi racconti documentano l'evoluzione e la ricerca di Pasolini durante un periodo particolarmente intenso e significativo della nostra storia culturale: dalle prime prove realistiche, accompagnate dal rifiuto dell'italiano culto all'adorazione di una mimesi stilistica dialettale, alle sceneggiature per i film (Accattone, La ricotta...), alle prove più sperimentali del «racconto che non si farà», dove un'estrema raffinatezza letteraria scalza le precedenti ipotesi di lavoro realistiche (per esempio, proprio il dialetto come lingua arcaica e preborghese), ormai scadute, agli occhi di Pasolini, a formule passive e irritanti. 


Indice


Squarci di notti romane (1950)     5
Il biondomoro (1950)      34
Gas (1950)       44
Bounce tempo (1950)      52
Giubileo (relitto d'un romanzo umoristico) (1950)   53
Notte sull'ES (1951)      64
Studi sulla vita del Testaccio (1951)    8o
Appunti per un poema popolare (1951-52 e 6~)   89
Dal vero ('953-54)      103
Mignotta (Relazione per un produttore) (1954)   III
1Storia burina (1956-65)     134
Il Rio della Grana ('955-59)     237
La Mortaccia (frammenti) (1959)     243
Ballata della madre di Stalin (1961-62)    465
La ricotta (1962)      467
Profezia (1962-64)      488
Rital e raton (1965)      494
Avvertenza (1965)      515


Avvertenza

Fatti e personaggi di questo libro sono puramente immaginari ecc. ecc. Qualsiasi riferimento a fatti e personaggi reali e' puramente ca­suale ecc. ecc.
«Mamma Roma » e' dedicata a Roberto Longhi, « cui sono debitore della mia folgorazione figurativa ».
Ringrazio ancora Sergio Citti, come per Ragazzi di vita e Una vita violenta: specie nella parte di niezzo, quella scritta nel secondo lustro degli anni cinquanta, il suo demone percorre questo libro.
Ringrazio anche Ninetto Davoli, per i suoi contributi linguistici invo­lontari e soprattutto per la sua allegria:


Ed ecco che entra nella platea un ossesso, con gli occhi dolci 
e ridarelli, 
vestito come i Beatles. 
Mentre grandi pensieri e grandi azioni 
sono implicati nel rapporto di questi ricchi con lo spettacolo, fatto anche per lui, egli col suo dito magro di cavallino delle giostre, 
scrive il suo nome « Ninetto », 
nel velluto dello schienale (sotto una piccola nuca orecchiuta 
contenente le norme del comportamento e l'idea della borghesia libera).

Ninetto è un messaggero, 
e vincendo (con un riso di zucchero 
che gli sfolgora da tutto l'essere, 
come in un mussulmano o un indù) 
la timidezza, 
si presenta come in un areopago 
a parlare dei Persiani.
I Persiani, dice, si ammassano alle frontiere.
Ma milioni e milioni di essi sono già pacificamente immigrati, 
sono qui, al capolinea del 12, del 13, del 409, dei tranvetti 
della Stefer. Che bei Persiani! 
Dio li ha appena sbozzati, in gioventù, 
come i mussulmani o gli indù: 
hanno i lineamenti corti degli animali, 
gli zigomi duri, i nasetti schiacciati o all'insù, 
le ciglia lunghe lunghe, i capelli riccetti.

Il loro capo si chiama
Ali dagli Occhi Azzurri.

 (1965)


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Pasolini - Il sogno di una cosa

"ERETICO & CORSARO"




«Fin dal mattino, se la giornata è serena, la strada provinciale e i viottoli campestri che conducono a Casale, si riempiono di gente che va alla sagra del Lunedì di Pasqua. Un po' alla volta le immense radure, d'un verde ancora invernale, freddo e leggero, colorato qua e là da qualche ramo rosa di pesco, formicolano di gente che passeggia, si diverte, gioca, corre…»

Tre ragazzi friulani alla soglia dei vent'anni vivono la loro breve giovinezza e affrontano il mondo: la miseria delle origini, la fuga in Jugoslavia, le lotte contadine, l'emigrazione..., ma anche l'amicizia, l'amore, la solidarietà. Si comincia con l'ebbrezza di una festa, si finisce con la tristezza di una morte: «la meglio gioventù» è già conclusa.
Concepito e scritto nel 1948 e 1949, cioè prima di Ragazzi di vita e di Una vita violenta, Il sogno di una cosa viene pubblicato solo nel 1962, trovandosi perciò a essere al tempo steso il romanzo d'esordio e di conclusione della stagione narrativa di Pier Paolo Pasolini.


  

Pier Paolo Pasolini
Il Sogno di una Cosa

Recensione scritta da Darius per DeBaser. 

()


Desolazione e consolazione, politica e antipolitica, futuro e tradizione, speranza e malinconia, regime e democrazia, Italia e non Italia. Benvenuti nell'Italia del secondo dopoguerra, degli esodi, della disfatta, delle macerie e della lenta ricostruzione. Un rapido zooming ed eccoci nella ferita terra del Friuli, terra per l'ennesima volta mutilata da quella melmosa, instabile, volubile, volatile frontiera con il cupo Regno di Sloveni, Serbi e Croati: pochissimi chilometri separano i campi a sud della Carnia dal tenebroso baluardo sovietico, dall'Adriatico di Tito e delle foibe, dal reame iugoslavo appena impossessatosi delle terre giuliane. Eppure, dietro alle insenature carsiche, al di là del Gran Canyon triestino - testimone e ospite di atrocità giammai narrabili in termini non disumani - si distente il neo Eldorado di un gruppo di giovincelli del Tagliamento. Ragazzi di vita che - fra il duro lavoro in campagna e un'allegra puntatita danzereccia di villaggio - sognano e puntano il binocolo verso l'ultima conquista socialista, la Belgrado del Generale Tito. Sbarbatelli delusi dal corso della storia, sopraffatti dalla fame, desiderosi di tastare (e testare) con i loro sensi la presunta magia del comunismo vincitore, del marxismo imperante.
Il Sogno di una Cosa, egregio capolavoro del neorealismo pasoliniano, è un romanzo crudo, la corretta narrazione della valle di lacrime postbellica, il giusto quadretto di una generazione che ha posato le baionette e il littorio e si appresta a compiere un viaggio verso l'aureo ignoto, viaggio che purtroppo si rivelerà un terribile smacco, un'inutile fuga dalla miseria occidentale alla miseria sovietica, due facce della stessa consumata medaglia, consumata sullo scacchiere delle Superpotenze. Oltrepassano il confine, giungono sino alla costa dalmata, alla Fiume dilaniata dall'orda barbarica dei contendenti, e sono costretti ad accodarsi per un pugno di cibo, a farsi sopraffare dalla burocrazia "rossa", a pregare per un mucchietto di briciole quotidiane. E questo in nome di una fede, di un sistema, di un nuovo regime che forse non è la "soluzione finale" per la massa dei reietti.
E in Italia? Nel Friuli minacciato dalla Cortina di Ferro? Ai piedi della selvaggia Carnia? Ritornare a chiedere asilo ai desolanti paesini natii? L'unica soluzione possibile, l'unico treno in perfetto orario.
Eppure, l'ardore verso quel Comunismo utopistico, la devozione per i sommi leader della Bandiera purpurea rimane. Il Bel Paese è solo una blanda colonia dei liberatori d'oltreoceano, il nuovo governo De Gasperi è lontano centinaia di chilometri, la partitocrazia post-fascista pare essere raggomitolata nelle sospettose mani dei prelati, latori di un codice etico e culturale difficilmente rinnegabile e rigettabile. E quel Lodo, quella sorta di egida per i miseri contadini sottomessi, non è altro che l'ennesima finta panacea di un sistema corrotto, il nuovo oppio imposto dall'intellighenzia dei palazzi romani. Non rimane altro che esprimere rabbia e mestizia, comporre neo squadracce, radunare giovincelli, bussare alle porte degli altolocati, strappare promesse di chissà quale valenza, circondare palazzi, pretendere aiuto, lavoro, solidarietà, eguaglianza, cibo, vita. Rivoluzione.
Intanto, in quel trittico di paesini il popolo tira avanti, Stalin o Tito, De Gasperi o il Papa: lavoro e fatica, amore e sacrifici, vespri e messe domenicali, verginità e pudicizia, speranza e Corpo di Cristo, la Terra e il Celeste. E mai rinunciare all'allegria del folklore, al vino delle osterie, alla gioventù alticcia che si riposa, stremata, dai progetti di sommosse e dal sudore della giornata. Miseria materiale e nobiltà d'animo che vanno a braccetto, a ballare una melodia popolare, a trincare buon vino per dimenticare il dolore del tempo e della Storia.
Poi, la Notte, la Morte. Un giovane promesso sposo perisce, la fabbrica di fuochi d'artificio esplode, con lui altri colleghi ignari di ciò che sarebbe capitato. Infine, l'epilogo: un'altra vita si appresta all'ultimo cammino, sconfitta dalla febbre, dalle vampate responsabili della follia degenerativa, della regressione mentale, del ritorno all'origine. Estrema unzione, trapasso dell'anima. Ed ecco avverarsi, ecco apparire il Sogno di una Cosa. La Redenzione dall'Umano.

Fonte:
http://www.debaser.it/recensionidb/ID_38177/Pier_Paolo_Pasolini_Il_Sogno_di_una_Cosa.htm

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