domenica 4 maggio 2014

"Chiedo scusa a Pasolini" -

"ERETICO & CORSARO"


"Chiedo scusa a Pasolini"
Il pentimento di Andreotti

 di Federico De Melis da "Il Manifesto" del 28/3/93 pagina 2

In uno dei suoi "scritti corsari" pubblicati sul Corriere della sera di Ottone tra il '73 e il '75, Pier Paolo Pasolini chiedeva un "pubblico processo" per i "potenti democristiani". Fu un articolo scandaloso per la furia iconoclasta e la lucidita' di pensiero che lo ispiravano. Ieri, nel giorno in cui Giulio Andreotti riceveva dalla Procura di Palermo un avviso di garanzia per "attivita' mafiosa", tre lanci di agenzie informavano che il senatore democristiano si sarebbe ricreduto sulle posizioni di Pasolini, con cui aveva polemizzato aspramente nel '75 per quelle che giudicava estremistiche prese di posizione contro il "palazzo". "Gli chiedo scusa ora per allora" scrive Andreotti in una nota che sara' pubblicata sul secondo numero del mensile "lettere romane". E ricordando "per i piu' giovani" l'articolo che scateno' la polemica, dal titolo "vuoto di potere", scrive che si trattava di un "elogio funebre della Democrazia Cristiana e in genere degli uomini di potere , definiti 'maschere che a sollevarle non si troverebbe neppure un mucchio d'ossa e di cenere'" Chiamato da Ottone a rispondere alle accuse di Pasolini, Andreotti difese strenuamente le "conquiste" del dopoguerra, cio' che diede l'opportunita' all'intellettuale friulano di distinguere, in un successivo articolo sul Corriere, il concetto di " sviluppo" da quello di "progresso", e di sottolineare per la prima volta nella storia italiana, col neocapitalismo, questi due concetti finivano per diversificarsi tragicamente. "Seguii anche io - scrive oggi Andreotti - un sia pur diverso massimalismo. Forse a differenza dei giovani che come tali non avevano conosciuto il sottosviluppo di prima, noi sentivamo l'orgoglio di un'indubbia crescita economica collettiva. Ci scandalizzava lo scagliarsi di molti, in nome della critica del consumismo, contro gli undici milioni di elettrodomestici entrati nelle famiglie. Io invece ricordo le mani di mia madre spaccate per il bucato e vedevo le lavatrici come strumento di redenzione familiare". Infine Andreotti, mostrandosi contrito per non aver condotto il dialogo "approfondendo di piu' i valori culturali e morali dell'analisi pasoliniana", osserva che il poeta friulano, "senza enunciarlo", ricordava a lui "che l'uomo non vive di solo pane". "Io ero forse prosaicamente radicato alla convinzione che senza pane non si vive sicuramente", conclude Andreotti, che pur "pentito" non sembra riuscire a cogliere tuttora, cosi', il senso del discorso pasoliniano sui costi "antropologici", in termini di "omologazione culturale", dello sviluppo neocapitalistico. Sarebbe stato importante, anche alla luce dell'avviso di garanzia da lui ricevuto ieri, che Giulio Andreotti tornasse su un altro articolo di Pasolini, intitolato "Il romanzo delle stragi" del 14 novembre 1974. Da quel giorno, in cui Pasolini - da intellettuale che "sa", perche' "ristabilisce la logica la' dove regna l'arbitrarieta'" - rifletteva sul senso politico delle tragedie di Piazza Fontana, Brescia e Bologna, l'elenco delle stragi, di diverso stampo, si e' allungato a dismisura. Il "Romanzo delle stragi" si e' complicato e intorbidito ulteriormente. Ed e' ormai chiaro che e' un capitolo di un romanzo piu' ampio su cui la "rivoluzione italiana" non ha fatto finora alcuna chiarezza. Scriveva Pasolini a proposito delle stragi: "Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (.....), a giovani neofascisti (.....) e infine a criminali comuni (......). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocita' fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che sono messi a disposizione , come Killer e sicari". E concludeva: "Probabilmente (.....) questi nomi prima o poi saranno 16/06/00 detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (....). Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato". 


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Pasolini - PORNO-TEO-KOLOSSAL - IL VIDEO.

"ERETICO & CORSARO"


'Porno Teo Kolossal': 

il film mancato di Pasolini con Eduardo

Trattamento di Pier Paolo Pasolini e Sergio Citti (1975)


Indice:

In un nastro registrato poco prima di morire l' intellettuale racconta il film che non riusci' a realizzare L' ultimo Pasolini: cerco il Messia in un mondo malato 

Pochi giorni prima della sua morte, Pasolini incise su un nastro per raccontare il film che voleva realizzare dopo "Salo". Il titolo doveva essere "Porno - Teo - Kolossal". Protagonista, Eduardo De Filippo, nei panni di un moderno remagio napoletano che segue la stella cometa e con il servitore Ninetto Davoli cerca il Messia tornato sulla Terra.

La voce registrata dell' autore spiega la pellicola che progettava dopo "Salo", tra re magi e dissoluzione Il remagio De Filippo visita cosi' Sodoma (la Roma degli anni ' 50), Gomorra (la Milano del neocapitalismo), Numanzia (Parigi assediata dai nazi - fascisti).
La Roma del dopoguerra, moderna Sodoma in cui l' unico amore consentito e' quello omosessuale (a capo dei governanti, una donna: Pasolini pensava a Silvana Mangano). La Milano degli anni Settanta e delle bombe e' Gomorra, che proibisce l' omosessualita' ; popolata da maschi scatenati che violentano le donne e assaltano banche e negozi. Infine, gli abitanti di Parigi (ribattezzata Numanzia, la citta' - martire della Spagna che resisteva ai Romani), stremati dall' assedio nazista, decideranno di suicidarsi. 

Settantacinque pagine di trattamento spedite a Eduardo, l´impegno solenne per un percorso comune da intraprendere, spezzato però dall´omicidio di Ostia, nella notte tra sabato 1 e domenica 2 novembre. Eduardo va in tv e definisce Pasolini un amico 

«angelico». 

Di lui dice di aver amato 

«la sincerità, la libertà assoluta del suo pensiero, la lucidità nell´analisi sociale, la ribellione all´ipocrisia e alla falsità». 

Si becca lettere anonime di protesta, eppure poco dopo invia a "Paese Sera" una delicata poesia, un ultimo omaggio, com´era sua abitudine per la scomparsa di ogni persona cara. 

La spalliera di Cristo

Pier Paolo
di Eduardo De Filippo

Non li toccate
quei diciotto sassi...
che fanno aiuola
con a capo issata
la ‹‹spalliera›› di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la ‹‹spalliera››,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più!
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la ‹‹spalliera››
a darci ancora
la fede e la speranza
in Cristo povero.

[1975]

«Pasolini vedeva nell´attore la maschera vivente di Napoli». Un calco vivente dell´ultima città dialettale, la sola a resistere all´omologazione linguistica che la televisione stava imponendo. È lui Epifanio, il re magio che parte per l´Oriente seguendo una cometa apparsa su Napoli. "Porno-Teo-Kolossal" comincia così, o meglio così sarebbe cominciato, con Ninetto Davoli nel ruolo di Nunzio, compagno di viaggio di Eduardo. Un viaggio allegorico e surreale, visionario come un quadro di Bosch, l´altra faccia del tragitto compiuto da Totò in Uccellacci e uccellini: la fine del marxismo, e ora la venuta del Salvatore. 

Ma nelle 75 pagine inviate da Pasolini a Eduardo, c´era spazio anche per la sua vis comica, a cui erano affidati alcuni momenti pensati per alleggerire l´andamento drammatico del film. Canzoni, smorfie mimate, battute con un altro personaggio napoletano, misterioso e onnipresente, ambulante a Sodoma, mercante d´armi a Gomorra, cuoco fascista a Numanzia, autista a Ur: un uomo che offre più volte la sua protezione al dolce Epifanio, ma che si rivela alla fine il ladro del presepe d´oro. 
Con Eduardo, Pasolini aveva già lavorato nel ´61, chiedendo agli attori della compagnia De Filippo di doppiare i napoletani di Accattone. Una seconda volta non c´è stata mai.





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'Porno Teo Kolossal': 

il film mancato di Pasolini con Eduardo

Trattamento di Pier Paolo Pasolini e Sergio Citti (1975)


Il finale è un “adagio” che si articola in tre fasi, sempre più leggere, sempre più fantomatiche, sempre più deliranti. Cambia di conseguenza anche il ritmo del racconto, tanto più comico quanto più misterioso e surreale. Viene previsto un commento musicale continuo (mentre prima la musica era sempre “vera”) ecc.




I
I nostri due viaggiatori son ora in un Jumbo, che vola verso il purpureo Oriente. Il Jumbo è gremito di faccie buffe e indecifrabili, pieno di panini e pedalini.
Epifanio e Nunzio sono seduti tra due vietnamiti e una fila di indiani, stretti stretti. Epifanio si tiene al petto come una creatura il suo eterno fagotto misterioso, da cui penzola il bigliettino del “bagaglio a mano”, destinazione UR. E gli occhi di Nunzio, forse per la curiosità suscitata da quel bigliettino, per la prima volta si fissano a lungo, intenti, sul pacco gelosamente abbracciato da Epifanio. Ed ecco che quegli occhi (gli occhi di Epifanio son chiusi in un sonno malandato) hanno un guizzo -- ironia? pietà? partito preso? preciso calcolo? -- a cui segue scattante la domanda -- carico di una curiosità accumulata durante tutto il lungo viaggio – 

“A Sor Epifa’, ma che ce tenete dentro a quel pacco?”.

Epifanio sussulta, e apre gli occhi. Dire a uno a uno tutti i sentimenti che passano come un turbine in quelle pupille, sarebbe impossibile. Benché fulminei ci mettono un mezzo minuto buono ad esaurirsi.
Finché il sentimento che alla fine resta fisso è una pacioccona bonomia, una lieta concessione a qualcosa che ci si può finalmente concedere: ed Epifanio mormora misterioso: 

“U dono a ‘u Bambino”.

II Jumbo sta atterrando su una grande città, informe, tra bracci di mare fumigante, e montagne nere a pan di zucchero. Nell’aeroporto, pieno di gente misteriosa che corre da tutte le parti, bisogna far presto, per prendere la coincidenza col DC8 che, fermo all’altro capo della pista, è là che aspetta.
Tenendosi stretto il suo pacco, Epifanio è tuttavia molto preoccupato per le altre valigie. Eccole là che compaiono un istante uscendo dalla pancia del Jumbo; eccole là che compaiono ancora un istante nella distesa di asfalto per poi scomparire dentro i misteriosi meandri dell’aerostazione; eccole là ancora che ricompaiono su un carrello velocissimo, attraverso uno stanzone pieno di suore con un bambino negro e due sick grassi e neri che sembra ballino un tango; eccole ancora riaffiorare, tra enormi pacchi di colli, per essere subito ingoiate in un nero corridoio...E i nostri due viaggiatori, di corsa, dietro... Finche la corsa diviene un vero e proprio “raid”, per raggiungere il DC8 coi motori accesi sotto il sole ardente: è una gara di velocità, vinta da un giapponese. I nostri due arrivano ultimi, Epifanio boccheggiante, sostenuto, col suo pacco, da Nunzio. Appena saliti in cima alla scaletta, l’aereo parte, seguendo la Cometa. Da un oblò Epifanio fa appena in tempo a vedere le due valigie caricate sul dorso di un asinello che, guidato da un vecchio arabo, se ne va ciondolando per un sentiero lungo la pista. Epifanio si stringe più forte al petto il suo dono.
Ora è la volta di una cittadina bianca sulle rive di un lago salato tutto secco e bianco. Dentro la sala d’attesa quasi deserta dell’aeroporto, davanti a cui c’è un solo aeroplano, un vecchio Dakota, Epifanio e Nunzio stanno dormendo distesi sulle due panche. Epifanio tiene selvaggiamente stretto a sé il suo pacco: addirittura lo ha addentato e lo stringe nella bocca come in una morsa. Cosa che non gli impedisce di ronfare.
Ecco che entrano due giovani arabi in blu-jeans e con atavica abilità, cominciano a spogliare i due addormentati: a spogliarli, intendiamo dire, letteralmente...
All’ora in cui, con un boato dell’altoparlante, viene annunciata la partenza del Dakota, infatti, i nostri due viaggiatori sono in mutande. Ma il pacco, Epifanio se lo tiene stretto ancora con le unghie e coi denti.
Svegliati di colpo dall’annunzio esotico della partenza, i due corrono -- in mutande -- privi come sono di qualsiasi alternativa -- verso il Dakota, e vi salgono. Del resto anche gli altri passeggeri, eccettuate le donne che sono tutte coperte di veli -- non hanno altro abbigliamento che un asciugamano che gli fascia i fianchi e un fazzoletto bianco e rosso in testa.
Il luogo dove atterra il Dakota sembra in modo impressionante la fine del mondo. È una semplice pista, in mezzo a un deserto, con un po’ di palme spelacchiate in fondo e una baracca di legno.
Il bigliettaio è seduto su una cassetta di coca-cola, e intorno ci sono cinque o sei soldati, tutti sui tredici quattordici anni, con un basco unto e grandi scarpe alla Charlot .
In più, c’è una vecchia Landrover scassata, con una pomposa scritta vermiglia che annuncia: “Hotel Continental”. Accanto sta l’autista, nero e sudato; e anche sul suo berrettino rosso c’è scritto “Hotel Continental”. Epifanio e Nunzio sono gli unici due passeggeri che scendono -- in mutande e col loro
“bagaglio a mano” -- a quel capolinea. L‘ autista dell’ “Hotel Continental” si avvicina loro offrendo i propri servigi. Ebbene, c’è da non crederlo, è un napoletano!!
A quaranta gradi all’ombra, avviene la nuova agnizione, e, benché allo stremo delle forze, Epifanio ha ancora l’energia di eseguirne l’intero cerimoniale. Poi, protetti dal nuovo amico, i due pellegrini montano sulla Landrover e vanno verso il nulla infuocato.
Ci vogliono un giorno e una notte per arrivare a Ur, a questo famoso “Hotel Continental” e, come scende la sera e fa buio, i tre si dispongono a dormire, sotto una palma, in bivacco. Fanno in tempo a mangiare una pizza e canticchiare un po’ “0 sole mio”, che cadono addormentati di colpo: Epifanio col suo pacco stretto tra le braccia.
Ma il nuovo napoletano non dorme: ha un occhio aperto. Come, con quell’occhio, vede Epifanio perduto in un sonno duro come la morte, piano piano si muove, con abilità che nemmeno i due consumati predoni arabi hanno dimostrato di possedere, libera Epifanio dal suo fardello, e, con gli occhi come carboni ardenti di speranza, balza sulla Landrover: in misterioso silenzio la mette in moto, e scompare tra le dune appena illuminate da una sottile falce di luna.
Ben presto è lontano, irraggiungibile, in un posto fuori dal mondo, dove si sentono solo urlare le jene.
Impazzito dall’impazienza, comincia febbrilmente a disfare il pacco dalla refurtiva: pacco confezionato alla perfezione, quasi corazzato. Piano piano riesce ad aprirlo, e, ai suoi occhi esterrefatti, tutto d’oro -- con la sua grotticella, i.suoi pastori, la sua mangiatoia, la sua vacca, il suo asino, il suo San Giuseppe, la sua Madonna, il suo Bambino -- compare un presepio: preziosa opera che si direbbe di un Bambocciante del Seicento, ma a quanto pare assai modernamente attrezzata.
Infatti, davanti c’è una manovella, girata la quale tutto si anima, a suon di musica. La musica è per la precisione una tarantella, e i pastori la ballano in mezzo al prato d’oro con le pecorelle d’oro, che ticchete tacchete, brucano l’erba d’oro.
È inquadrato solo il Presepio: che è dunque grande come lo schermo, e la Scena pare vera, a grandezza naturale. Al suono della tarantella, il Bambino apre e chiude – zac zac -- le braccine, e la Madonna va su e giù con la testa, mentre San Giuseppe, due piallate, e un sorriso, due piallate e un sorriso. Poi la tarantella dissolve, e viene sostituita dalle note di una musica sacra, sublime. Da dietro un monticello (d’oro) compaiono i Re Magi coi loro doni, e umili e solenni avanzano verso il Bambino e si inginocchiano davanti a Lui rendendogli omaggio.



II
Epifanio si sveglia, sotto la palma, e si rende conto che il suo pacco è sparito. Nunzio è già sveglio, ed è lì che lo guarda, come a godersi pensoso lo spettacolo. Certamente Epifanio è lì lì per morire dal dolore. Ma non dice niente, abbassa la testa, senza muovere un muscolo. Poi si tira su in piedi e fa: 

“Andiamo”. 

Infatti si vede Ur, in fondo all’orizzonte tra aridi montarozzi biancastri.
Non ha voluto dar soddisfazione a Nunzio né al destino: e cammina in mutande e a mani vuote verso Ur. Perché è là che la Cometa si è fermata.
Ma dopo un po’, però, non resiste al suo stoicismo, e scoppia in un pianto disperato di bambino.
Nunzio lo guarda misteriosamente, di sottecchi. Sono ora a Ur, e chiedono alla gente informazioni di una grotta così e cosi, dove deve essere nato un Messia così e così... (Epifanio fa anche dei disegnini sulla polvere -- una faccia con la barba e l’aureola -- per farsi capire). Gli arabi, ai tavolini dei loro caffè o davanti alle loro zozze bancarelle, danno indicazioni assai vaghe. Finalmente, più morti che vivi per la stanchezza, i due giungono dall’altra parte della città, più o meno dove si trovano gli immondezzai. Qui la Cometa, alta nel cielo, ha come un guizzo, scende giù, e va a splendere, rifulgente come non mai, addirittura accecante, sopra una piccola spelonca polverosa.
È verso là, dunque, che Epifanio muove i suoi passi, piangente e ridente. 

“Nun aggio niente ‘e regalà a ‘u Messia” 

dice disperato, nella felicità di aver raggiunto la meta. E Nunzio lo consola: 

“E che cazzo ve frega!”.

Giungono infine davanti alla grotta. Niente e nessuno. Polvere, sassi, le tracce di un fuoco di beduini, qualche cagata secca. Ecco tutto quello che c’è, illuminato dalla luce violentissima della Cometa.
Epifanio cade boccheggiante a terra, come colpito da un fulmine.
Ma ecco che si sente una vocetta strillare gioiosamente. È un ragazzino arabo che viene su di corsa per il sentiero sassoso, e ben presto arriva, tutto sudato. Ha un pacchetto pieno di roba: cianfrusaglie, medagliette, “souvenirs”. 

“Mille lire 

-- dice in un buffo italiano -- 

medalietta di Messia!”. 

Epifanio disperatamente lo interroga. E riesce ad appurare dall’arabetto che sì, il Messia è nato, ma è passato tanto tempo, è anche morto e dimenticato. Il viaggio di Epifanio è stato troppo lungo, egli ha perso troppo tempo con tutte le cose che gli sono capitate: ed è arrivato tardi, irrimediabilmente tardi.
Disperato, Epifanio tira un ultimo sospiro, e muore.
Ma qui si ha un colpo di scena. Ecco che dal corpo di Nunzio si stacca la figura di un altro Nunzio: un Angelo, un vero e proprio Angelo del Signore. Raggiante, egli si avvicina al cadavere di Epifanio, e lo prende per mano. Anche dalla figura morta di Epifanio si stacca la figura di un altro Epifanio, la sua Anima. È elegantissimo, tutto in bianco, con la paglietta, la bagolina e il fiore all’occhiello.
Nunzio gli fa l’occhietto e tenendolo sempre per mano, gli fa: 

“Namo, omo de bona volontà!” 

e, cantando e ballando, lo guida su, per la strada dei Cieli.




III
I due, sempre più felici, salgono di buona lena su su, per gli spazi cosmici (gli stessi in cui era cominciato il nostro poema).

Dissolvenza.

I due continuano a salire, a salire; ma si sono un po’ stancati, e Epifanio si solleva un po’ sulla fronte la paglietta, e, col fazzoletto di seta, si asciuga il sudore.

Dissolvenza.

I due salgono ancora, ma il loro passo è decisamente stanco, incerto, e i loro visi cominciano a mostrare visibilmente un certo fatale scoraggiamento.
Nunzio si guarda inquietamente intorno, nelle altezze vertiginose del cosmo, come cercando di orizzontarsi. 

“Eppure stava qua”, fa. “Che? ‘U Paradiso?”, 

chiede Epifanio: ma ha già capito tutto.

Dissolvenza.

I due salgono salgono, su per i Cieli; ma niente, intorno solo silenzio e vuoto. Ai loro piedi, laggiù, c’è la Terra, che gira, una palla colorata, infinitamente lontano. Stremato, Epifanio, esclama: 

“Non gliela faccio più!” 

e si mette a sedere, levandosi le scarpe e stringendosi i piedi martoriati. Nunzio, confuso, costernato, si siede accanto a lui.
Epifanio si mette una mano a imbuto all’orecchia e si concentra ad ascoltare. Dal mappamondo, laggiù, viene un confuso brusio di voci, grida, canti. Epifanio ascolta, poi fa un sospiro, si alza, e pudicamente voltando le spalle, si mette a pisciare. Si sente lo scroscio della pisciata negli spazi.
Pisciando faticosamente e poi abbottonandosi pazientemente la patta, Epifanio commenta dolorosamente, ma col distacco della filosofia, il suo grande viaggio, a fior di voce, come parlasse a se stesso o al nulla: è stata una illusione quella che l’ha guidato attraverso il mondo --ma è stata quell’illusione che, del mondo, gli ha fatto conoscere la realtà...
Risiedendosi sospiroso accanto a Nunzio, guarda la Terra con simpatia. Da laggiù arrivano confusi tra le voci e i rumori della vita quotidiana -- canti di povera gente, sciocchi canti di moda, e, infine, canti rivoluzionari.

“Eppure... 

-- mormora Epifanio -- 

Come tutte le Comete, anche la Cometa che ho seguito io è stata una stronzata. Ma senza quella stronzata, Terra, non ti avrei conosciuto...”, 

e si asciuga gli occhi inumiditi da certe misteriose lacrime di gratitudine... I canti -- i canti rivoluzionari -- laggiù si fanno sempre più nitidi. Epifanio si riscuote un po’ dalla sua commozione, e facendo un vivace gesto interrogativo alla napoletana, fa!
“Maaaaaa… e mo’ ?”.

Nunzio si è, chissà perché, un po’ riconsolato:

“Embè, sor Epifà 

-- risponde -- 

Nun esiste la fine. Aspettamo. Qualche cosa succederà”.



NOTE
[l] Frase napoletana da inventare (magari da Il mare non bagna Napoli di A.M. Ortese).
[2] Forse Eduardo fa questa seconda sortita con Ninetto perché i suoi libri gli avevano detto che egli
avrebbe dovuto chiamare la Cometa con la prima parola che fosse venuta in mente a un napoletano
con una verruca sul naso. E questo napoletano -- finalmente trovato -- pronuncia come prima parola
“Zoccola”, oppure “Purchiaccio” , ecc.
[3] Da inventare. Cfr. Lettera a Eduardo.
[4] Qui altra piccola gag: tutte le cartoline sono fotografie colorate, con cuori, fiori e colombe,
rappresentanti coppie di uomini e donne.
[5]Via del Governo Vecchio, per esempio.
[6] La circostanza è da stabilire.
[7] Uno degli “urli” della festa, sul modello di “Hip, hip, hip, urrah!” è, per gli uomini, “Fica, fica,
fica, vaffanculo!”, e, per le donne, “Cazzo, cazzo, cazzo, vaffanculo!”.
[8] L‘ideologia di Sodoma è tratta in gran parte da Corpo d’amore di Norman Brown.
[9] Aldo Fabrizi ?
[10] Che, è ora di dirlo, si chiamano nel nostro poema, rispettivamente, Epifanio e Nunzio.
[11] Chiamiamolo Gennaro.
[12] È chiara l’analogia con la scoperta di Sodoma, dal tram.
[13] Come analogamente a Sodoma.
[14] Confrontare il mio libro Scritti corsari.
[15] Anche qui notare la scoperta analogia con quanto è accaduto ai nostri due “Picari” a Sodoma.
[16] La modalità è da inventare.
[17] Va detto che tutte le reazioni di Eduardo e di Ninetto -- qui appena accennate -- costituiscono un
lungo corpo di
“gags” comiche: la spina dorsale del film.
[18] La violenza neocapitalistica che rende i giovani o estremisti o criminali.
[19] Appunto come durante la peste manzoniana.
[20] Ricordarsi che si tratta di un “kolossal”.
[21] In questo consiste la “continuità” del personaggio di Eduardo in tutto il film.
[22] La realizzazione del socialismo è l’Utopia simboleggiata in Numanzia.

Fonte:
http://anello-mancante.blogspot.it/2013/11/5-porno-teo-kolossal-il-film-mancato-di.html#!/2013/11/5-porno-teo-kolossal-il-film-mancato-di.html


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"ERETICO & CORSARO"


'Porno Teo Kolossal': 

il film mancato di Pasolini con Eduardo

Trattamento di Pier Paolo Pasolini e Sergio Citti (1975)


È l’alba, e il treno arriva verso la periferia di quella che è una grandissima città, un’enorme metropoli che sembra occupare l’intera terra e l’intero cielo. È Parigi, ma, nella nostra favola, essa è annunciata con il nome mitico di “Numanzia”.
Siamo dunque alle porte di un’altra Città-Utopia. Ma non appena la città è apparsa -- vista dalla sua estrema periferia, dai villaggi che la circondano -- dalle sponde dei laghetti e dei boschi dell’ultima campagna -- il treno viene fermato da un reparto militare motorizzato...
Numanzia è infatti circondata da un grande esercito che l’assedia: l’assedia dislocando i suoi accampamenti in un enorme cerchio tutt’intorno alla città. Si tratta di un esercito fascista, che è sul punto di occupare Numanzia, città, invece, socialista [22].
I passeggeri del treno vengono fatti scendere e vengono subito trattati esattamente come la polizia nazista trattava la gente: vengono contabilizzati, divisi e incolonnati come bestie, e portati brutalmente verso il posto di polizia -- dove dovranno essere controllati i loro documenti, le loro valigie, ecc. ecc.
Certamente la loro destinazione finale -- ne potrebbe essere altrimenti -- è un campo di concentramento.
Dunque Eduardo e Ninetto si trovano così in mezzo alle file di un esercito fascista. nelle mani , praticamente, di crudeli, stupidi, fanatici miliziani. Ma, ancora una volta! , la buona stella napoletana viene loro in aiuto. In mezzo al gruppo dei miliziani -- o “poliziotti” -- o SS -- c’è anche un gruppo di civili, e, tra questi civili, c’è il solito angelo napoletano.
Costui si accorge subito -- da alcune parole, per quanto pronunciate a mezza voce, di Eduardo e di Ninetto, di fronte a quello che sta loro accadendo -- che si tratta di suoi concittadini.
È preso, segretamente, dal solito spirito di fraternità: ma se lo tiene dentro, ricorrendo, per farsi capire, all’espressione degli occhi e a qualche gesto, il minimo necessario. Il dialoghetto mimico tra lui e Eduardo è un capolavoro di sottigliezza, di detto e non detto, di comprensione, totale e sviscerata, impalpabile lieve come un velo. Alla fine, con accento inequivocabile, al maresciallo che sta appunto per smistare i due verso un campo di concentramento, Totonno dice: -- Un momento, marescià! Aggio bisogno di due sguatteri. -- Totonno è infatti il cuoco del Capo dell’esercito fascista, e, come tale, ha diritto di scegliersi, tra i profughi, i due aiutanti di cui ha bisogno. Sceglie i due napoletani, dice loro di andargli appresso, con aria sostenuta e vagamente pomposa. Appena però i tre sono un po’ fuori dalla vista dei poliziotti, ecco la solita vociante e un po’ scomposta ritualità del riconoscimento.
Eduardo e Ninetto dunque vanno a fare gli sguatteri nella tenda attigua a quella -- in vista di Numanzia -- del Capo Fascista. E cominciano il loro umile lavoro pieni di buona volontà.
(La Cometa scintilla alta nel cielo, sopra l’accampamento).
Subito, naturalmente, come sempre, si svolgono, “come viste” dai due sguatteri, le prime scene che rivelano il mondo in cui ci troviamo; che è un mondo tipicamente clericale e fascista: proprio nel senso classico della parola.
La violenza, la disciplina, il fanatismo: tutte le forme di uno spaventoso ritorno di neo-nazismo -- anche se tecnicizzato -- anche se, naturalmente, più moderno che venti, trenta anni fa.
Viene la notte, i due sono nelle loro brandine, ma Eduardo non può dormire. Si svolge una scenetta tra i due, in cui Ninetto, come al solito, non dà nessuna soddisfazione al suo padrone, e dice: 

“ A sor maè, so’ cazzi vostri! 
Sete voi che avete voluto annà appresso a stà Cometa! 
A me che me ne importa, fate un po’ voi!”.  

Eduardo esce brontolando, inquieto fuori dalla tenda; ed ecco che in maniera inaspettata la Stella Cometa, che brilla nel cielo, sopra il campo dei fascisti, comincia a muoversi. Non c’è un momento da perdere.
Eduardo e Ninetto, senza nemmeno far le valigie, stavolta, infilandosi soltanto sulle mutande i pantaloni, mettendosi le scarpe senza nemmeno allacciarle -- e arraffando solo il misterioso fagotto -- escono dalla tenda, e a naso in alto incominciano a seguire la Cometa!
La Cometa va, esattamente, oltre le trincee fasciste, proprio verso il centro della città di Numanzia.
C’è dunque da attraversare le linee... Ma i nostri due personaggi -- sia attraverso le loro personali trovate per sfuggire alla sorveglianza, sia aiutati dalla fortuna che aiuta sempre i personaggi comici (candidi in mezzo ai cattivi) -- riescono a andare al di là del campo fascista e a internarsi nel territorio nemico...
Attraversata la zona franca, completamente disabitata, che li separa da Numanzia, ecco che si imbattono ora nei cavalli di Frisia, nei trinceramenti, nelle barricate, che gli abitanti di Numanzia hanno eretto contro l’esercito fascista. Ed ecco che si imbattono anche nei soldati di Numanzia che naturalmente li fermano: anche per loro vige la legge ferrea della guerra, benché essi siano i “buoni”.
In una triste strada della più lontana periferia, i nostri due eroi vengono fermati, interrogati e risulta subito, naturalmente, che non solo non hanno documenti, ma che non sanno neppure come giustificare la loro presenza lì (se non balbettando deliranti frasi sulla nascita di un Messia...). Basta.
Scusandosi, i militari di Numanzia come o abbiamo detto, -- li mettono in guardina.
Dentro la camera di sicurezza, Ninetto, in uno dei suoi rari e inspiegabili guizzi di affetto, cerca di consolare Eduardo; anzi questa volta lo fa ancora con più tenerezza e festosità. Gli recita una scenetta allegra, gli dice che tanto il giorno dopo sicuramente li lasceranno passare e così via; finché, quasi cullandolo come un bambino, lo fa dormire sul tavolaccio. Qui comincia la solita parentesi, il solito episodio del sonno di Eduardo.
In un ambiente intellettuale -- un caffè, o un circolo, o una sede di partito -- un poeta è chiuso nel suo silenzio mentre intorno a lui si svolgono le più accese discussioni in merito ai problemi politici e strategici della città di Numanzia assediata.
Ad un certo punto il poeta interrompe tutti, comunicando che ha una proposta da fare.
Si sente immediatamente che si tratta di una proposta importante, essenziale: e lo si sente per quel tono particolare che ha sempre la verità.
Si fa intorno un silenzio carico d‘ attesa. La proposta del poeta è la seguente:

Non ci sono più speranze per noi, i fascisti sono infinitamente più forti, abbiamo perduto tutte le battaglie, abbiamo perduto anche l’ultima battaglia, che ha fatto sì che noi ci dovessimo chiudere dentro la nostra città.
Ormai tutto è perduto. L‘unica cosa che ci resta da fare è non cadere vivi nelle mani dei fascisti. Ciò che io dunque propongo è il suicidio collettivo di tutta la popolazione di Numanzia. Così che quando l’esercito dei fascisti entrerà nella nostra città, troverà una città di morti. Meglio la morte che la schiavitù sotto i fascisti.

Gli altri capiscono, appunto, che questa è la Verità. Molti dei suoi colleghi intellettuali sono subito dalla sua parte, altri però si oppongono. Infatti è loro opinione che imporre dall’alto qualcosa -- qualsiasi cosa -- alla città non è democratico. Il suicidio collettivo può essere sentito con tanta forza da un intellettuale, da un poeta, da un cittadino privilegiato; ma la massa del popolo, i ceti medi potrebbero anche, in fondo, rassegnarsi a vivere sotto il fascismo; non si può obbligarli a morire. La discussione su questo punto è drammatica.
Però tutti sono d’accordo sul fatto che il poeta debba scrivere la sua proposta e pubblicarla.
Il giorno dopo la proposta del poeta, sotto forma di articolo, esce sul più importante giornale parigino (su “Le Monde”, che è diventato socialista: tutta la città è comunque democratica; gli stessi fascisti numantini sono stati tolti di mezzo, non con la violenza, ma con la persuasione... E sapremo tutto ciò
man mano che entreremo nel vivo della storia).
Appare dunque l’articolo del poeta su “Le Monde”, e tutti gli altri giornali lo discutono così come avevano discusso in privato gli intellettuali col poeta. Si accendono polemiche (non più d’élite), finché il partito cui appartiene il Poeta, che è, diciamo così, il Partito di estrema sinistra, fa sua la proposta del poeta e la presenta in Parlamento.
Nasce ora la discussione in Parlamento. E in Parlamento, dopo un acceso dibattito, si decide di indire un referendum tra la popolazione di Numanzia per scegliere nel modo più democratico tra il suicidio collettivo e la resa.
Vota “sì” chi è per il suicidio collettivo, vota “no” chi è per la resa.
Comincia la campagna elettorale nella città assediata. Siccome il tempo stringe, ci sono solo pochi giorni per poter prendere una decisione: travolgente, vorticosa, è quindi la serie di comizi per informare la popolazione e per spiegare ideologicamente e politicamente il senso del referendum. I comunisti di estrema sinistra (diciamo tipo il “Manifesto”) a cui appartiene il poeta -- sono assolutamente per il suicidio collettivo. Anche i socialisti lo sono, in fondo (benché i socialisti di destra siano dissenzienti). I partiti, diciamo così, della destra, sia pur democratica, sono invece incerti o contrari.
Infuriano dunque i comizi. La città essendo da tempo profondamente politicizzata, la folla partecipa, naturalmente, con tutta la più disperata passione (è il caso di dirlo), finché si arriva alla votazione e allo scrutinio dei voti (tutto, naturalmente, in rapidissimi scorci).
La maggioranza del popolo di Numanzia risulta essere per la morte collettiva, per il rifiuto di cadere, vivi, sotto la schiavitù fascista.
L‘esito della votazione, secondo la legge del Parlamento, deve avere esecuzione immediata. La decisione presa collettivamente e democraticamente dal popolo di Numanzia dovrà essere messa subito in pratica: il giorno dopo tutti dovranno collettivamente uccidersi, nella stessa ora.




Dissolvenza.

Eduardo si risveglia (questa volta però non è passata una sola notte, ma varie notti trascorse tutte in quella tetra camera di sicurezza): Eduardo si risveglia e, per prima cosa, i suoi occhi si posano su Ninetto, che sta fischiettando tutto giulivo: inaspettatamente e stranamente giulivo.
Eduardo si guarda perplesso intorno, e si accorge che non ci sono più le guardie, e che addirittura la porta della cella è spalancata.
Tutto felice allora egli esce dalla cella, seguito da Ninetto, sempre giulivo e fischiettante.
Appena fuori, guarda in alto e vede la sua Stella, che si sta muovendo verso il centro della città.
Seguendola di buona lena, i due attraversano tutta la periferia di Numanzia, completamente deserta, e cominciano ad addentrarsi nella vera e propria città.
Qui li aspetta uno spettacolo assolutamente unico tra i tanti spettacoli straordinari del loro viaggio, il più straordinario.
II suicidio collettivo, democraticamente stabilito, è stato infatti attuato: e cosi Numanzia altro non è che un’immensa città di morti.
Ma lo straordinario consiste soprattutto nel fatto che i numantini si sono uccisi fissando per l’ eternità l’atto che più hanno avuto caro nella vita.
Camminando nel profondo silenzio delle strade di Numanzia, Eduardo e Ninetto vedono infatti tutta una serie di cittadini che si sono dati la morte nel modo che essi più desideravano.
Nelle panchine dei giardinetti ci sono dei giovanissimi morti abbracciati teneramente.
Sulle rive della Senna ci sono dei pescatori morti con la lenza sul fiume.
Lungo le bancarelle di libri ci sono dei letterati morti sui libri che più amavano.
Preso dalla curiosità, Ninetto apre piano piano la porta di una casa e vede moglie e marito morti nell’atto di fare l’amore.
Dentro un’altra casa c’è un vecchio pensionato morto solo con il suo cane.
In un’altra, un omosessuale morto, con accanto un mazzo di rose, abbracciato al suo ragazzo.
Altri si sono uccisi tutti insieme: ai Champs Elisées, per esempio, ci sono alcune Autorità che si sono uccise con il loro vestito da cerimonia, sotto l’arco di Trionfo, con intorno le bande dei militari, morti stringendo le loro trombe.
Sempre nei “Champs Elisées”, in un “cinema d’essai”, tutti gli spettatori si sono uccisi insieme mentre stavano vedendo il film di Charlot: “Il grande dittatore”: sullo schermo, per l’eternità, c’è l’immagine immobile di Chaplin che dà un colpo col sedere al mappamondo.
Piano piano, però, il silenzio di questa città di morti comincia a diventare tragico, quasi intollerabile.
Ninetto comincia allora a fischiettare, un po’ per fare allegria al suo costernato padrone e un po’ anche per onorare i morti; e intona lo “Ca ira” (o “Bandiera rossa”). È l’umile celebrazione dell’ eroica morte dei cittadini di Numanzia.
Dai “Champs Elisées ” al Pont Royal, dal Pont Royal a Saint Germain des Près, tra i morti.
Ed ecco, a Saint Germain des Près, lo stesso caffè in cui il poeta aveva lanciato l’idea del suicidio collettivo.
È silenzio profondo, tutti i caffè -- con i loro vecchi clienti che si sono uccisi alloro tavolino, davanti a un bicchiere di birra o di vino -- sono immersi in una pace ormai agghiacciante, dacché Ninetto ha smesso di cantare.
Ed ecco che improvvisamente si sente un rumore: un tintinnio appena percettibile: si tratta di un cucchiaino che mescola del ghiaccio dentro un bicchiere.
Ninetto si avvicina incuriosito, e anche un po’ spaventato, e, fra gli intellettuali morti, vede che l’unico rimasto vivo è proprio il poeta che aveva lanciato l’idea della morte collettiva: egli è l’unico, in tutta la città, che non ha avuto il coraggio di morire, e ora tutto solo, si sta preparando un whisky con ghiaccio. La vita è stata più forte di ogni altra cosa.
A questo punto un rombo terribile si alza nella città: sono i fascisti che la stanno invadendo.
Si vedono i carri armati spuntare dai Champs Eliseés e stringersi intorno al caffè dove sono, vivi, il poeta, Nunzio ed Epifanio, i quali, all’arrivo dei carri armati fingono, naturalmente, d’essere morti, tra gli altri.




Dissolvenza.

Siamo nuovamente nella tenda del Capo dei fascisti che, in questo momento, sono vincitori.
Si sta svolgendo una festa cui partecipano generali, diplomatici, gerarchi, tutte le autorità insomma; e tutti in alta uniforme, allegri, trionfanti, con accanto le loro signore elegantissime, ridenti e crudeli. Ci sono naturalmente anche i politici: ed è stato invitato anche il poeta, quale ospite d’onore. Il grande poeta di fama internazionale che, per di più, è ora in un certo senso, passato dalla loro parte, tradendo la sua città. Egli è seduto proprio di fronte al Capo dei fascisti.
E si giunge, tra liete conversazioni, al brindisi. II Capo, che si picca di essere un intellettuale, chiede a questo punto al poeta di recitare una poesia d’occasione. Dopo un attimo di strana ed enigmatica concentrazione, ecco che, remissivo, il poeta inizia a recitare una poesia di O. Mandel’stam, che finisce esattamente con questi versi: “Bevo, ma non ho ancora deciso quale dei due vini devo scegliere -- se l’allegro Asti spumante o lo Chateau Neuf du Pape”. (Naturalmente tutta la festa, fino alla recita finale del poeta, è vista anche da Ninetto ed Eduardo, che, promossi per l’occasione da sguatteri a camerieri, servono a tavola i fascisti).
Appena è terminato l’ultimo verso della poesia, il Capo batte le mani e ordina a un cameriere di portare immediatamente dell’ Asti Spumante.
Stappata solennemente la bottiglia, il poeta viene servito, e i due, il Capo fascista e il poeta, brindano, alzando il bicchiere, e sorseggiano il vino. Ed ecco l’imprevedibile. Il poeta bevuto il primo sorso, esclama, senza esitazione: -- Ma questo non è Asti, è Chateau Neuf du Pape!
Il Capo fascista, con ancor meno esitazione, sostiene subito che si tratta proprio d’ Asti Spumante. Il poeta ribadisce la sua convinzione, dando così inizio ad un ostinato alterco in cui nessuno dei due vuole rinunciare a nessun costo alla propria convinzione.
La cosa giunge fino a un punto di tensione evidentemente sproporzionato all’argomento (sotto cova infatti tutto il resto): tanto che alla fine il Capo dei fascisti, gettata la maschera, con la sua sadica prepotenza, ordina urlando al poeta: 

-- “O tu ammetti che si tratta di Asti Spumante come dico io, o ti faccio fucilare”. 

Ma il poeta si rifiuta di obbedire, ribadendo che si tratta di Chateau Neuf du Pape, e basta.
Di conseguenza egli viene su due piedi condannato alla fucilazione.
È trascinato fuori, dai miliziani, sullo spiazzo centrale del campo: e la festa si trasforma, così, in una cerimonia funebre.
Le signore, gli ufficiali e i politici escono sullo spiazzo, mentre si sta preparando il plotone d’esecuzione, (sempre “come visto” dagli occhi di Ninetto e Eduardo).
Il poeta viene spinto contro un muro e fucilato, su due piedi, ma prima di morire egli grida, alzando il pugno chiuso: “Viva la rivoluzione!”.
A questo punto Eduardo alza al cielo lo sguardo e rivede la Stella che, nel blu della notte, riprende a muoversi: verso Oriente.




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Curatore, Bruno Esposito

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