lunedì 5 maggio 2014

Pasolini poeta offeso

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini poeta offeso
di Federico De Melis da "il Manifesto" del 2/11/95 pagina 2


Pier Paolo Pasolini "poete d'opposizione", come recita il titolo della manifestazione romana che lo celebra a vent'anni dalla morte? nel documentario Comizi d'amore, a Pasolini che gli chiede che cosa sia per lui l'anormalita' sessuale, Giuseppe Ungaretti risponde: e' improprio rivolgere questa domanda a un poeta, il quale per sua natura non conosce norma dunque neanche infrazione della norma. Un poeta non puo' essere "d'opposizione". Alberto Moravia, colui che meglio ha colto il carattere civile, in senso dantesco, della poesia pasoliniana, il 2 novembre '75, nello smarrimento per l'assassinio all'idroscalo aveva perso "un suo grande poeta". Non si tratta di difendere cronicamente il sacro recinto della poesia assediato dalla realta'. Ma di cogliere uno snaturamento che l'industria culturale italiana ha fatto di Pasolini, a suo uso e a nostro consumo. Esso consiste nella politicizzazione integrale dell'opera sua. Questo snaturamento ha favorito l'affermarsi dell'immagine di Pasolini come Tiresia del tempo nostro, grande preveggente dei torbidi italiani che sarebbero emersi in piena luce non tangentopoli. E' davvero poetica, per contrasto, l'immagine del vero Tiresia, che lui volle per l'Edipo re nelle scarne fattezze di Julian Beck: il quale vedeva cose che non si possono dire, impossibili da comprendere nell'universo della politica. In questo universo e' stato invece imprigionato Pasolini, per essere smembrato e servito fumante a un grande banchetto post-moderno. L'ultimo esempio e' di ieri: un ennesimo imbarazzante tentativo di annetterlo al pensiero fascista, firmato dall'ideologo della "nuova destra" Marcello Veneziani, ospite per una cosiddetta "provocazione giornalistica" sulle pagine di Repubblica. d'altro canto notevoli detrattori del Pasolini politico, come Alberto Asor Rosa quando contestava la congruenza d'una discussione sulla modernita' a partire dai presupposti pasoliniani, si sono messi al passo: e hanno cominciato a usare la sua prospettiva apocalittica in chiave politica. Ricordo un infervorato dibattito nei primi anni ottanta a Castel Sant'Angelo in cui si stentava, da giovanissimi, ad accettare le sferzate di Asor Rosa contro i concetti "apolitici" di Palazzo e Omologazione, difesi invece da Pietro Ingrao. Solo Franco Fortini, forse - e del tutto a parte Alberto Arbasino, la cui cinica umanissimo disinvoltura ancora in questi giorni ha profuso parole di disincanto, tra acido e amaro - ha tenuto duro fino alla fine: conservando bene in luce l'origine narcisistica, cioe' poetica, delle incursioni politiche di Pasolini: additando in esse il frutto di un vitalismo che finiva per portare al centro della scena il Corpo del Poeta, straziato e adorato, a scapito della realta' che la sua parola intendeva redimere. Pasolini amava troppo voracemente la realta' per conservarla intatta al giudizio politico: come il centauro Chirone all'inzio della sua Medea vedeva "tutto santo", niente di "naturale" ma tutto "miracoloso". La realta' era la sua ostia quotidiana. La stessa contraddizione di passione e ideologia, che dopo la guerra sentiva dal corpo a corpo con la figura di Gramsci, era apriori risolta nella poetica accettazione di una realta' mitica, indivisa: "il paese di temporali e primule". L'Appennino "dove azzurri gli ,,,,,,,,,,,,,,,,,,,, dormono". Il Testaccio nell'aria "impura" di maggio, il perso oriente... E mitica e indivisa sarebbe risultata poi, con l'omologazione e i suoi mostri, nel segno freddo di Salo'-Sade. Un mito buono si rovesciava, come seguendo l'ordine dei cicli stagionali, in un mito cattivo. Naturalment non v'e' costruzione di miti laddove non lo richieda la realta', e assai ne richiedeva l'atroce sviluppo italiano. Ma essi non possono essere confusi con la realta', com'e' nel consumistico appiattimento politico che s'e' fatto dell'opera pasoliniana. Solo tenendoli separati, i miti pasoliniani possono illuminare la nostra realta', darsi come struemento energico di comprensione politica. Oggi un paese civile dovrebbe limitarsi a ricordare un suo poeta. Un poeta che non si e' espresso soltanto in forme disparate di poesia, ma finanche in politica. Che nella trasformazione del "popolo gramsciano" in "massa neo-capitalistica" avvertiva la poesia in pericolo - da tardo francofortese, come ancora suggerisce Fortini. Studio' disperatamente il modo di conservare alla poesia una voce in capitolo: a rischio e con l'ebbrezza di snaturarla, fino a renderne irriconoscibili le forme: e lui di mascherarsi da grande opinionista politico. Si dovrebbero riportare gli Scritti corsari o le Lettere luterane alle proprie ragioni prime: leggerli come opere di poesia. Solo cosi' sara' possibile comporre le spoglie di Pasolini, che vagano inquiete tra le pagine dei rotocalchi d'opinione: dare loro una cristiana sepolura. 



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Pasolini e piazza Fontana

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini e piazza Fontana
di Federico De Melis da "Il Manifesto" del 15 dicembre 1992 pag 15 da Gian Carlo Ferretti

I dialoghi di Pier Paolo Pasolini, prefatto e curato da Giovanni Falaschi per gli Editori riuniti (pag 803). 


Il volume raccoglie i testi scritti da Pasolini per le rubriche "Dialoghi con Pasolini" su "Vie Nuove" (dal 28 maggio 1960 al 30 settembre 1965) e "Il caos" su "Tempo" settimanale (dal 6 agosto 1968 al 24 gennaio 1970). Una scelta dei testi per "Vie Nuove" era stata pubblicata, col titolo Le belle bandiere, nel 1977. Col titolo Il caos era invece uscita, nel 1979, una scelta di testi scritti per "Tempo". In entrambi i casi a cura di Giancarlo Ferretti per gli Editori Riuniti. La novita' nel nuovo volume e' l'integrazione dei testi esclusi in quelle antologie: la possibilita' di valutare, dunque, nella sua interezza il fitto dialogho su problemi di attualita' che Pasolini ebbe, in maniera diretta o indiretta, con un pubblico di lettori (in maggioranza comunisti) nel corso degli anni 60, dove si possono individuare, in nuce, i moventi politico-culturali di quella che sara', negli anni 70, la sua polemica "corsara" ("l'apprendistato del corsaro" e' il titolo della nuova prefazione di Ferretti). Nell'immediatezza del rapporto epistolare con persone in carne e ossa, che esprimono i loro dubbi e le loro certezze, che si affidano al loro interlocutore oppure lo incalzano, a volte affettuosamente, a volte offensivamente, si ritrovano, nella loro evidenza, tutti i passaggi critici della societa' italiano del decennio che segno la "mutazione antropologica". Nel rispondere, Pasolini e' maieutico come nel documentario reportage di quegli anni Comizi d'amore, e insieme elementare; forse, ha giustamente notato Luigi Balducci sul Corriere della sera a proposito della rubrica su Vie Nuove (siamo alla prima meta' degli anni sessanta) tende, piu' che in altri contesti, a sentirsi parte di un progetto politico culturale comunista: salvo a tradire, a momenti, la sua fondamentale eresia. Pubblicheremo quanto prima la recensione ai dialoghi. Intanto dedichiamo questa pagina a una polemica che il volume ha suscitato. Franco Fortini prende spunto dall'esclusione di due testi pasoliniani dal volume antologico Il caos del 1979 - esclusione operata, a suo dire, intenzionalmentedal curatore Gian Carlo Ferretti - per stigmatizzare la presunta incomprensione , da parte di Pasolini, della strage di Piazza Fontana e in generale del '68 e dei movimenti extraparlamentari, la sua ripugnanza verso il "sottofondo culturale" rappresentato da Pietro Valpreda, e il suo sostanziale allineamente, a questo proposito, con le posizioni ufficiali del PCI; e insieme polemizzare con l'immagine parziale che il PCI avrebbe voluto dare di questo Pasolini dopo la sua morte, di cui sarebbe un esempio la presunto censura di Ferretti. Gian Carlo Ferretti, al quale abbiamo chiesto una risposta, sostiene, citazioni alla mano, che e' preconcetto e offensivo schiacciare l'immagine di Pasolini sul PCI dei primi anni '70, cosi' come considerarlo nemico tout court del '68 e dei movimenti extraparlamentari. 


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ll rapporto tra Pier Paolo Pasolini e Elsa Morante. La Regina Esigente e la Madre Consolatrice

"ERETICO & CORSARO"

Il rapporto tra Pier Paolo Pasolini e Elsa Morante.
La Regina Esigente e la Madre Consolatrice
di Sandra Bardotti, http://www.mastereditoria.it/

***

La crisi ideologica che, negli anni Sessanta e Settanta, ha portato Pasolini fino alla sfiducia testimoniata dagli Scritti corsari e dalla Lettere luterane, oltre che dalla produzione poetica, narrativa, teatrale e cinematografica, fu una profonda crisi personale, che portò alla rottura con una grande personalità che si era legata a lui con un vincolo di affetto profondo e intimo, Elsa Morante. Non ha senso cercare di stabilire quale delle due sia maggiormente rilevante. Credo sia solo possibile affermare che furono concomitanti, che l’una coinvolse l’altra. Sicuramente il distacco dalla Morante fu un momento molto difficile per Pasolini, perché coinvolse e mise in crisi anche la visione di intellettuale e di uomo che egli aveva di se stesso.
Pasolini e la Morante si conobbero verso la metà degli anni Cinquanta, e la loro conoscenza fu mediata dalla figura di Alberto Moravia. L’ammirazione di Pasolini per la scrittrice si manifesta già nel 1953, quando egli ha la possibilità di leggere Lo scialle andaluso, apparso su‹‹Botteghe oscure››. È tra il 1953 e l’anno successivo, dunque, che si deve collocare l’incontro personale, testimoniato dall’epistolario pasoliniano. Subito tra i due scatta una reciproca stima, ma anche un dialogo produttivo che non risparmia critiche e biasimi; insomma, un rapporto di sincera amicizia. La frequentazione si fa assidua soprattutto durante gli anni Sessanta, e nel 1961 l’amicizia si era consolidata a tal punto che i tre organizzarono insieme un viaggio in India.
Di questa esperienza rimangono le testimonianze di Pasolini (L’odore dell’India) e di Moravia (Un’idea dell’India), così diverse tra loro, che documentano due approcci assai distanti al paese visitato. Indicativo è che Pasolini si presenti più solidale con le idee di carità che Elsa mostra di avere, rispetto al maggiore realismo scettico dell’amico Moravia. “La fraternità si cementa in una comune appartenenza alla razza di coloro che hanno ‹‹come ideale della vita, quello di svuotare con un ditale il mare›› [i]” [ii].
Anche se il realismo dei primi romanzi romani pasoliniani sembra così diverso dall’indagine psicologica con cui sono indagati i personaggi delle borgate romane nei romanzi della Morante, un filo sottile lega i due scrittori. È l’amore per i ragazzini, per una società sottoproletaria che appare ancora incosciente dei cambiamenti messi in atto dal nuovo Potere consumistico, che attraversa i loro romanzi. Il discorso potrebbe essere più chiaro se analizzassimo il significato che il concetto di “barbarie” viene ad assumere nell’opera di entrambi, ma non è questo il luogo per affrontare un parallelo che pure si rivelerebbe interessantissimo; per chi volesse approfondire l’argomento preferiamo rimandare al bel saggio di Massimo Fusillo [iii]. Basterebbe la testimonianza dell’incipit de Il pianto della scavatrice: “Solo l’amare, solo il conoscere / conta” [iv], che omaggia il morantiano “Solo chi ama conosce” [v] (Alibi), per capire la comunione di visione e le corrispondenze che si venivano a creare tra i due poeti. Si tratta di un’adulazione reciproca, di un omaggiarsi a doppio senso, di rispecchiamenti continui dell’altro nella propria opera. Per celebrare l’amica, Pasolini le dedica anche il volume La religione del mio tempo, uscito nel 1961.
Pasolini deve essersi presentato alla Morante, fin dai primi momenti della loro amicizia, come un nuovo Rimbaud. Del resto, egli è uno dei pochi autori del nostro Novecento che abbia ripetuto un’esperienza così rivoluzionaria come fu quella di Rimbaud un secolo prima. La sua genialità, la sua precocità colpirono immediatamente una donna così sensibile e attenta al mondo letterario. Poi ci fu la comunanza di motivi, temi, intenti: Pasolini le appariva come colui che avrebbe potuto, come Rimbaud, accusare con violenza inaudita il mondo del nuovo capitalismo, dare una scossa a tutta la società borghese che stava procedendo al genocidio del mondo sottoproletario, svelare con la forza della sua parola l’inganno che si celava dietro l’apparente benessere. Già in Poesia in forma di rosa, però, Elsa scorgerà una radice narcisistica e una vena di populismo che non apprezzerà. Così, dopo aver letto Poesia in forma di rosa, nel 1964, scrive e invia all’amico un testo “scherzoso”, Madrigale in forma di gatto, un calligramma in cui lo accusa di ipocrisia, di finto amore, di malafede ideologica:

La rosa è la forma delle beatitudini.
Beata l’angoscia in forma di rosa.
Beato il disordine e la libidine sanguinosa
la passione di sé invereconda gli eccessi di velocità e le orge funebri
il nero rifiuto dello sposalizio le bandiere dell’oltranza le corazze dell’ignoranza
i vari equivoci dell’egoismo le mascherate degli stracci
le carità pretestuose le immondizie deificate
i pregiudizi di casta l’alibi storicistico
le complicità attuali, l’adorazione ai padri farisei,
la paura della castrazione
il candido tradimento il pianto vantone
la corda sentimentale e la spada della ragione
beate le secrezioni i visceri della letteratura l’oratorio
la mistificazione
quando finalmente s’aprono in forma di rosa!
Il ragazzo che si intende protagonista del mondo
(protagonista anche se bandito, anzi di più perché bandito…)
starà sempre beato al centro della rosa.
E lui beato ignorerà gli altri peccatori al bando della rosa
e al bando di se stessi
non protagonisti del mondo
non leggenda di se stessi
soli senza nessun addio. Agonie senza nessun pianto
e nessuna rosa
Il gatto che non crepa [vi]

Non sono accuse da poco. Sostanzialmente Elsa accusa Pasolini proprio di falso amore verso il sottoproletariato, di narcisismo e protagonismo. A ciò si aggiungerà uno screzio ancora più grande: quando l’Arco Film si rifiuta di pagare due attori amici di Elsa che avevano partecipato al Vangelo secondo Matteo, e Pasolini non fa niente contro la casa di produzione cinematografica, scriverà all’amico: "É chiaro che aspettarsi un simile rispetto da parte di quegli immondi stronzi dell’Arco Film era utopistico, per non dire cretino, giacché loro non rispettano che la merda (cioè proprio quelle poche miserabili lire che tu dici). Almeno avrei voluto che tu, con la tua autorità, gli facessi almeno mettere il muso nella merda loro, almeno per un momento, e che si vergognassero almeno (loro stessi per la loro parte in quanto persone) della loro merda ecc. ecc. […] E tu sai benissimo che il pagare di tua tasca (o io di mia tasca) qui non significa niente […]. Perciò anche se tu fossi miliardario (e purtroppo non lo sei) non potrei accettare i tuoi soldi […]. L’ombra che tu dici sulla nostra amicizia lo sai benissimo non è il debito tuo, che fra l’altro non esiste; ma ‹‹l’adorazione ai Padri Farisei›› come ti avevo già scritto nella poesia. Ma non è vero che questa è la prima volta che c’è quest’ombra". [vii]
Elsa, dunque, gli rimprovera una complicità con i padroni, l’incapacità di opporsi alla forza capitalistica; accusa durissima per un poeta civile che tutto voleva mostrare di essere tranne che un borghese omologato e consumista come gli altri. L’immagine che Elsa si era costruita di Pier Paolo continuerà a sgretolarsi col tempo. Intanto, siamo arrivati alla metà degli anni Sessanta e, nonostante queste polemiche tra i due, si può affermare che è il periodo di maggiore vicinanza ideologica. Entrambi sono in disarmonia con il mondo, ma mentre Pasolini sembra spinto a scrivere e produrre sempre di più come se si trattasse di una competizione contro la società del Potere, Elsa se ne sta da parte facendosi scudo con il suo ammaliante umorismo. Mentre Pasolini accusa e respinge quella società che continuamente lo esclude, Elsa ama chi la odia e non chiede niente in cambio, come amano le madri. Mentre Pasolini cerca di rinnegare la sua appartenenza piccolo-borghese con lo strumento della rimozione, Elsa usa quello della parodia innamorata.
Dopo il 1969 i contrasti subiscono una chiusura comunicativa e cessano di essere dispute produttive e stimolanti per entrambi. La Morante si sente sostanzialmente delusa. Pasolini non si è rivelato essere quell’uomo che lei aveva dipinto, quel geniale Rimbaud forte della sua maledizione. Pasolini era diventato insopportabile nella sua angoscia di sentirsi sempre messo sotto accusa. Si sentiva escluso e condannato anche quando non lo era, e avvertiva il bisogno di difendersi continuamente. Si ripiegava sempre più su se stesso, e aveva abiurato per sempre quella vena poetica così pura delle poesie friulane e delle Ceneri. Alla Morante sembrava che egli perdesse tempo inutilmente. D’altra parte, lui si sentiva chiuso nel rimorso di non essere stato all’altezza di quella figura che lei aveva creato di lui. Si sentiva sopravvalutato da Elsa, e ciò gli provocava il vergognoso rimorso di non essere riuscito a soddisfare le sue aspettative.
Nel 1971, dopo l’uscita di Trasumanar e organizzar, Elsa scriverà una lettera per cercare di sottrarsi al ruolo di “Regina Esigente” che Pasolini le aveva attribuito:

"Si sa che ogni spiegazione è inutile.
Tanto l’altro spiega la nostra spiegazione
con la sua spiegazione. E così l’equivoco
gira in eterno. Ma questo è bene in fondo
come in fondo tutto è bene […].
A ogni modo (anche se NON «a scanso di equivoci»)
io qui m’affanno a comunicarti
quello che tu vuoi negare: insomma che
non rimprovero NIENTE A NESSUNO
e tanto meno a te. […]
[…] Io rimprovero solo ME, per una cosa
e anche me, per quella sola (ti avverto
che se credi d’averla indovinata ti sbagli).
È la sola cosa che non c’è nel tuo libro
che pure è un libro disperato.
Disperato ma beato
perché quella cosa non c’è
(e se credi d’indovinarla ti sbagli).
Il tuo libro è disperato-beato perché sì.
Dentro c’è Pier Paolo
e Ninetto e Maria e pure Elsa
(benché solo l’Elsa che tu vuoi conoscere
e cioè dico la pura la
inconcussa. Oh Dio
essa è concussa e invece impura
ecc. ecc.
Ma tu beato vuoi che gli appartenenti
a Pier Paolo
siano come Pier Paolo li vuole
e hai ragione. BADA! HAI RAGIONE!!
? Forse il solo modo di farli esistere (gli altri)
È questo: il tuo).
A ogni modo, nel tuo libro c’è Pier Paolo
e basta [viii]

La Morante testimonia dunque l’impossibilità di un dialogo con Pasolini, perché quest’ultimo non riesce più ad ascoltare gli altri e a instaurare un confronto. Nelle sue poesie c’è solo lui, solo il suo narcisismo, e non c’è posto per gli altri. Al massimo vi si sente l’eco di altre persone a lui care e vicine, ma la loro immagine risulta sempre filtrata e deformata dalla presenza di un Ego assoluto e totalizzante, padrone incontrastato della scena. Così Elsa gli rivela anche di non essere la pura e inconcussa che egli credeva, né tantomeno colei che crede di avere l’autorità di rimproverare qualcuno.
Poi, nel 1971 Ninetto decide di sposarsi. È questo l’anno della crisi definitiva con la Morante. Pasolini si sente abbandonato, tradito dall’amico, e lo accusa di aver voluto seguire la propria natura allontanandosi da un “dovere” che aveva nei suoi confronti. Ad agosto scrive a Volponi: "Dopo quasi nove anni Ninetto non c’è più. Ho perso il senso della vita. Penso soltanto a morire o a cose simili. Tutto mi è crollato intorno: Ninetto con la sua ragazza, disposto a tutto, anche a tornare a fare il falegname (senza battere ciglio) pur di stare con lei; e io incapace di accettare questa orrenda realtà, che non solo mi rovina il presente, ma getta una luce di dolore anche in tutti questi anni che io ho creduto di gioia, almeno per la presenza lieta, inalterabile di lui. Ti prego, non parlarne con persona al mondo. Non voglio che si parli di questa cosa. Tu e Elsa siete i soli (con Nico) che lo sanno. Può darsi che io riesca a vivere ancora". [ix] Elsa sta dalla parte di Ninetto, sostiene il suo diritto a innamorarsi di una donna, e dice a Pasolini che amare vuol dire desiderare il bene di chi si ama, senza chiedere niente in cambio. Chi gli aveva finora dato sostegno e garantito forza vitale se ne va, lasciandolo solo. Egli non sopporta di restare solo con la propria diversità. Così, proietta sulla Morante il fantasma della “Madre Consolatrice”. Sa che la verità della Morante, della Madre, è superiore, ma proprio come un bambino non vuole accettarla.
Il ritratto che Pasolini ci offre di Elsa in Petrolio dimostra come l’amica sia stata un centro focale fino agli ultimi anni, e quanto la sofferenza provocata dal suo abbandono abbia inciso anche nelle scelte formali della sua ultima produzione. Viene detto subito di lei che aveva “il viso di giovane gatta” [x], e anche i caratteri psicologici le appartengono inequivocabilmente (“padrona del proprio pensare, per quanto il suo fondo potesse essere passionale, viscerale e tempestoso” [xi]). Tutta impegnata nella sua opera di carità nei confronti di un ragazzino alquanto bruttino, ma che a lei doveva sembrare bellissimo, non sta ad ascoltare l’amico. Lei non sta mai a sentirlo, per tutta la durata della loro amicizia; questo è quello che Pasolini, da figlio, le rimprovera. Lui ha un segreto di incalcolabile valore storico che vorrebbe donarle, perché è stata lei stessa a porsi nel mondo come una che non ha nulla da perdere. Ma lei rifiuta lo scambio, rifiuta di prendersi questo peso. Pasolini le rimprovera anche di non essersi mai schierata al suo fianco nelle battaglie sostenute contro le istituzioni e la politica, di essere sempre stata passiva.
Credo sia possibile che il recupero dell’opera di Rimbaud nell’ultimo Pasolini, di cui ho già parlato nel saggio Una lunga stagione in inferno: Rimbaud nell'opera di Pasolini, edito in "Studi pasoliniani" (n. 3, 2009), sia dovuto alla volontà del figlio-Pasolini di dimostrare alla madre-Elsa che l’immagine che lei aveva sempre dipinto di lui era vera. Come un bambino che voglia dimostrare alla madre il suo amore. La nega, la accusa, ma nello stesso tempo le ubbidisce. Tutto come nel più comune dei rapporti madre-figlio. Questa è la motivazione che abbiamo intravisto nel recupero di Rimbaud da parte di Pasolini, perché non è da sottovalutare l’importanza della figura della Morante in tutta la vita di Pasolini. È lei la donna più importante della sua vita, dopo la madre; e ai suoi pensieri, accuse o lodi, dedicherà sempre un’attenzione particolare.
Ne Lo scialle andaluso si racconta di un bambino che desidera diventare santo, e ci rinuncia per amore della madre. I due vivono una vita mediocre, con lei “convinta che lui sia destinato a qualcosa di grande” [xii]. Sembra che già in questo racconto giovanile lei sia stata capace di prefigurare quell’amicizia che nacque e si sviluppò con Pasolini alcuni anni dopo. Forse sentiva che sarebbe arrivato un “figlio” che avrebbe incrociato il suo cammino, che l’avrebbe riempita di gioie e di dispiaceri, che avrebbe tentato di intervenire nel mondo con la sua parola e di scongiurare l’ecatombe borghese come lei non era riuscita a fare. Forse era proprio lei che cercava questo nuovo Rimbaud, e lo aveva espresso già in questo racconto. Pasolini all’inizio fu in grado di assolvere questo compito, ma poi si rivelò troppo preso da sé e dalle sue angosce.
Si tratta solo di uno spunto di lettura, che rivela ancora una volta quanto sia divertente fare critica letteraria.

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[i] P.P. Pasolini, L’odore dell’India; in P.P. Pasolini, Romanzi e racconti , a cura di W. Siti e S. De Laude, Meridiani Mondadori, Milano 1998, vol. I (1946-1961), pag. 1233.
[ii] W. Siti, Elsa Morante nell’opera di Pier Paolo Pasolini, in Vent’anni dopo La Storia. Omaggio a Elsa Morante, a cura di C. D’Angeli e G. Magrini, Studi Novecenteschi, Giardini Editori e Stampatori in Pisa, pag. 134.
[iii] M. Fusillo, ‹‹Credo nelle chiacchere dei barbari››. Il tema della barbarie in Elsa Morante e in Pier Paolo Pasolini, in Vent’anni dopo La Storia. Omaggio a Elsa Morante, cit., pagg. 97-129.
[iv] P.P. Pasolini, Il pianto della scavatrice; in P.P. Pasolini, Tutte le poesie, a cura di W. Siti, Meridiani Mondadori, Milano 2003, vol. I, pag. 833.
[v] E. Morante, Alibi; in E. Morante, Opere, a cura di C. Cecchi e C. Garboli, Meridiani Mondadori, Milano 1988, vol. I, pag. 1392.
[vi] Il testo è pubblicato da N. Naldini in P.P. Pasolini, Lettere 1955-1975, Einaudi, Torino 1988, pagg. LXXXIX-XC.
[vii] Ibidem, pag. CLXXIII.
[viii] Ibidem, pagg. CXXXVI-CXXXVII.
[ix] Ibidem, pag. 707.
[x] P. P. Pasolini, Petrolio, a cura di Silvia De Laude, Oscar Mondadori, Milano 2005, pag. 27.
[xi] Ibidem, pag. 27.
[xii] E. Morante, Lo scialle andaluso; in E. Morante, Opere, cit., vol. I, pag. 1578.

Tratto dalla Pagine Corsare di Angela Molteni

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L'ultima lettera di Guido Pasolini al fratello Pier Paolo

"ERETICO & CORSARO"





L'ultima lettera di Guido Pasolini al fratello Pier Paolo
di Angela Molteni



Lettera scritta da Guidalberto Pasolini in data 27 novembre 1944 al fratello Pier Paolo
Località di stesura: Porzûs (Attimis, UD) - Stato del documento: autografo
Le immagini riproducono le pagine del testamento spirituale di Guido Pasolini
Proprietà della foto: Archivio contemporaneo Alessandro Bonsanti,
Gabinetto G.P. Vieussieux - Collocazione archivistica: Fondo Pasolini, P.P.P. I.608.2
Fonte: INSMLI - Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia - Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana

Le foto e il testo della lettera

[Pagina 1]

Pier Paolo Carissimo:
Quanto ti scriverò in questa lettera ti stupirà moltissimo: "Ma io non c’entro!" dirai alla fine facendo uno sconsolato gesto con le mani... Ne sono pienamente d’accordo. Ma siccome però una situazione penosissima e grave provoca uno stato d’animo per cui si sente l’assoluta necessità di confidarsi con qualcuno, e d’altra parte "siamo" convinti che tu, con qualche articolo ci puoi essere di grande aiuto, avendone d’altra parte ricevuta l’autorizzazione, ti metto senz’altro al corrente della nostra situazione come si presenta alla data di oggi 27 Novembre. Non dire nulla alla mamma: si spaventerebbe per nulla...
Cronaca degli avvenimenti dal 29 luglio ad oggi: 3.000 tedeschi e fascisti in tale giornata iniziano un rastrellamento nella zona della Ia brigata Brigata Osoppo Friuli, (la mia) inizio delle operazioni 5 ½ del mattino: attacco di sorpresa nemico (proveniente da Prosenicco) in zona Subit.
Una brigata slovena (la 128ª ?) che aveva il preciso compito di sbarrare la strada al nemico in questo settore (rappresentante il tergo del nostro schieramento) si ritira senza sparare un colpo di fucile! Risultato: due nostre postazioni di mitraglia in posizione dominante sopra Subit resistono eroicamente fino alle 4 del pomeriggio (60 morti tedeschi); esaurite le munizioni gli uomini si ritirano sul Monte Carnizza presidiato dal nostro battaglione Udine.
Frattanto si era combattuto anche sulle falde del Carnizza.

[Pagina 2]
Da notare che, sull’altro versante del Carnizza aveva sede la IIa brigata Garibaldi.
Dopo 5 ore di combattimento arrivano sul luogo 5 garibaldini con un mitragliatore inglese (Bren): sparano da lontano qualche scarica. Nel tardo pomeriggio giunge sul luogo un pattuglione, sempre garibaldino di 30 uomini, ma i tedeschi avevano ormai desistito dall’attacco al Carnizza. Risultato delle operazioni: 200 tedeschi o fascisti caduti o feriti (tutti per parte dell’Osoppo, 1 ferito leggero da parte nostra! A tanta distanza di tempo apprendiamo ora, con nostro grande stupore che furono i 30 garibaldini arrivati sul luogo a cose finite a rovesciare in nostro favore le sorti della battaglia... (ma questa è cosa da niente...).
Si riorganizza la brigata: in breve tempo raggiungiamo i 600 uomini nella vallata Attimis-Subit. Si entra in contatto con i comandanti delle 2 brigate Garibaldi che fiancheggiano il nostro schieramento: si forma la divisione Garibaldi-Osoppo, si firma un patto di amicizia con gli sloveni, che, slealmente hanno cominciato la propaganda slovena nel territorio da noi occupato. Giunge per radio una notizia ad aggravare la situazione: gli inglesi nelle terre liberate, disarmano le formazioni partigiane. A noi dell’Osoppo la notizia non ci fa né caldo né freddo: "Una volta che l’Italia è liberata!...), La cosa sembra invece mettere il fuoco nelle vene in certi commissari garibaldini. Vanni (da nessuno autorizzato), commissario di divisione, nella pubblica piazza di Nimis

[Pagina 3]
grida le seguenti parole (in un discorso enfatico quanto vuoto di sostanza): "Io vi assicuro che né Russi (la parola è detta quasi di sfuggita) né Americani né Inglesi (qui la voce tuona) disarmeranno la Divisione Garibaldi-Osoppo." In quegli stessi giorni giunge una missione slovena inviata da Tito: si propone l’assorbimento della nostra divisione da parte della Armata slovena: ci fanno capire fra l’altro che qualora facessimo parte dell’esercito sloveno eviteremmo il disarmo. Il comandante di divisione Sasso (un garibaldino) tentenna, il vice comandante Bolla (Osoppo) pone un energico rifiuto. Gli sloveni se ne vanno scontenti. Il comandante Sasso promette solennemente a Bolla (quindi alla nostra brigata) che della questione non si sarebbe più parlato. Ma gli sloveni (è evidente che la cosa sta loro molto a cuore) non abbandonano la partita e ritornano alla carica. Sempre energico e deciso il contegno di Bolla, ambiguo quello di Sasso (sobillato evidentemente da Vanni) il quale sembra incline ad accettare. Bolla fa presente che qualora avvenisse l’accordo con gli sloveni (per noi sarebbe molto peggio di una battaglia perduta) la brigata Osoppo si sarebbe staccata dalla divisione. Siamo agli ultimi di settembre: la situazione militare è minacciosa. Lo schieramento della divisione troppo avanzato, (siamo quasi in pianura) è debole.
Novecento uomini della brigata Osoppo tengono fronte sull’arco di colline: Passo di Monte Croce (tenuto da reparti

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garibaldini) Savorgnano-Ravosa-Racchiuso. La prima brigata Garibaldi (1200 uomini) copre Nimis alla nostra destra, la IIa Garibaldi (1.000 uomini) copre Faedis alla nostra sinistra.
La notte fra il 26 e 27 settembre si inizia un furibondo cannoneggiamento delle nostre posizioni da parte delle artiglierie tedesche (un treno blindato fra Reana-Tricesimo, 2 batterie del forte di Tricesimo, 2 batterie a Pavoletto). Il giorno seguente 2 divisioni tedesche con carri armati attaccano simultaneamente Nimis e Faedis. Alla sera dello stesso giorno (27) carri armati pesanti entrano nei due paesi. Noi, al centro dello schieramento non sappiamo nulla. La notte continua incessante il martellamento delle artiglierie, la mattina del 28 riprende la pressione tedesca sulle nostre ali: da Faedis su Racchiuso, da Nimis su Monte Croce: il grosso dei reparti garibaldini si sgancia, noi dell’Osoppo sempre all’oscuro di tutto attendiamo il nemico sulle nostre postazioni ormai avanzatissime. Verso le 3 del pomeriggio i tedeschi sono su Monte Croce: puntano su Attimis! (siamo quasi circondati)
Frattanto un altro fatto gravissimo: reparti tedeschi da Prosenicco puntano su Subit con lo scopo di scendere su Forame Attimis e quindi tagliarci la strada della ritirata.

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Gli sloveni (incaricati di proteggerci le spalle) si ritirano senza sparare un colpo! Le nostre postazioni sopra Subit di copertura vengono sopraffatte dal numero e dai mezzi. Il paese cade in possesso del nemico: contemporaneamente alla caduta di Passo Monte Croce. Un nostro battaglione rinforzato parte al contrassalto, con eroico furore ributta i tedeschi al di là della montagna. (La via della ritirata è aperta)
Ma le cose erano già precipitate: Garibaldini sbandati con mille notizie false o esagerate gettano il panico fra le nostre file che finalmente hanno ricevuto l’ordine di ritirata: ("Nulla da fare, i tedeschi sono a Racchiuso e Attimis" "Gettate le armi i comandanti sono fuggiti in borghese" ecc... ecc...) molti si sbandano, molti riescono a raggiungere Attimis, poi Forame e Subit. Gli ultimi a ripiegare (c’ero anch’io ed il mio comandante Romolo) escono da Attimis quando vi entrano i tedeschi calati da Monte Croce: qualche raffica passa sibilando sulle nostre teste.
Inutile che ti descriva la drammatica ritirata notturna (ancora una volta ingannati!: sul Monte Joannes est del Carnizza) vi doveva essere un presidio garibaldino: infatti vi troviamo le truppe tedesche

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schierate come un plotone d’esecuzione (in fila di fronte con le armi spianate): il nostro comandante di brigata Ferruccio cade con 17 compagni. Il vicecomandante di divisione Bolla riesce invece a passare con un 100 uomini: gli altri si sbandano fra i quali io e Romolo.
Comincia l’odissea dei dispersi in cerca del loro comandante. I presidi garibaldini (incontrati per strada) fanno di tutto per demoralizzarci e indurci a togliere le mostrine tricolore (A Memicco un commissario garibaldino mi punta sulla fronte la pistola perché gli ho gridato in faccia che non ha idea di che cosa significhi essere "Uomini liberi", e che ragionava come un federale fascista, infatti nelle file garibaldine si è "liberi" di dire bene del comunismo, altrimenti sei trattato come "Nemico del proletario" (Nientemeno!) oppure "Idealista che succhia il sangue del popolo" (senti che roba!))
A fronte alta dichiariamo di essere italiani e di combattere per la bandiera italiana, non per lo
"straccio" russo...
A Codromaz raggiungiamo il comandante Bolla ed Enea, del quale sono diventato amico
e dal quale ho saputo i retroscena ecc... ecc...

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Gli sloveni frattanto approfittano della situazione ed entrano in trattative col comando garibaldino (si riparla dell’antico progetto di assorbimento delle nostre formazioni da parte slovena) Bolla strepita: ma oramai non ha più l’autorità che novecento uomini pronti a tutto gli davano... Il delegato sloveno fa comprendere a Bolla che la sua presenza non è gradita ai colloqui, Bolla raccoglie i suoi uomini e si allontana dignitosamente.
Raggiungiamo la zona Prosenicco-Subit-Porzus e quivi ci riorganizziamo. Passano una ventina di giorni. Frattanto Enea (lasciato a Codromaz come osservatore) ci fa sapere che i garibaldini lo hanno rassicurato (la notizia dell’accordo con gli sloveni viene solennemente smentita)... Ci raggiunge a Porzus: siamo al 2 novembre.
Il giorno dopo giunge al nostro comando il comandante della divisione "Garibaldi" Sasso.
Ha un lungo colloquio con Bolla (smentisce di nuovo solennemente la notizia dell’accordo con
Tito e promette che mai più ne riparlerà) tenta di riconciliarsi con la brigata Osoppo oramai riorganizzata...
Il 7 novembre, anniversario della rivoluzione russa

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per tutti i reparti garibaldini si festeggia l’avvenuta  unione con le truppe slovene. L’accordo era stato firmato prima delle famose solenni smentite!!!
Gran parte però dei garibaldini non voleva l’accordo (deciso da pochi uomini) molti piangono di rabbia e non vogliono sostituire la stella rossa alla stella tricolore. Alcuni ottengono di passare nelle file dell’Osoppo e ci raccontano che i commissari garibaldini hanno iniziato una propaganda di intimidazione fra i reparti...
Una delle clausole dell’accordo con gli sloveni è la seguente: i reparti garibaldini si impegnano di effettuare una leale propaganda in favore degli sloveni e di mobilitare la popolazione maschile nelle zone sotto il loro controllo. I mobilitati non possono far parte di formazioni italiane ma devono entrare in reparti sloveni!
Quattro giorni fa si presenta al nostro comando il famigerato commissario Vanni: dichiara al nostro comandante Bolla: "Per ordine del maresciallo Tito la prima brigata Osoppo deve sgomberare la zona (territorio di influenza slovena) a meno che non acconsenta ad entrare nelle formazioni slovene" 
Siamo arrivati dunque al vertice della parabola: come andrà a finire? Udine è a 12-16 km di distanza.
La nostra parola d’ordine per ora è di rispondere ad una sleale propaganda anti-italiana con una propaganda più convincente. Abbiamo fondato fra gli altri un nuovo giornale: "Quelli del Tricolore"

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dovresti scrivere qualche articolo che fa al caso nostro (non è che noi siamo a corto di argomenti né tanto meno ci manchino gli "scrittori", ma io sono convinto che tu ci puoi essere di molto aiuto...) con qualche poesia magari, in italiano e friulano (non traduzione), qualche canzone su arie note, pure in italiano e friulano ecc.... ecc....
Negli articoli cerca appena di sfiorare gli argomenti suaccennati: devi essere un italiano che parla agli italiani.
Mi dimenticavo: i commissari garibaldini (la notizia ci giunge da fonte non controllata) hanno intenzione di costruire la repubblica (armata) sovietica del Friuli: pedina di lancio per la bolscevizzazione dell’Italia!!
Ti mando una copia del programma del Partito d’Azione al quale ho aderito con entusiasmo (quanti ho conosciuto del P.A. Sono persone onestissime miti e leali: veri italiani: Enea rassomiglia moltissimo a Serra).
Naturalmente tutta questa tirata ti ha annoiato moltissimo ma è bene che tu sappia com’è la situazione anche perché ho bisogno se non altro dei tuoi

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consigli.
Comprendo perfettamente che molto probabilmente tu non avrai né tempo né voglia di compilare gli articoli su accennati comunque se hai intenzione di farli: falli al più presto e dalli a Berto per busta chiusa ed avverti (può farlo la mamma) dell’avvenuta consegna Elda Paravano che a sua volta andrà a ritirare ogni cosa a Udine ecc... ecc...
Se non altro almeno scrivi a me qualche riga ... Ti bacio con grandissimo affetto
Guido.  
P.S.
Di alla mamma che nel caso avesse qualche altra cosa da mandarmi (Guanti, calzettoni, naftalina), vi aggiunga un fazzoletto tricolore ed uno verde ...
Saluta tutti e se vedi Renato accennagli quanto ti ho scritto...
Non ho il tempo di rileggere la lettera devo partire per la montagna immediatamente.

Il casolare nel quale, in località presso Porzûs, fu catturata la brigata Osoppo
FOTO MARIO TOFFANIN
Guidalberto (Guido) Pasolini "Ermes"


Di anni 19. Nato il 4 ottobre 1925 a Belluno. Studente. Sfollato da Bologna con la madre e il fratello Pier Paolo, si stabilisce con loro a Casarsa della Delizia (Pn). Conseguita la maturità scientifica a Pordenone, nel maggio 1944 entra a far parte della rete clandestina del Partito d’Azione, aggregandosi alle formazioni del Gruppo Brigate Osoppo dell’Est, dislocate nelle montagne tra Friuli, Venezia Giulia e Slovenia. Entrato a far parte del comando della 1ª Brigata Osoppo, il 7 febbraio 1945 viene sorpreso da alcuni gappisti delle formazioni Garibaldi mentre si trova alle Malghe Topli Uork (vicino a Porzûs, Ud) con i suoi commilitoni. Il comandate della formazione osovana Francesco De Gregori viene immediatamente passato per le armi dai garibaldini, assieme al delegato politico Gastone Valente, a Elda Turchetti (segnalata come spia da Radio Londra e recatasi alle Malghe per chiarire la propria posizione) e alla giovane recluta Giovanni Comin (che perde la vita durante un tentativo di fuga). Guidalberto Pasolini e tutti gli altri componenti del comando di brigata vengono invece fatti prigionieri e condotti al Bosco Romagno (nel comune di Cividale de Friuli, Ud) per essere interrogati. Nei giorni seguenti, tra l’8 e il 20 febbraio 1945, quattordici di loro vengono uccisi in diverse località della zona. Pasolini viene fucilato proprio a Bosco Romagno, con Franco Calledoni, Primo Targato, Antonio Cammarata, Pasquale Mazzeo e Antonio Previti. Giuseppe Sfregola, il primo a perdere la vita, viene giustiziato a Ronchi di Spessa quando gli interrogatori non sono ancora iniziati. L’esecuzione di Enzo D’Orlandi, Gualtiero Michelon, Salvatore Saba, Erasmo Sparacino e Giuseppe Urso ha invece luogo nel Bosco Musich, a Restocina (frazione di Dolegna del Collio, Gorizia); quella di Angelo Augelli a Prepotto (Ud). Egidio Vazzas infine, è ucciso in località tuttora ignota. Secondo alcune testimonianze tuttavia, la morte di Erasmo Sparacino avviene in circostanze differenti sia per luogo e che per agente della condanna e dell’esecuzione. Questa difficoltà nell’accertamento dei fatti appare per il momento non superabile.

Dati anagrafici
Età 19 anni
Genere Maschio
Stato civile Celibe
Data di nascita 4 ottobre 1925
Luogo di nascita Belluno
Residenza Casarsa della Delizia (Pn)
Data di morte 7 febbraio 1945
Luogo di morte Bosco Romagno. C'è memoria epigrafica
Comune di morte Cividale del Friuli
Provincia di morte Udine
Regione di morte Friuli Venezia Giulia
Titolo di studio Licenza media superiore. Diploma di maturità scientifica
Categoria professionale Condizioni non professionali
Professione Studente.
Appartenenza politica Azionista

Attività nella Resistenza
Nome di battaglia: Ermes
Tipologia del condannato: Partigiano
Prima formazione nella Resistenza: maggio 1944 - febbraio 1945
Tipo di reparto: Gruppo
Nome del reparto: Gruppo Brigate Osoppo dell'Est
Condizione al momento della morte: Combattente
Agente della condanna: Tribunale delle formazioni partigiane garibaldine del Friuli
Circostanza della morte: Strage
Descrizione della circostanza della morte: Il 7 febbraio 1945 viene catturato alle Malghe Topli Uork (poi dette "di Porzûs") da alcuni partigiani garibaldini. Dopo l’esecuzione del suo comandante Francesco De Gregori (e di altre 3 persone), Guido Pasolini viene condotto con i suoi compagni al Bosco Romagno, nel comune di Cividale del Friuli (Ud). Sottoposto a ripetuti interrogatori, nei giorni successivi (tra l’8 e il 20 febbraio 1945) verrà sommariamente processato e fucilato dagli stessi che lo hanno fatto prigioniero.

Causa della morte: Fucilazione
Modalità dell'esecuzione Il 7 febbraio 1945 alcuni gappisti delle formazioni Garibaldi circondano la baita alle Malghe Topli Uork (vicino a Porzûs, Udine) in cui si trova lo Stato Maggiore della 1a Brigata Osoppo. Catturato, il comandante Francesco De Gregori viene immediatamente giustiziato assieme al delegato politico Gastone Valente e a Elda Turchetti, segnalata come spia da Radio Londra e recatasi alle Malghe per chiarire la propria posizione. Anche la giovane recluta Giovanni Comin perde la vita durante un tentativo di fuga, mentre Aldo Bricco, giunto a Porzûs per sostituire De Gregori (destinato ad altro incarico), riesce a mettersi in salvo malgrado le ferite. Gli altri componenti del comando di brigata vengono tutti fatti prigionieri e condotti al Bosco Romagno (nel comune di Cividale de Friuli, Ud) per essere interrogati. Nei giorni seguenti, tra l’8 e il 20 febbraio 1945, 14 di loro vengono uccisi in diverse località della zona (Leo Patussi e Gaetano Valente sono gli unici ad essere risparmiati). Giuseppe Sfregola viene passato per le armi a Ronchi di Spessa quando gli interrogatori non sono ancora iniziati. Al Bosco Romagno vengono fucilati Franco Calledoni, Primo Targato, Antonio Cammarata, Pasquale Mazzeo, Guido Pasolini e Antonio Previti. L’esecuzione di Enzo D’Orlandi, Gualtiero Michelon, Salvatore Saba, Erasmo Sparacino e Giuseppe Urso avviene invece nel Bosco Musich, a Restocina (frazione di Dolegna del Collio, Gorizia); quella di Angelo Augelli a Prepotto (Ud). Egidio Vazzas infine, viene ucciso in località tuttora ignota. Secondo alcune testimonianze la morte di Erasmo Sparacino avvenne in circostanze differenti per luogo e agente della condanna e dell’esecuzione. Il conto totale dei morituri dei giorni successivi al 7 febbraio 1945 oscilla quindi tra 13 e 14 persone e questa difficoltà di accertamento dei fatti appare per il momento non superabile. E’ da segnalare, inoltre, che in alcune memorie epigrafiche (ad esempio a Cividale del Friuli) sono inclusi tra le vittime della strage di Porzûs anche Antonio Turlon e Annunziato Rizzo, le cui personali vicende presentano tuttavia circostanze di cattura, di condanna, di tempo, diverse da quelle qui descritte.

Bibliografia
Ritratto dei due Pasolini da giovani in "L'Espresso" n. 35, 4 settembre 1997
Associazione partigiani Osoppo. Per rompere un silenzio più triste della morte: testo della sentenza 30-4-1954 della Corte d’assise d’appello di Firenze sull’eccidio di Porzus, Udine, La nuova base, 1983, pp. 74, 195, 196, 378, 384
Marco Cesselli, Porzus due volti della Resistenza, Milano, La Pietra, 1975, pp. 74, 75, 91, 92, 97, 99, 101, 103, 126
Giancarlo Ferretti, Pier Paolo Pasolini, Le belle bandiere. Dialoghi 1960-1965, Roma, Editori Riuniti, 1977
Renato Lena,  Guido Alberto Pasolini: Ermes, 1925-1945, Udine, Associazione partigiani Osoppo Friuli, 1996
Nico Nadini,  Cronologia in Pier Paolo Pasolini, Lettere, 1940-1954, a cura di Nico Nadini, Torino, Einaudi, 1986, pp. LXIII-LXIX
Pier Paolo Pasolini, Album Pasolini, Mondadori, 2005
Augusto Torre, Guido Pasolini, Bologna, Forni, 1969


La foto di Guido Pasolini (in alto a sinistra) sulla tomba dedicata
alle vittime casarsesi della lotta partigiana, Cimitero di Casarsa


Un'ultima notazione sulla tremenda fine di Guido Pasolini. Sottoposto ad interrogatorio e processato in modo sommario il 12 febbraio 1945, la stessa mattina viene condotto sotto scorta sul luogo destinato all'esecuzione, dove viene fatta loro scavare la fossa, assieme ad altri tre partigiani osovani. Guido riesce a fuggire in circostanze poco chiare, ma nella fuga è ferito dai suoi inseguitori alla spalla e al braccio destro. Raggiunta a fatica la vicina frazione di Sant'Andrat dello Judrio in comune di Corno di Rosazzo, si fa medicare presso la locale farmacia di Quattroventi. Da qui prosegue a piedi verso il vicino paese di Dolegnano, ove ottiene ospitalità da una famiglia locale. Nell'abitazione arrivano due partigiani del luogo, probabilmente allertati dalla farmacista, che lo conducono in un'altra casa, nella quale fa irruzione il partigiano Mario Tulissi che, dopo aver preso ordini, preleva il ferito con la scusa di condurlo al vicino ospedale di Cormons per garantirgli le cure del caso. Pare che alla vista di Mario Tulissi, Guidalberto Pasolini abbia detto: "adesso sono perduto". "Ermes" viene quindi consegnato ai due gappisti, dai quali era riuscito a sfuggire la mattina, che lo conducono, quasi esanime, sul luogo che era destinato alla sua esecuzione e lo finiscono con un colpo di piccone. I suoi resti sono riesumati a guerra finita tra il 10 e il 20 giugno 1945 assieme a quelli delle altre vittime dell'eccidio. Dopo il solenne funerale celebrato a Cividale il 21 giugno 1945, i resti di Pasolini vengono traslati a Casarsa, ove tuttora riposa in una tomba vicino l'ingresso del cimitero che l'amministrazione locale ha riservato ai suoi Caduti per la Libertà (nello stesso cimitero riposa il fratello Pier Paolo).

21 giugno 1945: funerale di Guido Pasolini a Casarsa. Segue il feretro - in vestito chiaro - il fratello Pier Paolo

Il 21 giugno 1945, il corpo di Guido Pasolini - riesumato in località Bosco Romagno - viene portato a Casarsa, e lì tumulato: per l'occasione Pier Paolo compone un elogio funebre, nel quale fra l'altro afferma:

«Quanto sia il dolore di mia madre, mio, e di tutti questi fratelli e madri e parenti non mi sento ora di esprimere. Certo è una realtà troppo grande, questa di saperli morti, per essere contenuta nei nostri cuori di uomini. (...) Io per mio fratello posso dire che è stata la sorte del suo corpo entusiasta che l’ha ucciso e che egli non poteva sopravvivere al suo entusiasmo. Ora, gli ideali per cui è morto, il suo dolcissimo tricolore, lo hanno rapito in un silenzio che non è ormai più nostro. E con lui tutti i suoi eroici compagni. E solo noi, loro parenti, possiamo piangerli pur non negando che ne siamo orgogliosi, pur restando convinti che senza il loro martirio non si sarebbe trovata la forza sufficiente a reagire contro la bassezza, e la crudeltà e l’egoismo, in nome di quegli ideali per cui essi sono morti. (...) Ma noi alla società non chiediamo lacrime, chiediamo giustizia.»
(Pier Paolo Pasolini, 21 giugno 1945)


Pier Paolo Pasolini rievocò spesso, in seguito, la morte del fratello Guido, cui era legatissimo.  

In una lettera del 21 agosto 1945 indirizzata all'amico poeta Luciano Serra, Pier Paolo così ricostruì la vicenda:

«Essendo stato richiesto a questi giovani, veramente eroici, di militare nelle file garibaldino-slave, essi si sono rifiutati dicendo di voler combattere per l'Italia e la libertà; non per Tito e il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente.»


Lo stesso mese scriverà nel suo diario denominato "Stroligut" la seguente poesia per il fratello:


«La livertat, l'Itaia
e quissa diu cual distin disperat
a ti volevin
dopu tant vivut e patit
ta quistu silensiu
Cuant qe i traditours ta li Baitis
a bagnavin di sanc zenerous la neif,
"Sçampa - a ti an dita - no sta tornà lassù"
I ti podevis salvati,
ma tu
i no ti às lassat bessòi
i tu cumpains a murì.
"Sçampa, torna indavour"
I te podevis salvati
ma tu
i ti soso tornat lassù,
çaminant.
To mari, to pari, to fradi
lontans
cun dut il to passat e la to vita infinida,
in qel dì a no savevin
qe alc di pì grant di lour
al ti clamava
cu'l to cour innosent.»

«La libertà, l'Italia
e chissà Dio quale destino disperato
ti voleva
dopo aver vissuto e patito
in questo silenzio.
Quando i traditori nelle Baite
bagnavano di sangue generoso la neve,
"Scappa - ti hanno detto - non tornare lassù"
Ti potevi salvare,
ma tu
non hai lasciato soli
i tuoi compagni a morire
"Scappa torna indietro
Ti potevi salvare,
ma tu
sei tornato lassù,
camminando.
Tua madre, tuo padre, tuo fratello
lontano
con tutto il tuo passato e la tua vita infinita,
in quel giorno noi sapevamo
che qualcosa più grande di loro
ti chiamava
col tuo cuore innocente.»

Pier Paolo Pasolini, Corus in morte di Guido, 1945


La condanna dell'eccidio e dei suoi autori fu netta: in una lettera al direttore del Mattino del Popolo dell'8 febbraio 1948, il poeta invitò perentoriamente:


«I miei compagni comunisti farebbero bene, io credo, ad accettare la responsabilità, a prepararsi a scontare, dato che questo è l’unico modo per cancellare quella macchia rossa di sangue che è ben visibile sul rosso della loro bandiera.»

Pier Paolo Pasolini, 1948

Nella risposta ad un lettore della rivista Vie Nuove del 15 luglio 1961, Pasolini scrisse:

«Sulle montagne, tra il Friuli e la Jugoslavia, Guido combatté a lungo, valorosamente, per alcuni mesi: egli si era arruolato nella divisione Osoppo, che operava nella zona della Venezia Giulia insieme alla divisione Garibaldi. Furono giorni terribili: mia madre sentiva che Guido non sarebbe tornato più. Cento volte egli avrebbe potuto cadere combattendo contro i fascisti e i tedeschi: perché era un ragazzo di una generosità che non ammetteva nessuna debolezza, nessun compromesso. Invece era destinato a morire in un modo più tragico ancora.
Lei sa che la Venezia Giulia è al confine tra l’Italia e la Jugoslavia: così, in quel periodo, la Jugoslavia tendeva ad annettersi l’intero territorio e non soltanto quello che, in realtà, le spettava. È sorta una lotta di nazionalismi, insomma. Mio fratello, pur iscritto al Partito d’Azione, pur intimamente socialista (è certo che oggi sarebbe stato al mio fianco), non poteva accettare che un territorio italiano, com’è il Friuli, potesse esser mira del nazionalismo jugoslavo. Si oppose, e lottò.
Negli ultimi mesi, nei monti della Venezia Giulia la situazione era disperata, perché ognuno era tra due fuochi. Come lei sa, la Resistenza jugoslava, ancor più che quella italiana, era comunista: sicché Guido, venne a trovarsi come nemici gli uomini di Tito, tra i quali c’erano anche degli italiani, naturalmente le cui idee politiche egli in quel momento sostanzialmente condivideva, ma di cui non poteva condividere la politica immediata, nazionalistica. 
Egli morì in un modo che non mi regge il cuore di raccontare: avrebbe potuto anche salvarsi, quel giorno: è morto per correre in aiuto del suo comandante e dei suoi compagni. Credo che non ci sia nessun comunista che possa disapprovare l’operato del partigiano Guido Pasolini. Io sono orgoglioso di lui, ed è il ricordo di lui, della sua generosità, della sua passione, che mi obbliga a seguire la strada che seguo. Che la sua morte sia avvenuta così, in una situazione complessa e apparentemente difficile da giudicare, non mi dà nessuna esitazione. Mi conferma soltanto nella convinzione che nulla è semplice, nulla avviene senza complicazioni e sofferenze: e che quello che conta soprattutto è la lucidità critica che distrugge le parole e le convenzioni, e va a fondo nelle cose, dentro la loro segreta e inalienabile verità».


Presso l'archivio del seminario vescovile di Udine venne infine ritrovata una poesia inedita dedicata a Guido dal fratello Pier Paolo, probabilmente composta nell'immediatezza della notizia della sua morte:



«[...] No, Guido, non salire!
Non ricordi più il tuo nome?
Ermes, ritorna indietro,
davanti c'è Porzus contro il cielo
ma voltati, e alle tue spalle
vedrai la pianura tiepida di luci
tua madre lieta, i tuoi libri.
Ah Ermes non salire,
spezza i passi che ti portano in alto,
a Musi è la via del ritorno,
a Porzus non c'è che azzurro. [...] »

Pier Paolo Pasolini, 1945 (?)


Pier Paolo Pasolini scrisse durante la guerra un dramma teatrale in lingua friulana, "I turcs tal Friul", recuperato postumo nel 1976 da Luigi Ciceri, amico di Pier Paolo Pasolini. In tale dramma viene rievocata l'invasione dei Turchi in Friuli del 1499; essi sfiorarono il paese di Casarsa della Delizia. Nel dramma uno dei due fratelli, Meni, combatte duramente i Turchi e perde la vita salvando il paese, mentre l'altro, Pauli, rimane a casa a lavorare e pregare salvandosi.

Tratto dalla Pagine Corsare di Angela Molteni



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