venerdì 23 maggio 2014

Omicidio Pasolini, verità da cercare Intervista a Simona Ruffini di Angela Geraci

"ERETICO & CORSARO"


Omicidio Pasolini, verità da cercare 
Intervista a Simona Ruffini 
di Angela Geraci
"City-Corriere" 9 giugno 2010 

Simona Ruffini È la criminologa che ha fatto riaprire le indagini sul caso. 


All’epoca dell’omicidio lei era piccola… 
… Sì, avevo due anni appena. 

Cosa l’ha spinta a chiedere la riapertura? 
La verità non appartiene a qualcuno in particolare o a chi ha “vissuto” il delitto. Anzi, forse noi giovani siamo più liberi mentalmente, senza pregiudizi, lontani dal clima sociale del tempo. 

Se queste indagini porteranno a un processo, sarà il secondo. 
Speriamo! Il Ris di Roma sta analizzando i reperti: con le nuove tecniche scientifiche potrebbero raccontare qualcosa di importante. È palese che i fatti non si siano svolti come ci hanno raccontato. 

I reperti dove sono stati per 35 anni? 
Al Museo Criminologico di Roma, in uno scatolone. Sono tanti e pieni di tracce: sangue, impronte… 

Di che si tratta? 
Indumenti di Pasolini e Pino Pelosi ma anche vestiti apparentemente di nessuno dei due, come il maglione verde trovato nell’auto del regista e un plantare, destro, 41-42. 

Ci sono anche le “presunte” armi del delitto? 
Sì, le tavolette di legno con cui fu massacrato, piene di sangue e capelli. Ma molto friabili, sbriciolate. Incompatibili con le profonde lesioni del pestaggio. 

Sembra che non siano mai state fatte indagini vere e serie. 
Pasolini fu ucciso in modo brutale, devastante. Picchiato e poi schiacciato con la sua auto: gli scoppiò il cuore, l’agonia fu lunga. Fu subito lampante che Pelosi, allora 17enne, non poteva essere l’unico responsabile: per conformazione fisica e perché addosso aveva pochissime macchie di sangue. Infatti il processo di 1° grado si concluse con la sua condanna e l’indicazione che quella notte c’erano pure “ignoti”. Poi spariti in 2° e 3° grado. 

Per 30 anni Pelosi però ha detto di essere il solo colpevole. 
E tutte le indagini, non si capisce perché, si basarono sulle sue dichiarazioni, apertamente contraddittorie. Poi 5 anni fa, in tivù, ha detto invece che non era da solo. 

E ci fu la prima riapertura delle indagini. 
Sì. Ma si chiusero subito. Lui non fornì dettagli utili: disse che gli altri ormai erano morti. Adesso le indagini si baseranno sui reperti. Strano che nessuno ci abbia pensato prima. 

Pelosi ora collaborerebbe? 
Le sue versioni sono sempre state contrastanti. Ma ci sono altre testimonianze da prendere in considerazione. 

Ha sentito altre persone? 
Io e l’avvocato Stefano Maccioni abbiamo acquisito la testimonianza di Silvio Parrello secondo cui sulla scena del crimine c’erano più auto. L’ha sempre detto ma nessuno l’ha ascoltato. E poi c’è il senatore Marcello Dell’Utri: dice di aver letto un capitolo, poi scomparso, di Petrolio, il libro a cui stava lavorando Pasolini. 

Petrolio è importante nella vicenda. L’omicidio fu incasellato come delitto omosessuale. Che altre piste ci sarebbero? 
Sono convinta che ci sia un livello più alto, con mandanti più alti. Ma queste ipotesi devono essere riscontrate: è il lavoro che stiamo facendo in questi mesi. 

Si ipotizza che c’entri il furto di alcune “pizze” del film Salò o le 120 giornate di Sodoma. Forse Pasolini andò sul luogo del delitto, all’Idroscalo di Ostia, per recuperarle da chi le aveva rubate. Che ne pensa? 
Si parla di questo furto come di una possibile esca per attirarlo lì quella notte.
Invece Petrolio cosa spiegherebbe? 
Pasolini poteva essere a conoscenza di dettagli importanti su altri casi irrisolti famosi della nostra storia: l’omicidio del presidente dell’Eni Enrico Mattei e del giornalista Mauro De Mauro, ucciso mentre indagava sulla sua morte. Pasolini potrebbe essere stato ucciso perché aveva ricostruito, in quel capitolo sparito, snodi decisivi del delitto Mattei.
La scena del crimine non fu preservata abbastanza. È vero che si permise a dei ragazzini di giocare a pallone lì vicino? 
Sì. La scena non fu neanche recintata. Ma c’è un filmato girato la mattina dopo dall’amico e aiuto regista di Pasolini, Sergio Citti. Lì la scena è stata “congelata” ma nessuno mai ha acquisito il video. E Citti ha sempre chiesto di essere ascoltato. 

Anche la macchina di Pasolini fu un po’ troppo “trascurata”. 
Fu lasciata sotto la pioggia e le macchie di sangue si cancellarono. In più, mentre la spostavano, un uomo delle forze dell’ordine andò a sbattere contro un palo: quelle ammaccature importanti, disse la perizia, non permisero di ricostruire gli eventi. 

Nessuno di quegli uomini delle forze dell’ordine oggi è disponibile a parlare? 
C’è un maresciallo dei carabinieri, Renzo Sansone. Dopo l’omicidio si infiltrò nella malavita romana e seppe che la notte del delitto c’era altra gente con Pelosi. Anche lui però non è stato mai ascoltato.
Pasolini non era amato, né a destra né a sinistra. Questo ha soffocato la ricerca della verità sulla sua morte? 
Assolutamente: liquidare il delitto come omicidio gay è stato molto più semplice, per tanti. Ma tra l’altro non risulta che Pelosi sia omosessuale… 

Se pensa al delitto qual è la prima immagine che le viene in mente? 
Alcuni quella notte sentirono le urla di un uomo. Gridava “Mamma, aiuto!”. Se era Pasolini, pensare che quest’uomo davanti alla morte era tornato quasi bimbo mi colpisce molto. 

Cosa spera? 
Che queste indagini possano dare un contributo di verità, alla Storia e alla persona. Magari non porteranno a nulla - c’è anche questa possibilità - ma noi abbiamo agito con onestà intellettuale.
C’è una frase di Pasolini che l’accompagna in questa sua battaglia? 
Sì, dice che “la morte non è nel non esserci più ma nel non poter più comunicare”. Il mio lavoro consiste proprio nel dare la voce alle vittime, a chi non può più parlare. Chissà quante cose ci avrebbe potuto dire oggi Pasolini, ma non può. Tocca a noi cercare di farlo al posto suo. 
Angela Geraci




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Nessuna pietà per Pasolini, di Simona Ruffini

"ERETICO & CORSARO"
Libri

Qui il Sito di  Simona Ruffini: Simona Ruffini criminologa 



Nessuna pietà per Pasolini, di Simona Ruffini

Il racconto e le rivelazioni inedite di chi ha fatto riaprire le indagini sull'omicidio
La notte del 2 novembre 1975 fu commesso uno degli omicidi più efferati della storia d'Italia. Pier Paolo Pasolini veniva ammazzato. Per 35 anni nessuno era riuscito a far riaprire quel cold case. Fino al 2009, quando la criminologa Simona Ruffini, assieme all'avvocato Stefano Maccioni, depositò un'istanza alla Procura della Repubblica che cambiò tutto. Questo libro è l'unica vera inedita storia dell'inchiesta che ha riscritto una delle pagine più buie della nostra cronaca nera.


Pasolini, un caso ancora aperto 
di Redazione ilmiolibro, I libri di ilmiolibro.it
16/05/2014


Pier Paolo Pasolini fu uno dei più grandi intellettuali e letterati del secolo scorso, cercò la verità contro il conformismo, testimoniò l'emarginazione, non ebbe paura di dare scandalo portando alla luce, in maniera cruda e disinibita, quelle frange estreme della società italiana che nessuno voleva vedere.

La sua omosessualità dichiarata, o meglio sbandierata, urtò pesantemente la suscettibilità della "buona" società italiana. E fu solo l'ultima delle ragioni che lo resero impopolare oggetto di campagne e di linciaggi da parte di avversari di ogni tipo, e non sempre dichiarati.

La conclusione della sua vita, che costituisce uno dei capitoli più oscuri della nostra storia, è stata da sempre inserita in questo contesto, come una sordida storia di violenza e depravazione, di sottoborghi e bassi istinti, di un dott. Jackill, scrittore, giornalista, poeta, regista, sceneggiatore illustre e stimato dalla cultura contemporanea, e un Mr. Hyde che al calare della sera si infiltrava nei quartieri più malfamati in cerca di squallide avventure per dare sfogo alla propria natura più bieca.

Un ragazzino ancora minorenne prese su di sé la responsabilità di aver inferto le percosse fatali che uccisero Pasolini nella notte tra l'1 e il 2 novembre 1975, all'Idroscalo di Ostia. E tutti gli diedero retta. Il capro espiatorio era stato trovato, facilmente, proprio in quell'ambiente che riscuoteva la riprovazione dell'Italia tutta. Fu una soluzione semplice e veloce. Tanto che, evidentemente, non si ritenne necessario soffermarsi un attimo a pensare, a ragionare sull'effettiva probabilità che le cose si fossero verificate così come dichiarato dall'unico imputato subito reo confesso, e come infine fu sancito dall'ultima sentenza.

Dopo 35 anni di silenzio (o forse di colpevole abbandono) la criminologa Simona Ruffini, come ci racconta nel suo libro Nessuna pietà per Pasolini, ha iniziato a rivangare tra atti processuali, testimonianze, interviste, prima per curiosità, poi per interesse, fino a farne l'oggetto di un'inchiesta approfondita. È ripartita da zero, dagli scatoloni del "cold case" contenenti tutti i reperti recuperati dalla scena del crimine. Insieme a lei nella strada della ricerca si sono affiancati l'avvocato Stefano Maccioni e il giornalista Valter Rizzo. 

Ne sono emerse nuove evidenze, grazie alle tecniche investigative acquisite negli ultimi anni, e una nuova lettura delle testimonianze, una reinterpretazione delle interviste agli interrogati, che ne ha scoperte le insincerità, le insicurezze, talvolta le incongruenze. Non solo. Nuove interviste, nuovi protagonisti mai ascoltati prima, domande semplici che non erano mai state poste. Tanto da far riaprire il caso. Finalmente.

Il racconto di Simona Ruffini si segue senza interruzioni e piacevolmente coinvolge nella dipendenza da verità, e ci informa, in maniera dettagliata e inaspettata, delle procedure impiegate per giungere a dei risultati concreti. E così ci ritroviamo nelle stanze dei RIS, nelle sale di interrogatorio delle questure, simpaticamente a sfatare l'idea che ci siamo fatti del mondo dell'analisi investigativa attraverso le fiction americane, correggendo la banalizzazione che ci viene raccontata e rivelandoci qualche segreto. Ma ci dipinge anche i luoghi, gli ambienti, i personaggi, le emozioni con abilità di grande scrittrice. Questo libro informa il lettore di un momento della storia italiana su cui andava fatta luce e lo trascina con sé fino all'ultima pagina senza che se ne accorga.


Recensione di Aurora Cecchini su “Il mio libro”
23 giugno 2014
Nessuna pietà per Pasolini


Apro la posta personale e, fra email da cestinare, ce n’è una de ilmiolibro che mi suscita un sorriso. “Nessuna pietà per Pasolini”, il titolo in primo piano, di Simona Ruffini. Doppio clic per aprire l’email a tutta pagina e approfondire l’informazione. Il sottotitolo è quello che blocca il mio sguardo: “Il racconto e le rivelazioni inedite di chi ha fatto riaprire le indagini sull’omicidio”. Entro immediatamente nel sito e acquisto il libro. A scatola chiusa. A prescindere. Una persona che è in grado di far riaprire uno dei cold case più tristi della storia nera italiana, dev’essere grande e, il minimo che si possa fare, è acquistare il libro e divorarlo. Ed è quello che ho fatto. Simona Ruffini è una persona speciale. Il suo libro è emozionante per il tono confidenzialmente affettuoso, si apre rivolgendosi direttamente a lui, il poeta, maestro, intellettuale, scrittore, il genio Pasolini. E’ emozionante, inoltre, per come mette una generazione di fronte all’altra, attribuendo alla più giovane la forza, il coraggio e l’amore per la giustizia. Simona è una giovane donna, psicologa, criminologa ma, soprattutto, assetata di verità. Una verità che è rimasta celata per 35 lunghi anni, dentro a squallidi involucri che, oltre a prove preziose e dimenticate, ospitavano brillanti pesciolini d’argento. Gli unici amici della memoria di un uomo, la cui vita e morte, erano racchiuse dentro due sacchi di plastica e una scatola di cartone. Infine, è emozionante perché, mentre lo leggi, ti senti divorato dalla necessità di agire, di contribuire, di prendere parte attivamente alle ricerche ricostruendo i fatti. E sfogliando le pagine, le tue mani controllano i reperti, prendono appunti e mettono insieme qualsiasi dettaglio.
Caro Pier Paolo,
Simona scoprirà la verità e te lo dirà, raccontandoti come è andata.



Recensione di Antonio Limonciello su “Il mio libro”
23 aprile 2014
Libro da leggere e impegno civico da sostenere


“Arruso!”, e Pino la Rana voleva dire jarruso quando raccontò del massacro di Pasolini la notte tra l’uno e il due novembre del 1975. Poi ritrattò, nessuno che parlasse siciliano stretto, né un’auto targata CT. Ma jarruso non è un epiteto così diffuso in Italia, e perfino in Sicilia si usa in aree ben delimitate, nel catanese per esempio, e tra gli strati popolari che conservano un dialetto antico di parole arabe, come è appunto jarruso, che era poi il ragazzo degli hammam a cui toccava anche soddisfare gli adulti. Dunque Pelosi quel jarruso l’ha dovuto sentire da un siciliano quella notte all’idroscalo, catanese, o di origine catanese. Jarruso diventa la chiave dello spostamento dell’indagine nel territorio di Catania, città negli anni settanta modernista quanto primitiva, crocevia di mafia, fascismo, petrolio mediterraneo, e di un particolare ambiente di marchette omosessuali; sono questi mondi che hanno un comune interesse a tacitare la voce di Pier Paolo Pasolini, è da questo incrocio che parte l’ordine e si organizza la spedizione per l’Idroscalo di Ostia. Gli autori di “Nessuna Pietà per Pasolini” concludono qui la loro indagine partita dal Museo del Crimine di Roma dove puntano l’attenzione sui reperti del processo del 1976 per chiedere che finalmente siano eseguiti esami del DNA dei resti organici presenti sui reperti. Questi esami diranno quante persone, e magari anche quali, parteciparono al massacro di quella notte. Dopo si spostano sull’Alfa GT 2000, quella di Pasolini, ormai rottamata; dalle foto e dai video si nota quanto sia pulita, priva di ammaccature, eppure quella notte c’era tanto fango, e buche profonde, e poi quell’auto doveva essere passata sul corpo di Pasolini, come mai non c’erano tracce di sangue, ammaccature, fango? Semplice, perché Pelosi, come egli stesso ora afferma, non passò con quell’auto sul corpo del poeta, c’erano altre due auto quella notte, una Fiat 1500 nera e un’altra Alfa GT 2000; sarà quest’ultima a passare sul corpo e poi a sbattere contro un palo delle recinsione e infine a ritornare a marcia indietro a ripassare sul corpo. Quest’auto fu fatta riparare da un carrozziere e vista da un altro carrozziere che rifiutò di intervenire e che oggi ha rilasciato una testimonianza firmata che mette nero su bianco: sull’esistenza di quest’auto, sul fatto che fosse incidentata e che avesse ammaccature anteriori, fango e sangue. Infine, sempre nero su bianco c’è il nome di chi portò a riparare l’auto: Antonio Pinna, uomo scomparso da allora. “Nessuna Pietà per Paolini” inizia con un andamento lento e freddo per prendere quota con la narrazione dell’incontro con Silvio Parrello, detto Pecetto, artista di Donna Olimpia, già ragazzo di vita e amico di PPP. Da questo incontro comincia una cavalcata che tocca l’apice in terra di Sicilia, precisamente a Catania, luogo tratteggiato come il budello indocinese di Apocalipse Now . Il capitolo 11 è stupendo per le descrizioni degli ambienti, per i tagli storici, per i personaggi che si affacciano, il leader fascista, il maestro di sala, il professore Saverio, l’ambiente del marchettari picchiatori, i suburbi cittadini, i fucuni, le putie senza insegne, l’odore della carne arrostita sui fucuni, il fumo, l’odore di piscio, di muffa, di cavolo fumicante, di umido in una babele di corpi, incroci neri di marchette pronte a partire nella veste di picchiatori fascisti per le manifestazioni romane. Libro da leggere e lavoro di indagine e di impegno civico da sostenere.




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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