mercoledì 30 luglio 2014

Pasolini - Perché allo Strega no e al Festival sì: ovvero il teorema della concordia discorde - Terza parte

"ERETICO & CORSARO"

 


UNIVERSITÀ DEGLI STUDI "ROMA TRE" ROMA 
DOTTORATO DI RICERCA 
IN 
STUDI DI STORIA LETTERARIA E LINGUISTICA ITALIANA 
XXII CICLO 
TESI DI DOTTORATO 
1968-1975:
l’ultima stagione pasoliniana, corsara e luterana




Candidato:                                                                                        Docente tutor: 

Andrea Di Berardino                                                 Chiar.Mo Prof. Giuseppe Leonelli 



ANNO ACCADEMICO 2008 / 2009  
ANDREA DBERARDINO 


Indice capitolo 1 - 1968: bisogna «gettare il proprio corpo nella lotta»

 


1. Introduzione


2. Odiosamati studenti: un maestro senza allievi


3. Perché allo Strega no e al Festival sì: ovvero il teorema della concordia discorde

Prima Parte

Seconda Parte

Terza parte

4. Il caos e l’entropia .





Una chiusa così battagliera, dove si prospetta una lotta senza quartiere contro lo sconosciuto Moloch che sta marciando minaccioso sulla società italiana, sembra subire una parziale smentita appena una settimana dopo, con la lettera aperta al direttore della mostra cinematografica veneziana («Ho cambiato idea per farla cambiare»)(193). In base ad uno stratagemma retorico ripetutamente sperimentato, Pasolini mostra al lettore lo sviluppo dialettico in fieri del proprio pensiero, senza aggirarne o nasconderne le incoerenze, anzi cercando sempre di portarle a galla e motivarle:
 
Caro Chiarini,
dopo aver scritto su queste stesse colonne del “Giorno” le ragioni per cui ho deciso di mandare al tuo Festival il mio film dissentendo così con l‟Anac e tutte le altre formazioni culturali e politiche che si erano allineate nel contestarlo, oggi succede un fatto nuovo e inaspettato (anche a me stesso): non mando più il mio film al Festival di Venezia così come era ufficialmente – e sia pure fortunosamente e con grande e imperterrita passione da parte tua – istituito. Che cosa è successo, che mi ha fatto prendere una diversa decisione?
E qual è questa decisione?(194)
 
Come rivela il successivo capoverso, si tratta in realtà di un cambio di rotta più formale che sostanziale. Teorema, infatti, sarà comunque proiettato a Venezia, l‟invio del film seguirà tuttavia un iter differente da quello tradizionale (inizialmente preventivato dal regista):
 
Rispondo prima alla seconda domanda. Io mando il mio film a Venezia attraverso l'Associazione autori cinematografici (Anac) anziché attraverso la normale organizzazione da te diretta: questo significa che aderisco alla “occupazione di lavoro” durante la quale saranno proiettati i film (da te invitati) e verrà elaborato il nuovo regolamento della Mostra.(195)
 
Nelle parole del diretto interessato, il ripensamento s‟inquadra in un contesto mutato rispetto a qualche giorno prima: «gli autori cinematografici soci dell‟Anac hanno accolto [...] le esigenze per le quali ero in disaccordo con loro»(196). In particolare, è cambiata la posizione che l‟associazione dei cineasti ha assunto verso le tre istanze pasoliniane: proiettare in ogni caso i film; ridimensionare la questione Festival («che solo in ordine di tempo può essere la prima di una serie di azioni serie per il rinnovamento del cinema italiano»(197)); troncare al più presto la becera polemica contro il direttore della mostra, trasformato in capro espiatorio dalla disonestà intellettuale e dalla virulenza verbale del «fascismo di sinistra». Ciononostante, persiste in Pasolini la scarsa simpatia – per usare un eufemismo – nei confronti di qualsiasi forma di ribellismo violento e fine a se stesso: «confermo anche pubblicamente, scrivendolo anzi in maiuscolo, che io considero il Comitato di boicottaggio alla Mostra una cosa velleitaria, un po‟ ridicola e profondamente antipatica»(198). Beninteso, insomma, questo riavvicinamento alla posizione dei colleghi contestatori non va messo sullo stesso piano di un‟adesione incondizionata:
 
La mia riunione con l‟Anac sul problema del Festival non è affatto una adesione alla linea tenuta finora dall‟Anac; e non si aggiunge quindi alla frana di adesioni che si è registrata in questi ultimi giorni; niente affatto: la mia adesione all‟Anac implica un cambiamento della sua linea politica. Tanto è vero, aggiungo, che se qualcosa del vecchio spirito con cui finora l‟Anac – meglio un gruppo di soci più ingenui e aggressivi dell‟Anac – ha lottato, dovesse ancora manifestarsi, io darei subito le dimissioni dall‟associazione. Non temo nessuna contraddizione, nessuna marcia indietro, nessun ridicolo: sia chiaro.(199)
 
Fiancheggiare più che marciare insieme: è la posizione tipica del “compagno di strada” – simile a quella cui Pasolini si conformò anche nei rapporti con il PCI dopo l‟espulsione dal partito a seguito dei fatti di Ramuscello (1949)(200) –, ovvero di chi garantisce il suo appoggio, sovente dall‟esterno, ma nel contempo vigila e non esita a ricoprire il ruolo di “coscienza critica”. Il monito orgoglioso che rivendica la propria libertà di scelta introduce la seconda parte dello scritto, nella quale viene riconosciuto a Chiarini l‟impegno profuso negli anni passati alla presidenza della rassegna lagunare, un periodo tra l‟altro costellato da oggettive difficoltà («hai avuto contro la destra più volgare [Luigi Chiarini era «un socialista appartenente all‟ala moderata del PSU»(201]) oltre ai potenti organismi industriali ecc.»(202)). I passaggi salienti dell‟articolo restano comunque quelli della terza e ultima parte, dove viene spiegato al destinatario perché è sbagliato intestardirsi in una querula autodifesa (e forse si sottintende che è arrivato il momento di dimettersi dall‟incarico, o comunque di riconsiderarlo in una luce diversa). Infatti, qui il discorso si slarga da una ristretta prospettiva personalistica ad una dimensione collettiva, chiamando in causa il moto di protesta giovanile che stava scuotendo l‟Occidente:
 
Ora sei vittima – ingiustamente, dal punto di vista personale e umano – di una situazione che trascende tutte le nostre persone e i nostri singoli casi umani. E si tratta di una situazione totalmente nuova, che tu hai torto di non voler riconoscere. La novità assoluta di questa situazione rende inutili i tuoi sacrosanti appelli a ciò che hai fatto di giusto e di buono prima che tale situazione si verificasse. Intendo parlare di ciò che è stato fatto quest‟anno dai giovani in tutto il mondo, creando appunto quella situazione “irreversibile” che mette in crisi te, me e tutti quelli che hanno operato in questi decenni.(203)
 
Pasolini trova così modo di ribadire la propria posizione dinanzi alle rivendicazioni rumorosamente avanzate dai «figli», toccando di sfuggita una volta ancora gli equivoci e le ambiguità che questa contestazione porta con sé:
 
Tu sai la mia reazione a questo avvento dei nostri figli sulla scena su cui finora abbiamo operato noi: ciò che ne ho colto pubblicamente subito sono stati soltanto i pericoli (il fascismo di sinistra, il perpetuarsi e il farsi definitivo di quel vecchio spirito borghese ormai lontano da quella Resistenza che gli intellettuali hanno vissuto a fianco degli operai); sai anche però ciò che penso degli uomini della nostra generazione che si sono resi succubi della violenza giovanile; e sai infine quanto io sia cosciente dell‟eterna tattica strumentalizzatrice dei partiti, stavolta esercitata sui giovani. Dunque non sono sospetto di falsi entusiasmi, di equivoche tenerezze, di fughe nel nuovo.(204)
 
Nel contempo, però, accenni in qualche misura palinodici emergono tra le righe prima di giungere, più distintamente visibili, in superficie. Infatti, il conflitto generazionale alla base dei movimenti di protesta ha risvegliato nello scrittore una riflessione ormai da tempo sepolta sotto la coltre di una cattiva abitudine:
 
Tuttavia devo dire che l‟“avvento” dei figli mi ha dato coscienza, da una parte, del fatto di essere “padre”, e quindi di dover adempiere come padre, fedele, forzatamente, a certe vecchie abitudini di “prima”, che non potrò mai perdere, sia le buone che le cattive; dall‟altra parte – insieme a molti uomini della mia età – mi sono accorto di essermi abituato al fair play con la società borghese, la cui idea negativa – il male borghese – si era cristallizzata dentro di me, in una lenta perdita della fiducia a estirpare tale male, e ad averne addirittura bisogno, come di un momento dialettico interiore: così insomma come i cattolici hanno bisogno del peccato.(205)
 
A distanza di alcuni mesi dai polemici versi del PCI ai giovani!!, Pasolini riconosce quindi alla contestazione del ‟68 di avergli offerto l‟occasione per analizzare in un‟ottica nuova il personale rapporto con la società borghese:
 
L‟azione dei giovani ha smosso questa cristallizzazione del bene e del male dentro di me: mi ha dato la capacità a sperare, e magari a sperare ancora ingenuamente: a sperare, dico, di ottenere dei risultati, ma subito, adesso. Mi sono accorto che per uomini come noi, nati sotto il fascismo, la realizzazione anche dei più elementari diritti “democratici” (dico democratici e non ancora socialisti) è sempre sembrata un sogno: cioè qualcosa per cui lottare, senza sperare di raggiungere. I giovani invece non considerano più, con tutta naturalezza, la realizzazione dei loro diritti come un sogno.(206)
 
Uno sbuffo – se non proprio una ventata – di aria fresca, capace di rinverdire le utopie adolescenziali, ha scosso lo scrittore-regista (che in campo letterario si percepiva ormai come un sopravvissuto) e ne ha riattizzato la passione sociale e l‟ideologia civile. Direttamente proveniente dal deposito delle illusions perdues, nell‟animo pasoliniano riprende così vigore – almeno per qualche tempo – il marxiano «sogno di una cosa», la speranza della rivoluzione che sappia regalare al mondo la tanto sospirata palingenesi:
 
Ecco perché io agisco come agisco: voglio ignorare che tra le forze della contestazione ci sono dei fascisti di sinistra o, meglio ancora, purtroppo, degli sciocchi, dei falliti, dei nevrotici. Ma voglio pensare soltanto ai puri: a coloro che lottano con ingenuità. Sono i soli che contano. E sono quelli che senza calcolo (i calcolatori si sono individuati subito) hanno cambiato lo stato d‟animo del mondo.(207)
 
Sulla scorta di questo imprevisto ritorno di fiamma, c‟è spazio anche per gli ingenui entusiasmi (l‟autore medesimo, peraltro, non fa fatica ad ammetterli), che nel caso specifico e nell‟immediato lasciano pensare ad una riforma possibile anche per un‟istituzione ufficiale e un po‟ sclerotizzata quale la rassegna veneziana:
 
Per tornare al Festival, mentre fino a un anno fa un‟occupazione di lavoro e una assemblea costituente di lavoro mi sarebbero sembrate delle cose impossibili, incomprensibili e retoriche, oggi invece mi entusiasmano. Certo, tu puoi accusarmi di ingenuità: ma non me ne vergogno affatto.(208)
 
Quella del Festival, poi, sarebbe soltanto la prima tappa di un percorso che, attraverso graduali riforme, porterebbe finalmente a compimento il processo democratico in Italia:
 
Insomma, credo che si possa lottare, con probabilità di successo, per trasformare, almeno, la falsa democrazia in democrazia “reale”. Il Festival di Venezia (meno importante ma più appariscente di tutti), la legge sul cinema, gli enti di Stato, la censura, il codice penale: sono tutti organi, oggi, di falsa democrazia. Perché non lottare (democraticamente, e senza i fanatismi dovuti alla diabolica congiunzione di irrazionalismo e mito dell‟azione) affinché diventino organi di democrazia reale?(209)
 
Quasi in contemporanea con il secondo degli articoli ospitati sulle colonne del “Giorno”, con un pezzo uscito il 27 agosto su “Tempo”, Pasolini replica ad un‟accusa che era peraltro nell‟aria:
 
Su l‟“Unità” dell‟11 agosto, Ugo Casiraghi – che è comunista, e quindi non ha assunto verso il Festival di Venezia una posizione cieca e moralistica come certe erinni del Psiup – cercando di ragionare, con calma, si è proposto di convincere me, Bertolucci, la Cavani e altri italiani invitati alla Mostra di Venezia, a non andarci, cioè ad allinearsi con la “contestazione”.
[...] egli fra le altre cose, mi accusa di incoerenza: cioè mi chiede: perché allo Strega no e al Festival sì?(210)
 
Data subito risposta alla prima richiesta di Casiraghi e confermata quindi l‟intenzione di partecipare a Venezia con Teorema, lo scrittore-regista dedica la parte più cospicua dell‟intervento a dimostrare perché il suo non sia affatto un comportamento contraddittorio. Innanzitutto, la genesi di un testo letterario è scandita da tappe sostanzialmente differenti dalle fasi di produzione di una pellicola cinematografica:
 
Ecco: non si potrebbe mai dire “produrre” un libro (parlo di un libro di autore, per cui la parola “produrre”, anche in senso metaforico, sarebbe offensiva): si dice “fare” un libro. Io “faccio” un libro senza bisogno di produttori: me lo “faccio” da me, in casa mia, con la mia penna, sulla mia carta, “come un vecchio artigiano” che fa vasi, sedie, stivali. Non posso “fare” allo stesso modo un film: per fare un film ho bisogno di un produttore, che lo finanzi, con un numero non esiguo di milioni, e lo organizzi, anche come lavoro puro e semplice.(211)
 
Da ciò deriva che, volendo – perlomeno in via del tutto ipotetica e fors‟anche anacronisticamente utopistica –, si potrebbe evitare di scendere a patti con i meccanismi spietati della volgare mercificazione del libro (sul crinale tra realtà e paradosso, lo scenario dell‟esempio è evocato en poète, visti quei «trenta lettori» di manzoniana memoria):
 
Una volta “fatto” un libro, esso c‟è: è una realtà. Potrei, con pazienza artigiana, ricopiarmelo una trentina di volte, e i trenta lettori così raggiunti farebbero della mia opera una realtà poeticamente e socialmente completa (magari in attesa di fortune maggiori). L‟editore, cioè l‟industria culturale, interviene non per “fare” il libro, ma per “pubblicarlo” e “lanciarlo”. Quindi io, se voglio, posso con un solo rifiuto, semplicissimo, liberarmi di ogni ingerenza industriale e nella fattispecie capitalistica. Ciò mi consente allora di poter fare del moralismo (non fanatico e inutile); per esempio mi consente di ritirare il mio libro dallo Strega, per protestare contro l‟industria culturale che “pubblica” e “lancia” dei libri mediocri, e, attraverso la réclame e ogni sorta di sopraffazione sovverte il reale ordine dei valori letterari. La mia protesta ha senso, perché io non ho bisogno degli editori, posso, se voglio, non compromettermi con loro; “ne sono libero”.(212)
 
Discorso diametralmente opposto vale per un film, nella cui gestazione la compromissione con le logiche industriali è inevitabile, dato che agisce già nel periodo pre-creativo:
 
Un film, invece, per esistere, per essere una realtà artistica e sociale, ha fin dal primo momento l‟assoluto bisogno del finanziamento di un produttore: almeno oggi, nel mondo borghese in cui viviamo. Quindi, non mandare il film alla Mostra, per protestare contro il suo asservimento all‟industria del cinema è immorale (si dice così?) se poi io, per fare quel film e tutti i miei prossimi film, non posso fare a meno dell‟industria cinematografica e mi devo necessariamente compromettere con essa. Insomma è ridicolo protestare contro un festival (che poi fra l‟altro, oggettivamente, ha fatto negli ultimi anni scelte quasi esclusivamente culturali) per poi continuare a fare film coi soldi dei produttori (e non è solo il caso mio: anzi!).(213)
 
Rinunciare a girare dei film equivale dunque al recupero ideale di vecchie istanze luddistiche, che finiscono per arenarsi alla sola pars destruens. Al contrario, la via d‟uscita da una paventata impasse – fare tacere, in nome di una presunta “coerenza”, la cinepresa come la penna, nell‟attesa che passino i mala tempora – coincide con l‟uso critico e consapevole degli attuali mezzi di produzione, accompagnato dall‟inesausto tentativo di rinnovarli e migliorarli:
 
Io sono dunque convinto – poiché “voglio fare” dei film – che il meglio che ancora posso fare è operare, contemporaneamente, su due piani: sfruttare “cinicamente” le strutture industriali esistenti (e qui comprendere in questo cinico sfruttamento, i festival) e, nel tempo stesso, lottare perché i modi di produzione cambino (lottare, per esempio, per una nuova legge sul cinema) e perché i festival diventino – visto che sono pagati dallo Stato – delle rassegne esclusivamente e democraticamente culturali.(214)
 
Sulle colonne del Caos non si rinvengono solamente i propositi pasoliniani alla vigilia della manifestazione veneziana, ma anche i commenti del post-festival e le reazioni ai fatti che resero turbolenta quell‟edizione della mostra cinematografica. È il caso degli interventi pubblicati in data 14 settembre, quando il titolare della rubrica esordisce con il proponimento di calarsi nei panni del cronista testimone diretto degli avvenimenti (il primo paragrafo della serie, introduttivo alla vera e propria ricostruzione dell‟accaduto, è intitolato Che cosa è successo a Venezia(215)):
 
È questa una breve cronaca dei primi giorni della Mostra di Venezia, da cui cercherò di far emergere quello che, secondo me, è il senso reale di quanto è successo.
L‟occupazione della Mostra, decisa dall‟Anac – che la definiva una «occupazione pacifica di lavoro» – e portata avanti da un Comitato di coordinamento formato dalle più svariate forze di opposizione – dai partiti di sinistra, compresa parte del Psu, a una esigua rappresentanza di studenti – si è presentata all‟opinione pubblica come una lotta per la cultura, e quindi solo implicitamente politica.(216)
 
Da queste battute iniziali si evince che l‟obiettivo della breve cronistoria è l‟individuazione della reale componente politica sottesa agli scontri, un aspetto sfuggito agli esponenti dell‟intelligencija, agli organi d‟informazione e perfino agli stessi protagonisti della contestazione. Nella vox populi, infatti, nella città lagunare era andata in scena una battaglia esclusivamente culturale:
 
Ciò ha creato un‟enorme confusione: a) presso gli uomini di cultura, che, sul piano culturalistico, ci rimproveravano di opporci a una Mostra che era effettivamente dalla parte della cultura; b) presso gli operai, che non si sentivano più di accettare l‟equivalenza, tautologica e retorica – buona per tutti gli anni Cinquanta –: lotta per la cultura “progressista” uguale lotta politica; c) presso gli studenti, che si disinteressano, a ragione o a torto, dei problemi strettamente culturali, e che, non essendo vissuti negli anni Cinquanta, non ci pensano nemmeno a operare un‟identificazione aprioristica tra una lotta per la cultura e una lotta politica; d) presso gli osservatori e i giornalisti, che hanno visto nella lotta dell‟Anac semplicemente una misera lotta competitiva col direttore della Mostra.(217)
 
Al contrario – e l‟affermazione apre il paragrafo successivo, Ci sono anche i fascisti(218), che inizia a ricapitolare gli eventi – il carattere pericolosamente politico della protesta è subito apparso evidente ad una ristretta minoranza di osservatori: «Gli unici che hanno avuto subito idee chiare sul senso politico dell‟opposizione alla Mostra, sono stati gli uomini politici: ma non tutti gli uomini politici, bensì gli uomini politici al potere»(219). Per dimostrare la sua tesi, Pasolini si sofferma a ricostruire minuziosamente i tre giorni da sabato 24 a lunedì 26 agosto: la riunione preliminare degli oppositori della Mostra – cioè di coloro che volevano riformarne lo statuto (tra essi c‟era anche il regista di Teorema) – i quali decidono di procedere ad una pacifica occupazione dei locali adibiti ad ospitare la rassegna; le dimissioni del direttore della Mostra – il già citato Chiarini – ed il conseguente passaggio del controllo della manifestazione al Comune di Venezia; l‟incontro tra i dimostranti ed il sindaco, durante il quale viene deciso di affidare la direzione artistica del Festival «a un‟Assemblea formata di diritto da tutti i cineasti» ed incaricata di redigere il nuovo regolamento (scelta che quindi avrebbe sancito l‟«autogestione della Mostra»(220)); l‟improvvisa assemblea dei giornalisti inviati a Venezia, timorosi che il cambiamento potesse rivelarsi un «passaggio violento e demagogico del potere dalle cure culturali di Chiarini alle cure culturali dell‟Anac»(221); il chiarimento immediato da parte dell‟Assemblea del Comitato, che invita i giornalisti a riunirsi con sé; l‟intervento autoritariamente risolutore dello Stato, richiesto dal sindaco a seguito di un brusco voltafaccia, che tramite la polizia fa sgombrare con la forza le sale dove si stavano svolgendo le riunioni – per così dire – “costituenti”; la conclusione della vicenda all‟insegna della violenza e della repressione, visto che tanto i giornalisti quanto i cineasti si trovano presi tra due fuochi: da un lato i poliziotti, dall‟altro gruppi di fascisti (previamente infiltrati nelle file dei contestatori). Pertanto, lo sviluppo e l‟epilogo degli eventi, ingarbugliati agli occhi dell‟opinione pubblica, nel giudizio pasoliniano non lasciano invece adito a dubbi:
 
Ecco perché dicevo da principio che solo gli uomini politici al potere hanno capito che la lotta contro la Mostra è una lotta politica, il cui obbiettivo è una forma di democrazia diretta assolutamente nuova per l‟Italia e forse per l‟Europa. L‟autogestione del microcosmo culturale della Mostra avrebbe costituito un precedente che il potere non avrebbe mai, in nessun modo, potuto accettare.(222)
 
D‟altra parte, la reazione del governo centrale al tentativo di cambiare radicalmente l‟organizzazione della rassegna cinematografica, la dice lunga sulla carica innovativa che l‟iniziativa dei contestatori portava con sé:
 
Se dunque la paura e la violenza di chi è al potere sono la misura per giudicare quali siano i fatti veramente rivoluzionari, la conseguenza è semplice: la paura e la violenza del potere contro il progetto di autogestione di un ente statale, dimostra che questo progetto è un fatto rivoluzionario.
Ma la richiesta dell‟autogestione è una richiesta democratica. Una richiesta democratica è, dunque, rivoluzionaria.(223)
 
Se c‟è una cosa che “giustifica”, nella prospettiva distorta della conservazione del potere, l‟intervento statale a Venezia è proprio l‟equazione tra istanza democratica e azione eversiva. Dal punto di vista di chi impugna il bastone del comando, infatti, scendere a patti con le rivendicazioni riformiste dei “sudditi” tradirebbe l‟incapacità di mantenere il ruolo ed i privilegi acquisiti.
Sette giorni dopo la sintetica cronistoria degli avvenimenti veneziani, Pasolini apre la rubrica su “Tempo” tornando ancora sull‟argomento e stavolta chiamando direttamente in causa un altolocato rappresentante della politica italiana. Il testo – che con il senno di poi assume le sembianze di una “lettera luterana” in piena regola – si articola in due paragrafi, intitolati rispettivamente Lettera al Presidente del Consiglio(224) e Una pretesa di democrazia reale(225), ed è indirizzato all‟onorevole Giovanni Leone, allora capo del governo e futuro presidente della Repubblica. Come ha sottolineato Siciliano, l‟intervento fa un po‟ da spartiacque, poiché introduce un capitolo a se stante nella carriera pasoliniana: «È questo il primo passo di un confronto con la classe politica che Pasolini porrà in atto, aspramente, da questo momento per gli ultimi sette anni della vita: un confronto non astratto, non intellettuale, ma su dettagli specifici»(226). Lo scrittore e l‟uomo politico, come testimoniano le righe iniziali, avevano già avuto occasione di incontrarsi e di dialogare un paio di anni prima (presumibilmente nel 1966):
 
Ci siamo conosciuti – se lo ricorda onorevole Leone? – a una proiezione privata di Uccellacci e uccellini (Lei, come si sono riaccese le luci, mi ha dato sul film il primo giudizio, sospeso ma cordiale); Le posso dunque scrivere non come a un remoto capo del governo, ma come un uomo in carne e ossa, come a un amico.(227)
 
In nome di questa conoscenza, il secondo capoverso espone la materia su cui verte la lettera aperta: «Vorrei porle una domanda precisa (una “interrogazione”?), seguita da altre domande nascenti da una curiosità puramente intellettuale, non implicanti una risposta»(228). Segue la formulazione della «precisa» richiesta, che punta senza tentennamenti al nocciolo della questione:
 
La prima domanda è: per quale ragione il governo da Lei presieduto, e che, appunto perché provvisorio [rimase infatti in carica dal 24 giugno al 12 dicembre del 1968], rappresenta in modo più funzionale e trasparente il potere statale, ne è l‟emanazione diretta e impretestuale, si è dimostrato violentemente ostile a una richiesta così “squisitamente” democratica, com‟era quella delle forze di contestazione contro la Mostra di Venezia (dopo un primo momento, diciamo, eversivo: l‟occupazione, del resto solo minacciata)?(229)
 
Attorno al nucleo costituito dalla domanda citata ruotano, alla maniera di vari elettroni, le altre incalzanti richieste pasoliniane, inframezzate ad osservazioni pungenti, lontane dalla diplomazia e aliene dai giri di parole. Innanzitutto viene ripresa e ulteriormente chiosata la protesta dei cineasti, dei quali nella circostanza Pasolini diventa quasi portavoce:
 
Come Lei sa, la nostra richiesta si imperniava su due punti: autogestione, e, quindi, decentramento. Nel momento stesso, insomma, in cui chiedevamo che un ente statale – sovvenzionato dallo Stato – fosse autogestito dagli interessati (nella fattispecie gli autori cinematografici e i critici) era evidentemente una richiesta di “decentramento” del potere dello Stato che noi chiedevamo.(230)
 
A ben vedere le rivendicazioni dei dimostranti, pur presentando i crismi della protesta, erano tutt‟altro che delle pretese aggressive in quanto ambivano al riconoscimento di diritti fondamentali in una società civile:
 
Ma sia l‟autogestione che il conseguente effetto di decentramento del potere – come ho scritto nel “Caos” di una settimana fa – non escono dal quadro di assestamento democratico della nostra società. Non era una richiesta rivoluzionaria, ecco, che noi avanzavamo, e – questo sia ben chiaro – non era neanche una “riforma”. Era semplicemente una pretesa di democrazia reale. Ora, Lei non può essere contro nessuna forma di democrazia reale. La Costituzione italiana vuol essere la Costituzione di una democrazia reale; non rientra nel suo spirito soltanto la necessità (capita solo dopo vent‟anni) di riformare lo Statuto fascista della Biennale (ma perché non il Codice penale fascista?); ma deve rientrare nel suo spirito anche qualsiasi richiesta dei cittadini che pretendano di esercitare i propri diritti entro il quadro di una effettiva democrazia.(231)
 
I governanti, perciò, non avrebbero dovuto opporsi a delle aspirazioni così legittime, che in ultima analisi ponevano sul tappeto «una richiesta di democrazia reale», senza mirare affatto a sovvertire l‟ordine sociale (e il tono requisitorio del passo un po‟ preannuncia gli articoli, della metà degli anni Settanta, sul “processo” ai gerarchi democristiani):
 
Perché dunque, il Suo governo non ha preso nella minima considerazione la nostra più che giustificata pretesa di autogestione, e, anzi, è intervenuto con la violenza? Perché il Suo governo ha difeso così accanitamente il centralismo statale, intaccato solo da una irrisoria richiesta di democrazia diretta, da parte di quattro gatti di autori?(232)
 
Il caso specifico del festival del cinema, poi, sollecita una riflessione, condotta con l‟artificio di una doppia domanda retorica, sulla storia italiana del secondo Novecento:
 
Ma lasciamo stare Venezia (per poi tornarci magari al di fuori di questa maledetta mostra). È, il popolo italiano, in grado di accepire le nozioni di autogestione e di decentramento? Ha mai vissuto, il popolo italiano, non dico un momento di democrazia reale, ma il desiderio di una democrazia reale? Ebbene… sì. Nel ‟44-‟45 e nel ‟68, sia pure parzialmente, il popolo italiano ha saputo cosa vuol dire – magari solo a livello pragmatico – cosa siano autogestione e decentramento, e ha vissuto, con violenza, una pretesa, sia pure indefinita, di democrazia reale. La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c‟è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.(233)
 
A onor del vero, qui non è difficile cogliere un po‟ in contraddizione Pasolini. Infatti, l‟affermazione che istituisce un nesso copulativo tra la Resistenza e il Movimento Studentesco, considerando i due fenomeni le «uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano», smentisce i passi del PCI ai giovani!! e di Anche Marcuse adulatore?, dove viceversa si sottolineava tanto l‟indifferenza degli studenti contestatori per la Resistenza (e la vicinanza delle loro lotte piuttosto ai moti costituzionali del 1848), quanto l‟estraneità di propositi realmente rivoluzionari dalle rivolte giovanili, nate e compiute in seno alla borghesia. Tuttavia, come si è già visto nella conclusione della lettera aperta a Chiarini, occorre segnalare che l‟atteggiamento pasoliniano nei confronti della contestazione studentesca conosce vari momenti che non devono essere ritenuti contradditori tout court, ma che vanno inquadrati nell‟ottica di una dialettica di proposito evolutiva, anche a prezzo di alcune apparenti incoerenze (del resto, già i versi in coda alla poesia sui fatti di Valle Giulia assumevano le sembianze di un tardivo ed esplicito pentimento). In ogni caso, subito lo scritto approfondisce le ragioni di un appaiamento così inaspettato, soprattutto per i lettori che avevano ancora fresco nella mente il ricordo della lirica anti-studentesca di qualche mese addietro:
 
Sia nella Resistenza sia nel Movimento Studentesco, la richiesta di democrazia reale veniva convogliata all‟interno di una idea più vasta: l‟idea del socialismo. E ciò è stato e sarà inevitabile. […]
Una richiesta realmente democratica (collettivizzazione, gestione diretta, decentramento del potere) non può essere che socialista: tuttavia permane in essa un momento puramente democratico, al quale nessun Potere ha il diritto, neanche soltanto formale, di rispondere con la brutalità e la violenza.(234)
 
Inoltre, seppur inconsapevolmente, la contestazione giovanile – che, accecato dal culto obsoleto dello statalismo, il Potere si accinge a combattere con la forza (se ne sono avute le avvisaglie proprio a Venezia) – in Italia ha preso di mira un giusto bersaglio:
 
Il Movimento Studentesco (che Lei, come appare chiaro da molti sintomi, si prepara a reprimere con la violenza, in nome di una idea dello Stato ormai vecchia e intollerabile) è ancora una volta esempio, sia pure confuso, della realtà italiana così come storicamente è in questo momento: il Male, il peccato, l‟Errore, per il Movimento Studentesco, s‟identifica col potere del Centro. E, evidentemente per reazione (e, insieme per la tradizione nazionale italiana, frazionata in mille tradizioni particolari), tale maniaco odio verso il centralismo è più forte nel Movimento Studentesco italiano che in tutti gli altri Paesi dove esistano Movimenti analoghi.(235)
 
La replica del destinatario di questa pubblica missiva non si fa attendere: il 28 settembre il settimanale “Tempo” la ospita nello spazio riservato alle lettere al direttore(236). Leone risponde – «con la stessa franchezza»(237) di quell‟incontro avuto dopo la proiezione privata di Uccellacci e uccellini che il regista aveva ricordato in apertura del suo articolo – soffermandosi su tre dei passaggi dell‟“interpellanza” di Pasolini. Il testo si arrocca subito su posizioni difensive, preoccupandosi innanzitutto di negare l‟intervento governativo al Festival, senza però contestare la ricostruzione degli avvenimenti operata dallo scrittore-regista (eppure, en passant, giudicando ambiguo il comportamento pasoliniano):
 
In primo luogo devo dirle che il governo non è intervenuto affatto nella vicenda della Mostra del Cinema di Venezia, avendo lasciato – com‟era suo dovere – che ogni decisione fosse assunta nella propria autonomia dagli organi responsabili dell‟Ente autonomo. Non mi occuperò dello svolgimento dei fatti; mi sarebbe solo facile a tal proposito dirle che non è stato possibile – e non solo a me – comprendere il suo atteggiamento nei confronti della Mostra (può dirsi, senza offenderla, che fu per lo meno contraddittorio, o perplesso).(238)
 
Leone ripercorre invece, scendendo più nel dettaglio, i provvedimenti varati o progettati (rigorosamente in absentia) dallo Stato e volti a salvaguardare l‟autonomia della manifestazione:
 
A Venezia non fu inviato alcun rappresentante o portavoce di organi ministeriali. La presenza a Venezia di due alti funzionari era – come lei sa e sanno tutti – in funzione della loro posizione (quali direttori generali del Ministero del Turismo e della Pubblica Istruzione) di componenti il consiglio di amministrazione dell‟Ente. Quando ricevetti la delegazione del Consiglio comunale di Venezia accompagnata dal Sindaco, ripetei l‟assoluta estraneità del governo alle decisioni relative alla Mostra. In quell‟occasione dichiarai – confermo – che il governo era pronto a presentare un disegno di legge che disciplinasse in maniera nuova e democratica l‟Ente. Fui pregato di attendere i risultati del convegno indetto per i primi di ottobre. Non appena saremo in possesso di tali dati, presenteremo al Parlamento – sollecitandone l‟esame – il disegno di legge, nell‟intento di rimuovere per il settembre 1969 le cause della contestazione.(239)

Di seguito, lapidaria – anzi al confine con la reticenza tipicamente “istituzionale”– è la risposta sull‟intervento aggressivo della polizia: «Circa l‟azione delle forze dell‟ordine, non vi è stata alcuna brutalità o violenza. Non posso dare altre indicazioni per riguardo al Parlamento, dovendosi nei prossimi giorni discutere le interrogazioni su tali fatti»(240). In conclusione, viene smentita anche la pessimistica previsione su un‟energica repressione statale della contestazione giovanile nell‟immediato futuro:
 
Non è esatto infine che il governo si propone di risolvere repressivamente le dimostrazioni degli studenti. La imminente presentazione al Parlamento del disegno di legge sulla cosiddetta piccola riforma delle università vuole essere l‟apertura di un dialogo franco e democratico con tutte le componenti universitarie.(241)
 
Nel congedo, dopo aver ribadito con fermezza un po‟ enfatica la buona fede del governo e i doveri del cittadino esemplare, Leone rivolge tuttavia un appello e insieme un invito all‟interlocutore, dimostrando con ciò di essere aggiornato sugli ultimi sviluppi della riflessione di Pasolini in ambito socio-politico:
 
Non si può qualificare il dovere del governo di difendere le istituzioni, le libertà e la integrità dei cittadini come intervento repressivo. Sotto questo aspetto ogni italiano responsabile, fedele agli ideali di democrazia e di libertà, dovrebbe evitare l‟enunciazione o la diffusione di deformazioni che non giovano allo sviluppo civile e democratico della società italiana. Non parlò un giorno anche lei (o ne è pentito?) di un certo fascismo che qualificò di sinistra? Ebbene, operiamo tutti a sradicare l‟istinto della violenza e della sopraffazione da qualsiasi parte venga. Per tale compito vorrei impegnare anche lei. Per altre considerazioni contenute nella sua lettera aperta mi consenta di rimandare ad altre occasioni il dialogo, limitandomi ad affermare che il mito del centralismo statale non appartiene al mio pensiero ed alla mia azione politica.(242)
 
La terza e ultima puntata di questo confronto “epistolare” va in scena sul Caos che appare nel numero di “Tempo” datato 5 ottobre (l‟articolo s‟intitola Risposta al Presidente Leone(243)). Nelle battute d‟avvio, il titolare della rubrica manifesta una cordiale soddisfazione per l‟udienza ricevuta presso l‟uomo politico:
 
Di solito, per una risposta come la Sua, si esordisce ringraziando. È dunque ringraziando che qui esordisco: ma non formalmente. Anzi, aggiungo subito che la Sua risposta, in un Paese come il nostro, che Lei meglio di me conosce – è straordinaria: perché esce – anzi contraddice – alle abitudini malamente democratiche che regolano la nostra vita. È chiaro: conoscendola io di persona, non ne sono molto sorpreso: ma so quanto facilmente in Italia le persone possono scomparire nelle istituzioni.
È dunque con uno spirito rallegrato dal suo atto di democrazia “reale” – che è sempre “personale” – che rispondo alle Sue argomentazioni.(244)

Pasolini passa ad analizzare poi i tre punti sui quali s‟incardina la risposta di Leone, a partire dall‟aspetto esteriore che contrassegna la prima delle spiegazioni addotte:
 
Il momento formale della Sua prima argomentazione è questo: i due alti funzionari presenti a Venezia erano presenti a Venezia in funzione di componenti il consiglio di amministrazione dell‟ente veneziano. Ma perché sono componenti del consiglio di amministrazione veneziano? Lo dice Lei stesso: perché sono direttori generali dei Ministeri del Turismo e della Pubblica Istruzione.(245)
 
La sottile distinzione operata dal rappresentante delle istituzioni non appartiene alla formazione culturale dell‟intellettuale, che nella circostanza è interessato più alla componente sostanziale che non a quella formale della questione:
 
Ecco, vede? Lei riesce ad accettare la natura anfibologica di questi due alti funzionari. A me ciò è difficile. Non riesco a distinguere queste “due entità in una”: non posso dimenticare, pensandoli come componenti del consiglio di amministrazione, che sono anche “direttori generali di due Ministeri romani”. Dividerli in due, e vederli o giudicarli separatamente, mi sembra che sia possibile solo su un piano formale.
Non potendo dunque distinguere formalmente le due cariche di tali alti funzionari, non posso non pensare che nella loro azione di “amministratori veneziani” non sia interferita, come un tutto unico, anche la loro azione di “direttori romani”.(246)
 
Recalcitrante ad ammettere «la natura anfibologica di questi due alti funzionari», lo scrittore-regista – per l‟occasione calatosi nei panni dell‟«uomo della strada» dall‟indignazione facile – aveva additato allora le responsabilità del potere statale genericamente inteso (senza quindi lasciarle concentrare su una specifica persona):
 
Ecco perché, certo rozzamente, ho attribuito al “Governo” la loro presenza a Venezia. Forse ho usato la parola “Governo” con l‟ingenuità con cui la usa l‟uomo della strada, quello di cui Le parlavo nella mia prima lettera. Tuttavia, qui, devo ribadire che io non riesco a dirimere l‟azione a Venezia dei due alti funzionari da una responsabilità – almeno indiretta – del Governo da Lei presieduto.
Naturalmente, come Lei aveva capito, io non coinvolgevo Lei personalmente: perché so che c‟è un gioco, appunto, di distinzioni formali che hanno un senso reale, e che entrano in una persona concreta (Lei) in modo dialettico: un gioco insomma di luci e ombre.(247)
 
L‟articolo prosegue poi riepilogando e chiarendo, un volta di più, l‟evoluzione della posizione dell‟autore rispetto alla rassegna veneziana appena trascorsa, evidenziando in sintesi le varie tappe fatte sì di ripensamenti, ma soprattutto di decisioni ponderate: anche se la «linea interna» di questa «azione non si può certo condensare in un riassuntino», si è trattato in ultima analisi di «una lotta per la democrazia reale o diretta»(248), che rispecchia le istanze di una parte non trascurabile della popolazione italiana; non l‟esito confuso di contraddizioni e perplessità individuali – come aveva notato, eufemisticamente e con una punta di ironia, il presidente Leone –, dunque, piuttosto l‟avvicinamento e il sostegno alle sacrosante rivendicazioni di una coralità. E i futuri provvedimenti governativi, nelle intenzioni atti a smorzare le battaglie combattute da questo gruppo di contestatori, in realtà sono destinati a sortire l‟effetto di un buco nell‟acqua (con ciò Pasolini salta dal primo al terzo punto della replica del politico):
 
Non si illuda, perciò, Presidente, che il “disegno di legge” da presentarsi al Parlamento a Roma, dietro indicazioni di un Convegno a Venezia, possa risolvere qualcosa: siamo sempre sul piano formale (che Lei, lo so, assume legalitariamente come sostanziale,in una superiore dialettica dello Stato). Inoltre si tratterebbe di una “riforma” (come del resto per l‟Università): ora è certo, ormai indubitabilmente, che l‟altra Italia non vuole riforme: il riformismo socialdemocratico non ha nulla che fare con la nozione di
«democrazia reale e diretta», così come una concessione non ha nulla a che fare con un‟applicazione di diritti democratici.(249)
 
Se da un lato, insomma, esistono dei doveri precisi che riguardano il cittadino (al cui rispetto un governante è giustamente tenuto a richiamare), d‟altro canto occorre adoperarsi affinché venga garantita l‟effettiva attuazione dei corrispettivi diritti:
 
Come vede, […] comprendo benissimo la sua posizione: «Non si può qualificare il Governo, di difendere le istituzioni, le libertà e l‟integrità dei cittadini come intervento repressivo». È vero, Lei ha ragione: ma sono certo che Lei stesso non saprebbe in alcun modo dimostrarmi (perché è d‟accordo con me) come quelle «istituzioni, libertà e integrità» non siano false o formali. La lotta dell‟altra Italia è perché appunto le «istituzioni, libertà e integrità dei cittadini» siano reali e non formali: Lei deve dunque convenire che le forze dell‟ordine, intervenendo contro questa esigenza di autenticità, non possono non essere considerate repressive.(250)
 
Le righe citate diventano così trait d’union al recupero ed alla discussione del secondo punto della lettera di Leone. Lì il rappresentante delle istituzioni sosteneva l‟assenza di qualsiasi atto di violenza nell‟azione dei poliziotti a Venezia, qui Pasolini argomenta l‟esatto contrario, rivendicando il privilegio della testimonianza diretta (condita anche da un piccolo retroscena) e continuando a mostrare comunque comprensione per le necessità diplomatiche che hanno spinto l‟interlocutore alle dichiarazioni “innocentiste”:
 
Lei dice che al Lido, da parte della polizia, «non vi è stata alcuna brutalità e violenza». Credo assolutamente nella sua buona fede. Ci crederei anche se non La conoscessi, e quindi anche se la Sua buona fede non mi fosse già garantita. Sarebbe per pura diplomazia e prudenza, infatti, che un Capo del Governo non farebbe affermazioni simili, se non ci credesse veramente. Ma anche Lei deve credere alla mia buona fede. Io ero presente, quella notte. E ho visto coi miei occhi le violenze della polizia. L‟ho già descritto in questa stessa sede: la polizia prendeva di peso i dimostranti (che, a loro pieno diritto, stavano nella sala Volpi) e li gettava in mezzo alla folla dei teppisti e dei fascisti che li linciavano: letteralmente. Io stesso, sotto la pioggia, al ritorno a Venezia, ho aiutato a trasportare di peso un ragazzo, che poi ha dovuto essere ricoverato all‟ospedale, con un principio di commozione cerebrale: tanto per citare un solo esempio. Può darsi che la polizia non abbia colpito nessuno: ma ha fatto colpire dai fascisti: e questo mi sembra anche più grave.(251)
 
Sull‟onda della repressione – poco cambia se, per così dire, “attiva” o “passiva” – di cui è stato testimone e parte in causa, dalla piattaforma dell‟attualità lo sguardo pasoliniano spazia allora con pessimismo verso l‟immediato futuro, che pare gravido di minacce autoritarie per quanti cercheranno di far sentire “democraticamente” la loro voce:

«Quante cose di questo genere succederanno nel prossimo anno? Quanti studenti e uomini democratici saranno colpiti perché non sono disposti ad accettare “riforme” ma pretendono finalmente l‟applicazione dei loro diritti?»(252).

Le due interrogative condensano i dubbi dello scrittore-regista e di fatto suggellano l‟articolo, offrendo nel contempo a Pasolini il destro per rinnovare la promessa di una guerra senza quartiere anche contro ogni manifestazione o protesta violenta, ivi comprese quelle che pure discendono da giuste cause: «

Lo so: la coscienza dei propri diritti – l‟ho detto ormai tante volte, e non mi stancherò mai di ripeterlo – può diventare aggressiva e terroristica. Non tema: non cesserò di lottare, come posso, neanche contro il “fascismo di sinistra”»(253).

Al testo però, prima del congedo dal destinatario e dai lettori, viene affidato un aforisma che può prendersi quale ideale sottotitolo a un capitolo che racconti la storia del libro/film Teorema inteso come occasione di confronto con l‟establishment letterario (il Premio “Strega”), cinematografico (il Festival di Venezia) e infine anche politico (il capo del governo):

«Ora, per questa lettera a Lei, sarò accusato – è probabile – di debolezza, di compromesso. Ma che me ne importa? Lo so bene quante contraddizioni richieda l‟essere veramente coerenti»(254).

 
193 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., pp. 170-174.
194 Ivi, p. 170.
195 Ibidem.
196 Ivi, p. 171.
197 Ibidem.
198 Ibidem.
199 Ivi, pp. 171-172.
200 Sui quali cfr.: E. SICILIANO, Vita di Pasolini, cit., pp. 186-194; N. NALDINI, Pasolini, una vita, cit., pp. 131-137; F. GRATTAROLA, Pasolini. Una vita violentata, cit., pp. 17-21.
201 F. GRATTAROLA, Pasolini. Una vita violentata, cit., pp. 229-230.
202 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., p. 172.
203 Ivi, pp. 172-173.
204 Ivi, p. 173.
205 Ibidem.
206 Ivi, pp. 173-174.
207 Ivi, p. 174.
208 Ibidem.
209 Ibidem.
210 P. P. PASOLINI, Perché allo Strega no e al Festival sì, in ID., Il caos, a cura di G. C. FERRETTI, Roma, Editori Riuniti, 19994 (la prima edizione è del 1979), pp. 39-40.
211 Ivi, pp. 40-41
212 Ivi, p. 41.
213 Ibidem.
214 Ivi, pp. 41-42.
215 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., pp. 1110-1111.
216 Ibidem.
217 Ivi, p. 1111.
218 Ivi, pp. 1111-1112.
219 Ivi, p. 1111.
220 Ivi, p. 1112 (per entrambe le citazioni).
221 Ivi, p. 1113.
222 Ivi, p. 1114.
223 Ivi, pp. 1114-1115.
224 Ivi, p. 1116.
225 Ivi, pp. 1116-1118.
226 E. SICILIANO, Vita di Pasolini, cit., p. 449.
227 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., p. 1116.
228 Ibidem.
229 Ibidem.
230 Ibidem.
231 Ivi, pp. 1116-1117.
232 Ivi, p. 1117.
233 Ivi, p. 1117-1118.
234 P. P. PASOLINI, Il caos, cit., pp. 49-50 (il prosieguo dell‟articolo-lettera non viene riportato dall‟edizione dei “Meridiani”: pertanto, i passi successivi si citano dall‟antologia curata da Ferretti).
235 Ivi, pp. 50-51.
236 Cfr. ivi, pp. 211-212.
237 Ivi, p. 211.
238 Ibidem.
239 Ivi, pp. 211-212.
240 Ivi, p. 212.
241 Ibidem.
242 Ibidem.
243 Ivi, pp. 55-59.
244 Ivi, p. 55.
245 Ivi, p. 56.
246 Ibidem.
247 Ibidem.
248 Ivi, p. 57 (per tutte e tre le citazioni).
249 Ivi, pp. 57-58.
250 Ivi, p. 58.
251 Ivi, pp. 58-59.
252 Ivi, p. 59.
253 Ibidem.
254 Ibidem.









 

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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Pasolini - Perché allo Strega no e al Festival sì: ovvero il teorema della concordia discorde - Seconda parte

"ERETICO & CORSARO"

 
 

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI "ROMA TRE" ROMA 
DOTTORATO DI RICERCA 
IN 
STUDI DI STORIA LETTERARIA E LINGUISTICA ITALIANA 
XXII CICLO 
TESI DI DOTTORATO 
1968-1975:
l’ultima stagione pasoliniana, corsara e luterana


Candidato:                                                                                        Docente tutor: 

Andrea Di Berardino                                                 Chiar.Mo Prof. Giuseppe Leonelli 


ANNO ACCADEMICO 2008 / 2009  
ANDREA DBERARDINO 


Indice capitolo 1 - 1968: bisogna «gettare il proprio corpo nella lotta»

1. Introduzione

2. Odiosamati studenti: un maestro senza allievi

3. Perché allo Strega no e al Festival sì: ovvero il teorema della concordia discorde

Prima Parte


Seconda Parte

Terza parte


4. Il caos e l’entropia .


Nella circostanza, le allusioni polemiche ad una sospetta analogia si appuntano su un preciso bersaglio. Nel 1966 si era aggiudicato il riconoscimento Michele Prisco, con il romanzo Una spirale di nebbia, edito da Rizzoli; ora, a due anni di distanza, la casa editrice milanese si ripresentava, con il romanzo di Alberto Bevilacqua L’occhio del gatto, largamente in testa alla cinquina dei finalisti dopo la prima votazione. Come riporta anche Siciliano(136), già nel saggio La fine dell’avanguardia – composto nel 1966 e più tardi (1972) raccolto in volume(137) – Pasolini aveva bollato il new deal della letteratura italiana senza troppi giri di parole (l‟occasione era stata fornita da una sorta di bilancio dell‟attività neo-avanguardistica):

L‟azione – in certo modo necessaria – compiuta dall‟avanguardia per il ripensamento e il sovvertimento dei valori letterari che si andavano codificando – ha finito, naturalmente, col dare dei risultati controproducenti (di cui del resto a me non importa proprio nulla: è una constatazione che faccio): ossia la bomba di carta fatta esplodere dagli avanguardisti sotto il fortino codificato dei valori letterari, vi ha fatto sciamare dentro attraverso la breccia un bel gruppetto di letterati di second‟ordine (Berto, Bevilacqua, il buon Prisco ecc.): sicché la letteratura è retrocessa in serie B. Ma va benissimo, perché questa è la verità, e dunque bisognerà esser grati all‟avanguardia per averla a suo modo ristabilita.(138)

Le bordate scagliate sul chiacchierato fenomeno della neo-avanguardia – che nel nostro Paese aveva conosciuto un‟insorgenza effimera nel 1963 con la costituzione a Palermo del “Gruppo 63” –, mentre ridimensionavano al rango di tempesta in un bicchiere d‟acqua i nuovi furori sperimentali, lanciavano dunque stilettate contro il torpore della coeva letteratura italiana, tanto in crisi da consentire perfino a semplici, abili mestieranti della penna di assurgere agli onori delle cronache culturali e di occupare indebitamente il posto lasciato vacante dai veri grandi scrittori. Nella requisitoria – condotta comunque con oggettivo distacco – i nomi di Bevilacqua e Prisco figuravano quindi appaiati, quasi in una specie di profezia. Quali fossero poi i reali motivi che nei concorsi portavano alla ribalta questi «letterati di second‟ordine» viene esemplificato da Pasolini nel prosieguo dell‟articolo sul quotidiano milanese:

Perché il neocapitalismo non ha scrupoli: l‟America reazionaria lo insegna. Circolano parole d‟ordine e veline. Di questo libro si può parlare, di quest‟altro si taccia; questo libro vinca un premio, quest‟altro no. Guai a te, Direttore di rivista, se fai recensire favorevolmente questo libro. E se tu, Scrittore, non fai una recensione buona di quest‟altro libro, me la pagherai: infatti nessuno dei miei rotocalchi parlerà più di te. Ah, tu, Letterato, sei amico di quest‟altro letterato? Ebbene, tradiscilo, altrimenti non ti rinnovo il contratto con la mia casa. Sei il votante di un premio? Bene, dammi la scheda, o entri nella lista di proscrizione.(139)

La prassi d‟oltreoceano, mutatis mutandis, si riscontra anche in un piccolo mondo come quello della penisola italica, fresca di un reale processo di industrializzazione eppure avviata a dimenticare in fretta il passato – certo non estraneo alle meschinerie in campo culturale: ma in ogni sotterfugio era
comunque bandita la malafede – e prona ai diktat della nuova borghesia. In un contesto del genere si fa strada spontaneamente la laus temporis acti (peraltro aleggiante su alcuni dei precedenti passi dell‟intervento):

Ah, vecchi tempi, in cui una delegazione di votanti dello Strega andava da uno scrittore (buono) a pregarlo di ritirarsi dal premio perché la figlia di un altro scrittore (buono) doveva sposarsi, e quindi il milioncino del premio occorreva a lei! Ora l‟industria del libro tende a fare del libro un prodotto come un altro, di puro consumo: non ha bisogno dunque di buoni scrittori: cosa a cui fa perfetto riscontro la richiesta della nuova borghesia, che parrebbe completamente padrona della situazione, di opere di svago, di evasione e di falsa intelligenza.(140)

La situazione così delineatasi suscita un‟istintiva repulsione in Pasolini, che si affretta a chiamarsene fuori:

Devo rendermene complice? Un editore certamente ha il diritto di fare le pressioni che vuole: i suoi interessi sono di tipo industriale: e di fronte alla concorrenza, lo sappiamo, i “padroni”, sia pure addolciti dal nuovo corso, sono capaci di tutto. I miei interessi, invece, sono di tipo culturale: il mio esser capace di tutto può consistere dunque in una sola cosa: protestare. Così mi ritiro scorrettamente dalla seconda votazione del premio per protesta: protesta contro l‟ingerenza dell‟editore industriale in un campo che io considero ancora, arcaicamente, non industriale: cosa che si concretizza nella creazione di valori falsi e nella soppressione di quelli veri.(141)

E di posizione intransigente si tratta, dal momento che la volontà pasoliniana rimane salda nelle proprie decisioni anche dinanzi al tentativo operato dall‟organizzatrice del premio, la quale pure cerca di convincere lo scrittore a desistere:

Ripeto: non voglio rendermi complice in alcun modo di questo stato di cose. Ma come odio la complicità, odio anche il compromesso. Avrei potuto continuare, formalmente, a fingermi un concorrente democratico e, d‟accordo con Maria Bellonci, avallare, sia con una vittoria, sia con una sconfitta di misura, per l‟ultima volta, il Premio Strega così com‟è: cioè un campo d‟operazioni del più brutale consumismo. Infatti la signora Bellonci mi ha promesso che, per il prossimo anno, il premio sarebbe stato riformato, garantendo un miglior livello delle opere presentate eccetera.(142)

Siciliano conferma che, in quei giorni, nei salotti dell‟aristocrazia letteraria capitolina si vissero ore di frenetica attività diplomatica, nella speranza di tamponare una metaforica emorragia – come sopra ricordato, sulle orme di Pasolini si erano ritirati altri tre partecipanti – che certo non giovava al prestigio della manifestazione, la quale vedeva concretizzarsi il paradosso di una contestazione in piena regola partita dall‟interno della sua stessa struttura: «Riunioni, conciliaboli, telefonate – settimane caldissime nel piccolo mondo della letteratura romana. Giochi di schieramenti. Maria Bellonci desiderava ricucire lo strappo. Tutto fu inutile»(143). Del resto in ballo, per l‟autore di Teorema, c‟era soprattutto una questione di principio, ovvero la deontologia professionale da salvaguardare magari anche a prezzo di qualche manicheismo ideologico:

No. Non mi sono sentito di venire a un tale patteggiamento. Credo che soltanto una protesta, completa, rigorosa e senza compromessi, possa essere utile a far sì che il premio, se deve ricostituirsi, si ricostituisca da zero, rimettendosi integralmente in discussione. Sono convinto che solo così si potrà avere un “altro” Premio Strega: che garantisca davvero di essere tutto dalla parte degli interessi culturali “contro” gli interessi industriali. Se esso vuole arrivare a questo attraverso patteggiamenti, compromessi, silenzi, vuol dire che non ha una reale buona volontà.(144)

Il capoverso conclusivo dell‟articolo propone una risposta ad un‟ultima ipotetica domanda proveniente dal lettore:

Per finire, vorrei dire che so che, a questo punto, qualcuno mi potrebbe domandare perché sono solo, o con pochi amici – gli altri concorrenti al premio, per esempio – a combattere questa battaglia, e se per caso non esista un “sindacato scrittori” che intervenga, con forza e autorità (doppia: sindacale e letteraria) a difendere i suoi iscritti dalla vera e propria “servitù” a cui li sta cominciando a ridurre l‟industria culturale. Ebbene, è questa una domanda che mi faccio anch‟io senza saper rispondere, ma a cui si dovrà, prima o poi, dare una risposta.(145)

Nelle ore di immediata vigilia della votazione finale, Pasolini tornò a far sentire la propria voce sulle colonne del “Giorno”, tramite un appello redatto sotto forma di lettera aperta agli elettori del premio: Votate scheda bianca e vincerà la cultura(146). A partire dall‟incipit, si può considerare il pezzo una coda anomala alla «richiesta di suffragio» documentata nella corrispondenza privata pasoliniana di qualche settimana prima: «Cari amici, oggi andate a votare al Premio Strega. Non è una cosa di grande importanza – lo ammetto – benché non trovi che ci sia in questo nulla di “comico”, come trova un giornale romano della sera, incomprensibilmente»(147.) Segue l‟elenco delle tre ragioni che giustificano il peso specifico del voto: e si tratta di un‟analisi penetrante, che mette oggettivamente a nudo – e soggettivamente anche un po‟ alla berlina – la coeva situazione delle patrie lettere servendosi del paragone con il passato non troppo lontano. Innanzitutto, è andata perduta, nell‟Italia di fine anni Sessanta – cioè nell‟era del post-boom economico –, la tradizionale deferenza nei confronti della figura sociale dell‟intellettuale:

I letterati italiani godono presso l‟opinione pubblica una pessima fama: sono visti irreversibilmente sempre in chiave umoristica, come personaggi sedentari, pettegoli, mondani, pigri, acquiescenti, vanitosi, snob, mediocri e addirittura meschini: insomma, una specie di peso morto nella società italiana: una specie di reparto dello zoo e del folclore, sia pure non dei peggio (a causa della loro inoffensività).(148)

In secondo luogo, i motivi di questa sorta di “perdita d‟aureola” vanno ricercati in una reale incapacità, da parte dei letterati italiani, di mantenere fede alle promesse fatte balenare appena pochi anni addietro, all‟insegna del legame – allora ritenuto simbiotico – tra engagement e cultura:

Oggettivamente i letterati italiani hanno tradito certe illusioni, nate nello scorso decennio, quando a un certo punto ebbero l‟aria di sostituire addirittura i preti in qualità di guida spirituale: caduta la potenziale egemonia comunista – cui era allora dovuto il successo letterario – si è trattato in realtà di un nuovo ritorno all‟ordine. E non si può dire che lo spirito di humour, da cui è preso irrefrenabilmente qualsiasi giornalista medio nel parlare dei letterati in genere, sia del tutto ingiustificato.(149)

Infine, un vento dalle folate destabilizzanti soffia sull‟edificio già di per sé cadente della letteratura italiana, i cui pericolanti architravi scricchiolano sempre più sotto la sconosciuta minaccia:

Su questo ambiente familiare (provinciale) della letteratura italiana si comincia a profilare un nuovo momento storico, che riguarda il rapporto tra letterato e opinione pubblica, in cui – dopo un breve e confuso interregno – alla tendenza culturale egemonica del Pci (ossia la politica dell‟impegno, dal Pci stesso ora abbandonata) si va sostituendo una nuova egemonia, quella dell‟industria culturale.(150)

Diretta conseguenza di questo scenario che si va profilando è – per citare il titolo del noto saggio di Elémire Zolla pubblicato da Bompiani nel 1959 – l‟eclissi dell‟intellettuale di matrice umanistica, che nella nostra penisola degli anni Cinquanta (come del resto in buona parte dell‟Europa, uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale) aveva coinciso con il modello del politico-studioso di formazione marxista:

Alcuni manager hanno preso il posto di Togliatti o di Alicata. Ma Togliatti e Alicata per quanto cinici, per quanto diplomatici, per quanto pragmatici erano ancora uomini di cultura: erano gli ultimi rappresentanti di quel tipo di intellettuale (a cui del resto anche tutta la mia generazione appartiene) che era stato descritto da Čechov, e che Lenin aveva conosciuto e analizzato. L‟intellettuale umanista, di nascita o di origine provinciale e contadina: pre-industriale.(151)

Al posto del dirigente di partito subentra dunque una specie di tecnocrate, indebitamente prestato alla cultura da altri quadri direttivi, quelli del mondo industriale neocapitalista:

In genere, invece, i manager dell‟industria culturale non sono uomini di cultura. E appunto per questo – benché non più giovani di noi – appartengono a una nuova qualità di intellettuale: l‟intellettuale che né Čechov né Lenin hanno conosciuto, non più umanista, direi non più umano: tipico fenomeno di una civiltà tecnica, che sta mercificando la cultura. Insomma, l‟industria culturale può essere diretta soltanto da chi è fuori da quella che ancora è per noi storicamente la cultura.(152)

Le motivazioni così esposte inducono Pasolini a sollecitare nei votanti dello “Strega” un gesto di serriana memoria: «Per queste ragioni io vi dico, cari colleghi letterati, che è giunto il momento di fare un non novecentesco esame di coscienza»(153). Pertanto, la riconsiderazione dei propri compiti deve muovere dalle tre premesse sopraelencate ed approdare ad una precisa strategia:

È finita l‟egemonia culturale della sinistra, coi suoi miti e i suoi valori? Bene. Ne sta nascendo un‟altra, quella dell‟industria culturale coi suoi miti (del tutto cinici e materiali) e i suoi valori (inevitabilmente falsi)? Bene. Vuol dire che dovremo agire al di fuori di qualsiasi forma egemonica. Qui mi viene spontanea alle labbra una parola che detesto, perché divenuta senhal: autogestione. Il letterato italiano deve finalmente politicizzarsi attraverso la propria decisione: con ciò non dico che debba fare della politica: ma che deve inventarsi e portare avanti una politica culturale che rivendichi la sua autonomia e la sua libertà.(154)

Da Serra a Vittorini: nel passo, specialmente nell‟ultima frase, vibra un certo tono d‟arringa nel quale – fatte le debite differenze – si percepisce l‟eco dell‟editoriale Una nuova cultura, il fondo introduttivo al primo numero del “Politecnico” (apparso quasi all‟indomani della Liberazione(155)). Dall‟autore di Conversazione in Sicilia, tra l‟altro, Pasolini sembra qui recuperare in particolare l‟atteggiamento battagliero nella strenua difesa dell‟autonomia dell‟arte, argomento sul quale nel biennio 1946-1947 avevano discusso – sempre sulle colonne della medesima rivista, incrociando le lame in un‟aspra polemica basata su uno scambio di lettere aperte – lo stesso Vittorini e Palmiro Togliatti, allora segretario del PCI. D‟altronde, se subito dopo il secondo conflitto mondiale era la politica ad insidiare l‟indipendenza della cultura, nello scorcio conclusivo degli anni Sessanta è la volta di un‟ipoteca ben più pericolosa:

Ciò che minaccia oggi tale autonomia e tale libertà e non in maniera indiretta e tutto sommato civile (la discussione ed il dibattito avvenivano su un piano umanistico comune) delle sinistre è la furia produttiva e consumistica di una cultura di altra natura, che finirà con lo svisare completamente i caratteri letterari, sia pur modesti, della nostra provinciale Nazione, e falserà tutti i suoi valori stabilendone nuove gerarchie.(156)

L‟ultima prova, in ordine cronologico, di quanto nel campo della letteratura sia divenuta invasiva la presenza di interessi allotri – come magari li avrebbe definiti Croce –, nella fattispecie di carattere meramente economico, arriva dalla classifica provvisoria della manifestazione romana:

Come tale minaccia sia grave e incombente – e non remota, e tale da guardarsi col solito scetticismo trovato così comico dall‟opinione pubblica – basti guardare alcuni dei casi letterari-umani creatisi durante la recente campagna elettorale del Premio Strega, avvenuta appunto sotto la brutale volontà di successo di una casa editrice. (Penso, esplicitamente, ad alcuni critici di rotocalco, miei amici, che tuttavia io voglio persistere ad amare.)(157)

L‟inciso tra parentesi tonde, con tutta probabilità, serve a togliersi qualche sassolino dalle scarpe, dato che chiama direttamente in causa i votanti rivelatisi franchi tiratori nel segreto dell‟urna. A costoro – ma in senso lato all‟intera classe intellettuale italiana – sono infatti indirizzati gli strali successivi:

Insomma, la brutalità dell‟industria culturale non deforma solo dei valori letterari, ma giunge a deformare le coscienze e a deteriorare l‟umanità. Altro che guide spirituali. Ci siamo ridotti, ancora una volta, al grado di buffoni: non di corte (dove almeno c‟era l‟alternativa dell‟altro, cioè della povertà e della realtà) ma del neocapitalismo (in cui l‟altro è costituito dal consumatore medio e dall‟irrealtà).(158)

Ecco dunque che, lungi dall‟essere un semplice «arengo di pura vanità»(159), lo “Strega” diviene un evento emblematico, o meglio «un caso di coscienza, e riguarda non solo il futuro personale di un singolo letterato in quanto letterato, ma anche il suo futuro di uomo, e la sua funzione pubblica di cittadino»(160). Si può insomma parlare di spartiacque, di una sorta di terminus post quem nella storia della cultura italiana del Novecento (e il cupo pessimismo che colora queste riflessioni, seppur in un altro campo d‟indagine, precorre gli accenti a tratti millenaristici del polemista corsaro e luterano):

La battaglia perduta del Premio Strega (e non posso essere ottimista in questo) sarà una battaglia perduta non dico dalla letteratura italiana, ma dalla cultura italiana. Vorrà dire che da ora in poi i libri saranno scritti da certi editori: vorrà dire che tutto ciò che una cultura letteraria può dare a una nazione, sarà totalmente negativo, in quanto sarà costituito da prodotti di consumo medi, dove tutto ciò che è la reale funzione del poeta, anche minore (protesta, contestazione, invenzione, innovazione, irriconoscibilità, problematica, scandalo, religiosità, dubbio, maledizione, vitalità) sarà scomparso.(161)

C‟è, tuttavia, ancora un margine di resistenza all‟invasione dei prodotti pseudo-culturali, preconfezionati in serie e calibrati sui gusti e le aspettative borghesi del pubblico. Nel caso specifico del premio, il fronte di opposizione può essere rappresentato dall‟arma di un consapevole e critico astensionismo:

Dunque, cari amici votanti, lasciate che la gente che non ha nulla a che fare con la letteratura, con la cultura e con una qualsiasi morale che abbia qualche accento di verità, voti per il libro che l‟editore e gli organizzatori del premio, ormai, evidentemente, dalla sua parte, vogliono che vinca. Ma voi, uomini di cultura, votate scheda bianca. Sarebbe, questa, la prima protesta collettiva della società letteraria italiana, sarebbe il suo primo titolo collettivo di merito.(162)

Optare, quindi, per la scheda bianca equivarrebbe ad una scelta dalla portata in qualche modo rivoluzionaria, al primo concreto tentativo, in Italia, di scuotere la repubblica delle lettere dal profondo torpore nel quale pare irreversibilmente piombata:

Infatti sarebbe sufficiente il cinquanta per cento più uno di schede bianche, perché la letteratura italiana – rappresentata, purtroppo parzialmente e arbitrariamente, nel corpo elettorale dello Strega – ottenesse la sua prima vittoria, esprimesse per la prima volta la sua decisione ad essere padrona di se stessa, e la sua scelta a lottare per una causa che è ancora così evidentemente la causa giusta.(163)

Se Vittorini – per continuare nell‟analogia con l‟editorialista del “Politecnico” – auspicava una cultura che riuscisse davvero a conquistare il potere (e di conseguenza fosse in grado di scongiurare il ripetersi degli orrori che avevano funestato la storia della prima metà del secolo), a distanza di poco più di vent‟anni Pasolini può solo incaricarsi di salvare la letteratura dal naufragio, ossia dal totale asservimento al potere della civiltà dei consumi. In questa ottica, per impedire che l‟arte di leggere e scrivere si trasformi nel relitto di se stessa, occorre una netta presa di posizione da parte dei letterati. Il salvataggio delle humanae litterae dall‟imbarbarimento passa innanzitutto attraverso l‟auto-riabilitazione degli scrittori, i quali – esortati alla maniera di sodali dall‟animus militante pasoliniano, cioè dal viscerale bisogno di denuncia e d‟intervento a 360° dell‟autore – sono chiamati a riappropriarsi del loro mestiere.
L‟autore di questo appello giornalistico aveva visto giusto nel preconizzare una «battaglia perduta» a proposito dell‟esito della votazione decisiva, durante la quale il primato del romanzo di Bevilacqua in effetti non venne scalfito, anzi finì con il rafforzarsi (forse raccogliendo anche qualche preferenza tra chi aveva inizialmente sostenuto la candidatura di uno dei concorrenti poi ritiratisi); d‟altra parte, però, l‟invito di Pasolini non può dirsi caduto completamente nel vuoto, considerata l‟alta percentuale di astenuti che fu registrata: «La sera del 4 luglio, al Ninfeo di Villa Giulia, ultima votazione, L’occhio del gatto di Alberto Bevilacqua vinceva con 127 voti: di contro, 117 schede bianche»(164). Come d‟abitudine, la presa di posizione pasoliniana sollevò voci di dissenso, talora espresse tutt‟altro che garbatamente («Alcuni elettori, intervistati alla televisione, indirizzarono a Pasolini insulti plateali»(165)), perché a molti – invero in maniera un po‟ troppo semplicistica – la ribellione dello scrittore parve una mossa studiata a tavolino, sulle orme del presunto stratagemma che aveva ispirato Teorema-libro: «Le polemiche ebbero fiato per qualche tempo. Il gossip voleva che Pasolini, per via della sua assenza dalla scena letteraria, avesse disegnato rientrarvi col chiasso della “contestazione globale alle istituzioni”»(166). In realtà, come ha fatto notare ancora Siciliano, «le ragioni della sfida erano tutt‟altro che contingenti»(167): «Pasolini sfidava, partecipando al premio e quindi ritirandosi da esso, la fragilità di una parte della critica letteraria italiana – quella che aveva accolto il romanzo di Bevilacqua con disattente quanto calorose esaltazioni»(168). Nel colpo di mano pasoliniano, insomma, si nascondeva ben più dell‟istintiva invidia per il vincitore o della banale ricerca del “rumore” mediatico: l‟urgenza, avvertita quale responsabilità connaturata al ruolo dell‟intellettuale, di «verificare, di nuovo, la “verità” di una letteratura»(169).
Il 4 settembre, a due mesi esatti dal giorno in cui Pasolini esortava i votanti a lasciare in bianco le schede e la giuria dello “Strega” assegnava invece il premio al discusso libro di Bevilacqua, la versione filmica di Teorema fu proiettata (in una prima visione riservata ai critici(170)) alla XXIX “Mostra internazionale d‟arte cinematografica” di Venezia. L‟onda lunga della contestazione – una seconda, metaforica “acqua alta” – dilagò anche nella città lagunare, tra «giovani e cineasti che facevano sit-in», «interventi della polizia», «proteste e controproteste»(171):

Sensibile alle sirene della contestazione, l‟Associazione Nazionale Autori Cinematografici (ANAC), spalleggiata in questa battaglia dai partiti della sinistra (PCI, PSIUP e la frangia di sinistra del Partito Socialista Unitario, effimero raggruppamento nato dalla fusione del Partito Socialista di Nenni con il Partito Socialista Democratico di Saragat) e dal movimento studentesco, lancia un appello per la modifica dello “statuto fascista” della Biennale di Venezia, il boicottaggio della rassegna cinematografica e, previo dimissionamento degli organi direttivi, l'autogestione della Mostra da parte degli stessi cineasti.(172)

Nella circostanza, il Pasolini regista esordì alla mostra con una mossa che ne accomunò il comportamento a quello tenuto settimane addietro nelle vesti di scrittore:

All‟inizio della proiezione Pasolini chiese che i presenti abbandonassero la sala per protestare contro il presidente Chiarini che difendeva, nella sostanza, lo status quo della Mostra.
[…]
Comunque, il pubblico degli specialisti non disertò la proiezione di Teorema. Seguì, nei giardini dell‟hotel Des Bains, al Lido, una conferenza-stampa improvvisata. Pier Paolo venne accusato di far «capriole»: contestava e insieme trovava il modo di non spiacere agli obblighi contratti col produttore, si salvava l‟anima con la contestazione e non perdeva d‟occhio il box-office.(173)

Tuttavia, questa non fu che l‟ultima conseguenza di una decisione controversa, maturata dopo alcuni ripensamenti di cui recano tracce, innanzitutto, due articoli apparsi di nuovo sul “Giorno”, rispettivamente il 15 ed il 22 agosto, entrambi in anticipo sulla data d‟inaugurazione della rassegna veneziana (che avrebbe dovuto aprire i battenti il 27). Il primo pezzo – che già dal titolo sembra sgombrare il campo dagli equivoci: Perché vado a Venezia(174 )– si apre sulle note di una risposta ad un altro intervento giornalistico:

Finalmente è uscito sul Festival di Venezia un articolo che, pur contestandolo (Dio solo sa che sforzo faccio su me stesso per usare questa che è diventata la parola di un nuovo conformismo), lo fa pacatamente e ragionando. Si tratta di un breve intervento del critico Mino Argentieri (“Rinascita”, n. 32). Va bene, Argentieri scrive da uomo iscritto a un partito, e i suoi argomenti sono gli argomenti della linea politica di un partito, che è, eternamente, la solita (cfr. la mia Polemica in versi del ‟57), e che implica quindi una sorta di cinismo strumentalizzatore e una certa dose di cosciente calcolo. Tuttavia il discorso di Argentieri è “pacato”: non è terroristico. E questo è già molto, direi che è tutto, in un momento in cui il “fascismo di sinistra” (che è fenomeno assolutamente nuovo: non ha nulla a che fare con la analogia istituita dal basso anticomunismo nel passato, tra totalitarismo fascista e totalitarismo staliniano: che è una bestialità), in cui il fascismo di sinistra, dico, ha creato una situazione di vero e proprio terrore ideologico.(175)

Nel capoverso iniziale troviamo subito confessata l‟idiosincrasia per la moda linguistica connessa al termine “contestazione”, sotto la quale si cela infatti il concreto pericolo di un «nuovo conformismo», altrettanto odioso di quello che i ribelli vorrebbero chiassosamente lasciarsi alla spalle. Che lo spirito del testo sottintenda, così, la vena caustica del PCI ai giovani!! è poi confermato dalle osservazioni con cui di sfuggita viene apostrofato il principale partito della sinistra italiana, arroccato su una condotta «che è, eternamente, la solita» (ed è significativo, a proposito, il rimando esplicito alla Polemica in versi di un decennio prima, antenata ideologica del pamphlet anti-studentesco). Ma ad una vecchia polemica segue presto un nuovo bersaglio, individuato nell‟ambiguo fenomeno del cosiddetto «fascismo di sinistra», ossimoro che nasconde un altro fraintendimento lessicale. E dopo aver distinto in tre schieramenti i vari oppositori della rassegna cinematografica veneziana (le persone che «forse inconsciamente, lottano contro il Festival perché non vi sono mai state invitate e non avranno mai la possibilità di esserlo»(176); un «folto gruppo di uomini politici, che, sapendo che Chiarini ha deciso di lasciare la direzione della Mostra, cercano per se stessi, o per il loro gruppo di potere la successione»(177); una «maggioranza di generici rappresentanti della contestazione, contro cui io non ho nulla da dire, perché sono su tutto d‟accordo con loro»(178), Pasolini chiarisce – in un lungo periodo parentetico – quali siano gli aspetti salienti di questa ibrida formazione di carattere para-politico:

(Ecco perché parlavo del “fascismo di sinistra” come di un fenomeno del tutto nuovo: basti guardare qualche suo aspetto esteriore: accanto agli slogans rivoluzionari ricalcati su quelli delle réclames, c‟è stata una inaspettata riscoperta delle bandiere: cioè, accanto a uno spirito di corpo ricalcato su modelli della società dei consumi, assolutamente conformista, c‟è uno spirito di corpo riesumato imprevedibilmente da vecchi tipi di collettività).(179)

Dell‟odierno, reale «fascismo di sinistra», la maggioranza dei contestatori – con i quali, peraltro, lo scrittore ha appena precisato di concordare pienamente – non riesce a intuire l‟inquietante pericolosità e di conseguenza non sa prendere le distanze, con il risultato di «subire, senza consapevolezza, quasi, una situazione storica nuova, che crea e scatena, in seno alla società opulenta o quasi opulenta, correnti fanatiche straordinariamente simili a quelle medioevali»(180). L‟autore dell‟articolo oggetto della replica pasoliniana fa parte comunque di un quarto, ulteriore fronte di opposizione alla mostra:

Restano, in fondo alla lista, gli oppositori veri, che non è esatto definire contestatori (parola giusta per l‟America e la Germania, dove la classe operaia non è politicamente organizzata e cosciente: dove non c‟è insomma una esplicita e codificata lotta di classe). Argentieri, comunista, appartiene a questo tipo di persone: il che significa che dovremmo essere d‟accordo: e infatti lo siamo.(181)

I motivi della convergenza di idee con Argentieri trovano posto nei due successivi capoversi, dove sono spiegati sia in generale che in particolare. Dapprima viene dichiarata la sintonia di vedute sul triangolo equilatero arte-impegno-politica (e ancora una volta fa capolino all‟explicit il motto all'insegna del quale si era chiuso l‟intervento al convegno su Don Milani e la scuola di Barbiana):

Siamo d‟accordo sul fatto che l‟opera di un artista deve... essere impegnata! (Vorrei sapere però che ne dicono gli “operatori culturali” comunisti del loro giro di valzer testé conclusosi, con le avanguardie: come possono conciliare la loro “apertura” verso il disimpegno delle avanguardie, con questa apertura verso il “nuovo impegno” studentesco). Siamo d‟accordo che l‟opera di un artista deve nascere nello stesso terreno in cui nasce la sua azione politica; e che è anzi una cosa sola con questa (benché la identificazione sia piena di contraddizioni, anche insolubili). Siamo d‟accordo sul fatto che in certi momenti l‟artista deve avere il coraggio civile di smettere di esprimersi attraverso la mediazione delle opere, ed esprimersi invece direttamente, attraverso la sua propria esistenza: cioè «gettare il proprio corpo nella lotta», come dice un meraviglioso slogan della Nuova Sinistra americana.(182)

Poi si passa al caso specifico della manifestazione lagunare, citando testualmente dal pezzo di Argentieri alcuni passaggi relativi alle azioni concrete da intraprendere per riformare l‟ormai obsoleto statuto della mostra (e in senso lato dare una scossa all‟intero sistema del cinema italiano):
Siamo d‟accordo infine su tutto ciò che si deve pretendere dalla Mostra di Venezia (per rientrare nel nostro ristretto e marginale argomento) e su tutto ciò che si deve fare per riformare il codice fascista. Siamo d‟accordo, insomma, sull‟intera azione politica che Argentieri stralcia e prospetta:

«autogestione degli enti pubblici per conquistare qualche margine di autonomia a favore di una produzione che non sia dominata da intenti commerciali e speculativi»; «non un soldo dello Stato al cinema d‟evasione», ecc. ecc.; «aprire in seno al movimento operaio canali per un cinema di opposizione»; «rinnovare le strutture culturali del cinema», ecc. ecc.(183)

Arriva però anche il momento dei distinguo, perché la concordanza con l‟«urbano intervento»(184) del giornalista di “Rinascita” non è totale, trasformandosi anzi in divergenza laddove Argentieri affermava – in poche parole – che un regista “serio” deve rassegnarsi ad incrociare le braccia in attesa di tempi migliori, cioè fino a quando non saranno mutate le condizioni sociali e non sarà maturato il pubblico giusto per assistere con consapevolezza alla proiezione di certe pellicole:

Nel frattempo però, e qui si pone il problema concreto, l'artista non può essere obbligato a tacere. Io non mi sento obbligato a non fare più film, finché, per esempio, non si sarà trovato il modo di aprire in seno al movimento operaio un canale per distribuirli. Perciò, nell‟interregno (mentre, come Argentieri sa bene, continuerò la mia lotta politica “gettandovi il mio corpo” come sempre, e sfido qualcuno a dimostrare il contrario), io penso che si debba «continuare a sfruttare cinicamente il sistema». Questa coscienza è l‟unica, poi, che liberi dal meccanismo fatale per cui il sistema riassorbe sempre, in qualche modo, l‟artista. Voglio dire che io purtroppo, e così tutti i miei colleghi cineasti e anche scrittori, dovremo continuare a usare, per fare le nostre opere e farle conoscere, ancora per molto tempo, delle strutture culturali esistenti. E lo faremo appunto cinicamente, mentre continueremo a lottare (con le opere e con le azioni) contro di esse, per crearne di nuove.(185)

Uno sfruttamento cinico del sistema è la soluzione in grado di aggirare la drastica scelta del silenzio, inconcepibile per ogni vero artista, che deve essere mosso piuttosto da un costante spirito di partecipazione alla vita civile tramite le proprie opere. Detto in altri termini, ciò significa non aver timore di gettare se stessi nell‟agone sociale, sfuggendo alle lusinghe del sistema, che – come insegnano i classici del pensiero marxista – alla fine, pur di renderli innocui, non combatte ma riassorbe i suoi più pervicaci detrattori. Tra parentesi, va inoltre sottolineato come in queste righe ci sia, in nuce, quella sorta di salvacondotto che Pasolini chiamerà in causa una decina di giorni più avanti, quando – nelle colonne della rubrica personale tenuta sul settimanale “Tempo” – fornirà ulteriori chiarimenti sul suo atteggiamento, contraddittorio agli occhi tanto dell‟opinione pubblica quanto degli addetti ai lavori: prima ritirare dallo “Strega” Teorema-libro per protestare contro l‟invadenza dell‟industria culturale in campo letterario; poi presentare alla mostra di Venezia Teorema-film come se niente fosse, senza curarsi dell‟influenza degli incassi al botteghino (equivalenti alle ragioni di tiratura del mercato librario) nella produzione delle pellicole. Assodato che «impedire la proiezione dei film alla Mostra di Venezia è quindi perfettamente inutile»(186)(infatti «è certo che, prima di tutto, il codice fascista della Biennale verrà riformato, e poi che il Festival si trasformerà secondo esigenze più moderne, ormai inevitabili»(187)), resta da ribattere alla prevedibile reazione della massa che guida la contestazione:

La risposta dei contestatori, anche dei migliori, è facilmente immaginabile: gli autori invitati devono sacrificarsi ai più alti fini della contestazione e, in fondo, per protesta, farebbero anche bene a bruciare pubblicamente le loro opere (come primo atto di un futuro sciopero e ascesi globale). Ma tale risposta è profondamente antipopolare e aristocratica.(188)

Facinorosi o ragionevoli che siano, questi oppositori ignorano in particolare tre fattori che rendono superflua e sleale la loro protesta contro la rassegna veneziana: innanzitutto, «quanto noi vogliamo ottenere da Venezia, lo otterremo, anche se i film verranno proiettati»; in secondo luogo, «il cittadino italiano [...] è, in tale azione contestatrice, ignorato e disprezzato [...] perché egli non solo non condividerà mai, ma non potrà nemmeno mai concepire, una contestazione “puramente negativa”»; infine, «chiedere agli autori cinematografici di non voler raggiungere tale pubblico [...] significa non richieder loro qualcosa di esterno all‟opera, ma qualcosa che riguarda l‟opera nel suo interno, nel suo esserci, nel suo stile: ossia offenderla»(189). Pertanto, fatte salve ancora una volta le sintonie ideologiche, la scelta pasoliniana è presto compiuta:

Dunque, io sono d'accordo con Argentieri e, quindi, con l‟Anac e con l‟intero movimento di dissenso, sulle rivendicazioni contro il Festival di Venezia e ciò che esso rappresenta: si tratta di una lotta per i più elementari diritti democratici, e aderirvi è il minimo che si possa fare. Tuttavia accetto l‟invito e mando il mio film a Venezia.(190)

E, nell‟avviarsi alla conclusione, il regista motiva ulteriormente la propria decisione, ribadendo il vero avversario cui essa intende contrapporsi:

La mia scelta è contro il fascismo di sinistra. Mi sono, naturalmente, interrogato a lungo, e ho analizzato ciò che più offende in questo momento la mia coscienza: mi sono così accorto che il vecchio conformismo accademico, ufficiale, dell‟establishment mi è totalmente estraneo: ho verso di esso una ripugnanza ormai abitudinaria, e gli rispondo con la leggerezza irridente e sacrilega del cinismo. Esso quindi offende meno la mia coscienza, e la mia maniaca esigenza di libertà, di un nuovo conformismo che, al contrario del vecchio, non può non imporsi, aggressivamente, moralisticamente, e non solo per il presente, ma con tutta probabilità per il prossimo futuro. È il conformismo – tanto per definire l‟indefinibile, e concretarlo in un nome – di certa frangia del Psiup che è rifugio di vecchi moralisti finti giovani e di giovani borghesi pieni insieme di un profondo senso di colpa e di una aggressiva coscienza dei propri diritti.(191)

Nell‟Italia di fine anni Sessanta, un atteggiamento che metaforicamente somiglia ad una melassa «indefinibile» – e che trova in una formazione partitica coeva il suo corrispettivo politico – inizia a far breccia nell‟opinione pubblica, cavalcando la tigre delle mode contestatorie. Messe a confronto con le future, spietate requisitorie “corsare” e “luterane” sulla mutazione antropologica del nostro popolo, queste poche righe acquistano la valenza di una diagnosi precoce, ancorché vergata dalla mano malferma di uno studioso che si rende conto di assistere al primo manifestarsi di un cambiamento sociale dalla portata epocale e sente di non possedere, al momento, gli strumenti adatti per descriverlo meglio. Il «nuovo conformismo che [...] non può non imporsi, aggressivamente, moralisticamente, e non solo per il presente, ma con tutta probabilità per il prossimo futuro» è a tutti gli effetti antesignano dell‟imbarbarimento criminaloide della gioventù sul quale, circa un lustro più avanti, punterà l‟indice il polemista maturo in alcuni fra gli articoli più emblematici. La reazione istintiva (forse addirittura smisurata agli occhi di un osservatore esterno) di fronte a questo fumo invisibile destinato ad ottenebrare la mente e inaridire il cuore degli italiani, massime delle più giovani generazioni, è un categorico rifiuto, che – se ne intravedono le avvisaglie – con il passare del tempo sconfinerà in una simbolica dichiarazione di guerra:

Mi si dirà: ma si tratta di un particolarismo, combatterlo così clamorosamente non vale la pena. Rispondo: è un fatto importante, invece, è un nuovo momento intellettuale che dominerà a lungo il nostro futuro; esso è già riuscito a creare, in modo dilagante e irrefrenabile, un idealismo estremistico che rende subito celebrativi e fanatici i risultati raggiunti (anche magari buoni e rispettabili), erigendo un cerchio di sacralità intorno alle proprie idee (anche magari giuste):così che ne è nato subito un cumulo di discriminazioni, vigliaccherie, condanne, linciaggi, ricatti, calcoli, esaltazioni: insomma, il terrore. Non solo non intendo lasciarmi sopraffare da tale terrore, ma per quanto è in me lotterò perché la coscienza della sopraffazione che ne emana sia comune e diffusa; perché l‟opinione pubblica sia “sensibilizzata” (si dice così?) a questa nuova mitizzazione del razionalismo laico e progressista, sconsacrandola subito, sul nascere.(192)


136 Cfr. E. SICILIANO, Vita di Pasolini, cit., p. 412.
137 P. P. PASOLINI, Empirismo eretico, cit., pp. 122-143.
138 Ivi, pp. 132-133.
139 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., pp. 153-154.
140 Ivi, p. 154.
141 Ivi, p. 153.
142 Ivi, p. 154.
143 E. SICILIANO, Vita di Pasolini, cit., p. 411.
144 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., pp. 154-155.
145 Ivi, p. 155.
146 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., pp. 159-162.
147 Ivi, p. 159.
148 Ibidem.
149 Ibidem.
150 Ivi, pp. 159-160.
151 Ivi, p. 160.
152 Ibidem.
153 Ibidem.
154 Ivi, pp. 160-161.
155 Il fascicolo d‟esordio del periodico uscì con la data del 29 settembre 1945.
156 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., p. 161.
157 Ibidem.
158 Ibidem.
159 Ibidem.
160 Ivi, pp. 161-162.
161 Ivi, p. 162.
162 Ibidem.
163 Ibidem.
164 E. SICILIANO, Vita di Pasolini, cit., pp. 412-413.
165 Ivi, p. 413.
166 Ibidem.
167 Ivi, p. 412.
168 Ibidem.
169 Ibidem.
170 Ivi, p. 414.
171 Ibidem (per tutte e tre le citazioni).
172 F. GRATTAROLA, Pasolini. Una vita violentata, cit., p. 229.
173 Ibidem.
174 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., pp. 163-169.
175 Ivi, p. 163. Il pezzo di Argentieri – Risposta a Bertolucci e Pasolini – era apparso sul numero del 9 agosto. Tra parentesi, si può segnalare il piccolo lapsus pasoliniano a proposito della Polemica in versi, che infatti non risale al 1957 ma uscì sulla rivista "Officina" nel novembre dell‟anno precedente (cfr. Note e notizie sui testi, cit., p. 1749).
176 Ivi, pp. 163-164.
177 Ivi, p. 164.
178 Ibidem.
179 Ibidem.
180 Ibidem.
181 Ibidem.
182 Ivi, p. 165.
183 Ibidem.
184 Ivi, p. 163.
185 Ivi, pp. 165-166.
186 Ivi, p. 166.
187 Ibidem.
188 Ivi, p. 167.
189 Ivi, pp. 167-168.
190 Ivi, p. 168.
191 Ivi, pp. 168-169.
192 Ivi, p. 169.



 

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