venerdì 8 agosto 2014

Pier Paolo Pasolini - Il primo paradiso, Odetta

"ERETICO & CORSARO"



Il primo paradiso, Odetta

Tratto da Teorema libro, Garzannti 1969

*


Il primo Paradiso, Odetta, era quello del padre.
C'era un'alleanza dei sensi, nel figlio
- maschio o femmina –
dovuta all'adorazione di qualcosa di unico.
E il mondo, intorno,
aveva un lineamento solo: quello del deserto.
 
In quella luce oscura e senza fine,
nel cerchio del deserto come un grembo potente,
il bambino godeva il Paradiso.
Ricordati: c'era un Padre soltanto (non la madre).
La sua protezione
aveva un sorriso adulto ma giovane,
e lievemente ironico, come ha sempre chi protegge
il debole, il tenerino - maschio o femminuccia.
 
Tu sei stata in questo Primo Paradiso
fino a oggi: e, in quanto femmina,
non ne perderai mai il ricordo e la venerazione.
Sarai, per natura, adoratrice... Ma prima
di tornare a te, per avvertirti dei pericoli
della religione, voglio farti la storia
di tuo fratello, ch'è dello stesso sesso di Dio.
Anch'egli, in tempi in cui era veramente bambino,
(più bambino ancora di quand'era nel ventre materno
o di quando succhiò il primo latte dal seno)
è vissuto in quel Primo Paradiso del Padre.
 
L'odio sorse improvviso, e senza ragione.
Il grembo ch'era come un sole coperto di nuvole
dolci e potenti, il grembo di quell'Uomo
immenso e unico come il deserto,
divenne un oscuro fondo di calzoni,
s'immiserì, perdette l'innocenza
nel sospetto di non essere altro che umano.
Era venuto il giorno
in cui, il puro orizzonte del deserto, si perde
in un silenzio e in un colore meno perfetto,
si cominciano a vedere i primi palmizi,
e la prima pista compare muta tra le dune.
 
Così il bambino valicò il confine del Primo Paradiso:
che restò indietro, nel tempo; nel tempo, sognato,
di una verde regione rigata di file trasparenti
di pioppi - o in una grande città di provincia.
Il bambino cadde a capofitto sulla terra,
perdette il nome di Lucifero e prese, insieme,
quello di Abele e quello di Caino (ciò vale almeno
per certe terre rosa, mediterranee, e per queste, verdi,
dove le monache a un'Odetta laica l'insegnano).
 
Queste terre furono il Secondo Paradiso.
Ci fu una madre (diciamola adottiva), che, nel tuo caso,
ebbe ricche pellicce odorose di precoci primavere.
Come fu terrestre, dolcemente terrestre,
la sua dolcezza di bambina piccolo borghese,
che, tutte le care cose apprese non le desidera per sé
ma per quel suo figlioletto che le passeggia al fianco,
anche lui tutto imperlato del fresco delle primule!
Scorreva un fiume (nel tuo caso il Po) in quel Paradiso:
perché la casa dove i genitori « adottivi » alloggiano,
dopo il matrimonio, è sempre nei dintorni di un fiume.
O, se non è un fiume, il mare o una catena di colli.
 
Crebbero da soli i frutti, con nomi stupendi,
mele, uva, more, ciliege; e i fiori, gli inutili fiori,
non contarono meno di loro: e anche i loro nomi
erano meravigliosi, primule, appunto, o girasoli,
o bucaneve, o mughetti, e anche, nelle feste, orchidee.
Il sole, là sopra, era certamente una creatura amica
addolcita dall'innocente idea che la madre
comunicava al suo piccolo figlio stretto per mano;
e come nasceva al mattino, moriva alla sera,
cedendo il posto a quelle stelle che il figlio, obbediente,
doveva appena vedere, e presto lasciare ai loro silenzi.
 
Ma quella madre non era innocente, com'egli credeva!
E così lo stesso odio senza ragione - che era nato da solo,
come un frutto o un fiore, nel Primo Paradiso –
nacque anche nel Secondo. La nostra esistenza
non è che un folle identificarsi con quella dei viventi
che qualcosa di immensamente nostro ci mette vicino.
 
Fummo così la madre peccatrice davanti al frutto
il cui mistero risuscitava i giorni del Primo Padre
- tanto anteriori a quelli del verde Paradiso lombardo!
 
Risplendette nuovamente il sole del deserto
su quella piccola mela, desiderio di modeste esistenze.
Il solito sole di ogni giorno se ne stava in disparte,
segregato come in un improvviso dicembre; mentre l'altro,
stupendo, ardeva: misura su cui misurare secoli e miserie.
La mamma dunque, che altri non era che il proprio bambino,
addentò con materna innocenza e figliale incoscienza
quel frutto estivo. Subito il secondo padre, quello adottivo
- che, in confronto al primo, era come lo spento
sole d'inverno in confronto a quello delle Prime Estati –
seguì il suo esempio, esule uomo della terra,
facilmente tentato e facilmente corrotto.
 
Ma anche con lui, noi ci eravamo identificati:
perché, in quanto noi stessi, non potevamo esistere;
potevamo esistere solo se eravamo il padre, la madre.
Peccammo con le loro stesse bocche, le loro stesse mani.
E il Primo Padre ci cacciò anche dal Secondo Paradiso.
 
Sono dunque due i Paradisi che noi abbiamo perduto!
Stretti per mano ai genitori prendemmo le strade del mondo.
Lucifero si distinse da Abele, e seguì il suo destino
finendo nell'oscurità più nera. Abele morì,
ucciso da se stesso col nome di Caino.
Insomma non restò che un figlio, un figlio solo.
 
Dopo molti millenni si ebbe la prima seminagione,
e dopo un altro millennio da questo avvenimento
fu nominato un Re padrone degli uomini moltiplicati.
Ah, quanti vasellami colorati! Dovemmo guadagnarci il pane
e questo cominciò a prenderci a noi stessi, e a perderci
ognuno in una falsa idea di sé, nell'inferno presente.
Per questa strada, dunque, si sta avviando tuo fratello Pietro.
 
Ma perché, nell'esporti questa Teoria dei Due Paradisi,
ho parlato di tuo fratello Pietro e non di te?
È semplice: perché senza la sua storia di figlio maschio
la tua non potrebbe essere confrontata a nulla,
e non si potrebbe quindi neanche cominciare a parlarne.
 
Non ci fu una Lucifera, né una Abele, né una Caina:
tu dunque dovresti essere restata nel Primo Paradiso.
O almeno è quello che dovresti ricordare, col vero Padre:
ed è così, infatti: perciò sei immensamente più vecchia
del tuo padre adottivo, di cui sei innamorata,
di tua madre adottiva, che ha il nome di Lucia,
e di tuo fratello Pietro, esempio dell'intera esistenza.
 
Con ognuno di essi, tu, poverina, ti sei identificata:
e non sai che invece sei laggiù, prima delle loro nascite,
la sola veramente obbediente al Primo Padre.
Cosa deve valere di più, la tua identificazione o il tuo essere?
Tu non sai scegliere, tenera Odetta, perché sei cieca:
così sei scelta; così sei vissuta; e tu recalcitri
inutilmente, persa tra un ricordo ch'è troppo bello
e una realtà che ti porta dal sogno alla pazzia.



Tratto da Teorema libro, Garzannti 1969






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PASOLINI, CALVINO E I FASCISTI

"ERETICO & CORSARO"

 
 
 
PASOLINI, CALVINO E I FASCISTI
La cultura della sinistra e il massacro del Circeo
Pierluigi Battista



Erano «borghesi», «fascisti», «pariolini», violenti. L’efferatezza bestiale del loro crimine si era scatenata su due donne indifese, e questo stava a simboleggiare la cifra «sessista» di una sopraffazione senza confini; e perdipiù su donne «proletarie», e questo particolare ne denunciava la propensione al sopruso «di classe», manifestazione estrema e delinquenziale di una condizione di illegittimo privilegio. I tre assassini del Circeo - Izzo, Ghira e Guido - divennero subito la personificazione di qualcosa di ancor più torbido e infernale di un semplice Male politico, incarnazione di una negatività storica - il «fascismo» - che oltrepassava i confini della dimensione politica vera e propria per trasformarsi in tara antropologica, abiezione umana, turba psichica prima ancora che errore ideologico.
Era il 1975 e la raffigurazione artistica di questo connubio di ferocia e potere sembrava esprimersi nel truculento Salò di Pier Paolo Pasolini. Ma Pasolini, proprio due giorni prima di morire, sorprese ancora una volta il mondo culturale di sinistra e imbastì sul misfatto del Circeo una polemica politico-giornalistica, il cuore di una provocatoria ed estrema «lettera luterana» il cui destinatario era Italo Calvino. A poche ore dalla morte, Pasolini aveva colto nel commento calviniano sul delitto del Circeo (apparso l’8 ottobre sul Corriere della Sera ) il segno di una narcotizzante pigrizia intellettuale, l’aggrapparsi a certezze solide ma inaridite dall’uso e dall’abuso: l’antifascismo rituale, l’identificazione convenzionale tra borghesia italiana e fascismo, la pretesa di fissare una volta per tutte l’inferiorità antropologica e financo umana del «nemico». Un Pasolini tutto diverso da quello lugubre di Salò, il 30 ottobre del ’75 scrisse sul Mondo la sua lettera a Calvino («Tu dici», è l’incipit inequivocabilmente accusatorio) per contraddirlo: «Ho da ridire sul fatto che tu crei dei capri espiatori, che sono: "parte della borghesia", "Roma", i "neofascisti"».
Era una sferzata ai comodi clichés della cultura di sinistra e solo la morte all’Idroscalo di Ostia, quarantotto ore dopo, impedì il consueto profluvio di polemiche che negli ultimi anni aveva travolto ogni scorreria «corsara» di Pasolini. Ma resta altresì significativo che l’ultimo scritto pasoliniano sia stato il suo intervento sul Circeo. Non una difesa dei massacratori, ovviamente. Ma l’insofferenza per chiavi di lettura che a Pasolini risultavano terribilmente anacronistiche. Aveva scritto Calvino: «questi esercizi mostruosi si presentano con la sguaiataggine truculenta delle bravate da caffé, con la sicurezza di farla franca di strati sociali per cui tutto è stato sempre facile, una sicurezza che fa passare in meno che non si dica dai pestaggi all’uscita della scuola alle carneficine nelle ville del week-end». Una linea di assoluta continuità sembra stabilirsi nell’argomentazione calviniana tra «i pestaggi» neofascisti e le «carneficine».
Ma questa continuità è il preludio di un’ulteriore coincidenza socio-politica in cui i «picchiatori fascisti» altro non sarebbero che il frutto marcio di «una parte della borghesia italiana che vive e prospera e prolifera senza il minimo senso di ciò che appartenere a una società significa come relazione reciproca tra gli interessi personali o di gruppo o quelli della collettività». Con il che i neofascisti responsabili della carneficina diventano il prodotto di una «borghesia» su cui a metà degli anni Settanta, nel clima infuocato di una politicizzazione integrale del discorso pubblico, il ceto intellettuale di sinistra scaglia la sua scomunica storica definitiva. Ma nell’intervento di Calvino sui criminali del Circeo Pasolini scorge l’esatto contrario della propria rappresentazione del «nuovo» fascismo, quello del «genocidio» culturale dell’elemento genuinamente popolare e della «neolingua» imposta dall’acculturazione violenta della televisione, che rende drasticamente obsoleto il «fascismo» vecchio stile anatemizzato alla Calvino.
Pasolini, rivolgendosi a Italo Calvino: «i "poveri" delle borgate romane e i "poveri" immigrati, cioè i giovani del popolo, possono fare e fanno effettivamente (come dicono con spaventosa chiarezza le cronache) le stesse cose che hanno fatto i giovani dei Parioli: e con lo stesso identico spirito, quello che è oggetto della tua descrittività». E ancora, con toni sempre più aspri nei confronti del suo interlocutore (con il quale, come è noto, i rapporti non erano mai stati idilliaci): «I giovani delle borgate di Roma fanno tutte le sere centinaia di orge (le chiamano "batterie") simili a quelle del Circeo; e inoltre, anch’essi drogati. L’uccisione di Rosaria Lopez è stata molto probabilmente preterintenzionale (cosa che non considero affatto un’attenuante): tutte le sere, infatti, quelle centinaia di batterie implicano un rozzo cerimoniale sadico». Di più: «L’impunità di tutti questi anni per i delinquenti borghesi e in specie neofascisti non ha niente da invidiare all’impunità dei criminali di borgata». Nel cuore degli anni Settanta, in cui la violenza politica è all’ordine del giorno, la pratica della violenza fa dire a Calvino che, a proposito dei fatti del Circeo, «criminalità politica e criminalità sessuale sembrano in questo caso definizioni riduttive e ottimistiche», ma Pasolini, nel suo ultimo scritto, legge qualcos’altro nei volti delinquenziali di Angelo Izzo e dei suoi due compari stupratori. Lo ripete ancora una volta, in un passaggio che lo stesso Pasolini definisce una «litania»: «la nuova cultura ha distrutto cinicamente (genocidio) le culture precedenti, da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche popolari».
Se nella cultura della sinistra il massacro del Circeo rappresentava l’ennesimo capitolo di una lotta di classe a parti rovesciate, nell’immaginazione pasoliniana il mostro dell’omologazione consumistica aveva disintegrato le classi e dunque anche la borghesia nel cui seno, secondo la linea calviniana, sarebbero cresciuti il fascismo e i carnefici del Circeo, i picchiatori e gli stupratori, i «pariolini» e gli sfruttatori. Ancora Pasolini contro Calvino: «Tu hai privilegiato i neofascisti pariolini del tuo interesse e della tua indignazione, perché sono borghesi. La loro criminalità ti pare interessante perché riguarda i nuovi figli della borghesia. Li porti dal buio della cronaca alla luce dell’interpretazione intellettuale, perché la loro classe sociale lo pretende». E con accenti che coinvolgono la persona stessa del suo antagonista e anche l’ambiente di cui quest’ultimo è espressione: «Ti sei comportato come tutta la stampa italiana, che negli assassini del Circeo vede un caso che la riguarda, un caso, ripeto, privilegiato».


Fonte:
http://www.sagarana.net/anteprimal.php?quale=69








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Pier Paolo Pasolini - L'ODORE DELL'INDIA

"ERETICO & CORSARO"

 
 
L'ODORE DELL'INDIA
Pier Paolo Pasolini



Sono alcune impressioni di Pier Paolo Pasolini durante il suo primo viaggio in India nel 1961, assieme ad Alberto Moravia ed Elsa Morante, scritte per “Il Giorno”e poi raccolte in L'Odore dell'India.
Pasolini ha tracciato una sorta di grande affresco sull'India.
Il suo interesse, infatti, si incentra su tutti gli aspetti dell'India. Pasolini si aggira attento nella realtà caotica del subcontinente indiano, osservando i gesti e le movenze della gente. Seguendo i colori dei paesaggi e soprattutto l’odore della vita. I templi di Benares, le notti di Bombay, tutto l’incanto di una terra ammaliante e, insieme, l’orrore dell’esistenza.
I

Penoso stato di eccitazione all’arrivo. La Porta dell’India. Spaccato,
naturalmente fantasmagorico, di Bombay. Una enorme folla vestita di
asciugamani. Moravia va a letto: mia esibizione di intrepidezza
nell’avventurarmi nella notte indiana.
Pasolini scrive nel suo diario di viaggio:
“Sono le prime ore della mia presenza in India, e io non so dominare la
bestia assetata chiusa dentro di me, come in una gabbia. Persuado Moravia
a fare almeno due passi fuori dall’albergo, e respirare un po’ d’aria della
prima notte indiana.”
“Si sente un canto: sono due, tre voci che cantano insieme, forti, continue,
infervorate.
Il tono, il significato, la semplicità sono quelli di un qualsiasi canto di
giovani che si può ascoltare in Italia o in Europa: ma questi sono indiani,
la melodia è indiana. Sembra la prima volta che qualcuno canti al mondo.
Per me: che sento la vita di un altro continente come un’altra vita, senza
relazioni con quella che io conosco, quasi autonoma, con altre sue leggi
interne, vergine.”
“Questa enorme folla vestita praticamente di asciugamani, spirava un
senso di miseria, di indigenza indicibile, pareva che tutti fossero appena
scampati a un terremoto, e, felici per esserne sopravvissuti, si
accontentassero dei pochi stracci”.

II

Niente religione di Stato!
Un frammento degli antichi riti Grecia Ciopatti (Beach a Mumbai).
Altre giudiziose osservazioni sulle abitudini religiose indù.
Mani giunte a Aurangabad. Una rivelazione:
il modo con cui gli indiani dicono di sì.
Parlando della vita in India: "La vita in India, ha i caratteri
dell'insopportabilità: non si sa come si faccia a resistere mangiando un
pugno di riso sporco, bevendo acqua immonda, sotto la minaccia continua
del colera, del tifo, del vaiolo, addirittura della peste, dormendo per terra, o
in abitazioni atroci. Ogni risveglio al mattino dev’essere un incubo. Eppure
gli indiani si alzano, col sole, rassegnati, cominciano a darsi da fare: è un
girare a vuoto per tutto il giorno, un po’ some si vede a Napoli, ma, qui,
son risultati incomparabilmente più miserandi. È vero che gli indiani non
sono mai allegri: spesso sorridono, è vero, ma sono sorrisi di dolcezza, non
di allegria.”
“Era coperto dei soliti stracci bianchi: e intorno a lui, lungo quel viale
periferico ( se periferia e centro hanno un senso per le città indiane), la
solita lugubre miseria, i soliti negozietti grandi poco più che scatole, le
solite casupole in disfacimento, i soliti magazzini marciti dal soffio dei
monsoni, il solito altissimo odore che mozza il fiato. Quell’odore di poveri
cibi e di cadavere, che, in India, è come un continuo soffio potente che dà
una specie di febbre. È quell’odore, che, diventando un po’ alla volta una
entità fisica quasi inanimata, sembra interrompere il corso normale della
vita nei corpi degli indiani.
“Sia ben chiaro che l’India non ha nulla di misterioso, come dicono le
leggende. In fondo si tratta di un piccolo paese, son solo quattro o cinque
grosse città, di cui una sola, Bombay, degna di questo nome; senza
industrie, o quasi. In sostanza si tratta di un enorme sottoproletariato
agricolo, bloccato da secoli nelle sue istituzioni dalla dominazione
straniera.
“Erano della gente ricca, dei soci del Rotary Club. Dopo qualche minuto
erano là che cenavano intorno a un lunghissimo tavolo, muti nella luce
intensa che li isolava dalla tetra notte della campagna non priva di cobra e
tigri, dove migliaia di miserabili dormivano nelle loro capanne o sulla
nuda terra.”
“Benché l’India sia un inferno di miseria è meraviglioso viverci, perché
manca quasi o totalmente di volgarità. Anche la volgarità dell’ “eroe” in
cui il povero indiano si identifica (il ciccione roseo coi baffi neri) è in
realtà assolutamente ingenua e buffa. I ciccioni coi baffi neri, volgari nel
senso vero della parola (ossia, nella specie, contaminati dall’imitazione di
una borghesia straniera, e, per essere ancora più precisi,
dell’americanismo) sono rarissimi. Certo oggettivamente, il pericolo c’è. I
deboli hanno una forte tendenza a diventare violenti, i fragili a diventare
feroci: sarebbe terribile che un popolo di quattrocento milioni di abitanti,
che in questo momento ha un così forte peso nella scena storica e politica
del mondo, si occidentalizzasse in questo modo meccanico e deteriore.”
Pensiero di un bambinello indiano:
“I nostri villaggi sono costruiti col fango e con lo sterco di vacca, le nostre città non sono che dei mercati senza forma, tutti polvere e miseria. Malattie di ogni genere ci minacciano come i serpenti. E ci nascono tanti fratellini che non ce la facciamo a trovare un pugno di riso da dividerci. Cosa succederà di noi? Cosa possiamo fare? Però in questa tragedia,
resta nei nostri animi qualcosa che se non è allegria: è tenerezza, è umiltà verso il mondo, amore… Con questo sorriso di dolcezza, tu, fortunato straniero, tornato nella tua patria ti ricorderai di noi, poveri indianini…”

III

Difficoltà per il “bisturi” storicistico a analizzare le tradizioni castali
indiane.
In cosa consiste il senso d’identità degli indù: la fissazione degenerante.
Esempi di tale fissazione (che non ha nulla a del meschino conformismo
europeo):
le mansioni, la ritualità culinaria eccetera. La morte “codificata” di una
vecchia vestita verde a Ajanta. Tipi di intellettuali indiani: poeti, critici,
giornalisti…
Patetiche puntatine a Nehru.
“Nehru ha dichiarato pubblicamente, di fronte a tutti i suoi quattrocento
milioni di cittadini, che non è credente, che la religione è certo una bella
cosa, ma a lui non interessa affatto. C’è dunque un notevole distacco tra
Nehru e l’India: un distacco che in certi momenti è un abisso. L’India è
infatti ancora nelle sue tradizioni nazionali. In India la tradizione è una
tradizione “castale”. E le sue fossilizzazioni scorrono nelle “superfici
interne” del paese: è quindi molto difficile, per il “bisturi” storicistico,
isolarle e analizzarle. Inoltre esse si sono “conservate” in condizioni
chiaramente complesse, cioè attraverso i vari ambienti statici creati dalle
successive dominazioni straniere: perciò la loro conservazione è in realtà
una degenerazione. Sono state abolite le caste. La vita, ora, procede come
se tale abolizione fosse reale: in realtà non lo è ancora. È proprio vere che
gli intoccabili non esistono più? È concepibile un popolo moderno in cui ci
siano milioni di intoccabili? L’unica differenziazione tra un individuo e un
altro è, in pratica, il suo credo e il suo rito religioso: a cui appunto gli
individui si attaccano con folle tenacia, è pura, maniaca esteriorità rituale.
Cioè, a tutti i livelli, gli indiani appaiono codificati. È quello che in Europa
si chiama conformismo, ma che qui, non essendo borghese o piccolo
borghese, ma tradizionale, di una tradizione antica e disperata, non ha nella
di misero e meschino: la piccolezza a cui riduce l’uomo ha qualcosa di
grandioso. Un bramini non potrà fare quello che fa un sick, e un sick non
si adatterà mai a fare quello che fa un intoccabile.”
“la tradizione castale è un cancro sparso e radicato in tutti i tessuti indiani.
Nehru ha il prestigio per poterne tentare con la forza l’estirpazione: a meno
che anch’egli non si ricordi un po’ troppo di essere un bramino.”
“Le cose mi colpivano ancora con violenza inaudita: cariche di
interrogativi, e, come dire, di potenza espressiva. I colori dei pepli delle donne, che lì erano perdutamente accesi, senza nessuna delicatezza, verdi che erano azzurri, azzurri che erano viola; l’oro delle conchette per l’acqua, piccole e preziose come scrigni, i mucchi di folla vestiti di stracci
svolazzanti; i sorrisi nelle facce nere sotto i turbanti bianchi: tutto mi si
riverbera nella cornea, imprimendosi con tale violenza da scalfirla.”
Impressioni di città:
“Aurangabad è una cittadina , a duecento miglia da Bombay, il solito
ammasso informe di casupole male addossato l’una all’altra, di vicoli
sconci e di bazar, allineati lungo una storta strada centrale, oltre i cunicoli
aperti degli scoli.
“A Cochin invece tutti i bazar erano aperti, la luce scintillava dappertutto,
e la folla stracciata coi suoi abiti fantastici si aggirava ancora per le piccole
strade, sotto i muretti e le case olandesi.”
“Le cose apparivano e sparivano come visioni, incapsulate in grappoli di
luci dall’aria indicibilmente “orientale”: una porta musulmana, some un
relitto in mezzo a una mare di catapecchie, allineate, con le bottegucce
coperte di stoffe o cibi colorati, e davanti il vortice della gente, con bende
azzurre, rosse sul capo, vestiti assurdi, di un’epoca millenni lontana dalla
nostra, caprette, vacche, ricsò…”
“Calcutta, la sconfinata città dove ogni dolore e disagio umano tocca
l’estremo limite, e la vita si svolge come un balletto funebre.”
Impressioni sulla religione:
“Ho visto un giovane, immobile, cero, astratto: ma, negli occhi stravolti,
c’era un grande ordine e una gran pace. Era scalzo. Stava eretto, immobile,
inafferrabile: fatto puro silenzio. Guardai cosa adorava. Si trattava di un
ranocchio.”
“So che in sostanza il Bramanesimo parla di una forza originaria vitale, un
“soffio”, che poi si manifesta e concreta nella infinita plasticità delle
cose.”
“la non violenza è nelle sue radici, nella ragione stessa della sua vita.”
"Ho osservato tra gli indiani una religiosità generica e diffusa: un prodotto
medio della religione. La non violenza, insomma, la mitezza, la bontà
degli indù. Essi hanno forse perso contatto con le fonti dirette della loro
religione (che è evidentemente una religione degenerata) ma continuano ad
esserne dei frutti viventi. Così la loro religione, che è la più astratta e
filosofica del mondo, in teoria, è, ora, in realtà, una religione totalmente
pratica.".
Ciò che, comunque, nei vari testi, risulta letterariamente più vivo è il
susseguirsi dei ritratti umani. Così il borghese indiano è "massiccio,
corpulento, coi capelli che sarebbero bellissimi come quelli di quasi tutti
gli indiani, se un barbiere benpensante non glieli avesse resi simili a due
ali di corvo spezzate sulla nuca spelacchiata". Sua moglie è "Grassa... con
un po' di peluria sul labbro superiore" e la figlia è "vestita all'europea,
stranamente bruttina, che ride con la voce di un cattivo grammofono". Il
ritratto più intenso, e tragico, visto nel contesto del suo operare, è però
quello di Madre Teresa di Calcutta, la suora che aiuta i lebbrosi: "Suor
Teresa è una donna anziana, bruna di pelle perché è albanese, alta, asciutta,
con due mascelle quasi virili e l'occhio dolce, che, dove guarda, "vede".
Assomiglia in modo impressionante a una famosa Sant'Anna di
Michelangelo: e ha nei tratti impressa la bontà vera, quella descritta da
Proust nella vecchia serva Francesca: la bontà senza aloni sentimentali,
senza attese, tranquilla e tranquillizzante, potentemente pratica".
Per il lirismo che la anima, le pagine dell'Odore dell'India sembrano più un
frammento autobiografico che un semplice diario di viaggio.
L'impressione che riportò di fronte a ciò che vide, del resto, fu tale che in
seguito Pasolini girerà un documentario dal titolo Appunti per un film
sull'India.
Certo non poteva mancare in questo viaggio da parte di Pasolini e
compagni, una ricerca delle radici estetiche, di tutte le forme di un’arte
condannata all’oblio dalla marea montante di ciò che solo molti anni dopo
verrà indicata come globalizzazionee perdita d’identità.
Impressioni sulla morte:
“Sopra uno zoccolo era distesa una vecchia, proprio lungo la soglia.
Pareva inchiodata sulla pietra. Magra come un bambino, stava lì supina,
con la nuca sulla pietra, agitando la testa a destra e a sinistra.
Il suo vestito era verde, d’un verde acceso. Anche dei bambini la
guardavano con me: e anche nel loro sguardo c’era un leggero sgomento,
ma come rassegnato e scontato.
Il verde acceso della stoffa, la pelle scura e raggrigiata… Ma, da vicino, mi
accorsi che i movimenti della bocca, che parevano puri moti di dolore, di
smaniosa insofferenza, erano invece parole, suoni. Infatti, la vecchia
morente, cantava. Non era proprio un canto articolato, ma una nenia, una
cantilena. Il dolore, la spavento, lo spasimo, la tortura avevano trovato
quella cifra in cui cristallizzarsi: sfuggivano alla loro particolarità
intollerabile per sistemarsi, e quasi ordinarsi, in quel povero meccanismo
di parole e melodia. Eppure bastava a trasformare l’intollerabilità la morte
in uno dei tanti disperati, ma tollerabili, atti della vita.”
“Nell’acqua del Gange si immergono i cadaveri prima di bruciarli,
nell’acqua del Gange si buttano, non bruciati, ma sistemati tra due lastroni
di pietra, i santoni, i vaiolosi e i lebbrosi: nell’acqua del Gange galleggiano
tutti i rifiuti e le carogne di una città che praticamente è un lazzaretto,
perché la gente ci viene a morire. Dicevo all’inizio, per questi ragioni, che
tra l’India castale e il suo leader educato a Cambridge, la differenza è
talvolta addirittura un abisso.”

IV

Addio Delhi: lunghissimo viaggio su una Dodge con un sick al volante
attraverso tutta la pianura del Gange. Le cose che si vedono.
Il San Pietro dell’India. Ah, il Clark’s Hotel! Intorno ai roghi dei morti a
Benares: l’unica ora dolce e serena.
“Addio Delhi. Con un dolce peso di piacere dentro il corpo, piacere per il
lungo viaggio che ci attende all’alba, i grandi viali della città-ministero,
della città-ambasciata, della città-cocktail. (Povera città, in cui gli aspetti
occidentali sprofondano irrimediabilmente nella malinconia degli spazi
troppo immensi in cui c’è sempre un derelitto banjan con le sue radici al
vento, un cane, un miserabile: a testimoniare l’invincibilità di una
miseria.”
“Ad Agra c’è il Taj Mahal. Il San Pietro dell’India, o meglio una tomba
mussulmana. Ci si leva le scarpe, nel vasto piazzale antistante: e, con la
furia mal repressa che dà il levarsi per la centesima volta le scarpe, si entra
tra gruppi di turisti vestiti come mendicanti, e mendicanti tranquilli come
turisti. Tutto biancheggia gelido contro il cielo che gli sprofonda dietro
sulla curva del grande fiume.”
“Siamo ripiombati, con la Dodge, in mezzo alle grandi campagne e alla
giungla.
La strada scorre infinita. Attimo per attimo c’è un odore, un colore, un
senso che è l’India: ogni fatto più insignificante ha un peso d’intollerabile
novità.”
“Kajurao è quasi deserto, perché consiste di poche case, di un nitido
alberghetto, e di un tempio moderno. C’è un certo benessere, dovuto alle
visite dei turisti. Perciò si sta in pace.
I sei templi, in mezzo a un immenso prato, sono, nel loro insieme, di una
bellezza sublime.”
“Un ritratto di Gandhi alla parete: un Gandhi nudo come un verme,
con uno straccio tutto pulito intorno ai fianchi e gli occhiali sulla faccia
furba di testuggine: povero, grande, pazzo eroe!”
“Gli stagni, i villaggi, la giungla, le coltivazioni di miglio, le file dei
carretti coi bufali, gli stagni i villaggi… E le città: il mercato, il fetido
formicolio, i corpi mozzi dall’impotenza che è fisicamente odore e vento,
le vacche, i lebbrosi, le periferie con le lunghe e basse costruzioni
coloniali, gli spiazzi pieni di capre e bambinelli…”
“E l’incantatore coi suoi cobra, che, come vede verso di lui un europeo, ci
dà sotto: piru-piru-piru con la sua trombetta, e il cobra comincia a
dondolarsi dicendo di sì. È da lui che hanno imparato a dire di sì gli
indiani, e anche a danzare.”
“Benares. Niente di nuovo: le vie del centro sono grandi vie di mercati, coi
negozietti affastellati sotto le case sbilenche con le logge di legno, e la
solita folla affamata, sporca e svestita. Naturalmente, le vacche.”
“Sul selciato luccicante di chissà che atroci umori, sono distese file di
corpi: è tardi, e molti dormono ormai, lì per terra, ai margini della strada.
Ognuno al suo posto, dove la sera si accuccia; spesso son intere famiglie
negli stessi stracci.”
“Una foresta di tristi ombrelloni e di panche, riempite di fedeli che si
apprestano a passare lì la notte, e un ammasso informe di imbarcazioni che
si intravedono appena: dietro, il cieco luccichio del Gange. In fondo,
brillano dei fuochi. Arriviamo sotto i fuochi: sono questi i roghi dei morti:
tre: due alti, come in cima a una scalinata, e uno più in basso, a pochi metri
dal pelo dell’acqua. Intorno ai roghi vediamo accucciati molti indiani, coi
loro soliti stracci. Nessuno piange, nessuno è triste, nessuno si dà da fare
per attizzare il fuoco: tutti pare aspettino soltanto che il rogo finisca, senza
impazienza, senza il minimo sentimento di dolore, o pena, o curiosità.
Così, confortati dal tepore, sogguardiamo più da vicino quei poveri morti
che bruciano senza dar fastidio a nessuno. Mai, in nessun posto, in
nessun’ora, in nessun atto, di tutto il nostro soggiorno indiano, abbiamo
provato un così profondo senso di comunione, di tranquillità e, quasi, di
gioia.”

Tratto da “Scritti Corsari”.



Fonte:
http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=575







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