sabato 9 agosto 2014

Pier Paolo Pasolini - GERARCHIA

"ERETICO & CORSARO"
 

 
 
Pier Paolo Pasolini
Da Trasumanar e organizzar (1971)
"Gerarchia" 
 
 
 
Se arrivo in una città
oltre l'oceano
Molto spesso arrivo in una nuova città, portato dal dubbio.
Divenuto da un giorno all'altro pellegrino
di una fede in cui non credo;
rappresentante di una merce da tempo svalutata,
ma è grande, sempre, una strana speranza -
Scendo dall'aeroplano col passo del colpevole,
la coda tra le gambe, e un eterno bisogno di pisciare,
che mi fa incamminare un po' ripiegato con un sorriso incerto -
C'è da sbrigare la dogana, e, molto spesso, i fotografi:
comune amministrazione che ognuno cura come un'eccezione.
Poi l'ignoto.
Chi passeggia alle quattro del pomeriggio
sulle aiuole piene di alberi
e i boulevards d'una disperata città dove europei poveri
sono venuti a ricreare un mondo a immagine e somiglianza del loro, spinti dalla povertà a fare di un esilio una vita?
Con un occhio alle mie faccende, ai miei obblighi -
Poi, nelle ore libere,
comincia la mia ricerca, come se anch'essa fosse una colpa -
La gerarchia però è ben chiara nella mia testa.
Non c'è Oceano che tenga.
Di questa gerarchia gli ultimi sono i vecchi.
Sì, i vecchi alla cui categoria comincio ad appartenere
(non parlo del fotografo Saderman che con la moglie
già amica della morte mi accoglie sorridendo
nello studiolo di tutta la loro vita)
Sì, c'è qualche vecchio intellettuale
che nella Gerarchia
si pone all'altezza dei più bei marchettari
i primi che si trovano nei punti subito indovinati
e che come Virgili conducono con popolare delicatezza
qualche vecchio è degno dell'Empireo,
è degno di star accanto al primo ragazzo del popolo
che si dà per mille cruzeiros a Copacabana
ambedue son lo mio duca
che tenendomi per mano con delicatezza,
la delicatezza dell'intellettuale e quella dell'operaio
(per lo più disoccupato)
la scoperta dell'invariabilità della vita
ha bisogno di intelligenza e di amore
Vista dall'hotel di Rua Resende Rio -
l'ascesi ha bisogno del sesso, del cazzo -
quella finestrella dell'hotel dove si paga la stanzetta -
si guarda dentro Rio, in un aspetto dell'eternità,
la notte di pioggia che non porta il fresco,
e bagna le strade miserabili e le macerie,
e gli ultimi cornicioni del liberty dei portoghesi poveri
sublime miracolo!
E dunque José Carrea è il Primo nella Gerarchia,
e con lui Harudo, sceso bambino da Bahia, e Joaquim.
La Favela era come Cafarnao sotto il sole -
Percorsa dai rigagnoli delle fogne
le baracche una sull'altra
ventimila famiglie
(egli sulla spiaggia chiedendomi la sigaretta come un prostituto)
Non sapevamo che a poco a poco ci saremmo rivelati,
prudentemente, una parola dopo l'altra
detta quasi distrattamente:
io sono comunista, e: io sono sovversivo;
faccio il soldato in un reparto appositamente addestrato
per lottare contro i sovversivi e torturarli;
ma loro non lo sanno;
la gente non si rende conto di nulla;
essi pensano a vivere
(mi parla del sottoproletariato)
La Favela, fatalmente, ci attendeva
io gran conoscitor, egli duca -
i suoi genitori ci accolsero, e il fratellino nudo
appena uscito di dietro la tela cerata -
eh sì, invariabilità della vita, la madre
mi parlò come Lìmardi Maria, preparandomi la limonata
sacra all'ospite; la madre bianca ma ancor giovane di carne;
invecchiata come invecchiano le povere, eppur ragazza;
la sua gentilezza con quella del suo compagno,
fraterno al figlio che solo per sua volontà
era ora come un messo della Città -
Ah, sovversivi, ricerco l'amore e trovo voi.
Ricerco la perdizione e trovo la sete di giustizia.
Brasile, mia terra,
terra dei miei veri amici,
che non si occupano di nulla
oppure diventano sovversivi e come santi vengono accecati.
Nel cerchio più basso della Gerarchia di una città
immagine del mondo che da vecchio si fa nuovo,
colloco i vecchi, i vecchi borghesi
ché un vecchio popolano di città resta ragazzo
non ha da difendere niente -
va vestito in canottiera e calzonacci come Joaquim il figlio.
I vecchi, la mia categoria,
che vogliano o non vogliano -
Non si può sfuggire al destino di possedere il Potere,
esso si mette da solo
lentamente e fatalmente in mano ai vecchi,
anche se essi hanno le mani bucate
e sorridono umilmente come martiri satiri -
Accuso i vecchi di avere comunque vissuto,
accuso i vecchi di avere accettato la vita
(e non potevano non accettarla, ma non ci sono
vittime innocenti)
la vita accumulandosi ha dato ciò che essa voleva -
accuso i vecchi di avere fatto la volontà della vita.
Torniamo alla Favela
dove non si pensa nulla
o si vuole diventare messi della Città
là dove i vecchi sono filo-americani -
Tra i giovani che giocano biechi al pallone
di fronte a cucuzzoli fatati sul freddo Oceano,
chi vuole qualcosa e lo sa, è stato scelto a sorte -
inesperti di imperialismo classico
di ogni delicatezza verso il vecchio Impero da sfruttare
gli Americani dividono tra loro i fratelli superstiziosi
sempre scaldati dal loro sesso come banditi da un fuoco di sterpi -
E' così per puro caso che un brasiliano è fascista e un altro sovversivo;
colui che cava gli occhi
può essere scambiato con colui cui gli occhi sono cavati.
Joaquim non avrebbe potuto mai essere distinti da un sicario.
Perché dunque non amarlo se lo fosse stato?
Anche il sicario è al vertice della Gerarchia,
coi suoi semplici lineamenti appena sbozzati
col suo semplice occhio
senz'altra luce che quella della carne
Così in cima alla Gerarchia,
trovo l'ambiguità, il nodo inestricabile.
O Brasile, mia disgraziata patria,
votata senza scelta alla felicità,
(di tutto son padroni il denaro e la carne,
mentre tu sei così poetico)
dentro ogni tuo abitante mio concittadino,
c'è un angelo che non sa nulla,
sempre chino sul suo sesso,
e si muove, vecchio o giovane,
a prendere le armi e lottare,indifferentemente,
per il fascismo o la libertà -
Oh, Brasile, mia terra natale, dove
le vecchie lotte - bene o male già vinte -
per noi vecchi riacquistano significato -
rispondendo alla grazia di delinquenti o soldati
alla grazia brutale


 
Fonte:





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Pasolini - Come leggere Penna

"ERETICO & CORSARO"

 


Come leggere Penna
Tratto da Passione e Ideologia, Garzanti

Un esame critico della poesia di Penna, abbastanza esteso, sulla rivista «Paragone» l’abbiamo scritto a proposito della plaquette Una strana gioia di vivere (Scheiwiller, 1956) ora inclusa nelle recenti poesie (Garzanti, 1957, e uno dei premi Viareggio dell’anno): a proposito di queste poesie, dunque, che sono gran parte della produzione di Penna, non ci resterebbe qui che riassumerci: perciò preferiamo fare alcune osservazioni marginali ma nuove.
A dire la verità, tra i suoi lettori, Penna conta un assai maggior numero di amici che di nemici: crediamo che siano pochi coloro che non stimino la poesia di Penna. Pubblicamente, a dirne male, sono stati i fascisti. Ma è famoso il caso dell’elezione del federale di una città emiliana, scelto tra coloro che si facevano più onore in un bordello. Questa mitizzazione della virilità canonica è uno dei
dati psicologici più tipici del fascismo: i piccoli, i colpevoli, gli impotenti, hanno creato il mito di uno… stato grande, conformato e potente. Dell’eros della poesia
di Penna la gente di quest’orbita ghigna, e ne approfitta per fondarvi una nuova patente di apodissi etica di spesso e grasso empirismo, bisognoso sempre di disperate conferme.

Gli altri – quelli che arricciano il naso, pur senza ghignare, o, freddamente, con secca denegazione tratta dai gloriosi effati atti a esprimere l’ineffabile, lo respingono – sono il minimo che si potesse preventivare per un libro come questo di Penna. Del resto, chi non comprende la sensualità altrui, significa che non ha capito o risolto o appagato la propria.

Resta l’aliquota maggiore: coloro che amano Penna, e, indulgenti, sorridono all’oggetto della sua poesia, prescindendone, magari con illuminata saggezza di laici o spirito di veri cristiani. Non è detto però che il loro modo di leggere Penna sia, in tali termini, attendibile. Intanto: questo libro è stato generalmente letto tutto d’un fiato (anche magari non per intero) oppure lasciato sul comodino, perché può essere – e lo è assai spesso – un livre de chevet. In tal caso viene delibato a raterelle serali. Due modi equivoci di leggere Penna, perché in qualche modo troppo affettuosi. Bisogna invece cominciare col non prescindere troppo, e col non essere troppo caritatevoli. È vero che si può dare un eccesso di reazione: e piuttosto che gettare la prima pietra, si preferisca far finta di niente: ma è questa una vera comprensione? Diciamo che non bisogna prescindere troppo, e non essere troppo caritatevoli, non a proposito dell’oggetto dell’eros penniano, no certo: ma a proposito dei fenomeni di questo eros: che sono da una parte ossessivi, e quindi, per definizione, monotoni (sicché, chi legge tutto d’un fiato rischia di trovare, ingiustamente, questa poesia priva di una storia psicologica), e, dall’altra, sono eccessivamente eletti, tendono a precipitare in singoli momenti linguisticamente felici e leggeri, che parrebbero esaurirsi poesia per poesia (altro rischio di vedere in Penna un poeta senza
storia interiore).

Gli uni e gli altri di questi lettori (che possono coesistere in una medesima persona) finiscono col saper dire soltanto del libro di Penna che è delizioso: quasi che per lui fosse lecito sospendere ogni giudizio critico, con quanto di psicologico, ideologico e morale esso comporta dietro l’analisi stilistica, e arrestarsi a una sorta di irrelata coscienza del suo valore. Della sua grazia.

Questo è stato il limite della critica ermetica alla poesia di Penna, e pare sussistere anche oggi.

In realtà a noi sembra che la poesia di Penna sia infinitamente più drammatica e complessa di quanto non sembri: intanto, tanta felicità d’ispirazione, tanta euforia, è dovuta, originariamente, alla scoperta di un eros che – per spontanea rigenerazione dello stupore – rende continuamente meravigliosa l’esistenza: mentre, al contrario, avrebbe dovuto renderla, secondo i canoni sociali e religiosi vigenti e correnti, inaccettabile, orrenda. Ma la gioia – o diciamo piuttosto la joi, secondo l’idealeggiante formula provenzale – o meglio, secondo il termine mistico tout court, l’enthousiasmos – che inonda la vita di Penna e rende estatici e ridenti i suoi versi, spesso come certe inanalizzabili quartine popolari (di cui condivide insieme la normalità linguistica stilizzante, e l’assoluta, gratuita inventività) è una forma della religiosità, o della morale religiosa, che in Penna è rimasta schiacciata o mistificata dalla nevrosi.

L’angoscia che, insieme alla gioia, serpeggia in tutto il libro, il disperato bisogno d’elezione – si guardi, nella fattispecie, l’assoluta elezione linguistica: la carenza di barocchismi (se non limpidissimamente ironici), di dialettismi ecc. – confermano che Penna non è per nulla, nel fondo, come usa dire in tali casi, greco: e che anche il suo male è un male del nostro secolo, un caso di dolore, non di grazia.

Si può dire che tutta la poesia di Penna, derivando da una mancata religiosità (di tipo mistico, s’intende, piuttosto che etico), sia uno sfogo, un transfert di quella mancata religiosità, fattasi, nell’intima confusione, religione dei sensi. Infatti ogni fenomeno dell’eros, ogni sguardo, ogni atto, ogni desiderio, ogni situazione, anche la più imbarazzante ed eccitante, sono – senza mai però tingere nell’astratto – depurati da ogni determinazione temporale, da ogni idiomaticità. Divengono prove: quasi fulgurazioni di tratto in tratto deliziosamente ritornanti nella vita, a dire di un fatto sempre uguale e sempre presente: l’amore dei sensi, con tutti i suoi profondi echi nello spirito sia pur cieco e smarrito.
Da ciò deriva, nella poesia di Penna, un’assoluta mancanza di sensualità – o addirittura, come direbbe un critico novecentesco, di sensuosità. Esse sono in nuce delle parabole, attestanti una verità, folle, a stupenda.

1958






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Pasolini, Passione e Ideologia.

"ERETICO & CORSARO"



Passione e ideologia è un saggio scritto da Pier Paolo Pasolini e pubblicato da Garzanti nel 1960.
Il saggio, del quale vi è un precedente progetto per l'editore Lerici del 1957 con il titolo Dal Pascoli ai neo-sperimentali che passerà nella seconda parte di Passione e ideologia, è dedicato allo scrittore Alberto Moravia.
L'aspetto altamente autobiografico dell'opera saggistica viene indicato da Pasolini in un frammento introduttivo, dattiloscritto e non inserito nel volume dove si legge: "Ho cercato di dare con gli insicuri mezzi offerti da quella educazione a me, ineducabile per definizione, una certe veste di normalità ai tentativi più puerili e gratuiti di conoscere degli stati, delle irresoluzioni, negli altri, che mi pareva di aver sperimentato".

Prima Parte:

L'opera è divisa in due parti. La prima parte è intitolata "Due studi panoramici" ed è a sua volta divisa in due sezioni: la prima sezione, intitolata La poesia dialettale del Novecento, riprende, con qualche leggera variante, l'introduzione all'antologia del 1952, Poesia dialettale del Novecento, mentre la seconda sezione, che deriva dall'introduzione al Canzoniere italiano. Antologia della poesia popolare del 1955, è intitolata La poesia popolare italiana.

Nella prima sezione l'autore, nel tratteggiare l'universo poetico dialettale, inizia dall'Italia meridionale con Di Giacomo e percorre la Sicilia, la Sardegna, la Calabria, le Puglie per giungere a Roma e a Milano, facendo notare il distacco di Pascarella e di Trilussa dal mondo poetico di Belli e l'allontanamento di Tessa dal Porta.
Il passaggio alle regioni del Nord vede molti personaggi del Piemonte, della Liguria (soprattutto Edoardo Firpo), dell'Emilia, della Romagna, del Veneto. Nel passare poi alla Trieste del Giotti e alla Grado di Marin, Pasolini compie un excursus nel quale mette in evidenza la mancanza di una poesia dialettale antifascista.
La prima sezione termina con il capitolo Il Friuli, dedicato alla regione e al dialetto dell'autore.

La seconda sezione si apre con il capitolo di discussione sulla letteratura critica intitolato Un secolo di studi sulla poesia popolare che vede come protagonisti Tommaseo, D'Ancona, Nigra, Croce, Gramsci.
Nel secondo capitolo, intitolato Il problema, Pasolini dà la definizione della poesia popolare che egli intende come prodotto del rapporto tra la classe dominante e quella dominata, tra la cultura del ceto alto a quella arcaica del popolo. L'autore prosegue poi il suo percorso geografico partendo questa volta dall'Italia settentrionale, attraversando l'Italia centrale per arrivare nell'Italia meridionale. I problemi che affronta sono, tra i tanti, quelli del "realismo" della poesia popolare, della "semi-popolarità" per i canti toscani, della natura "collettiva" del poeta popolare. Pasolini si sofferma su testi particolari, come la Baronessa di Carini siciliana e Fenesta ch'a lucive partenopea che gli ispirano pagine molto belle come quelle sul mondo friulano.
L'ultimo capitolo si occupa di Poesia folclorica e canti militari e si conclude sulla metà degli anni Cinquanta dove l'autore denuncia la tendenza del canto popolare a scomparire a causa del "mutato" rapporto sociale-letterario delle due classi, per "la forte diminuzione dell'analfabetismo, la stampa, il cinema, la radio" e per "la recente formazione di una lingua italiana, che non è più il semplice italiano letterario per élite, ma una diffusissima koinè: una seconda lingua parlata dopo il dialetto".

Seconda Parte:

La seconda parte dell'opera intitolata Dal Pascoli ai neo-sperimentali parte dal saggio di Giovanni Pascoli del 1955 scritto per inaugurare la rivista Officina al quale segue una panoramica su tutto il Novecento. Il saggio seguente sarà su Montale, una recensione a La bufera e altro del 1956, a cui seguiranno Un poeta in genovese del 1957 su Edoardo Firpo, Un poeta in abruzzese del 1952 su Vittorio Clemente e Un poeta molisano del 1957 su Eugenio Cirese. Seguono due saggi su Gadda, la recensione alle Novelle del Ducato in fiamme del 1953 e uno scritto sul Pasticciaccio del 1958.
Nel procedere nella lettura di questa seconda parte si incontra un lungo saggio, che era già apparso nel 1956, dal titolo La confusione degli stili, sintesi della situazione letteraria italiana. Segue una sezione "Sui testi" che è articolata in recensioni dedicati a Carducci, a Ungaretti, a Rebora, a Sbarbaro, a Saba, a Barile, a Penna, a Bertolucci, a Bassani, ai poeti di Luciano Anceschi, a Paolo Volponi poeta, a Francesco Leonetti, a Sergio Solmi, a Mario Luzi, a Parronchi, a Matacotta, a Zanzotto, a Fortini.
L'opera si conclude con due saggi importanti, quello su Il neo-realismo del 1956 e La libertà stilistica del 1957. Nel primo viene individuato il paesaggio letterario italiano con i giovani Elio Pagliarani, Leonetti, Giuliani e altri, mentre nel secondo, che era già apparso su Officina come introduzione a una silloge di poeti neosperimentali, come Arbasino e Sanguineti, Pasolini colloca i poeti che appartengono al periodo della "libertà stilistica".



Passione e ideologia
1960
commento di Massimiliano Valente
Tratto da Pagine Corsare di Angela Molteni

    "Passione e ideologia": questo e non vuole costituire un'endiadi (passione ideologica o appassionata ideologia), se non come significato appena secondario. Né una concomitanza, ossia: "Passione e nel tempo stesso ideologia". Vuol essere invece, se non proprio avversativo, almeno disgiuntivo: nel senso che pone una graduazione cronologica: "Prima passione e poi ideologia", o meglio "Prima passione, ma poi ideologia". Il lettore potrà capire questo passaggio sia con l'imbattersi in dichiarazioni esplicite, sia col seguire le trasformazioni e le varie vicende di due gruppi tematici: la poesia regionale dialettale e Pascoli. Vedrà come nei saggi più vecchi l'individuazione dell'esistenza di questi due fatti si limiti a se stessa, quasi che il suo attuarsi fosse di per sé una ragione critica esauriente. E non nego che in qualche modo lo fosse, data la sovversione di certi valori e di certe abitudini ch'essa implicava. Ma il lettore vedrà poi come, invece, quei due gruppi tematici, pur ritornando, pressocché ossessivi, per tutto il libro, prevedano una visione storica in cui la loro semplice constatazione non è più sufficiente. La passione, per sua natura analitica, lascia il posto all'ideologia, per sua natura sintetica... (1)
In questa nota contenuta nel volume Pasolini spiega il suo atteggiamento culurale perennemente in bilico tra ricerca e studio appassionato seguito e integrato dall'ideologia.Passione e ideologia viene pubblicato nel 1960, anno cruciale per Pasolini, che vede pubblicata la raccolta di poesie La religione del mio tempo, e la lavorazione del suo primo film da regista, Accattone.
Gli scritti conenuti in questa raccolta saggistica riguardano l'attività letteraria svolta da Pasolini tra il 1948 e il 1958.
La parte centrale del volume è costituita da due lunghe e corpose introduzioni alle antologie realizzate per l'editore Guanda: La poesia dialettale del Novecento, curata con Mario Dell'Arco e pubblicata nel '52, e Canzoniere italiano, antologia della poesia popolare pubblicato nel '55.
In Passione e ideologia Pasolini volge il proprio sguardo a una elaborazione critica, che si focalizza in particolare sulle scelte stilistiche della sua narrativa, nonché le tensioni tipiche del primo periodo poetico dialettale.
Secondo Pasolini, la produzione letteraria è influenzata dallo sviluppo storico e, quindi, dai cambiamenti dei rapporti di forze tra le varie classi sociali e dall'influsso geografico. La prima parte di Passione e ideologia rappresenta per Pasolini un modo per affrontare le problematiche linguistiche che via via avrebbe ritrovato nei componimenti delle proprie opere successive. Come punti di riferimento prende il dialetto e la cultura popolare.
Nella seconda parte del volume, che ha per titolo Da Pascoli ai neosperimentali, Pasolini affronta alcuni autori che sente particolarmente vicini a sé, attraverso l'analisi delle strutture stilistiche. Da questo punto vista Pasolini vede in Giovanni Pascoli l'innovatore per eccellenza della poesia italiana del Novecento (Pasolini si laureò con un tesi su Pascoli). Scrive:
    "Il plurilinguismo pascoliano (il suo sperimentalismo antitradizionalistico, le sue prove di parlato e prosaico, le sue tonalità sentimentali e umanitarie al posto della casistica sensuale religiosa petrarchesca) è di tipo rivoluzionario, ma solo in senso linguistico, o, per intenderci meglio, verbale: la figura umana e letteraria del Pascoli risulta dunque soltanto una variante moderna, o borghese nel senso moderno, dell'archetipo italiano, con incompleta coscienza della propria forza, comunque innovativa". (1)
Nel tracciare un giudizio sugli autori presi in considerazione Pasolini si riferisce continuamente ai modelli letterari del Pascoli e alle prime esperienze del Novecento. Secondo Pasolini, infatti, i prodotti letterari moderni non sono altro che l'elaborazione delle opere del passato e non solo in funzione del pensiero morale, ma anche in relazione al mutamento della lingua. Questo non deve far pensare che la critica pasoliniana non sia altro che una sistematizzazione del passato in funzione di una revisione, ma una libera scelta critica. Scrive Pasolini:
"Al critico fin troppo appassionato, si mescola in me... l'ideologo. E la mia lotta ideologica si è svolta tutta contro l'ermetismo e il novecentismo, sotto il segno di Gramsci". (2)
(1) Pier Paolo Pasolini, Passione e ideologia, Garzanti, Milano 1960.
(2) Pier Paolo Pasolini, Il portico della morte, a cura di Cesare Segre, Fondo Pasolini 1988.





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