domenica 24 agosto 2014

PPP La sua inchiesta - Franco Buffoni

"ERETICO & CORSARO"


PPP La sua inchiesta
Franco Buffoni



"Ma quando tutta la sabbia insieme e senza vento
Prese le forme sue, si comprese
Che la rimozione urgente non bastava".


Sono i versi conclusivi di una poesia datata 5 novembre 1975, intitolata "PPP la sua inchiesta", e rimasta inedita, come molte altre di quel periodo. Avevo ventisette anni, ero omosessuale e vivevo in Lombardia.
"Ti faccio fare la fine di Pasolini", me lo sentii dire un paio di volte negli anni successivi: era come uno slogan in certi ambienti, veniva usato come deterrente, quando non ci si comportava propriamente da "clienti".
Pasolini lo avevo incontrato in una occasione di poesia a Roma nel luglio del 1972, ma non ero riuscito a suscitare il suo interesse. In compenso sentii parlare molto di lui in quel mese di esami di maturità, come supplente neo-laureato nella commissione dell’Istituto Tecnico-Linguistico Femminile "Caterina da Siena" di via Panisperna. Non come regista o come scrittore, non ce n’era bisogno. Sentivo parlare di lui la sera dal mio aiuto-bagnino. Aveva vent’anni, lo avevo incontrato sulla spiaggia di Ostia, dove qualche volta mi recavo al pomeriggio dopo gli esami. Ero sceso a Roma con la mia 128 gialla nuova comprata a rate e targata Varese. La sera ci piaceva scorrazzare su è giù fino a Piramide e poi al centro. Tardi lo riaccompagnavo a Ostia e ci fermavamo proprio lì, nei pressi del Lido. Seppi tutto del Pasolini notturno: abitudini, contatti, preferenze, insistenze, concessioni. Era assolutamente noto presso chi non aveva letto una riga dei suoi scritti. Ma non aveva più "storie" con nessuno. Mentre per me allora non era concepibile non vivere la storia. E con l’aiuto-bagnino Riccardo, che la sera indossava camicie sgargianti e portava pantaloni lucidi a zanna di elefante, io vissi una bellissima storia.
Tre anni dopo, quando accadde il disastro, Testori ricordò sul Corriere che sì, si cena con gli amici, ma più tardi – soli – si finisce col cedere e col cercare qualcuno nella notte. Mentre Arbasino, più pragmaticamente, scrisse che non era possibile che si finisse in un posto del genere senza avere ben deciso prima chi doveva fare che cosa a chi.
Io avevo capito. Trovavo ragionevole che per Arbasino dovesse essere così, ma sapevo da fonte certa che per Pasolini così non era. Non era più così da tempo. Con alcuni ragazzi il suo gioco era proprio quello di farli anche cedere. Un gioco più che altro cerebrale, che difficilmente concretizzava: gli bastava il gesto del cedimento. Che contestualmente significava anche avere chiuso con lui per sempre. Solo chi gli resisteva e lo "menava" aveva nuove chance di incontro.
PER QUESTO MI PARVE VEROSIMILE IL PRIMO RACCONTO DI PELOSI.
Per questo non mi parvero convincenti le posizioni di chi, come Enzo Siciliano, Alberto Moravia, Laura Betti – da subito e molto saggiamente, dico oggi – parlò di agguato ordito contro di lui. Erano le attribuzioni relative all’agguato che proprio non mi convincevano: neofascisti e/o il racket della prostituzione maschile (sul quale, si aggiungeva, Pasolini da tempo stava indagando). Oppure altre inchieste che forse stava conducendo. Ma a chi potevano dare fastidio le inchieste di un poeta che parlava di lucciole e di nuche di adolescenti? Pensavo: solo chi conosce il nostro mondo dall’interno può capire. Ero d’accordo con Bellezza, con Naldini.
Trascorsero diciassette anni. Pelosi intanto usciva e tornava in galera per piccoli furti e spaccio. Apparve Petrolio. Non mi bastò: lo lessi a tratti, svogliatamente, infastidito. Carlo nel salotto: narcisista. Carlo si autoaccusa, tra quelli dei nemici mette anche il suo nome: masochista. Carlo si fa dieci ragazzi infoiati in fila: non giova alla causa dei nostri diritti civili. Certe parti contro l’Eni e la DC le saltai a pie’ pari, pensando che ormai era cambiato tutto: non aveva più senso pensare alla DC. Un romanzo fallito più che incompiuto, mi sembrava, già era troppo lungo così.
Perché oggi sono qui ad accusarmi di miopia e a chiedere scusa alla sua memoria e a coloro che colsero subito la verità? Perché in rete ho visto finalmente le foto del suo corpo martoriato. Chiunque si rende conto che quel massacro non può essere stato compiuto da un ragazzo ritrovato con una sola macchiolina di sangue sul pantalone. Persino ammettendo che lo abbia davvero travolto fuggendo in auto. Erano in tre o quattro, avevano le catene, disse subito il testimone che abitava nella baracca lì vicino (NON PIU’ INTERROGATO): gli gridavano "arruso" e "comunista", lui gridava "basta" e poi "mamma", che fu la sua ultima parola. Il volto e il corpo recano i segni della lapidazione. Solo nell’estate del 2005 ho visto quelle foto. Dopo la confessione televisiva di Pelosi del 7 maggio 2005.
E sono grato a Gianni D’Elia e al suo editore Giovanni Giovannetti (Effigie) che – invitandomi a presentare a Milano alla Festa dell’Unità nell’agosto 2005 L’eresia di Pasolini insieme a Barbacetto di "Diario" – mi indussero a rileggere Petrolio.
Oggi mi resta solo il dubbio se Pelosi fu esca consapevole o inconsapevole. Propendo per la seconda ipotesi. Con forti minacce per farlo tacere fattegli giungere in carcere, immediatamente dopo l’arresto. Pelosi doveva scappare e basta. A piedi. Nel piano degli assassini.
Ormai che la verità sia in Petrolio e soprattutto nel petrolio non lo dice un poeta o uno scrittore, ma un giudice. Come D’Elia ricorda a p. 98 del suo libro: "Secondo il giudice Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei, depositando una sentenza di archiviazione nel 2003, le carte di Petrolio appaiono come fonti credibili di una storia vera del potere economico-politico e dei suoi legami con le varie fasi dello stragismo italiano fascista e di stato". E ancora: "Calia ha scoperto un libro, che è la fonte di Pasolini, un libro nato dai veleni interni all’ente petrolifero nazionale". Pubblicato nel 1972 sotto pseudonimo, Questo è Cefis (L’altra faccia dell’onorato presidente) fu subito ritirato dalla circolazione e mandato al macero per ordine della magistratura. Pasolini riuscì ad averlo in fotocopia. In Petrolio "l’onorato presidente" si chiama Troya.
PASOLINI E’ STATO UCCISO PERCHE’ STAVA PER SCRIVERE SUL CORRIERE LA VERITA’ SUL CASO MATTEI.
Stava per dimostrare che le Sette sorelle non c’entravano, che la questione era interna, nostra, italiana; veniva da una saldatura tra istanze di potere politico-mafioso e certe disinvolture "resistenziali" per le soluzioni drastiche: Cefis e Mattei erano stati entrambi anche uomini della Resistenza.
E oggi possiamo forse domandarci quanto di quella acutezza nella conduzione della sua indagine venne a Pasolini dalla conoscenza dei meccanismi interni alla fine drammatica del fratello maggiore Guido.
Come ho potuto per tanti decenni – io intellettuale, io poeta, io omosessuale – non capire?
In parte, certamente, fu per i comportamenti di Pasolini nella sua vita "privata". Che di privato non aveva nulla. E furono proprio quei comportamenti che indussero i mandanti e gli assassini ad andare sul sicuro: stavano costruendo un delitto verosimile con tanto di movente. Ci cascarono molte persone oneste, come il pittore Gabriele Mucchi, rigorosamente marxista, che si schierò violentemente a difesa di Pelosi, considerandolo vittima dello sfruttamento sessuale di chi adescava minorenni con l’Alfa 2000.
Per incidens, alla fine di maggio 2005, dopo la confessione televisiva di Pelosi, nella trasmissione di Rai 3 che si occupa di critica televisiva con i giovani analisti della Cattolica di Milano, la signora Poggialini, critico di Avvenire, definì Pasolini "pedofilo", tout court. Un’accusa assurda alla quale nessuno dei presenti ritenne di dover obiettare.
Ma la vera ragione per cui, per tanti decenni, sono rimasto al buio, l’ho capita casualmente imbattendomi in questa frase del libro di D’Elia: "L’omicidio di Pasolini è stato un atto premeditato e politico, non un delitto omosessuale". UN DELITTO OMOSESSUALE?
La questione non è solo lessicale. Diventa subito di sostanza. Nel delitto di gelosia è il geloso che uccide. Ad uccidere gli omosessuali, invece, sono sempre degli eterosessuali che ci tengono tantissimo a dichiararsi tali. (Ed è questa la ragione per cui gli omosessuali li cercano). Ricorrendo a tale definizione, se ne perpetua oggettivamente l’assassinio, inducendo quelli ottusi e miopi come me a ritenere verosimile, concepibile, spiegabile un delitto "omosessuale". Un delitto omofobico, piuttosto, si dovrebbe dire.
Quindi, non si dica che Pasolini – comunque – è stato ucciso dalla sua debolezza, che lo induceva a porsi in situazioni "a rischio" con i maschi "eterosessuali". L’omofobia ha solo reso più cruento un delitto politico.
PASOLINI SAREBBE STATO UCCISO LO STESSO. AVREBBE FATTO LA FINE DEL GIORNALISTA MAURO DE MAURO. Che fu fatto sparire proprio mentre indagava sul caso Mattei: mafia-Eni-Dc.
Ma a differenza del coraggioso giornalista De Mauro, il coraggioso giornalista Pasolini fu anche un artista, un grandissimo artista, che attraverso il personaggio di Carlo – il cui corpo in Petrolio si consustanzia in merce, divenendo esso stesso petrolio – è riuscito a trasformare l’inchiesta che gli costò la vita nell’opera letteraria-summa della realtà italiana nel secondo dopoguerra.

Fonte:
http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article2807



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Il Petrolio delle stragi - Gianni D’Elia

"ERETICO & CORSARO"

 



Il Petrolio delle stragi
Gianni D’Elia






Oltre lo Stato del segreto

In Italia non c’è solo una questione morale (e dunque tanta immoralità), ma anche una questione politica (e dunque tanta menzogna). La memoria è stata confiscata agli italiani da innumerevoli fallimenti giudiziari, terribili errori (dal caso Tortora a Sofri), trappole e depistaggi di ogni tipo, impunità normale per i delitti politici più gravi ed efferati. Come si può ricostituire la fiducia (e dunque la memoria di senso) di un Paese?

Abolire il segreto di Stato per reati di strage e terrorismo, come già da tanti invocato, potrebbe portare i giudici molto vicino anche a un capitolo singolare e insanguinato di questa unica e lunghissima strage impunita che è l’Italia della nostra vita, della nostra gioventù passata in mezzo a tanta menzogna e vergogna, guardando ancora al vero e al coraggio, alla dignità di Pasolini, al suo messaggio definitivo: non possedere più, non distruggere più, non tramare più contro gli altri.

Un nuovo governo veramente democratico dovrebbe mettere nel suo programma l’abolizione del segreto di Stato, tentando magari qualcosa di simile al Sudafrica: un processo di confessione e di perdono pubblico per chi dica la verità sulle stragi, liberandoci finalmente dall’incubo e dalla vergogna verso le vittime e i loro parenti, ma anche verso la storia degli italiani contemporanei.

Forse è questo, oggi, il "processo" di cui parlava il Pasolini "corsaro" e intransigente, il grande e dolce poeta democratico, assassinato per odio della verità. Verità massacrata, come il volto della poesia che resiste, nella sua voce che ancora scalda e inquieta il nostro cuore turbato, dicendoci del sogno, del rischio e del pericolo della pratica dell’utopia e della verità:

Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa.
[...] In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o su quel punto, "assurdo", non di buon senso.
[...]Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me sembra un’altra delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.
[...] Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione.
[...] Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo. (Intervista di Furio Colombo, cit.)

[...] Pasolini non riesce a vivere in Italia, anche se viaggia moltissimo, per cinema e per altro, senza parlare di continuo della "situazione italiana", lamentando che non ne venga colta la specificità, "pericolosissima" come la realtà che nasconde. La sua ossessione (antropologica, a livello più ampio, e politica, a livello più specifico della strategia della tensione stragista) è quella di "intuire il senso di ciò che sta veramente succedendo", come scrive nell’ultima Lettera luterana a Italo Calvino (30 ottobre 1975). Ecco il finale:

Oggi pare che solo platonici intellettuali (aggiungo: marxisti) - magari privi di informazioni, ma certamente privi di interessi e complicità - abbiano qualche probabilità di intuire il senso di ciò che sta veramente succedendo: naturalmente però a patto che tale loro intuire venga tradotto - letteralmente tradotto - da scienziati, anch’essi platonici, nei termini dell’unica scienza la cui realtà è oggettivamente certa come quella della Natura, cioè l’Economia Politica.

Pasolini ne parlava già a livello operativo, per il futuro immediato (si veda la lettera a Gianni Scalia, 3 ottobre 1975), invitando il giovane amico di "Officina" alla "traduzione", da fare sul "Corriere della Sera". Una dizione totale, appunto, intera, come la luna umanistica.
E chiediamoci allora se, alla fine del percorso, di Pasolini e del lettore, Petrolio non sia esattamente questo, tra documento e invenzione: compimento stilistico dell’incompiuto e selvaggia utopia del vero, filmaggio e astrazione del male nostrano e globale: quel "male oltre la vita" con cui ci ha interrogato la cara Elsa de’ Giorgi, illustrandoci "la tua visione di una umanità genocida" (Il male oltre la vita: da "Salò" a "Petrolio", "Lengua" n. 13, 1993), nostro carissimo Pier Paolo Pasolini, da cui abbiamo appreso due cose essenzialmente, e di questo ti siamo grati:

– che la rivoluzione, ogni rivoluzione, comincia da una rivoluzione interiore – che la prosa è la poesia che la poesia non riesce a essere, perché, come diceva Baudelaire, nella prosa si dispiegano tre cose in più: "più particolari, più libertà, più sarcasmo".

Oltre il segreto di Stato, oltre lo Stato del segreto, Petrolio è "la [tua] poesia che la [tua] poesia non è".

L’eresia come prosa, la prosa come eresia della poesia. È il rapporto, più che dialettico, antinomico, giustappositivo e aggiuntivo, tra "cosa scritta" e "cosa vera", che si mangiano a vicenda, come la poesia della prosa del mondo atroce e la prosa della poesia del mondo diverso, amato, riconosciuto e perduto.

Tutto il viaggio, insomma, dall’Usignolo a Gramsci fino al Corsaro, e al "detective" di Petrolio.

Pasolini con Petrolio ha scritto la critica dell’economia politica delle stragi in Italia, prefigurando il passaggio dal regime di Cefis (nell’ombra) al regime del CAF e poi di Berlusconi.

Come si è detto, c’è poi la prova che Pasolini aveva già scritto il capitolo Lampi sull’Eni, e che quindi queste pagine sono state sottratte, rubate:

Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato "Lampi sull’Eni", e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria. (Appunto 22a, p. 97)

Non solo l’hanno ammazzato per quello che aveva capito dell’economia politica del delitto (anni 1968-1975), ma, a quanto pare, sono andati andati a rubare il capitolo più importante su Cefis e Bonocore (Mattei).

Mentre gli intellettuali italiani (quasi tutti) rimuovono il delitto politico di Pasolini (ancora nel 2005, Adriano Sofri ha ripetuto in un’intervista a Adele Cambria che "Pasolini andava a fare l’amore quella sera"!), noi abbiamo soltanto nelle carte la verità vera.

Si può dire che, in questo bisogno di una "visione totale", Pasolini passi dal concetto di "inespresso esistente" e di "irreale Qualcosa" con cui identifica la realtà nelle sue poesie degli anni Cinquanta e Sessanta, al concetto della realtà come cosa "pericolosissima" e "universo orrendo" di Petrolio e prose connesse, corsare e luterane, seguendo l’omologia "brulicante" tra struttura occulta finanziaria del neocapitalismo e struttura narrativa nuova di Petrolio. La mutazione filosofica segue quella antropologica, e arriva alla mutazione del concetto di romanzo.

Come in Leopardi, il suo sistema asistematico include i tre gradi della compilazione: speculativa, retorica, linguistica. In questa poetica dell’interazione e del contrasto, che prosegue in altra forma la poetica della contraddizione istinti / Storia, il grado di continuità-contiguità accertato non riguarda più soltanto la coppia vita-morte dell’eros, ma quella Potere / Delitto della storia in corso ai suoi tempi, cui si aggiunge il calderone di storie digressive, ma tutte incentrate sul nesso Visione / Reale, e cioè Scena dello Spazio che nasconde la Scena del Tempo, con modelli dichiarati antichi e moderni (dal Satyricon di Petronio alle Anime morte di Gogol’, e soprattutto ai Demoni politici e iconoclasti di Dostoevskij).

La sua mutazione stilistica, da usignolo cristiano di un’eresia pauperistica e sensuale a testimone leopardiano e gramsciano dopo la scoperta di Marx, approda allo spirito corsaro e luterano dell’eretico rinnovato, che vive la sua epoca e la riassume lucidamente per la parte del negativo esperimentato sulla pelle, per dirlo con le parole dell’odiatoamato Montale, come nel Sogno del prigioniero:

mi sono alzato, sono ricaduto
nel fondo dove il secolo è il minuto –

e i colpi si ripetono ed i passi

Che epitaffio inconsapevole, ma che epitaffio, per il Corsaro assassinato!

Fare come Pasolini

Fare come l’ultimo Pasolini, per quanto ciò appaia impossibile e temerario: compiere una radicale critica del Potere e dell’esistente.

Provare a descrivere come ciò che era nell’ombra e senza volto si sia rivelato. Come ciò che era stato tenuto nascosto sia ora esibito e ostentato. Come ciò che era stato tramato nell’ombra sia stato portato alla luce. Come ciò che era sentimento politico primario dell’ipocrisia e dell’intrigo segreto sia divenuto sentimento politico primario mutato nell’arroganza e nella volgarità più esplicite. Come l’esibizionismo più cialtrone abbia preso il posto degli Affari Riservati. Come la televisione abbia preso il posto del Sid. Come al passaggio politico dalla Dc al CAF a Forza Italia abbia corrisposto e corrisponda il passaggio economico da Cefis a Tangentopoli e a Berlusconi.

E come questo non significhi che Affari riservati non ce ne siano più, ovviamente. Come significhi, invece, che si sono costituite le condizioni culturali e ambientali perché si possa ostentare il Potere anche come affare palese e segreto criminale senza più destare scandalo alcuno. Anzi, come appaia legittimo da parte dei potenti inquisiti muovere guerra contro la magistratura e fare e disfare leggi costituzionali e ordinarie per garantirsi l’impunità perenne, per sé e per il proprio clan, cancellando e prescrivendo il "conflitto di interessi" e reati economici (falso in bilancio e corruzione).

Così, occorre rispiegare come l’essenza autoritaria della "Società dello Spettacolo" (Guy Debord) si sia rivelata nel caso italiano (un vero specifico in Europa e nel mondo, e per gli italiani un motivo di vergogna nazionale, per la collettiva incapacità di superare e condannare il nostro fascismo intimo) attraverso l’intreccio spaventoso, per la sua rapidità rapinosa e vorace, tra Governo e Spettacolo, struttura delle infrastrutture mediatiche e struttura del regime istituzionale.

Come la mutazione riguardi lo Stato (la sua Costituzione formale, da riformare e deformare a piacere) non meno del Mercato, e cioè la costituzione materiale, la produzione e riproduzione di rapporti sociali, e dunque l’"umanità" italiana, nel segno di una omologazione della vita consumistica e precaria, quanto alle masse, come di una cooptazione nel privilegio e nell’impunità di minoranze di massa sempre più aggressive, neocolonialiste e razziste, fondamentaliste e barbare.

Descrivere come l’oligarchia monarchica al potere in Italia per oltre un decennio sia quanto di più avanzato possa offrire la regressione monopolistica e liberista alla forza pura e dunque bruta, con livelli di violenza sociale e politica, linguistica e culturale, non dissimili da un uragano antropologico, che infatti ha toccato il popolo non meno delle classi dominanti.

Come questa mutazione aggressiva, ostentata, autoritaria, razzista, ignorante, anticostituzionale, furbesca e faziosa, si sia messa in luce e abbia rivelato il suo volto, come prima, a partire dagli anni Settanta, lo aveva tenuto nascosto nel "romanzo delle stragi" e poi nelle logge segrete come la P2, con cui Licio Gelli aveva affiliato gli eredi di Cefis, primo piduista, "capo della P2".

Come la Propaganda non sia più una loggia segreta, ma sia al Governo e nei Media. Come gli Affari riservati vengano svolti in Parlamento da una schiera di avvocati, che appaiono (contro ogni formazione di studi e ideali giuridici) l’avanguardia degenerata di questa mutazione dell’interesse pubblico in interesse privato difeso con la deformazione delle pubbliche leggi.

Come la difesa arrogante del più forte sia divenuto il vero messaggio culturale sbandierato alla nazione, nella violazione di ogni equilibrio e di ogni compensazione dei poteri, costituendosi come atto di arbitrio e di offesa, di menzogna verbale continua, contro i cittadini tutti, ma in particolare contro i cittadini di sinistra insultati senza rimedio, senza ritegno.

Come tutto questo sia imposto mediaticamente e accettato passivamente dalla maggioranza manipolata dei cittadini. Come quelli che furono gli imperi riservati dell’economia pubblica usata come base dell’arricchimento privato (Eni-Montedison-Enimont) siano divenuti imperi privati in grado di prendersi lo Stato intero, con partiti finti allestiti dalla propaganda e dal denaro, dalla loro concentrazione e dismisura, che ha condizionato gli animi degli italiani.

Come la "gente nova" denunciata da Dante (Inf. XVI) come causa della rovina comunitaria, per gli improvvisi e inspiegabili guadagni enormi che hanno prodotto l’orgoglio e la dismisura persino psichiatrica del Potere, come questa nuova gente non sembri destinata a sparire così facilmente, dato che la sua ideologia ha permeato anche l’avversario politico, e dunque i nostri compagni di sinistra e amici di centrosinistra, vivendo ormai tutti immersi nella menzogna organizzata del passato e dell’oggi.

Come, allora, questa lotta sarà soprattutto culturale, tollerante ma intransigente, per la rinascita di un minimo di vero e di reale nelle cose politiche.

Come il legame da svelare tra il nostro passato prossimo (il fascismo e il consumismo dei padri e dei figli) e il nostro oggi (la recessione e il populismo autocratico) sarà centrale per la caduta di questo potere culturale e antropologico nuovo, invasivo, che ha ereditato dal vecchio potere i soldi, i conti segreti, i legami occulti e mafiosi, i settori industriali (le società televisive sono un pallino dell’ultimo Cefis), la stessa onomastica "brulicante" di cui parla Petrolio, le direttive "miste" e trasformiste, il destino stesso del racket finanziario e del gangsterismo societario, con cui in passato questo potere mutante si è garantito la riproduzione e l’impunità, fino ai delitti replicati di stragi di massa e individuali, tra cui l’assassinio di Pasolini, che questo potere aveva identificato e previsto fino al dettaglio del futuro, che prevede ancora per cinquant’anni il segreto di Stato su questa lunghissima "strage del vero" che è la storia d’Italia.

Così, il più atroce assassinio politico di un poeta dell’età contemporanea, più turpe dell’assassinio fascista di Federico Garcia Lorca, un vero massacro di gruppo, delitto avvenuto a Roma, in Italia, per mano di italiani, dovrà restare impunito?

Di più, dovrà rimanere sotto il segno di un falso colpevole, tutt’al più di un complice (consapevole o inconsapevole della trappola), che dopo trent’anni ritratta negando ogni violenza di Pasolini, tirato giù con brutalità dalla macchina e linciato, massacrato da più picchiatori, che poi minacciano di morte il "ragazzo di vita" Pelosi e la sua famiglia?

Ora che i genitori sono morti, l’angelo della morte di quella notte parla, forse non dice tutto, ma nessuno vuole ascoltare nelle alte sfere politiche e giudiziarie.

L’Idroscalo è intanto diventato un piccolo giardino, con targhe poetiche e la scultura di Mario Rosati, e i bambini di Ostia che applaudono, leggendo incisi i versi luminosi di Una disperata vitalità:

sulle rive del mare
in cui ricomincia la vita.



Fonte:
http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article848


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Perche’ i critici letterari non vogliono la verita’ su Pasolini? - Carla Benedetti

"ERETICO & CORSARO"




Perche’ i critici letterari non vogliono la verita’ su Pasolini?
Carla Benedetti



Il 1 aprile su "La stampa", Marco Belpoliti ci ha invitati a non parlare più dell’omicidio di Pasolini. E’ uno strano invito, per me abbastanza inquietante. Sarebbe come se qualcuno sostenesse che è inutile farsi troppe domande sulla morte di John Kennedy, tanto si sa già tutto. In America sarebbe ridicolo. In Italia lo si fa spesso per la morte di Pasolini. Ogni volta che sui giornali se ne torna a parlare, immancabilmente si alza una voce per dire che non c’è nulla più da scoprire. Così fanno da anni Nico Naldini (cugino e biografo di Pasolini), Graziella Chiarcossi (erede di Pasolini e moglie di Vincenzo Cerami) e altri. Ora anche Belpoliti. E proprio nei giorni in cui, in seguito a nuovi fatti, la Procura di Roma ha deciso di riaprire il caso.

Perché lo fanno? Sinceramente non lo capisco. A chi o a che cosa potrebbero nuocere ulteriori indagini? Non sta anche a loro a cuore la verità? Certo, Pasolini era un "poeta". Ma forse che la ricostruzione di un omicidio può essere più approssimativa quando la vittima è un "poeta"? Gli assassini non sono ugualmente assassini? E la verità sulla morte di un poeta non è altrettanto sacra di quella sulla morte di un qualsiasi altro uomo o donna?

Nella replica a Mario Martone su "La Stampa", e gia’ prima nella versione pubbicata su Nazione Indiana, Belpoliti sostiene anche che non c’era alcuna ragione per eliminare Pasolini, e cerca di portarne un "prova" filologica. Scrive che le fonti di Petrolio (il romanzo a cui Pasolini stava lavorando al momento della morte) sono tutte note e quindi Pasolini non sapeva niente di più di ciò che altri sapevano. Pasolini ha infatti ripreso molti materiali da articoli di giornale e dalle fotocopie di Questo è Cefis (uno strano libro, scritto da qualche nemico dell’ex presidente dell’Eni, e poi ritirato dalla circolazione – ora lo si può leggere anche qui, su ilprimoamore.com), che gli aveva passato Elvio Fachinelli.

E’ vero. Tutte quelle carte sono visibili all’archivio Vieusseux di Firenze.

Però Belpoliti omette di dire che quelle sono le fonti del Petrolio edito. Ma nessuno sa cosa ci fosse nel capitolo intitolato "Lampi sull’Eni", al cui posto ora non resta che una pagina bianca. E se non se ne sa niente, non si può nemmeno sapere quali ne fossero le "fonti". Come può allora Belpoliti sostenere con tanta perentorietà che Pasolini non avesse ricevuto da qualcuno dei materiali compromettenti sul delitto Mattei o sul suo successore Eugenio Cefis?

Proprio di quelle parti "mancanti" si è tornato a parlare nelle ultime settimane dopo l’annuncio di Dell’Utri. E’ possibile che Pasolini non le avesse ancora scritte. Ma in molti resta il sospetto che invece siano state sottratte. C’è un indizio dentro al testo stesso: in una pagina successiva di Petrolio Pasolini rimanda il lettore proprio a quegli appunti mancanti, come se li avesse già scritti.

Oltre che studiosa di Pasolini, io sono una delle tante persone che vorrebbero si facesse luce su quell’atroce delitto. Nel 2005 la rivista "Il primo amore" lanciò un appello per la riapertura delle indagini. Fu firmato da un migliaio di cittadini italiani e stranieri, tra i quali personalità note della cultura come Andrea Camilleri, Bernard Henri-Lévy, Luca Ronconi e molti altri. Il testo dell’appello non dava alcun adito al complottismo. Semplicemente diceva:

"Noi non sappiamo se a far tacere uno degli artisti più fervidi e una delle voci più scomode e tragiche di questo paese sia stata una decisione politica. Quello che però sappiamo - come lo sa chiunque abbia prestato attenzione alla vicenda - è che la versione blindata della rissa omosessuale tra due persone non sta in piedi. Sappiamo che essa è stata solo una copertura servita a sviare le indagini e a coprire un altro tipo di delitto".

Quella versione infatti non regge. Non solo perché il reo confesso l’ha ritrattata, ma perché già non reggeva per il Tribunale di Primo grado, che infatti condannò il Pelosi "assieme a ignoti". Naldini, Belpoliti e qualche altro letterato se ne sono invece innamorati. La trovano "poetica". Permette loro di fare molti bei ricami sulla morte sacrificale e sullo "scandalo dell’omosessualita". Un poeta omosessuale ucciso mentre cercava di violentare il suo oggetto di desiderio! Un poeta delle lucciole ucciso da una lucciola mutante… E se non fosse vera? A loro non importa.

Ma se Naldini e Belpoliti sono così certi che la rissa omosessuale spiega il delitto, perché non ci dicono chi erano gli "ignoti" che presero parte all’omicidio? Non ce lo dicono perché ovviamente non lo sanno. Non lo sanno, però sostengono che si sa già tutto.

Per di più tendono a far apparire chi ha dubbi come dei dietrologi fanatici, innamorati dei complotti, stravolgendo i loro argomenti. Belpoliti lo fa anche nei confronti di un mio articolo uscito sull’"Espresso" del 31 marzo e leggibile anche qui. Fa persino passare per incontro "notturno" la conversazione che ebbi nel 2003 con il giudice Vincenzo Calia alla Casa delle Letterature di Roma, al termine di un convegno su Pasolini, a cui presero parte anche Gianni D’Elia e Gianni Borgna.

Perché tanta fretta di mettere in ridicolo chi vorrebbe la verità? Non la vogliono forse anche loro?


Fonte:
http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article2812



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