mercoledì 10 settembre 2014

Cultura italiana e cultura europea a Weimar - di Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"

Pagina Architrave agosto 1942

Cultura italiana e cultura europea a Weimar 
di Pier Paolo Pasolini 
“Architrave”, II, 31 agosto 1942 



(A scusare la forse troppo porosa e fiduciosa ingenuità di questo discorso, dirò che è stato, più che scritto, gri­dato, mentre, appena tornato da Weimar a Firenze, non mi ero ancora del tutto sciolto da quell'aria eccezionale e memorabile, in cui, nel sentirmi maggiormente europeo, mi sentivo maggiormente, e quasi disperatamente, italiano.) 

Le condizioni di una cultura non sono misurabili nel vortice di una manifestazione che ha chiaramente un si­gnificato propagandistico, quale è stato l'incontro Weimar-Firenze. Lassù a Weimar, tuttavia, non in senso uf­ficiale, ma attraverso un'assidua attività privata, ab­biamo potuto circuire il sistema o la barriera della ceri­monia, giungendo quasi di soppiatto, alle spalle, a scan­dagliare nella sua probabile entità l'odierna cultura eu­ropea. E dico subito che questa è stata la prima cosa a farsi indovinare, e cioè che l'odierna cultura europea si è venuta automaticamente maturando, al di fuori di qualsiasi finalità politica, quasi a dimostrazione della libertà della creazione poetica e dell'amore alla poesia, non legata a nessuna ancora propagandistica; eppure straordi­nariamente viva e stretta ai contemporanei movimenti politici, sociali, economici. Voglio dunque parlare di una cultura i cui nomi, ad esempio, sono per la Spagna García Lorca, Juan Ramón, Machado ecc., per la Ger­mania Rilke, per noi Ungaretti, Montale, Campana, e così via. L'adesione della nostra cultura italiana, e, pos­siamo quasi dire, europea, alla nostra nuova concezione dello Stato e della società, non avviene secondo una so­miglianzà formale, di colore, di intendimenti e forse nemmeno, ancora, di spirito, ma le è una forza parallela e concomitante, che agisce contemporaneamente, in un altro campo, in un altro ciclo, con una fede e con un en­tusiasmo, che, pur essendo distaccati da quelli propria­mente politici e sociali, agiscono con la stessa forza e per lo stesso ideale di civiltà, fino ad identificarsi ed a for­mare una cosa sola con essi. 
Questo, almeno, avviene in potenza, è, almeno, l'ori­gine di una prossima condizione culturale, come equili­brio tra cultura e vita sociale, che, adesso, appare a noi giovani come l'incerta luce dell'alba che è tuttavia una certezza del giorno. I semi gettati in tutta Europa dalla generazione che ci ha preceduti sono stati feracissimi; soltanto hanno dato in noi frutti diversi da quelli previ­sti. E vorrei insistere sul valore di questa metafora, dato che non c'è nessun giovane europeo, ora, che non pro­ceda nella storia della poesia della sua patria, senza co­noscere la poesia della generazione che l'ha immediata­mente preceduto: anzi, proprio da essa, educato ed iniziato alla poesia. La tradizione non è un obbligo, una strada, e neanche un sentimento o un amore: bisogna ormai intendere questo termine in un senso antitradizio­nale, cioè di continua e infinita trasformazione, ossia an­titradizione, scandita da una linea immutabile, che è si­mile alla storicità per la storia. 
È del tutto antistorica, allora, quella tradizione ufficiale che, ora, in tutte le nazioni, si va esaltando da una malintesa propaganda, come unica risoluzione in arte dell'odierna condizione politica e sociale europea. Ma i giovani europei, con cui ho parlato, mi hanno privata­mente assicurato che nella vecchia Europa l'intelligenza, come libertà, è ancora ben viva; così viva da non soltan­to contrapporsi beffardamente e gagliardamente alla tradizione ufficiale degli organi propagandistici, ma da adeguarsi, per conto proprio, al tempo e alla storia con un atto imprevedibile, ma ormai giustificato, di parifica­zione o liberazione. (Parlo, s'intende, della cultura di noi giovanissimi, che noi avvertiamo, ma che è ancora soltanto probabile, ed ignota.) 
Ed ecco la tradizione, tanto cara agli stessi mediocri ed agli interessati, eccola risolta nella migliore gioventù, e amata, come se fosse nata di nuovo, nuovamente vergi­ne, intatta, interamente da scoprirsi e godersi. Una tra­dizione passata attraverso il filtro dell'antitradizione, una tradizione studiata sui poeti nuovi. 
Così passeggiando con ansia quasi tremante, come chi senta di respirare un'aria non più regionale, ma eu­ropea, e quasi sommerso e sconfortato in essa, lungo le favolose vie di Weimar insieme con i giovani camerati spagnoli, io potevo, conversando con essi, risalire a Calderón e a Cervantes o a Velàzquez, attraverso Garcìa Lorca o Picasso; soffermarci quindi, ciò che mi stava più a cuore, sull'ultima generazione di scrittori, i cui nomi a me erano nuovi, e, con tremore, li udivo scandire dalle voci di quei camerati: e quei nomi erano Dionisio Ridruejo, Gerardo Diego, Agustìn de Foxà, Adriano del Valle (che dovrebbero corrispondere, in Spagna, ai no­stri Betocchi, Gatto, Sinisgalli, Penna ecc.). E da ultimo ascoltavo non i nomi, non le opere, non i fatti, ma la pre­senza, densa e verdeggiante, dei giovanissimi, intorno a cui i camerati spagnoli non seppero dirmi altro se non che si nota in essi un intelligenteritorno alla tradizione. 
Ma questo è bastato: è bastato a rivelarmi tutta una con­dizione, a ritrovare in quei giovanissimi spagnoli la mia immagine, e quella dei miei amici bolognesi o fiorentini. 
Le stesse cose, seppur più vagamente, per le difficoltà pratiche del linguaggio, son pervenuto a conoscere in­torno all'Ungheria e la Germania; per quest'ultima, però, il «ritorno alla tradizione» avviene in un senso che si avvicina di più a quello che noi vorremmo abolire, da­ta forse la maggior semplicità del popolo germanico, che accoglie con animo ligio tutto ciò che gli viene seriamen­te suggerito e dettato; ed ora par si contenti di vivere, culturalmente, nelle acque morte della propaganda, o di un'arte realistica e di genere. (A riprova di ciò, nelle principali librerie di Weimar, la Firenze tedesca, non mi è stato possibile trovare un solo libro di poesie di autori classici o moderni; mancanza di carta? Non pare, per­ché molte e lussuose erano le edizioni di libri propagan­distici, che, si noti, il popolo tedesco legge.) 
Se, infine, si suppone come definitivo l'attuale silen­zio della Francia, il retaggio del dominio culturale euro­peo, a chi dovrebbe spettare se non a noi? In realtà, in Italia si è venuta maturando una civiltà culturale vera­mente notevole, seppur ancora ristretta, e, direi, sche­matica. L'attività editoriale è molto superiore a quella degli altri paesi, più vasta, entusiasta, diffusa; l'interesse per le cose artistiche si può considerare nella via di prendere l'aspetto di un neoumanesimo; e poi la mag­giore duttilità del nostro ingegno sarà sempre un ottimo reattivo a qualsiasi suggerimento esterno più o meno de­ciso o minatorio. Ed è per questo che il grande macchi­nario culturale italiano non farà mai marcia indietro, ma, trasparente come l'aria e liquido come l'acqua, si in­sinuerà e poi irromperà al di là di ogni barriera, senza travolgerla. Così, noi giovani sentiamo l'amore e la ne­cessità di uno spirito tradizionale che venga a cementare la nostra opera, e tuttavia ce ne ridiamo del tradizionaleggiamento, che non detto, non precisato, e in fondo, insignificante, sembra gravare nella nostra coscienza di italiani giovani, come una sciagura (letteratura e vita!). Vincere gli ostacoli per forza d'amore, non abbatterli, ma scioglierli, come fa l'acqua con la terra. Così scioglie­remo gli ostacoli che, all'estero, per invidioso interesse o per ignoranza, ci verranno innalzati. 
Infatti, ho visto a Weimar che se i giovani studiosi delle altre nazioni erano al corrente delle odierne condi­zioni delle letterature patrie, erano però all'oscuro di quelle altrui, compresa quella italiana. E ciò mi ha riem­pito di contentezza poiché, al contrario, noi giovani col­ti italiani abbiamo sentita un'ansia, direi umanistica, di guardare al di là dei confini, e di tendere l'orecchio alle più forti voci di poesia che ne giungessero. Mi pare allo­ra risulti chiara la nostra relativa superiorità sugli stra­nieri, se si pensa come, trovandomi con i miei amici, a discutere con i giovani spagnoli, noi potemmo discorre­re abbastanza agevolmente di Machado, García Lorca ecc., mentre essi non conoscevano nemmeno di nome Ungaretti, e come conversando con studenti di lettere tedeschi noi potessimo parlare con essi di Nietzsche ov­vero di Kokoschka ed essi non conoscessero nemmeno il nome di Papini ovvero di Carrà. Dalla coscienza di questa teorica superiorità all'imposizione di essa, il pas­so è breve. Insomma la cultura europea, tolta la vecchia Francia, è tutta in un punto analogo, in una medesima svolta; ma possiamo ottimisticamente notare che quella italiana soverchia le altre; e, per ragione di un antico amore che lega l'Europa alla civiltà italiana, noi possia­mo sperare di essere gli unici, in un prossimo futuro, ad avere tra le mani la cultura, ossia la spiritualità europea; il che sarebbe assai importante, anche politicamente.







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