sabato 4 ottobre 2014

IL DELITTO PASOLINI - Incontro con Gino Gullace e Antonella Amendola

"ERETICO & CORSARO"
 
 
 
 
IL DELITTO PASOLINI
Incontro con Gino Gullace e Antonella Amendola
26 maggio 2012
A cura di Jamil Ashour e Catello Masullo

Nell’esclusivo salotto letterario romano della Professoressa Anna Scipioni si è tenuto uno stimolante incontro con gli autori di un testo/inchiesta che ricostruisce le note vicende del delitto Pasolini. Se ne da di seguito un sintetico resoconto.
Amendola : nell’ambiente del settimanale " Oggi " abbiamo condiviso questo interesse sulla vicenda Pasolini. Sappiamo tutti i nomi delle persone che lavorano su questo tema. Sono legata profondamente a questo tema, perché ha segnato la mia gioventù e la mia vicenda umana e professionale. Nel ’74 lavoravo ad " Il Mondo ". Un passato glorioso di diritti civili. L’ edizione quotidiana era stata fondata da mio nonno Giovanni Amendola. C’era il giovane Pannella, Carandini, ecc. Era il mio primo lavoro, nella sezione cultura, diretta da Enzo Siciliano, una persona splendida che mi aveva aperto le case dei suoi amici. La Ginzuburg, Moravia, che lavorava come critico di Cinema a L’Espresso. Mi capitò di impaginare un suo reportage all’Africa, che era sterminato. Ghirelli mi disse di aggiustare e di tagliare. Togliendo una tappa. Mi arrivò una telefonata di Moravia che mi voleva conoscere, perché avevo avuto il coraggio di tagliarlo. Ci siamo incrociati alla pasticceria di via Ferrari. Lui rideva follemente di questa cosa e diventammo subito amici. Lui mi presentò Pasolini che aveva preso una rubrica che si chiamava LA PEDAGOGIA DI GENNARIELLO. Nella quale parlava di educazione delle nuove generazioni. Era un suo occhio vitale sul mondo. Amava frequentare ogni genere di strato sociale e di stare con i giovani. Aveva una grande attenzione alla realtà italiana. Scriveva sul Corriere di Ottone, come punta di diamante. Uomo di una timidezza ossessiva. Restava sulla porta quando veniva a consegnare la rubrica. Avevo una grande soggezione verso di lui. Era molto professionale e distaccato. Ma gentilissimo. Chiedeva sempre con grande signorilità. Non voleva sapere i titoli che mettevamo alla rubrica né chiedeva ragione di qualche piccolo taglio. Era contento come un grande maestro. Moravia nella commemorazione lo definì poeta civile, sottolineando che ne nasceva uno ogni 100 anni. Oggi si direbbe un guru, ad altezza siderale. La mattina del 2 novembre, alle 6.30, stavo in casa dei mie genitori. Ebbi una telefonata da Umberto Forno, un grande vaticanista de la stampa di Torino, e mi disse che era stato trovato il corpo di Pasolini all’idroscalo e di avvertire Ghirelli. Che mi disse di andare subito. Sperando che fosse una cosa non vera. Con dei giovani giornalisti, Massimo Donelli, Renzo Rosati, ed un terzo moschettiere, andammo sul posto. C’era un via vai di persone, di gente, di curiosi. Non avevano recintato nulla, era tutto a vista. Avvistai anche Alberto Moravia, che arrivò insieme a Siciliano ed a Bernardo Bertolucci. Moravia pensò subito ad una avventura sessuale andata male. Ma Bertolucci da subito non fu convinto. Era ridotto una poltiglia. Lui era un uomo di grande prestanza fisica. Pensare che fosse stato il solo Pelosi, un ragazzetto piccolo, a farlo fuori non lo si può credere. Non avevamo i telefonini all’epoca. Informai Ghirelli. Che mi disse che doveva consegnare quel giorno la rubrica e mi chiese di andare a casa per vedere se la trovavo. Mi aprì la nipote. Sul tavolo c’era manoscritta la rubrica. Era stato al convegno dei radicali a Firenze e lo aveva scritto. E la portai al direttore. La casa era in una agitazione sconvolgente. Laura Betti era in cucina che preparava dei sughi, sapendo che sarebbe arrivata tanta gente e ci doveva pur essere qualcuno che si occupasse di preparare da mangiare. Ho capito che questo modo di rintanarsi degli anziani sono una cosa tipica per evitare i contatti e le notizie. La madre non volle sapere che il figlio era morto. Arrivarono la Fallaci, Appignani, un cavallo pazzo che dava informazioni varie di una banda di assassini.

Da allora questo tema mi è sempre stato nel cuore. Se ne parlava in continuazione. Con Dario Bellezza, che era stato il suo segretario. Che scriveva le lettere di Pasolini in perfetto stile pasoliniano. Tanto che Pasolini non le rivedeva nemmeno. Bellezza pensava che c’era uno sfondo sessuale, ma che era stato attirato in una trappola. Bertolucci non ha mai avuto dubbi sulla cospirazione politica. Nel ’95 Marco Tullio Giordana girò il film sulla morte di Pasolini su una sceneggiatura che aveva scritto con l’Avv.Marazziti. Giordana mi disse che aveva trovato un carabiniere infiltrato che aveva notizie particolari, ma non poteva darne notizia precisa, perché il carabiniere non era ancora in pensione. Ma mi disse di andarlo a trovare dopo quattro mesi, che andava in pensione. Si chiama Sansone. Lui disse che doveva fare un colpo, per incastrare dei piccoli criminali, i fratelli Borsellino, detti "braciola" e "bracioletta". Lui disse loro : ma siete troppo piccolini. E loro gli dissero : ma noi abbiamo ammazzato Pasolini. Nel 2005 Pelosi alla trasmissione in tv ammise che i fratelli Borsellino erano con lui. E che non aveva detto tutto. E che c’era una macchina targata Catania e altre persone.


Gullace : a Novembre cadono 37 anni dalla morte di Pasolini. Le inchieste sono state archiviate due volte. E sempre riaperte. Nel ’95 e nel 2005. Questa volta il motivo della riapertura viene dall’alto. Il colonnello Garofano dei RIS di Parma ha scritto un libro. Uno dei capitoli è dedicato al caso Pasolini. Tutti i reperti trovati sulla scena del delitto erano finiti in uno scatolone al museo di scienza criminale di via Giulia. Il colonnello disse che sottoponendo quei reperti alla tecnologia di adesso, con i DNA diversi, e le analisi delle macchie di sangue, usate per la prima volta a Cogne, con un progetto computerizzato si possono desumere tante notizie sul delitto. Veltroni lesse il libro e chiese di riaprire le indagini. Angelino Alfano da ministro del giustizia sposò la richiesta. E allora i RIS ci hanno cominciato a lavorare. Nello scatolone c’erano un anello, dei pezzi di legno, la tavoletta Buttinelli. Dal nome scritto da uno delle baracche dell’idroscalo. C’erano i vestiti di Pasolini, parte dei vestiti di Pelosi. Un golf verde, un plantare piede destro n. 41. La notizia è che i RIS avrebbero isolato in queste tracce di sangue una linea di DNA che non appartiene né a Pelosi, né a Pasolini.

Pelosi è stato giudicato e condannato come assassino di Pasolini. Il caso Pasolini ci dice che la verità scientifica, documentata dalle varie perizie, e la verità giudiziaria non coincidono. C’è un’ampia forbice. Il punto è che nel processo di primo grado che cominciò nel febbraio ’76, l’assassino viene scoperto prima ancora del cadavere. Se Antonella Amendola ha ricevuto una telefonata alle 6.30 del mattino, invece solo alle 10 di mattina c’è stato il riconoscimento del corpo da parte di Ninetto Davoli. Prima di allora nessuno lo sapeva. Se qualcuno lo aveva saputo c’è da domandasi come. Nella notte tra 1 e 2 Novembre, all’1.30, due carabinieri di Ostia, vedono una Alfa GT 2000 che andava contro mano a forte velocità. La inseguono e la fermano a arrestano il guidatore. Che non aveva documenti. Dice di chiamarsi Giuseppe Pelosi. Che ha precedenti. Lui non ha la patente e la macchina non è sua. Dice di aver rubato l’auto. Pelosi, portato in caserma, chiede di andare nella macchina, dicendo che aveva perso un anello a cui teneva tanto, placcato d’oro con un rubino rosso. I carabinieri cercano, ma non trovano l’anello. Nel verbale dichiarano che Pelosi disse che l’anello glielo aveva dato Johnny, non meglio identificato. Pelosi viene portato al carcere di Casal del Marmo. Viene messo in una cella con un altro. Al compagno di cella dice di aver ammazzato Pasolini, tanto quelli non sono scemi e se ne accorgeranno presto. La mattina scopre il cadavere una signora delle baracche dell’idroscalo, una zona malfamata. All’epoca c’erano 250.000 persone che vivevano in sterminate baraccopoli. Poi sanate. La famiglia Lollobogida si stava costruendo una casetta. La signora vede il cadavere e chiama la polizia. Arriva Masone, non ancora capo della polizia. La macchina ce l’ avevano i carabinieri. Ma hanno capito subito. E Pelosi venne incriminato dell’omicidio di Pasolini. Masone si accorge che sotto il cadavere di Pasolini c’era il famoso anello. Che collega a Pelosi. All’inizio Pelosi non ha un avvocato. Viene da famiglia disagiata. Abitava a Sette ville di Guidonia. Il padre disoccupato. Pelosi aveva precedenti di furto. Si presentano due avvocati, che con uno stratagemma cercano di accreditarsi come avvocati di Pelosi. Dicendogli di essere stati incaricati da suo zio Giuseppe, però inesistente. Rocco Mangia è un avvocato particolare, che difese i tre assassini del Circeo. Considerato di area Andreottiana. Non era considerato un principe del foro. Ma era bravo. Nel caso del Circeo la linea difensiva era che i tre erano monelli, ma le donne ci stavano. Nel caso di Pelosi imposta la linea difensiva cercando di imporre il fatto di un contesto di omosessualità. Il ragazzo povero di borgata approcciato dall’intellettuale ricco. Il ragazzo reagisce, e, senza accorgersi, gli passa sopra con la macchina. Non si sapeva più se era vittima o carnefice. Pelosi sposa la tesi difensiva. Si assume tutta la responsabilità. Dice che non conosceva Pasolini che lo aveva incontrato per la prima volta a piazza dei 500, alle 23.30. Pelosi riceve una lettera in carcere dai Borsellino che gli fanno capire che se la sarebbe cavata con pochi mesi e gli davano i saluti di Johnny. L’Avvocato Mangia è ufficialmente pagato dai genitori di Pelosi. La magistratura è contenta di aver trovato subito l’assassino. Un delitto del genere, se compiuto da una sola persona è una questione, se invece da un gruppo di persone è tutt’altra cosa. Da 9 anni e 4 mesi, sarebbe stato condannato ad oltre 27 anni di carcere.

La sera del 2 novembre, per la prima volta della storia della Rai, il TG , violando il segreto istruttorio, dà la notizia della morte di Pasolini con la tesi dell’Avv. Mangia. Il Presidente del tribunale dei minori è il fratello di Moro. Vengono fatte perizie necroscopiche molto sommarie. C’è una grande voglia di chiudere l’indagine. Ma l’Avv. Marazziti e l’avv. Calvi, i due avvocati di parte civile della famiglia di Pasolini, si ritirano dopo l’arringa finale. Nominano perito un certo dott. Durante. Che fa le analisi, e la perizia. Analizza tutte le foto scartate dalla polizia e dimostra cose che cambiano la impostazione del processo. Che era stato impostato come omicidio colposo. Che avrebbe fatto in modo che Pelosi se la sarebbe cavata in poche settimane. Ma la perizia di Durante dimostra che il sormonto della vettura sul corpo di Pasolini , in quella specie di campetto di calcio, non è casuale. Rispetto a dove era parcheggiata la macchina e rispetto alle uscite dal campetto, il corpo era posizionato in modo tale che la macchina lo ha dovuto investire volontariamente. Il corpo di Pasolini maciullato è di difficile interpretazione. I tubi di scappamento erano a 12 cm da terra , come la coppa dell’olio, la testa di Pasolini era a 20 cm da terra. Durante scopre che le nocche di Pasolini sono rotte. Durante riesce a costruire una cronologia degli eventi che rimane e non è stata mai smentita. Pasolini e Pelosi arrivano in macchina, la posteggiano. Pasolini portava gli occhiali e non se ne separava mai. Sono stati ritrovati nel portaoggetti dell’auto. Verosimilmente viene aggredito e tirato fuori dall’auto. Viene colpito da un corpo contundente consistente alla testa. Non certo con il bastone marcio ritrovato. Riesce a scappare, fa circa 70 metri. Si toglie la camicia per tamponarsi la ferita alla testa. È una notte senza luna. Lo ritrovano, viene riaggredito, sopraffatto. Colpito violentemente ai testicoli con un calcio forte. Colpito ancora una volta alla testa con il corpo contundente. Sopravviene una emorragia cerebrale. Privo di conoscenza a terra. Poi viene investito con l’auto. Pelosi non ha segni di colluttazione. Non ha schizzi di sangue addosso. Che avrebbe dovuto avere , perché in testa c’è sangue arterioso. Cambia il profilo del processo. Omicidio volontariato. E la sentenza dice in concorso con ignoti. Il presidente del tribunale nella sentenza parla di indizi fortissimi sulla presenza di altre persone. Prima delle motivazioni della sentenza, la procura generale appella la parte di concorso con ignoti. Cosa mai successa in Italia. Il processo di appello arriva nel ’76 accoglie parzialmente l’appello della procura generale, dicendo che è improbabile che ci siano stati altri, e la sentenza diventa definitiva.

Durante il processo, Renzo Sansone, il carabiniere infiltrato, a dibattimento non ancora cominciato, riceve una soffiata da un informatore che gli dice che al tiburtino c’erano due ragazzi che si erano vantati di avere ammazzato Pasolini. Sansone aveva 26 anni. Ma aveva già esperienze da infiltrato. Chiede di infiltrarsi di nuovo in una bisca. Lui avvicina i Borsellino, carpisce la loro fiducia e loro confessano di aver ammazzato Pasolini. Avevano 14 e 16 anni. Ed il calcio ai testicoli lo aveva dato il più piccolo. E con loro c’era anche Johnny il biondino. Sansone riferisce al capitano e i carabinieri arrestano i fratelli Borsellino. Il maggiore a Regina Coeli dice che avevano capito subito che Sansone era un carabiniere infiltrato e che gli avevano raccontato la cosa di Pasolini per prenderlo in giro.

Dalla procura arriva un rapporto che dice che la spiegazione di Borsellino era credibile. E la testimonianza di Sansone non viene presa in considerazione. Abbiamo pubblicato il rapporto integrale di Sansone. Ed era incredibile che i Borsellino avevano mentito sul delitto Pasolini, ma non sulla refurtiva che effettivamente era stata trovata nella loro casa e che aveva causato l’arresto.

Io lavoro sui fatti, non mi piacciono le tesi complottistiche. Il delitto Pasolini sospetto che fu politico. Dal primo istante fu letto in modo politico. Dal Tg di stato. E la versione rimase inalterata per 37 anni. C’è corporazione tra magistrati. Nessuno indaga per dimostrare che il suo collega precedente ha sbagliato. Più volte il delitto Pasolini è stato riaperto. La prima volta nel ’95 con il film di Giordana. Che fa riemergere il verbale di Sansone. Nel frattempo i due fratelli Borsellino erano entrambi morti di AIDS. L’inchiesta viene chiusa, prendendo pari pari il rapporto del pubblico ministero sulla inattendibilità del lavoro di Sansone. Questi atti non sono pubblici. Sono una dialettica tra giudice istruttore e altro giudice. Nel 2005 viene riaperto di nuovo. Perché Pelosi va in tv, al programma OMBRE SU GIALLO. E racconta che c’erano i Borsellino, già presenti a piazza dei 500 e lui li vede tramare. Dice che picchiarono anche lui sul naso. Dice che i Borsellino si erano messi a fare politica, che frequentavano il Movimento Sociale. E dicevano a Pasolini, mentre lo picchiavano, "garruso", che in dialetto siciliano significa omosessuale. Succedono cose incredibili. La testimonianza di Pelosi viene smontata. Dicendo che aveva parlato a comando, dato che aveva preso dei soldi dalla Rai. Si fanno equazioni logiche. Con una perla di proporzioni inestimabili. Il procuratore fa l’ipotesi che Pasolini fosse stato attratto in una trappola con le pizze di Salò, che erano state rubate tempo prima a Cinecittà. Sergio Citti dice che Pasolini gli aveva detto che forse aveva saputo dove erano le pizze rubate. Ma dice che Pasolini aveva il negativo e poteva rifarlo. Ma nessuno dice che il film non ha negativo. È l’originale. Infatti il film lo montò con pezzi di scarto.

Johnny lo zingaro ha avuto tre ergastoli, da ragazzino già ammazzava. Era di etnia Sinti, giostraio. Aveva 15 anni all’epoca. A 11 anni aveva rubato una macchina, forzato un posto di blocco, la polizia sparò e lo colpì al piede. È claudicante. Il plantare trovato sulla scena del delitto potrebbe essere il suo. Sansone nel rapporto parlava di Johnny il biondino che abitava a viale Gordiani. Riguardo a Johhny, nel corso degli anni, ci sono testimonianze di 3 pentiti. 2 prima del 2000, Mercurio, assassino della camorra, in carcere con Martini, al quale dice di aver partecipato al delitto Pasolini. Altro pentito, Carapacchi, romano, entra in contatto con Pelosi e Johnny lo zingaro in carcere. Era sul finire della pena, in semilibertà. Faceva l’autista e portava anche Pelosi. Dice a Pelosi che sapeva del delitto Pasolini e Pelosi va in escandescenze. Nel 2000 un terzo pentito, Domenico Fiore, dell’anonima sarda.

Nei documenti dell’archiviazione del 2005, a fronte di tutte queste testimonianze, il magistrato se la cava dicendo che la squadra mobile aveva fatto una indagine, concludendo in maniera chiara e certa che Giuseppe Martini e Giuseppe Pelosi non si conoscevano affatto. In un interrogatorio fatto a Martini nel 2007, Martini diceva che conosceva benissimo Pelosi. Si vede una non voglia di andare a fondo. Pelosi nella intervista del 2005, e lo ribadisce nel libro che ha pubblicato dopo e che si chiama IO SO CHI HA UCCISO PASOLINI, pur dicendo che si è tenuto per sé il 10/15% della verità, ammette che lui e Pasolini si conoscevano da almeno 4 mesi. Pasolini non è vero che andava a reclutare gigolò. Non andava mai con chi non conosceva. Era un romantico. Pasolini era stato aggredito più volte. Aveva preso un appuntamento una settimana prima. Pino Pelosi l’amò. Al quale attaccano l’esca che sono le pizze del film. Pasolini va all’appuntamento. L’Idroscalo non era credibile come luogo per appartarsi. C’erano un sacco di posti sulla Tiburtina che Pasolini conosceva benissimo.

Johnny era coinvolto in un fatto di sangue simile, per cui ebbe uno degli ergastoli. Con un complice convinsero un operaio dell’Atac a dargli un passaggio dopo il turno di notte. In una zona isolata della strada, per rapinarlo. Ma aveva 600 lire in tasca. Scappò e Johnny lo inseguì e lo colpì con un colpo alla nuca.

I due Borsellino e Johnny, in tre non avevano l’età di Pasolini. Johnny era uscito da Casal del Marmo il 31 ottobre, da poche ore. Ma non è pensabile un tentativo di rapina. Piuttosto è un omicidio volontario e premeditato. Non è casuale anche l’idroscalo. Nel film di Giordana si vede quando arrivano i giornalisti. C’era il giovane Furio Colombo, intervista la famiglia Salvitti, che stava a 30 metri, e che riferisce che la notte precedente c’era un sacco di gente, almeno 6 o 7. Salvitti, però, un paio di giorni dopo, cambia totalmente la versione e dice che era andato a pescare. Probabilmente fu intimidito. Di quelli che abitavano sul posto , nessuno aveva la licenza edilizia.

La macchina aveva un macchia rossastra sul tetto dalla parte del passeggero. Durante ipotizza che Johnny abbia aperto la portiera e per tirare fuori Pasolini fece leva con il piede destro e gli si leva la scarpa e cade il plantare. E che Pasolini colpito abbia fatto schizzare sangue sul tetto. La macchia di sangue era stata lavata dalla pioggia ed era rimasto solo un alone. Fu accertato poi che è sangue di Pasolini. Pelosi non ha macchie di sangue addosso. Anche se ha raccontato di essersi sciacquato alla fontanella.

Ci sono cose certe, probabili e possibili. Tra le cose certe c’è la pluralità degli assassini e la inerzia a fare indagini serie. La volontà è di chiudere sempre le indagini. Nel 2005 l’intento è di metter una chiusura tombale. Si chiama il perito Umani Ronchi, il quale dice che è stato solo Pelosi ad ammazzare Pasolini. E’ imbarazzante vedere come si liquidano elementi che avrebbero consentito di spiegare molte cose.

Sulla tavoletta hanno trovato un DNA diverso da quello di Pasolini.

Il rapporto di Sansone era una porta aperta sulla verità. Descrive Johnny il biondino minuziosamente. Da giornalista io posso dire che ha il piede 41 ed il plantare è il suo ma il giudice ha bisogno di altri elementi. Pelosi non ha mai voluto tirare dentro Johnny lo zingaro. Ma doveva essere incriminato per favoreggiamento. Dato che ha detto che il 10/15% non lo ha detto. Tutte le cose chiaramente false dette da Pelosi sono ancora assunte come verità.

Catello Masullo : e i mandanti? Il 10% che manca è la polizza sulla vita di Pelosi?

Gullace : questo non è dimostrabile. Probabilmente le persone che hanno aggredito Pasolini lo aspettavano all’Idroscalo. In quelle baracche c’era qualcuno.

Dal pubblico : ho sentito che Pasolini stava scrivendo un libro sulle vicende, Mattei, ecc.

Gullace : gli ultimi 50 anni in Italia ci sono stati una serie di fatti per i quali i mandanti non sono stati mai presi. Fin dal delitto del bandito Giuliano, Sindona, ecc. Se dovessi scrivere una sceneggiatura, un’opera di fantasia, che sia credibile, direi che Pasolini va con Pelosi che conosce. Pelosi fa credere a Pasolini che c’è la possibilità ad arrivare a chi ha le pizze del film. E che lo farà incontrare con le persone che possono fargli riavere le pizze. Pelosi, in contatto con i Borsellino, pensa di poterci ricavare qualche milione. L’argomento petrolio Pasolini lo tratta in un editoriale del Corriere della Sera in cui dice che conosce i nomi di tutti i mandanti del delitto Mattei. Ma in Italia lo sanno tutti. Da ragazzino sentivo dire sempre "socialisti ladri". E poi si è scoperto che era vero. Pasolini dice : io non sono un giornalista investigativo.


Amendola : tante cose le sappiamo da un ragazzetto di vita che è stato a scuola con il Libanese della banda della Magliana. Con il quale Pasolini amava trattare per scoprire cose. Salò è un atto di accusa ai fascisti tremendo.

Gullace : siamo un paese di pasticcioni. Ma la realtà è che questo affresco incredibile regge per 50 anni. I mandanti sono furbi. Un giornalista investigativo non si ammazza, perché se no si lascia la firma. Lo si delegittima. Sul caso Pasolini sono stati scritti fiumi di inchiostro. Non è successo nulla.

Nel mio film, io direi che Pelosi lo porterà lì per farlo rapinare. Pasolini viene ammazzato con odio. Picchiato selvaggiamente e poi passato sotto la macchina. C’è anche la componente dell’omofobia. Lui era un simbolo. Potrebbe essere credibile uno scenario come l’omicidio Matteotti. Una banda impazzita. Non è dimostrato che Mussolini fosse il mandante. Anzi si pensa che all’inizio Mussolini fosse all’oscuro. Dal momento in cui muore Pasolini e quello in cui Pelosi viene arrestato, passa un’ora. Mentre è stato arrestato a 5 minuti dall’Idroscalo. C’è un grande buco nero. L’Avv. Mangia cerca di fare il processo a Pasolini, come corruttore di minorenni. Pasolini aveva molta freddezza con il PCI. Era una mina vagante, non arruolabile e non etichettabile.

C’è ancora tanto lavoro da fare.

Dal Pubblico : il produttore Grimaldi , all’epoca della scomparsa delle pizze, fu minacciato da fascisti ed andò a vivere in Francia.


Gullace : il film Salò uscì postumo. Provocazione fortissima. Dissacrazione, sul sesso più abietto. Il massimo che si possa fare per sporcare un’ immagine. La versione che è uscita è fatta con pezzi di scarto. I cinema furono assaltati. Il film fu sequestrato. Anche su istanza degli alpini, dato che c’era nel film un canto alpino. Il film scatenò reazioni pazzesche. I fascisti entravano nelle sale per interrompere le proiezioni. Pasolini aveva fatto un primo montaggio. Scegliendo i migliori passaggi. Questo è stato rubato. Andando a leggere i giornali dell’epoca si vedono sequestri di persona continui, omicidi. Sul Messaggero, nella cronaca romana era zeppo. Ma sul caso di Pasolini non ci sono state migliaia di pagine. Ci sono articoli fino al 10 novembre. Poi è sparito. I giornali vanno avanti molto quando non si sa chi è il colpevole. In questo caso il caso era chiuso in partenza. I giornali milanesi hanno un atteggiamento diverso. Fanno campagna stampa sul fatto che non è stata fatta alcuna indagine, che la scena del delitto era stata inquinata. D’altra parte sulla scena dell’omicidio di Fortugno a Locri, la giovane magistrata passava con i tacchi a spillo sul sangue!

La prossima volta vi portiamo i colpevoli!


 

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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Non è di questo Pasolini (che occorre parlare) di Pietro Peli - Willem Dafoe, Siamo tutti in pericolo

"ERETICO & CORSARO"

 
 
Non è di questo Pasolini (che occorre parlare)
di Pietro Peli 

Raccogliere le impressioni dalla visione del Film di Ferrara su PPP è allo stesso tempo semplice e difficile: semplice per il giudizio complessivo che se ne può dare dopo la visione – brutto senza riserve –, difficile per la quantità di sovrastrutture, luoghi comuni fastidiosi e semplificazioni banali da scrostare se si vuol tentare di riavere un’idea veritiera di Pasolini. Lento e grezzo laddove didascalico, greve e imbarazzante laddove immaginifico, il film pare un collage di attori messi male in scena (con l’eccezione, forse, di Adriana Asti nella parte di Susanna Pasolini): il tentativo di rappresentare in un giorno e mezzo tutto ciò che il protagonista poteva ancora immaginare e profetizzare si spegne nella mancanza di profondità dell’ambiente (l’Italia e il mondo degli anni ’70) e nella sciatteria con il quale viene trattata la complessità dell’uomo Pasolini. Non c’era bisogno di evocare gli "Io so", le lucciole o i processi alla Dc: bastava ricordare la vastità degli interessi dell’intellettuale per fare più giustizia della sua grandezza e originalità nel panorama culturale di ieri e di oggi. Ma per questo, occorreva fare un altro film oppure non farlo proprio.

E questo dà l’agio per dire di quale pericolo vi sia, in epoca postmoderna, del considerare tutto eguale a tutto: di Pier Paolo Pasolini oggi destra e sinistra possono contenderne parole, azione e financo celebrazione come un monumentino, un santino da Italia unita, citandolo a sproposito (mi veniva voglia di dire a ..... se si pensa allo stravolgimento del messaggio ultimo su cui la destra ha poi rimestato nel caso dei Poliziotti a Valle Giulia) pronto per una nuova mercificazione, essendo ormai digerito anch’esso. Il film di Ferrara rappresenta Pasolini come un contenitore di sogni che una notte all’Idroscalo si è rotto irrimediabilmente: è forse questa la dimensione che un americano medio può meglio intendere. L’American Dream, difatti, nella sua apparente innocenza e piacevolezza si è rivelata una macchina di omologazione di cui Pasolini aveva capito, nei suoi farseschi e tragici addentellati o epigoni italiani, la pericolosa e subdola pervasività.
Ed è forse ora di dire e ricordare con chi Pasolini stava e perché e chi egli combatteva con quella veemenza che piace solo perché esteticamente accattivante. Farlo, anche per ripulirsi dopo un film così, è molto più semplice di quel che si creda. L’ha detto due giorni dopo la sua morte Franco Fortini: leggerlo.


«Gli sono stato amico per molti anni: avverso per altri; sempre ho cercato di intenderlo e amarlo. Ho in comune con lui la divisione, la duplicità di cui si fa, quando si fa, la poesia. Nel testo autentico d’altronde, come nell’attimo della morte coincidono elezione e destino, scelta e inevitabilità. Meno commozione per Pasolini, più amore e intelligenza per quello che egli ci ha detto»

(il manifesto, 4 novembre 1975, p. 2)
Pietro Peli

 
 


Siamo tutti in pericoloAldo Colonna, 4.10.2014

Intervista. "Entrare nel personaggio, nell'uomo, nello scrittore, dice Willem Dafoe interprete di Pasolini di Abel Ferrara, è stato per me certamente un punto di arrivo e alla fine ho avvertito sulla pelle il suo coraggio"

Il PASOLINI di Abel Ferrara, regista onirico e visionario a dispetto del suo interesse per le marginalità e la trasgressione, tratteggia le ultime ore di vita del poeta in una commistione, non sempre riuscita, di piani intersecantesi che dovrebbero essere, per ragione veduta, mantenuti paralleli. E’ cronachistico nella descrizione della quotidianità di Pier Paolo ma dà pure vita,visivamente, a lavori incompiuti come PETROLIO e PORNO-TEO-KOLOSSAL per alcuni versi disorientando la continuità del racconto.

Quella che a tutta prima sembra una calma piatta è invece la forza del film. L’intervista rilasciata a Furio Colombo, la serenità del convivio con la madre Susanna,con i cugini, con Laura Betti, la caccia notturna all’Esedra di Roma all’inseguimento dei suoi demoni, i momenti di serenità da POMMIDORO insieme a Ninetto. Le parti più apparentemente gioiose(vogliamo riferirci all’entrata a Sodoma e al rito della fertilità), diventano le più incomprensibili, soprattutto ad un pubblico che non abbia velleità filologiche e che voglia vedere, in PASOLINI, più semplicemente una chiave interpretativa del grande intellettuale. Il party di PETROLIO è un’occasione mancata, assolutamente, non supportato da chiose interpretative che aiutino lo spettatore a decodificare un contesto formalmente attiguo alla quotidianità del protagonista –quella professionale– ma da quella completamente avulsa.

Nell’intervista che segue si è detto che il film non ha messaggi. Eppure uno ci sembra di averne colto: "siamo tutti in pericolo". L’assassinio di Pier Paolo Pasolini che sembrava un punto d’arrivo o, meglio, una chiusa parentesi nella speranza che le sue profezie fossero fallaci diventa un punto di partenza. Il 17enne che a Torpignattara uccide a mani nude un pakistano indifeso, colpevole di aver leso la sua onorabilità con uno sputo, e che viene omaggiato dal quartiere con una fiaccolata di solidarietà(all’assassino non alla vittima), vuol dire che viviamo già all’inferno, senza essercene mai accorti compiutamente e la profezia è diventata realtà:" Siamo tutto, assassini e brava gente". Pasolini è presago dell’inferno, e questo già accadeva quarant’anni fa.

Il cast è quello delle grandi occasioni. Willem Dafoe è impressionante per l’adesione fisica allo scrittore e per alcune movenze; Adriana Asti, che impersona la madre Susanna, è superba; il cammeo di Siciliano nelle vesti di Furio Colombo rasenta la perfezione; Ninetto Davoli, inopinatamente nei panni di Eduardo De Filippo, ci ha fatto venire nostalgia per l’ilarità e la leggerezza che ricordano COSA SONO LE NUVOLE e UCCELLACCI E UCCELLINI; Giada Colagrande, misurata e puntuale, assai convincente nel ruolo della cugina Graziella. Ma Valerio Mastrandrea nelle parti del cugino Nico che…c’azzecca? Nico Naldini –struttura fisica a parte– è un uomo dai modi gentili, dalla voce fragile e caratterizzata, lontano dalla virilità spontanea del suo interprete; Scamarcio, nel ruolo di Ninetto Davoli, assolutamente inespressivo(non ce ne voglia, possiamo sbagliare); Maria De Medeiros(splendida Anaȉs Nin in HENRY & JUNE) nei panni della Betti assolutamente fuori ruolo (abbiamo frequentato per anni Laura Betti, non era né sopra le righe né caricaturale). Perché l’impasse del film sta proprio nella dicotomia: mimesis o poiesis? Riproduzione della realtà o creazione dal nulla di un’opera di poesia? Questo l’assillo. Ma il film è ben scritto da Maurizio Braucci (scrittore, co-sceneggiatore del GOMORRA cinematografico) con una –fortunatamente unica– banalizzazione del dialogo tra Pier Paolo e Pelosi alla trattoria BIONDO TEVERE.

PASOLINI si propone come un atto d’amore a quello che il regista considera un suo maestro. La complessità del materiale trattato, lo sforzo corale di un cast cementato da curiosità e rispetto verso lo scrittore e consapevole di far parte di un esperimento straordinario, il confronto di Abel Ferrara con il suo alter-ego nella discesa agli inferi,solidale con il suo compagno di strada e accomunato dalla persecuzione che segue sempre un maudit, fanno del film un film appassionato, compartecipe, personalissimo che, seppure registra a tratti cadute indotte dalla difficile amalgama di testimoni del tempo e non, merita altre letture che fughino o confermino le discrasie rilevate ma che continui a bearci nella descrizione di un tempo feroce e primitivo dove imparammo a resistere.

Abbiamo avuto l’occasione di rivolgere qualche domanda di approfondimento a Willem Dafoe.

Qual’è stato il tuo primo approccio a Pasolini e alla sua opera?
In assoluto il primo approccio con Pasolini fu la visione de IL VANGELO SECONDO MATTEO, consigliatomi da Scorsese quando ci accingevamo a girare L’ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO. Nasce da lì il mio interesse per lo scrittore che diventerà ancor più concreto negli anni successivi e comunque prima di aver avuto l’occasione di impersonarlo.
Come ti sei preparato per il ruolo, quanto tempo hai impiegato?
Quantificare il tempo è davvero difficile. Se pensi che avevo 33 anni quando interpretai il film di Scorsese, e che da allora ho letto i suoi libri, i suoi saggi , recentemente le sue poesie, direi che ho impiegato anni. Per il film mi ha aiutato moltissimo Ninetto, parlare con i testimoni di quella stagione.
Scendere nell’inferno pasoliniano ti ha aiutato ad avere più coraggio? Voglio dire, come ha lavorato dentro di te immedesimarti nel personaggio?
Non ci avevo mai pensato prima ma sì, tutto questo ha rafforzato in me l’idea che ciascuno di noi dovrebbe lottare per le proprie idee. Entrare nel personaggio ha generato una specie di transfert –e anche questo non ti sembri eccessivo,totalizzante, più di quanto non lo sia stato nella realtà– , entrare nel personaggio, nell’uomo, nello scrittore è stato per me certamente un punto di arrivo e alla fine ho avvertito sulla pelle il suo coraggio.

Quanto pensi arricchisca la tua carriera ‘essere Pasolini’?
Non mi va di parlare in termini di carriera, spero tra l’altro che sia ancora lunga. Posso senz’altro dirti che questa esperienza mi ha arricchito come uomo, arricchimento che non è casuale, episodico, ma fa da coronamento ad una sorta di work in progress, camminando negli anni ‘accanto’ a Pasolini.

Ferrara ha dichiarato che non era interessato a scoprire da chi è stato ucciso Pasolini ma,alla fine, sembra aver abbracciato la versione ufficiale. Saprai che in Italia si è ancora alla ricerca della verità, questa storia non è ancora stata scritta del tutto. Ti sei confrontato con Ferrara e Braucci prima di girare?
Non sono d’accordo con te sul fatto che Ferrara abbia sposato la versione ufficiale. Il lavoro sullo script è stato un lavoro di gruppo, con il regista e Maurizio Braucci appunto. Diciamo che quando Ferrara asserisce che non gli importa nulla di chi ha ucciso Pasolini non intende dire che è estraneo alle responsabilità di chi ne ha avute, vuol dire solo che non è stato suo compito indagare. E la scena dell’omicidio diventa simbolica. Vediamo giovani uomini che trucidano Pier Paolo. Questo è aderente alla verità dei fatti ma vuol simboleggiare anche il potere che fagocita corpi ad esso estranei. Sono altri,magari tu, che debbono indagare e darci una verità differente da quella data per certa,sempre che esista.

Quindi il tuo contributo non è stato solo quello di una naturale,a tratti impressionante,rassomiglianza?
Ne parlavamo prima. C’è stato,come ti dicevo,un lavoro di gruppo, e un grosso lavoro di avvicinamento alle problematiche pasoliniane. Dicono, e tu me lo confermi, che c’è stata una buona adesione alla fisicità dello scrittore. Questo, a parte farmi piacere, ha sicuramente aiutato.

PPP denuncia i rapporti tra Potere, il potere politico e gli intellettuali, dal momento che sono gli intellettuali che denunciano l’oppressione del Potere nei confronti del Popolo. Esiste una figura simile negli Stati Uniti?
Non con queste caratteristiche. E’ vero,è molto diverso il contesto. Per il Vietnam si mobilitarono tutti, attori,studenti,professori. Ma un intellettuale così…

…forse vuoi dire ‘organico’?
…ecco,organico,un intellettuale a tutto tondo,coinvolto,sempre in prima linea.

Mi vien fatto di pensare a Chomsky.
Sì,certo,ma è diverso. Chomsky è uno molto ascoltato, dice cose taglienti, ma è sempre molto rispettato,è un docente,nessuno lo tocca, Pasolini è perseguitato dalla giustizia spesso,o sempre,assolto, è perseguitato dalla cultura imperante per la sua omosessualità,viene picchiato per le sue idee, paga, per farla breve,sempre in prima persona. Direi che è una figura unica.

Forse solo un film-maker come Ferrara, un border-line per molti versi, uno che ha avuto un appeal speciale con la disobbedienza, poteva interessarsi a un personaggio del genere e fare questo film. Willem Dafoe, invece,chi è?
Sono d’accordo su Ferrara, per me il discorso è un po’ diverso. In molti miei film ho interpretato personaggi al limite. Per calarsi nei panni di un violento, di una persona che vive ai limiti, devi essere per forza un po’ quel personaggio altrimenti non riusciresti. E,allo stesso tempo,essere un po’ quel personaggio non significa che lo sei 24 ore su 24. Un attore che voglia davvero immedesimarsi in una parte che gli è stata proposta deve sentire quel personaggio altrimenti non lo interpreta, non lo fa. E interpretarlo vuol dire far confluire in esso non solo le sue capacità mimetiche, gli insegnamenti della scuola da dove proviene, se ha seguito dei corsi di recitazione, gli insegnamenti dei colleghi più famosi ed esperti, ma anche le sue esperienze di vita. Così, per risponderti, ti do una non-risposta (e tuttavia ti dico che solo apparentemente è tale): io sono tutti e nessuno.

Qual’è l’insegnamento che ricevi da questa full-immersion e,secondo te, qual’è il messaggio del film,se ne ha uno?
Non credo che il film voglia dare un messaggio. E’ fiction,non è un documentario. Non dimostra una tesi,già lo abbiamo detto. Forse l’insegnamento è un arricchimento. Hai studiato,lungo gli anni, e nei limiti del possibile, l’opera di un intellettuale, ne sei rimasto affascinato. Poi un giorno un amico (Abel Ferrara,ndr) ti propone di impersonarlo. Provo orgoglio.

Durante la lavorazione de I CANCELLI DEL CIELO di Cimino all’improvviso scoppi a ridere e lui ti caccia dal set. Vi siete spiegati dopo?
Non ricordo più che cosa accadde esattamente. Mi pare che si trattasse di una battuta, di una barzelletta. Ma la verità è che tra ritardi,lungaggini della lavorazione, puntigliosità di Cimino non se ne poteva più e quella risata era una risata nervosa, liberatoria. Sì,ci siamo dati la mano ma ci siamo persi di vista.

E invece parlasti con Sergio Leone dopo che dichiarò che la tua faccia nel L’ULTIMA TENTAZIONE ricordava,più che quella del Cristo,quella di un gangster?
No, non accadde. Ma non accadde nulla in quel frangente, rimasi solo deluso.

La tua interpretazione in PLATOON è stata per me una tra le migliori. Hai trovato il tuo ruolo migliore?
Grazie per il complimento intanto. La risposta è no, almeno fino adesso. Ho amato molti dei personaggi interpretati e non mi sono mai posto la domanda.

Siamo alla chiusa. Quanto tempo trascorri a Roma solitamente?
Difficile dire,tutto dipende dal lavoro. Posso dirti sicuramente due mesi l’anno,ma possono essere anche di più. Dipende tutto dal lavoro.

Quali differenze rilevi nel vivere qui e negli Stati Uniti?
Moltissime,enormi. New York è il capitalismo eppure ha una sua strana umanità,una sua anima. Certo,anche l’Italia è capitalismo ma qui ci sono dimensioni più ‘easy’. Difficile spiegarti questo punto di vista. Vorrei dire: dimensioni più umane ma poi, di conseguenza, è come se dicessi che a New York è tutto disumano e non è così. Diciamo che a Roma vivo situazioni più easy going.

Ti senti più europeo o più americano?
Beh, ti do una risposta che può sembrarti scema: io sono un cittadino del mondo. Se non ti basta posso dirti che in entrambi le città io mi sento a casa. Questo probabilmente vuol dire che io americano mi sono ambientato magnificamente, sono anche italiano. O no?

testo e intervista di Aldo Colonna
 

Fonte:

 

 

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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