martedì 4 novembre 2014

Versi per Pasolini - Idroscalo, di Pietro Peli.

"ERETICO & CORSARO"



2 Novembre 1975 – 2014

Ostia. Idroscalo. Un uomo

Tu tra il mare
e noi ...
tra i detriti
i delitti nel fango
una capitale d’impero 
e calcinacci di persone.
Colore verde
non speranza, petrolio:
non ci parlare, profeta.
Il sole di Ostia
non permette amore:
all’oggi che afferma 
vecchie facili verità tristi
non ti voltare.
Altro, se non da queste mani,
non c’è da sperare.

PP

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Pasolini é tra noi, di Loretta Fusco

"ERETICO & CORSARO"



Pasolini é tra noi
Di Loretta Fusco

«Amo la vita così ferocemente, così disperatamente, che non me ne può venire bene: dico i dati fisici della vita, il sole, l'erba, la giovinezza:... e io divoro, divoro, divoro... Come andrà a finire, non lo so.»


E’ Pier Paolo Pasolini che parla ed è quasi un presentimento di morte.
...
Era il 2 novembre 1975 quando venne assassinato come un comune delinquente ma la sua barbara uccisione ancor oggi muove le coscienze e indigna per la mancanza di una verità che a distanza di 39 anni annaspa ancora in acque torbide.
Profetica fu la sua lettura del presente del quale colse i primi segni di disgregazione che avrebbe spazzato via un'identità culturale ispirata ad una scala valoriale non più punto di riferimento.
Ci manca un uomo come Pasolini e dico uomo perchè nonostante la sua portata intellettuale e filosofica rimase sempre uno spirito libero.
Ed è l’uomo che mi piace ricordare, quello che univa all’analisi lucida e critica della società dei consumi e dei poteri occulti, la tenerezza dei ricordi d’infanzia tradotti in splendide rime e l’amore incondizionato per la madre Susanna.


Nella profondità dei tuoi occhi
la grandezza dei tuoi pensieri
Nella fragilità del tuo corpo
Le frustate della vita

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Maria Vittoria Chiarelli - Pasolini, "disperata vitalità"

"ERETICO & CORSARO"



Pasolini, "disperata vitalità"
Di Maria Vittoria Chiarelli

Pier Paolo Pasolini, intellettuale eretico e corsaro nato nel nostro Paese che egli amò con tutte le sue forze, consumandosi in un lavoro incessante, oltre ogni speranza, senza riserve, affinché recuperasse la sua vera storia per ricostruire una nuova umanità, le cui radici erano state avvelenate da un Potere senza volto, omologante che ha distrutto la vera ricchezza del nostro popolo.


La ricchezza
[...]

Ma in questo mondo che non possiede
nemmeno la coscienza della miseria, 
allegro, duro, senza nessuna fede,
io ero ricco, possedevo!
Non solo perché una dignità borghese
era nei miei vestiti e nei miei gesti
di vivace noia, di repressa passione:
ma perché non avevo la coscienza
della mia ricchezza!


L'essere povero era solo un accidente
mio ( o un sogno, forse, un'inconscia 
rinuncia di chi protesta in nome di Dio..)
Mi appartenevano, invece, biblioteche, 
gallerie, strumenti d'ogni studio: c'era
dentro la mia anima nata alle passioni,
già, intero, San Francesco, in lucenti riproduzioni, e l'affresco di San Sepolcro, / e quello di Monterchi: tutto Piero, / quasi simbolo dell'ideale possesso, / se oggetto dell'amore di maestri, / Longhi o Contini, privilegio
d'uno scolaro ingenuo, e, quindi,
squisito...Tutto, è vero, 
questo capitale era già quasi speso,
questo stato esaurito: ma io ero
come il ricco che , se ha perso la casa
o i campi, ne è, dentro, abituato:
e continua a esserne padrone...

[...]

Ah, raccogliersi in sé, e pensare! 
Dirsi, ecco, ora penso- seduti
sul sedile, presso l'amico finestrino.
Posso pensare! Brucia gli occhi, il viso,
dalle marcite di Piazza Vittorio, 
il mattino, e, misero, adesivo,
mortifica l'odore del carbone
l'avidità dei sensi: un dolore terribile
pesa nel cuore, così di nuovo vivo.
Bestia vestita da uomo- bambino
mandato in giro solo per il mondo,
col suo cappotto e le sue cento lire,
eroico e ridicolo me ne vado al lavoro, 
anch'io per vivere...Poeta, è vero, 
ma intanto eccomi su questo treno
carico tristemente di impiegati, 
come per scherzo, bianco di stanchezza, / eccomi a sudare il mio stipendio, / dignità della mia falsa giovinezza, / miseria da cui con interna umiltà / e ostentata asprezza mi difendo...


Ma penso! Penso nell'amico angoletto,
immerso l'intera mezzora del percorso,
da San Lorenzo alle Capannelle,
dalle Capannelle all'aeroporto, 
a pensare, cercando infinite lezioni
a un solo verso, a un pezzetto di verso.
Che stupendo mattino! A nessun altro
uguale! Ora fili di magra
nebbiolina, ignara tra i muraglioni
dell'acquedotto, ricoperto
da casette piccole come canili,
e strade buttate là, abbandonate,
al solo uso di quella povera gente.
Ora sfuriate di sole, su praterie di grotte
e cave, naturale barocco, con verdi
stesi da un pitocco Corot; ora soffi d'oro / sulle piste dove con deliziose groppe marrone / corrono i cavalli, / cavalcati da ragazzi / che sembrano ancora più giovani, e non sanno
che luce è nel mondo intorno a loro.
[...]
( Pier Paolo Pasolini, da "La ricchezza", in "La religione del mio tempo" ).


Grazie Pier Paolo Pasolini, per quello che sei stato, per quello che continui ad essere per tutti noi, una "disperata vitalità", lanciata con la forza delle idee, inarrestabile nella propulsione benefica del dubbio che sola affranca da ogni uniformità di pensiero e da ogni meschino compromesso.
Voglio immaginarti nei tuoi momenti migliori, a guardare oltre ogni cortina di ferro della storia, a scavalcare le dune delle " Sabaudie " del mondo, insieme a noi, caro fratello e compagno di strada.


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Fabrizio Gifuni su Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"



Era una caldissima giornata di luglio. Il Riccetto che doveva farsi la prima comunione e la cresima, s'era alzato già alle cinque (…)

Questo è l'inizio di Ragazzi di vita, il primo (siamo nel 1955) - e forse il più necessario - romanzo di Pier Paolo Pasolini. E queste parole, gli squarci di periferia, una lingua che ormai è solo un ricordo, le inflessioni, la borgata, ora si possono ascoltare. Rinascono con Fabrizio Gifuni che dà la sua voce, la sua passione, il suo corpo al romanzo, che è diventato un audiolibro (pubblicato da Emons), un mezzo diverso per farci entrare nell'universo di un intellettuale scomodo di cui l'anno prossimo si celebrano i 40 anni delle morte.

Fabrizio qual è stato il suo primo approccio a Pasolini?

Le prime letture credo siano state intorno ai 20 anni. Non sono stato un lettore precocissimo: le letture fondamentali sono arrivate tra i 20 e 25, durante gli anni dell'Accademia d'arte drammatica, un impegno teatrale a tempo pieno. La letteratura e la poesia per me sono sempre stati molto filtrati attraverso la lente del teatro. Le parole che leggevo per me si traducevano immediatamente in un'esperienza fisica. Credo di avere iniziato con gli Scritti corsari e poi ho continuato a frequentarlo.

In che modo?

Con una certa assiduità e poi alla fine degli anni 90, all'inizio dei 2000 ho iniziato a lavorare allo spettacolo Na specie di cadavere lunghissimo, uno degli spettacoli per me più importanti che ho condiviso con Giuseppe Bertolucci e che contino a portare in scena da più di 10 anni. Avevo fatto un lavoro approfondito basato su gli Scritti corsari, le Lettere luterane, la raccolta Poesia in forma di Rosa, alcune cose di Ragazzi di Vita, più un poemetto sulla morte di Pasolini. E da questo lavoro è nato il testo teatrale.

Cosa vuol dire leggere a voce alta?

Questa è una cosa che mi è sempre piaciuta moltissimo, fin dall'infanzia. Ho sempre dato un grande valore, oltre a ricavarne un grande piacere, alla lettura ad alta voce. Perché vuol dire riportare le parole alla sua sede naturale, il corpo. Non bisogna mai dimenticare che i grandi autori provengono dai loro corpi, poi le parole si depositano su un supporto ma vengono dai corpi. Leggere a voce alta vuol dire far fare alla parola il tragitto inverso; staccarle dalla pagina e portarle in un corpo. E anche attraverso una "semplice" lettura, che semplice non è mai, il corpo è interamente attraversato dalle parole.

Quanto è durato il lavoro per Ragazzi di vita?

Sono 9 ore e 20 di recitato, letto. E a registralo ci ho messo più o meno una settimana con un bel ritmo pieno e tutta la giornata abbastanza impegnata.

Quale può essere l'utilità di un audiolibro e quindi di un testo letto?

Per esperienza ha visto che un testo ascoltato in un audiolibro o a teatro spesso consente un livello di comprensione che può essere superiore a quello che si può avere in una lettura silenziosa (specie nei testi complessi): ascoltato diventano più comprensibili, come se il testo allargasse le maglie che in una lettura silenziosa rimangono più strette (l'ho sperimentato tanto soprattutto quando ho registrati Il Pasticciaccio di Gadda). E questo è confortante perché ci dev'essere il piacere di chi lo legge a soprattutto di chi lo ascolta.

Chi è il Riccetto, figura centrale in Ragazzi di vita?

È una figura che torna nell'opera di Pasolini, è una figura archetipica. Un filo rosso. Da giovanissimo disegnava continuamente la figura di questo Riccetto. Che poi prende vita al cinema, nell'icontro con Ninetto Diavoli, esempio luminoso di questa figura archetipica che Pasolini incontra e tanta importanza ha avuto nella sua vita, nella sua opera e in qualche modo anche nell'esperienza buona della morte. Perché l'unico personaggio - anche se molte cose non tornano - che abbiamo imparato a conoscere, e la giustizia italiana ha giudicato come unico responsabile, Pelosi è un altro Riccetto.
E poi ci sono delle poesie bellissime friulane del primissimo periodo raccolte In La meglio gioventù tornato poi per me sotto forma di film, in cui si legge "posso solo dire che dal male dei ricci che non ho mai avuto, al mondo non si può guarire". Per dire quanto questa figura del nasceva proprio dall'interno di Pasolini.

Leggere Pasolini adesso perché?

Bisogna capire cosa. Parliamo di un uomo dai mille talenti: romanziere, poeta, polemista, giornalista, regista, autore teatrale. Lui resta prima di tutto uno straordinario poeta. Leggere Ragazzi di vita vuol dire leggere un romanzo straordinario, forse quello più bello, che ha una forza formidabile, ed è un documento anche linguisticamente molto importante. Dentro c'è il sapore di una lingua che già negli ultimi anni di vita di Pasolini non esisteva più.
Addentrarsi un po' di più nella sua opera vuol dire inevitabilmente fare i conti con un intellettuale che continua ad avere un posto centrale nella cultura italiana e non solo italiana. Ho detto più volte che il corpo di Paolini, il suo cadavere, è un cadavere su cui il nostro paese inciampa continuamente, come fosse un cadavere insepolto. E' stata talmente forte la sua voce che continuiamo a farci i conti, basta vedere quante volte a proposito o a sproposito viene tirato in ballo qualsiasi cosa succeda. Perché ha parlato moltissimo della vita del nostro paese, dell'Italia, degli italiani. Ha avuto un pensiero anticipatore rispetto a quello che poi sarebbe successo. Molte cose che diceva all'inizio degli anni '70 all'epoca erano faticosamente comprese, anzi non venivano comprese neanche dai suoi amici più intimi Moravia, Calvino mentre oggi la gran parte di quelle parole sono non solo leggibili ma molto familiari.

Tipo?

L'analisi della società italiana di quello che avremmo chiamato la globalizzazione, l'omologazione culturale, un discorso straordinariamente importante sul paesaggio e sull'urbanistica delle città, la perdita di identità di un popolo e di una nazione i cui connotati si stavano progressivamente annacquando e stavano diventando simili a tanti altri. Diceva che andare in una periferia di Roma, già negli anni '70 non era tanto diverso da andare alla periferia di Mumbai o Melbourne. E anche i corpi, un tema su cui Pasolini tornava spessissimo, si stavano assomigliando tutti, le facce, il modo di parlare… Eppure per sua fortuna non ha fatto in tempo a vedere per sua fortuna lo sfracello della chirurgia estetica.

Fonte:
http://www.marieclaire.it/Attualita/interviste/Fabrizio-Gifuni-su-Pier-Paolo-Pasolini-nell-anniversario-della-morte

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Sul delitto Pasolini, silenzio assordante - Simona Ruffini Criminologa e Simona Zecchi giornalista.

"ERETICO & CORSARO"

Opera di Fabio Pop Gismondi


ECCO LA NOSTRA NOTA INVIATA ALLE AGENZIE



Delitto Pasolini/ Legale famiglia Pasolini: silenzio assordante, si archivi
"Che cosa sta facendo la Procura della Repubblica di Roma?"

Roma, 3 nov. (TMNews) - "In un silenzio quasi assordante dei mezzi di comunicazione si è perso dopo 39 anni il ricordo dell'omicidio di Pier Paolo Pasolini".
Così afferma in una nota l'avvocato Stefano Maccioni, difensore di Guido Mazzon, cugino del grande scrittore e regista ucciso il 2 novembre del 1975.

Della vicenda "forse se ne è parlato troppo e male e questo ha contribuito a creare la divisione tra coloro che ricercano ad ogni costo la verità e coloro che invece si sono appagati della ricostruzione parziale fornita dai giudici. Quello che è certo è
il ritardo oramai inescusabile con il quale la magistratura non riesce a far luce sul delitto".

Il penalista sottolinea come su sua iniziativa e della criminologa Simona Ruffini venne a suo tempo presentata l'istanza che ha portato alla riapertura delle indagini. "Il 10 maggio 2010 il Ris dei carabinieri di Roma ha iniziato l'esame dei reperti custoditi al museo criminologico di Roma, come la maglia indossata".
A parere del penalista sullo sfondo c'è "un legame tra tre delitti eccellenti quello di Enrico Mattei, quello di Mauro de Mauro e quello di Pasolini".

Il legale ricorda una serie di "elementi concreti" prospettati agli inquirenti, a
cominciare da alcune sentenze che hanno riguardato il caso del giornalista dell'Ora.

"Ma a distanza di 39 anni dall'omicidio e di cinque dalla riapertura delle indagini, ed alla luce di tutti gli elementi raccolti, a nome dell'unica persona offesa presente nel processo vorremmo sapere perché non si procede a richiedere l'archiviazione del procedimento, qualora secondo il pubblico ministero non si ravvisino elementi tali da poter sostenere l'accusa in giudizio, oppure si proceda ad esercitare l'azione
penale, come prevede il nostro codice di procedura penale.

Questo silenzio è terribile e continua ad alimentare il caos di ricostruzioni fantasiose sul delitto".


Simona Ruffini Criminologa




Opera di Fabio Pop Gismondi



Pier Paolo Pasolini, l’inchiesta infinita di una morte annunciata

Pubblicato il 4 novembre 2014 

Una volta, un noto estremista di destra che avrebbe poi confessato la sua partecipazione ad alcuni eventi efferati che stavano insanguinando il Paese, confidò a un suo intimo amico: «Se non trovano niente nei primi 10 giorni non scopriranno più la verità».E’ quella delle indagini confuse, mescolate e senza logica, infatti, una delle caratteristiche che contraddistinguono la vicenda giudiziaria sul massacro perpetuato a Pier Paolo Pasolini.

Restando fedeli alla massima estremista poco fa espressa, basta allora tornare già alle prime quarantott’ore dopo il delitto, quarantott’ore scandagliate subito da L’Europeo il 21 novembre 1975 con un elenco preciso e puntuale di tutti gli errori fondamentali (almeno 6) iniziali. Il settimanale proseguirà poi in una lunga contro-inchiesta a firma di Oriana Fallaci e del suo collaboratore morto in strane circostanze molti anni dopo, nel 1989 (Mauro Volterra):

1. ad accorrere sul luogo del delitto in quella che era una stradina sterrata sputata sul mare di Ostia, due Giulia della polizia che non pensa nemmeno lontanamente di allontanare la folla accalcatasi intorno al corpo martoriato, inquinando così sin da subito quella scena criminis tanto dipinta e raccontata negli anni avvenire.

2. Nessuno ha tracciato sul foglio allora apposito degli inquirenti, i punti esatti dei vari ritrovamenti “di solito contraddistinti da lettere dell’alfabeto” come sottolinea il giornalista Gian Carlo Mazzini quel 21 novembre.


3. Dalla domenica del ritrovamento fino al giovedì successivo, la macchina di Pasolini è rimasta sotto una tettoia nel cortile di un garage, aperta e senza sorveglianza (è poco noto inoltre e quindi è anche bene ricordarlo qui, che quella stessa Alfa GT che Pasolini voleva destinare comunque a Ninetto Davoli, dopo la sua morte, un suo desiderio espresso in un foglietto, è stata fatta rottamare dallo stesso Davoli senza minimamente pensare che poteva essere un corpo di reato ancora da analizzare).


4. Alla scomparsa delle tracce già inquinate, subito dopo l’omicidio, si aggiunge anche la lenta adempienza degli investigatori che a parte il sopralluogo all’alba di quel 2 novembre faranno ritorno sul luogo del delitto soltanto il lunedì successivo, 3 novembre,quando ormai la strada era solcata da buche profondissime tanto era stato il traffico in quei due giorni.


5. Contrariamente a quanto fatto da Furio Colombo la mattina stessa del ritrovamento del corpo, che intervistò un pescatore del posto, il quale sin da subito nel racconto parla di più persone e dello stesso grido (“Mamma mamma m’ammazzano”) che anche Pelosi nelle interviste successive tra rimandi e dinieghi e qualche verità aveva da un certo punto in poi, 2005, cominciato a raccontare, gli investigatori cominciarono a interrogare gli abitanti di quelle che allora si chiamavano “baracche” e i frequentatori della stazione Termini dove, dice la vulgata e una ricostruzione ormai labile, “per la prima volta” si incontrano Pelosi e Pasolini solo molti giorni dopo mentre quel pescatore non fu mai sentito.


6. Infine, sul luogo del delitto non è mai stato chiamato il medico legale. E’ come quando in certi casi insomma si nega l’esame autoptico perché si pensa che la persona sia morta d’infarto: con Pasolini è stato cosi. La certezza di avere già degli elementi e di trovarsi di fronte a un “omicidio nel mondo del vizio”, come qualcuno scrisse già nel marasma di giudizi e preconcetti sul terribile evento, ha creato dei precedenti che da subito ha macchiato d’incertezza e oscurità quella dinamica così complessa secondo i testimoni e gli aneddoti emersi poi negli anni, che ormai districarsi per chi non segue ogni rivolo giudiziario diventa una scommessa.


Nel 2010, dopo un tamtam politico-mediatico senza precedenti, battuto per primo da Marcello Dell’Utri in occasione di una mostra del libro antico a Milano e alcune testimonianze che l’avvocato Stefano Maccioni, insieme alla criminologa Simona Ruffini nel 2009 hanno portato alla conoscenza del magistrato titolare delle indagini preliminari tuttora aperte, Francesco Minisci, la procura di Roma decide di riaprire le ricerche fino ad arrivare nel dicembre del 2013 a prelevare 120 Dna da altrettanti sospettati.
Nonostante le nuove testimonianze, pure molto importanti di cui parleremo nella seconda parte, e un’inchiesta giornalistica pubblicata nel 2008 da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Profondo Nero, Chiarelettere) il vero incentivo a riaprire il caso è stato appunto quello politico. Dopo le esternazioni di Dell’Utri che riferivano novità sul famoso “Appunto 21″, l’appunto cui Pasolini stesso in Petrolio si riferisce con un titolo Lampi su Eni, infatti, Walter Veltroni cominciò a pungolare l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano per la riapertura del caso, fino a che non ottenne una risposta. Quel pungolo arrivò anche alla procura la quale alla fine si decise.
Succede purtroppo quando un caso diventa motivo di indignazione o visibilità spesso al limite della speculazione (guarda il recente caso Cucchi, ndr) con al centro di tutto non la ricerca della verità ma l’esaltazione mediatica o il tornaconto di qualcuno (Dell’Utri in quel momento, marzo 2010, già condannato per mafia era in attesa del verdetto della cassazione e nei giorni successivi tra pentimenti sulle esternazioni e rimandi continui ha riempito i giornali nazionali). Il 5 dicembre 2011, poi, Dell’Utri fu interrogato dai pm di Palermo su ciò che avrebbe visto a Milano durante quella mostra, ossia alcune veline di quell’appunto o capitolo senza però cavarne granché. La familiare più stretta ed erede di Pier Paolo Pasolini, Graziella Chiarcossi, a ogni riferimento sospinto al riguardo fa scudo e sottolinea che quell’appunto non esiste. Lo ha fatto anche in un recente articolo apparso sulle pagine del Domenicale de Il Sole 24 Ore in risposta a un semplice excursus sul fatto.
E’ cosi che le parole di quell’estremista tornano cocenti e vere come non mai in questa storia. Non sono i soli “errori” disseminati e qui ricapitolati, posto che gli errori possono sempre sussistere, a complicare tutto sin dall’inizio, a imbrogliare le carte, ma molto altro in un’inchiesta infinita che ancora non permette di leggere Pasolini senza più quel corpo martoriato davanti agli occhi. (fine prima parte)

Simona Zecchi
Fonte:
http://www.lettera35.it/inchiesta-caso-pasolini-prima/#prettyPhoto

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