mercoledì 16 dicembre 2015

In morte di Licio Gelli - Pasolini e Petrolio - di Giovanni Giovannetti

"ERETICO & CORSARO"



In morte di Licio Gelli
di Giovanni Giovannetti


La prenderò un poco alla larga, ma colgo quest’occasione per offrire da subito qualche tosta "rivelazione" sull’omicidio di Pasolini e certe vicinanze con le trame piduiste nell’asse politico-massonico-criminale che a lungo governò il Paese e la strategia della tensione. Un arco di tempo che va dall’assassinio del presidente Eni Enrico Mattei (1962) alla strage alla stazione di Bologna (1980), passando per piazza Fontana a Milano (1969), piazza della Loggia a Brescia e la bomba sull’Italicus a San Benedetto val di Sambro (1974). Sono alcuni paragrafi di un ampio aggiornamento a Frocio e Basta, libro che ho condiviso con Carla Benedetti. La nuova edizione vedrà la luce in aprile-maggio.
E «quando è il momento di ammazzare Mattei», scrive Pasolini in Petrolio, il polimorfico ingegner Carlo Valletti protagonista del romanzo «si fa complice (sia pure solo col silenzio). A proposito della Mafia» (Petrolio, p. 546)

Per oltre dieci anni dalla pubblicazione, almeno sino al 2003, l’incompiuto Petrolio con poche eccezioni viene confinato nel palinsesto erotico e citazionista, o derubricato a non-romanzo privo di dignità artistica (Giuseppe Bonura su "Avvenire" arrivò a definirlo «l’ipotesi di una ipotesi di libro, una mastodontica nuvola di inchiostro stesa sopra una voragine di congetture priva di fondo e fondamento»), così da occultarne o quanto meno depotenziarne la caratura sperimentale, la sua portata politica e civile e le informate verità storiche in esso contenute. Basti qui ricordare, ad ulteriore triste esempio, quanto scrisse Nello Ajello su "Repubblica" il 27 ottobre 1992 senza aver letto Petrolio, se non i quattro appunti pubblicati da "Espresso" il giorno prima:
«[…] si tratta di un immenso repertorio di sconcezze d’autore, di un’ enciclopedia di episodi ero-porno-sadomaso, di una galleria di situazioni omo ed eterosessuali, come soltanto dall’autore di Salò e le centoventi giornate di Sodoma ci si può aspettare […] un testamento di Pasolini, che è morto nella maniera a tutti nota […] una provocazione lanciata a un pubblico animato da un interesse che meno artistico non si potrebbe immaginare. […] Se una schiera di libertini si emozionerà oltre il dovuto assistendo al "coitus ininterruptus" cui Carlo, il funzionario dell’Eni che è protagonista del libro, si dedica sul «pratone della Casilina» con venti nerboruti giovinetti odorosi di «sudore sano» e di «ferro dell’officina», noi che c’entriamo?»
Il giornalista Ajello si comporta nel 1992 con Petrolio come lo psichiatra Semerari nel 1962 con Pasolini. Sì, quell’Aldo Semerari massone, piduista, prezzolato dai Servizi, amico di Licio Gelli, vicino al gruppo neonazista e terrorista di Costruiamo l’Azione, fiduciario della Banda della Magliana, in rapporti con il leader di Ordine Nuovo Pier Luigi Concutelli (l’assassino nel 1976 di Vittorio Occorsio, il magistrato che stava indagando su P2, eversione nera e criminalità organizzata) cui verrà affidata la perizia di parte su Pelosi dopo il massacro di Pasolini. Sbranato da vivo, sbranato da morto: Ajello non legge Petrolio, eppure lo stronca su "Repubblica"; Semerari non ha mai incontrato Pasolini, eppure lo definisce «espressione di infermità mentale» e «persona socialmente pericolosa».
Semerari è manovrato dall’avvocato Giorgio Zeppieri (sodale di Rocco Mangia, l’avvocato che la P2 mette a disposizione di Pelosi, «reo confesso» dell’uccisione di Pasolini), il regista della campagna di discredito. Zeppieri era membro di una organizzazione imprenditoriale, il Cmc Spa, acronimo di Centro Mondiale Commerciale, declinazione italiana di Permindex (Permanent International Industrial Exhibit), una vera e propria anonima criminale dedita all’affarismo e alla guerra non ortodossa contro il marxismo. Sia Cmc-Permindex che la loggia massonica "coperta" Propaganda 2 (espressamente vietata dall’articolo 18 della Costituzione) tenevano le loro riunioni a Roma, in piazza di Spagna 72a, nello studio degli avvocati Roberto Ascarelli e Virgilio Gaito (entrambi componenti di Cmc). Lo studio era anche sede di Hod, loggia massonica segreta «fotocopia della P2» guidata da Ascarelli e legata a Licio Gelli, all’epoca, 1965, affiliato "apprendista" (già l’anno successivo verrà elevato al grado di Maestro della Loggia P2). Lo ha potuto accertare Michele Metta, consultando documenti a lungo secretati. Lo ha scritto Sergio Falmigni in Trame atlantiche (2005): «la massoneria di Palazzo Giustiniani è diretta da un uomo di fiducia della Cia, il Gran Maestro Giordano Gamberini, socialdemocratico, al quale Gelli viene raccomandato dal socialdemocratico Roberto Ascarelli, Gran maestro aggiunto della Loggia Propaganda 2».
Sullo sfondo troviamo le grandi speculazioni immobiliari romane degli anni Cinquanta: un brulicante intreccio tra Vaticano, palazzinari, speculatori e il cattolicissimo destrorso sindaco democristiano Salvatore Rebecchini, di cui Pasolini pare fosse ben più che al corrente.

[…]
A fronte di una «potenziale» deriva autoritaria (stragismo e trame nere in Italia e golpe cileno l’avevano resa drammaticamente attuale) Pasolini, come Enrico Berlinguer, sembra richiamare alla collaborazione le forze più genuinamente popolari. E forse lo hanno tolto di mezzo anche perché fautore dell’avvicinamento: come Aldo Moro, ammazzato nel 1978.
Vecchio e nuovo potere, per Pasolini, hanno comune caratura criminale, via via derubricata a «criminalità di Stato». Il 24 agosto 1975, sul "Corriere" (e di nuovo il 28 agosto e l’11 settembre sul settimanale "Il Mondo"), lui stesso invoca un vero e proprio processo penale al regime democristiano, «provinciale e semi-criminale», a partire da questi capi d’imputazione:


«indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti, come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell’esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori.»

Nel suo Processo «la chiesa altro non è che una potenza finanziaria: e quindi una potenza straniera». È forse l’eco di quanto Pasolini poteva sapere fin dagli anni Cinquanta sul "sacco di Roma" e le responsabilità vaticane:

«Ci sono posti infami, dove madri e bambini
vivono in una polvere antica, in un fango d’altre epoche.
Proprio non lontano da dove tu sei vissuto,
in vista della bella cupola di San Pietro,
c’è uno di questi posti, il Gelsomino…
Un monte tagliato a metà da una cava, e sotto,
tra una marana e una fila di nuovi palazzi,
un mucchio di misere costruzioni, non case ma porcili.
Bastava soltanto un tuo gesto, una tua parola,
perché quei tuoi figli avessero una casa:
tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola.
Non ti si chiedeva di perdonare Marx! Un’onda
immensa che si rifrange da millenni di vita
ti separava da lui, dalla sua religione:
ma nella tua religione non si parla di pietà?
Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato,
davanti ai tuoi occhi, son vissuti in stabbi e porcili.
Lo sapevi, peccare non significa fare il male:
non fare il bene, questo significa peccare.
Quanto bene tu potevi fare! E non l’hai fatto:
non c’è stato un peccatore più grande di te»

Sono versi dalla poesia A un papa, dedicati a papa Pacelli, Pio XII, ne La Religione del mio tempo (1961); poesia che ha buon riscontro in un articolo di Manlio Cancogni, Capitale corrotta uguale nazione infetta ("L’Espresso", 11 dicembre 1955) sulle trame immobiliari negli anni dell’amministrazione Rebecchini (sindaco di Roma dal 1947 al 1956). Molti terreni agricoli – acquistati a prezzi irrisori – furono poi rivenduti a cifre anche cento volte superiori ottenuta l’edificabilità, dopo la comunale dotazione di servizi e infrastrutture dei terreni attigui. «Il suolo della zona di Vigna Clara» scrive fra l’altro Cancogni «era ed è in gran parte ancora della Società Generale Immobiliare» tra i maggiori proprietari fondiari romani «le cui azioni sono per la metà almeno nelle mani della Santa Sede. Uno dei principali consiglieri della Società è il principe Marcantonio Pacelli, nipote del papa».
«La città s’espande a macchia d’olio santo», ironizzò Mino Maccari. Il 28 ottobre 1960 il pacchetto di maggioranza della Società Generale Immobiliare verrà ceduta dallo Ior (l’Istituto vaticano per le opere religiose) alla Fasco Ag, sede in Liechtenstein, proprietà del banchiere mafioso Michele Sindona (tessera P2 n. 1612), foraggiatore dell’eversione neofascista e dei colonnelli in Grecia, mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli e lui stesso morto per avvelenamento nel carcere di Voghera. Ambrosoli venne ucciso dal sicario americano William Joseph Aricò l’11 luglio 1979; era il liquidatore della Banca Privata Italiana di Sindona. Il killer fu pagato con 25.000 dollari in contanti ed un bonifico di altri 90.000 su un conto bancario svizzero; a mettere in contatto Aricò e Sindona era stato il suo complice Robert Venetucci, un narcotrafficante legato a Cosa Nostra americana.
Con l’arrivo di monsignor Paul Marcinkus alla presidenza dell’ufficio amministrativo dello Ior, i due, Sindona e il monsignore, «mettono a punto canali per l’esportazione di capitali dall’Italia all’estero via Vaticano», dilavando quattrini in nero, anche di dubbia provenienza.

Si è prima accennato al Centro Mondiale Commercio (Cmc) società di copertura finanziata dalla Cia di Allen Dulles (l’"agente 110" a capo dell’attività Oss in Europa durante l’ultimo conflitto, emissario alleato in Svizzera quando Cefis era il partigiano "Alberto" nella vicina Val d’Ossola, organizzatore della fallita invasione di Cuba nell’aprile 1961) che ha trescato in funzione golpista e anticomunista negli anni che vanno dai dossier di Tambroni-Scelba-Sifar (molti dei quali – i più importanti – trovati in mano a Licio Gelli) alla fase stragista della P2. Come si legge a p. 93 della Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, la loggia segreta «svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana; che la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus, e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico politici quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale». La stessa strage di Piazza Fontana «è stata in qualche modo organizzata dall’ufficio affari riservati» del ministero dell’Interno, là dove operava Federico Umberto D’Amato (tessera P2 numero 1643)
Per dirla come il capo di Stato maggiore dell’esercito statunitense William Westmoreland nel Field Manual, occorre «destabilizzare al fine di stabilizzare» così da impedire al Pci ogni ambizione di governo, adottando «azioni violente o non violente a seconda dei casi» (18 marzo 1970). Per Fulvio Bellini, la Permindex-Cmc avrebbe anche avuto parte nell’eliminazione di Mattei.
Limitandoci a quanto è di dominio pubblico, in quegli anni, oltre a rovesciare governi in Iran e nel Guatemala, la Cia «intervenne con denaro nelle elezioni in Francia e in Italia» nonché «finanziato attività all’estero di studenti, giornalisti, uomini di chiesa, sindacalisti». In una intervista a "Vie Nuove", il direttore del quadrimestrale letterario "Paris Review" David Hume avvertì che gli agenti della Cia «riescono a reclutare informatori in qualsiasi ambiente. […] Qui da voi in Italia, a Roma, ce ne sono centinaia: nei vostri ministeri, nella polizia, nell’esercito e anche in certi ambienti dell’opposizione».
Un sorprendente membro di Cmc è Clay Shaw, imprenditore statunitense coinvolto nell’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy (Dallas, 22 novembre 1963, al solito un "solo" responsabile: Lee Oswald a fare da capro espiatorio) ma anche agente della Cia sotto copertura. Lo è stato nella realtà e in JFK (1991), film di Oliver Stone con Kevin Costner nella parte del procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison.
Nel 1969, Garrison portò in tribunale il complotto ad altissimo livello per eliminare Kennedy (nella sostanza si trattò di un colpo di Stato), trasferire a Lyndon Johnson la presidenza, proseguire la guerra in Vietnam, continuare a muovere l’economia ad essa legata (dollari per 80 miliardi il fatturato annuale: «il principio organizzativo di ogni società è proprio la guerra» dirà Garrison in tribunale).
Tempo ne è passato, ma la scala di comando a compartimenti stagni volta ad eliminare Kennedy rimane «un enigma dentro a un enigma» come dirà David Ferrie a Garrison nella finzione cinematografica, poco prima di essere ammazzato: «nemmeno chi ha sparato lo sa». Proprio come per la morte di Pasolini.
Gary Shaw finanziava Permindex ed era in contatto con Junio Valerio Borghese (secondo l’ex terrorista Vincenzo Vinciguerra, il principe Borghese era uno dei principali fautori della strategia della tensione). Entra nel Cda di Cmc il 9 agosto 1958 assieme, fra gli altri a Corrado Bonfantini, comandante militare delle Brigate Matteotti, incline al dialogo con i repubblichini (per Giancarlo Pajetta, Bonfantini era «un avventuriero»), anche lui in val d’Ossola come Cefis (il futuro capo occulto della P2) nei giorni della Repubblica partigiana. Scrive Pasolini in Petrolio:


«Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto […] ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato "Lampi sull’Eni", e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria»

Ecco di cosa può aver scritto Pasolini in Lampi sull’Eni, l’altro capitolo davvero mancante: dell’oscuro passato partigiano di Cefis, del suo coinvolgimento nella morte del comandante di brigata Alfredo Di Dio, ma anche – perché escluderlo – dei suoi rapporti con l’Oss poi diventata Cia, di cui Permindex (l’agenzia sotto copertura fondata dall’ex agente Oss Louis Bloomfield) era il prolungamento criminale.
Ben presto, a seguito di alcune ficcanti rivelazioni apparse su "Paese Sera", Cmc cambierà il proprio nome in Iahc (Italo American Hotel Corporation) «mantenendo però stessi soci e stessi denari» (Metta).
Nella nuova società entra anche Gaetano Rebecchini, figlio dell’ex sindaco. Gaetano lo conosciamo ben introdotto negli ambienti vaticani: è infatti Consultore della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano. Sarà lui, nel 1994, assieme al cardinale e presunto massone Silvio Oddi, a sdoganare oltre Tevere Gianfranco Fini e la destra postfascista nonché la massoneria, così da agevolare l’alleanza di governo col piduista Silvio Berlusconi.

Fin dagli anni Cinquanta, scrivendo romanzi e articoli Pasolini pare avesse dato loro molto fastidio; dunque ben prima di Petrolio. Secondo Michele Metta, l’avvocato Zeppieri è il playmaker del tentativo quanto meno di delegittimarlo (proprio come i sodali americani col giudice Garrison). Per la precisione, lo studioso ritiene dimostrabile la «continuità robusta, concreta, tra il tentativo di uccisione morale e l’eliminazione fisica del poeta». E se non l’avessero ucciso, scrive Metta in Lampi sull’Eur (1914) «Eugenio Cefis, dal libro cui Pasolini stava lavorando, sarebbe finito demolito» travolgendo «il potere occulto dietro il Cmc». Che invece potrà librarsi fino a noi, come testimonia l’apostolato di Rebecchini in favore di Fini e Berlusconi.
Pasolini pensava di scrivere un «grosso romanzo di 2000 pagine», ma l’hanno fermato quando era a 600, anzi meno: come si è detto, al filologo Aurelio Roncaglia ne vennero consegnate 522.
Si direbbe che ne mancano almeno 78: lo stesso numero di fogli che, nel marzo 2010, Marcello Dell’Utri disse d’aver avuto per un momento in mano; lo disse a Paolo Di Stefano, che lo stava intervistando sulla annunciata e infine mancata esposizione di Lampi sull’Eni alla Mostra milanese del Libro Antico.
Forse chi, a più livelli, tuttora prova a intorbidire le acque, di questo scenario sommerso è in qualche modo al corrente, e in ogni caso il depistaggio relativo a Cefis e Petrolio va oltre l’intrepido passato dell’ex presidente di Eni e Montedison: arriva al romanzo delle stragi italiano, alle manovre per escludere il Pci dal governo, ad una banda di gangster globali che in Italia manovrò "servi sciocchi", mafiosi e criminalità comune in funzione «prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente».


«Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna.
Ma gli italiani – e questo è il nodo della questione – vogliono sapere tutte queste cose insieme: e insieme agli altri potenziali reati col cui elenco ho esordito. Fin che non si sapranno tutte queste cose insieme – e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti – la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata.»


Questo e altro scrive Pasolini sul "Corriere della Sera" il 28 settembre 1975, un mese prima di venire ammazzato. Per Dario Bellezza,
«ne sono più che convinto, c’è stato un mandante ben preciso che va cercato fra coloro per i quali Pasolini chiese il processo. Un potente democristiano. Pasolini mi disse un giorno, poco prima di morire, che aveva ricevuti dei documenti compromettenti su un notabile Dc. Io invero gli chiesi chi era, e che uso ne voleva fare. Mi rispose che non era un ricattatore. Non ne avrebbe fatto nessun uso. Il potente democristiano era però amico dei neofascisti, della polizia. Bastava, come si vede in seguito per storie di mafia e di spionaggio, che ordinasse. Controllava i servizi segreti, sulle sue mani c’era la Gladio, organizzata dalla Cia in funzione anticomunista, lo si sarebbe saputo solo in questi ultimi anni. Pasolini poteva essere eliminato in qualsiasi momento. Come si permetteva di chiedere un processo a chi governava l’Italia?»
Le dimissioni nel 1974 del presidente statunitense Richard Nixon, travolto dal caso Watergate, prelude a una stagione non di meno crudele ma senza altre mire golpiste, improponibili in Italia dopo la caduta lo stesso anno dei Colonnelli in Grecia e di Marcelo Caetano in Portogallo. Anche il depistaggio sulle bombe neofasciste attribuite ai «comunisti» in quella fase della strategia della tensione ormai non pare spendibile dopo che il 7 aprile 1973 sul treno direttissimo Torino-Roma, in transito in Liguria, un detonatore era esploso in mano al terrorista nero Nico Azzi intento a innescare una carica di tritolo cortesemente offerto dal capitano dei Carabinieri Michele Santoro, Divisione Pastrengo di Milano al comando del generale Giovan Battista Palumbo (tessera P2 numero 1672). Altre bombe erano pronte a deflagrare in Veneto; una era destinata al Brennero Express, da collocare a Verona in modo che esplodesse alla Stazione di Bologna. È la congiura della Rosa dei venti: il caos da attribuire ai "rossi" nella prospettiva dello stato d’emergenza, con l’esercito in strada per riportare l’ordine (Pasolini in Petrolio: «È là che [Carlo primo donna] va a organizzare l’incontro con venti analogo a quello di Carlo secondo. La bomba viene messa alla stazione di Bologna. La strage viene descritta come una "Visione"»).
Saranno le bombe dichiaratamente "nere" di Brescia e dell’Italicus (altre stragi di Stato) ad inaugurare la strategia e la tattica degli opposti estremismi, volta a stabilizzare in senso moderato gli equilibri del Paese, mentre i Servizi interni ed atlantici infiltrati nei gruppi della sinistra rivoluzionaria (in quelli di destra già stavano per vocazione) si disponevano a manovrarne la componente armata clandestina. Come ebbe a dire Vito Miceli al pm Giuseppe Tamburrino nel settembre 1974, poco prima di essere messo agli arresti, «ora non sentirete più parlare del terrorismo nero, da adesso sentirete parlare solo di quello degli altri». Non deve dunque stupire che il terrorismo sanguinario di Brigate rosse e Nuclei armati proletari fosse sostanzialmente funzionale alle aspettative atlantiche, da cui proviene un secco no agli «equilibri più avanzati», prospettati da Moro e dalla sinistra democristiana: la politica di avvicinamento al Pci suscitava «fiero allarme nei settori più reazionari – palesi e occulti – dell’imprenditoria e dell’apparato statale. […] Una prospettiva che Aldo Moro pagherà con la vita» (Flamigni).
Comincia quella presa o pretesa del potere con altri mezzi e apparenze che vedrà capifila ancora uomini della P2, e fra loro Silvio Berlusconi. Lo ha recentemente confermato Ezio Cartotto (ex fedelissimo del Cavaliere) retrodatando il progetto di Forza Italia proprio al 1975-76: «dopo l’eventuale golpe» racconta Cartotto «il potere sarebbe passato nelle mani di un governo di transizione. Un esecutivo non interamente militare, ma con una forte presenza di generali. Sarebbero state varate le necessarie modifiche costituzionali. Dopodiché, dopo un paio d’anni, si sarebbe tornati alla democrazia» con la formazione di comitati, equivalenti ai clubs berlusconiani del 1994.
Nel 1975 nasce anche Fininvest, la telegenica fabbrica del consenso e del potere, controllata da Servizio Italia e Società Azionaria Fiduciaria, che a breve avvierà il noto impero televisivo nel segno del coevo Piano di rinascita gelliano. Entrambe le controllanti appartengono alla costellazione di Bnl Holding, banca «parecchio prodiga nel fornire denari anche a Cmc» (Metta) e ad Eugenio Cefis.
A quel tempo, la Banca Nazionale del Lavoro era sostanzialmente in mano alla P2: piduisti il direttore generale Alberto Ferrari (tessera P2 numero 1625), il responsabile dei Servizio titoli e Borsa Mario Diana (1644), il direttore centrale delle filiali Bruno Lipari (numero 1919), il direttore centrale per gli affari generali Gustavo De Bac (numero 1889). Piduista anche il direttore generale di Servizio Italia Gianfranco Graziadei (numero 1912) nonché, notoriamente, Silvio Berlusconi (numero 1816).
Particolare attenzione è dunque riservata ai media. Il Piano di rinascita della P2, prefigura la dissoluzione «della Rai-tv in nome della libertà di antenna […] in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese». Dispone anche l’acquisizione di «almeno 2-3 elementi per ciascun quotidiano o periodico ai quali «dovrà essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici» prescelti. Come affondare il coltello nel burro, e infatti nell’elenco degli iscritti alla P2 sequestrato nel 1981, giornalisti ne troviamo a centinaia. La diffusa vocazione cortigiana all’omertà era chiara a Pasolini: «i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi non fanno i nomi», scrive fra l’altro in Che cos’è questo golpe?
La separazione tra il Palazzo e il Paese è per lo scrittore da ascrivere alla «radicale mutazione del "mondo di produzione" (enorme quantità, transnazionalità, funzione edonistica)»: il piacere di consumare, l’essere felici in quanto consumatori a piattaforma dell’unità nazionale – ora davvero compiuta – unta dalla terrificante «ideologia ancora inarticolata e forse inconscia» del nuovo Potere. Lo afferma il 6 settembre 1975 alla Festa nazionale dell’Unità di Firenze; lo ha già scritto sul "Corriere", e nuovamente il 28 agosto sul "Mondo", in forma di lettera al direttore Antonio Ghirelli: «il nuovo potere reale che ne è nato ha scavalcato gli uomini che fino a quel momento avevano servito il vecchio potere clerico-fascista, lasciandoli soli a fare i buffoni nel Palazzo, e si è gettato nel Paese a compiere "anticipatamente" i suoi genocidi». Ne parla anche a Stoccolma ad un gruppo di critici cinematografici il 30 ottobre 1975, 3 giorni prima di morire:


«In Italia è avvenuta una rivoluzione ed è la prima nella storia italiana perché i grandi Paesi capitalistici hanno avuto almeno quattro o cinque rivoluzioni che hanno avuto la funzione di unificare il Paese. Penso all’unificazione monarchica, alla rivoluzione luterana riformistica, alla rivoluzione francese borghese e alla prima rivoluzione industriale. L’Italia invece ha avuto per la prima volta la rivoluzione della seconda industrializzazione, cioè del consumismo, e questo ha cambiato radicalmente la cultura italiana in senso antropologico. Prima la differenza tra operaio e borghese era come tra due razze, adesso questa differenza non c’è quasi più. […] E anche i marxisti sono stati cambiati antropologicamente dalla rivoluzione consumistica perché vivono in altro modo, in un’altra qualità di vita, in altri modelli culturali e sono stati cambiati anche ideologicamente. […] La lotta di classe è sul piano economico, non più sul piano culturale.»


Dal «nuovo modo di produzione» multinazionale o transnazionale attingono il «nuovo potere» e la «nuova cultura» foriera di «"rapporti sociali immodificabili" ossia sottratti e negati, una volta per sempre, a ogni possibile forma di "alterità"» ("Corriere della Sera", 28 settembre 1975). Pasolini vi ritornerà nell’intervento preparato per il congresso del Partito radicale. Intervento mai tenuto: nel frattempo l’hanno ammazzato.
L’omologazione culturale indotta da questo nuovo potere – tale da non distinguere tra destra e sinistra, un tema ricorrente nella sua critica "corsara" e "luterana" – è parte non secondaria del progetto di controllo sociale illustrato da Cefis ai cadetti di Modena nel 1972. Oggi sappiamo che tutto questo aveva un nome: Propaganda 2, la P2 nella sua prima fase stragista e golpista. Bombe di stato e golpe «da operetta», come quello intentato da Junio Valerio Borghese, il "principe nero", la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970: destra eversiva, massoneria occulta, Servizi deviati, Servizi atlantici, Cosa nostra, ‘Ndrangheta, criminalità comune in marcia contro lo Stato di diritto. È la cosiddetta "notte di Tora Tora", deriva caldeggiata anche da Salvatore Greco, Giuseppe Calderone, Giuseppe Di Cristina, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate, Giuseppe Nirta, Giorgio e Paolo De Stefano, ovvero dai maggiorenti mafiosi calabro-siciliani del tempo. «Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968…», scrive Pasolini.
Altro che «operetta»: a La Spezia il 5 novembre 1972, il segretario Dc Arnaldo Forlani parlò di un «tentativo disgregante, che è stato portato avanti con una trama che aveva radici organizzative e finanziarie consistenti, che ha trovato della solidarietà probabilmente non soltanto in ordine interno, ma anche in ordine internazionale, questo tentativo non è finito: noi sappiamo in modo documentato che questo tentativo è ancora in corso». Mino Pecorelli vi lesse una allusione di Forlani a Giulio Andreotti, presunto fautore occulto del colpo di Stato poiché «si è ormai certi che l’on. Andreotti sia da lungo tempo invischiato, per il tramite di alcuni suoi fiduciari, con ambienti e personaggi della destra extraparlamentare».
Tornando ai fatti davvero accertati, nell’estate 1970 il fascistissimo Borghese incontrò personalmente a Roma i capimafia Giuseppe Calderone e Giuseppe Di Cristina. Scese poi a Reggio Calabria e, con la mediazione dell’avvocato Paolo Romeo, si rivolse a Giorgio e Paolo De Stefano (in attesa dell’ora x, la ‘Ndrangheta allerterà non meno di 1500 uomini).
I congiurati entrarono davvero in azione, occupando il ministero degli Interni e riproponendosi l’occupazione degli Esteri e della Difesa, del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, della Questura di Roma, della Camera dei deputati, del Senato della Repubblica, delle sedi Rai di via Teulada e di via del Babuino, del Centro radio-collegamenti del ministero degli Interni a Monterotondo, del Centro radio ripetitori del ministero degli Interni ad Anzio, della centrale elettrica di Nazzano presso Roma. Sicari della mafia si disposero a uccidere il capo della Polizia Angelo Vicari (Pasolini: «Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari»).
Coinvolti in tutto questo il Battaglione guardie di Pubblica sicurezza di Roma al comando del maggiore Enzo Capanna col benestare del colonnello Domenico Barbieri; il gruppo della Forestale di Rieti agli ordini del colonnello Luciano Berti (Pasolini: «Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale…» in provincia di Rieti «(mentre i boschi italiani bruciavano»); un reparto di Carabinieri guidato da un ufficiale dell’Arma; il Primo raggruppamento Granatieri di Sardegna; il Reggimento Cavalleria Lancieri di Montebello; il Primo reggimento Bersaglieri di Aurelia.
Accanto a loro, militanti del gruppo neofascista Avanguardia nazionale (furono i primi ad entrare in azione, occupando nottetempo il Viminale). Pasolini:

«Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista)».
«In vista del golpe Borghese», riferisce Sergio Flamigni in Trame atlantiche citando gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, anche «la massoneria chiese l’aiuto di Cosa nostra e della criminalità organizzata calabrese per averne un appoggio armato». Lo hanno ammesso in sede giudiziaria Tommaso Buscetta, Luciano Liggio e Antonio Calderone.
Infine, una Relazione dell’infiltrato in Ordine nuovo Carlo Digilio al comando generale dell’Alleanza atlantica per il Sud Europa di Verona, consentirà al giudice milanese Guido Salvini di soppesare dall’interno

«quale sia stata l’attività di controllo da parte degli americani sulle dinamiche eversive negli anni Sessanta nel nostro Paese, e quanto profonda sia stata la commistione, soprattutto in Veneto, tra mondi come Ordine nuovo, i Nuclei di difesa dello Stato (e cioè la struttura militare italiana), Servizi segreti italiani e servizi segreti americani».
E tra gli altri presunti fautori occulti del colpo di Stato spicca il nome di Licio Gelli; secondo alcuni cospiratori, Gelli (da lui sarebbe partito il "contrordine camerati") pur affermando che a fronte della progressiva avanzata elettorale delle sinistre l’unica soluzione possibile era «un governo di militari» al tempo stesso «non lo riteneva indispensabile, mentre forse poteva usare il fantasma di una svolta autoritaria per ottenere maggior prestigio, maggior credito» presso ambienti istituzionali. Secondo Tommaso Buscetta il golpe, avallato dall’amministrazione Nixon, dovette rientrare a causa dell’imprevista presenza quella notte della flotta sovietica nel Mediterraneo.
Il processo ai responsabili – quello sì da operetta – si risolse in un progressivo insabbiamento, le cui premesse sono ben sintetizzate da Pecorelli il 10 giugno 1977 sul settimanale "Op": «Sempre più strano questo strano processo al golpe Borghese. Potrebbe svolgersi tutto nell’anticamera dello studio di Andreotti. Pensate: andreottiano il pm Vitalone, andreottiana la longa manus della legge (nella fattispecie Labruna e Maletti) andreottiani gran parte degli imputati».
Già autore di scottanti inchieste sui rapporti tra Andreotti, petrolieri e Servizi nonché sulle oscure attività di una loggia massonica in Vaticano, Pecorelli (tessera P2 n. 1750) verrà assassinato a Roma il 20 marzo 1979, in circostanze mai chiarite. Tommaso Buscetta riferì ai magistrati di Palermo che, secondo il boss Gaetano Badalamenti, il giornalista sarebbe stato ucciso «nell’interesse di Andreotti».
Pasolini ne fa questo ritratto in Petrolio:


«C’era un uomo politico – era ministro da dieci anni e poi lo sarebbe stato per altri quindici – seduto su una poltroncina rossa, con il viso tondo di gatto ritratto tra le spalle, come non avesse collo o fosse un po’ rachitico: la fronte grossa di intellettuale era in contrasto col suo sorriso furbo, che aveva qualcosa di indecente: voleva cioè manifestare, con furberia e degradazione, la coscienza della sua furberia e degradazione.»


Così come Pecorelli, Pasolini «in termini romaneschi "se l’andava cercando"», sembra rispondere Andreotti. Lo disse anche di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore del bancarottiere malavitoso Michele Sindona, a lui assai vicino.
In una intervista al settimanale "Oggi" (15 febbraio 2011) Licio Gelli buttò lì questa indiscrezione: «io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello», ovvero l’andreottiano servizio segreto parallelo, anticomunista e clandestino, al solito composto da ex repubblichini, politici, industriali, criminalità organizzata, operativo in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni Novanta.
Le sentenze romane di primo e secondo grado sul golpe Borghese (18 novembre 1978 e 27 novembre 1984) decreteranno l’insussistenza dell’insurrezione armata.
Emerse tuttavia prepotente la presenza in Italia di «un’organizzazione segreta, composta di militari e di civili, alla quale sono affidati compiti politici e militari, in possesso di una rete di comunicazione propria, di armi, esplosivi ed uomini addestrati ad usarli. Una super organizzazione, questa, che da anni, dall’immediato dopoguerra, ha creato una struttura di comando parallela a quella ufficiale esistente ed ha arruolato ed addestrato all’uso delle armi ed al sabotaggio migliaia di uomini in tutto il Paese». Lo ha scritto l’ex terrorista nero Vincenzo Vinciguerra in Ergastolo per la libertà (Arnaud, 1989):

«Una super organizzazione che, in mancanza dell’invasione sovietica che non c’è stata, né ci poteva essere, si è assunta per conto della Nato il compito di evitare slittamenti a sinistra degli equilibri politici del Paese. Come lo ha fatto, con l’assistenza dei servizi segreti ufficiali, delle forze politiche e militari, lo sappiamo tutti anche se la paura impedisce a troppi di dire qualche parola che aiuti a far luce su questa realtà ancora presente nel nostro Paese».

Profonda e irrimediabile pare a Pasolini la metamorfosi che da questi anni ed eventi ha portato al mondo in cui viviamo adesso, in un Paese «orrendamente sporco», consumista e cetuale, cristallizzato entro «rapporti sociali immodificabili». Il Paese della corruzione, delle tangenti, dei favoritismi e dello spreco del pubblico denaro; un Paese tenuto in scacco – oggi come allora – dall’invasiva metastasi mafiosa; la oligarchica casta politico-culturale cronicamente permeabile alle mafie reali che, approfittando del vuoto, si fanno Stato.
La rimozione è poi continuata occultando, eludendo, minimizzando quanto di questo nuovo Potere si trova in Petrolio, negli Scritti corsari, nelle Lettere luterane, in pellicole come Salò: il crepuscolo di un Paese, pasolinianamente, per dirla con D’Elia, a mutazione criminale avvenuta.



Fonte:
https://sconfinamento.wordpress.com/2015/12/16/coccodrillo/


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lunedì 23 novembre 2015

Pier Paolo Pasolini, La morte di Amerigo - DA Ragazzi di vita

"ERETICO & CORSARO"

La morte di Amerigo DA
Ragazzi di vita
di Pier Paolo Pasolini Einaudi, Torino 1972
(da Ragazzi di vita, cap. IV "Ragazzi di vita")

   [...] - Amerigo è morto, - disse. Il Riccetto si alzò a sedere puntando i gomiti e lo guardò in faccia. Gli angoli della bocca gli tremavano come per un sorrisetto divertito; era una notizia eccitante, e si sentiva tutto pieno di curiosità. - Ch’hai fatto? - chiese. - È morto, è morto, - ripeté Alduccio, contento di dare quella notizia inaspettata. - È morto ieri ar Poricrinico, - aggiunse. Quel cavolo di sera che il Riccetto aveva tagliato dalla casa di Fileni, il Caciotta e gli altri s’erano fatti beccare, ma non avevano fatto resistenza. Amerigo invece s’era lasciato portar fuori tenuto per le braccia da due carabinieri, ma appena sul terrazzino li aveva sbattuti contro la parete e aveva fatto un zompo di due o tre metri sul cortile; s’era acciaccato un ginocchio, ma era riuscito lo stesso a trascinarsi avanti lungo il muro del lotto: i carabinieri avevano sparato e l’avevano colto a una spalla, e lui ugualmente ce l’aveva fatta a arrivare fin sulla sponda dell’Aniene lì stavano quasi per acchiapparlo, ma lui sanguinante com’era s’era buttato in acqua per attraversare Il fiume e nascondersi negli orti dell’altra riva, scappare verso Ponte Mammolo o Tor Sapienza. Ma in mezzo al correntino s’era sturbato e i carubba l’avevano acchiappato e portato al commissariato zuppo di sangue e di fanga come una spugna: così che dovettero trasferirlo all’Ospedale e piantonarlo. Dopo una settimana gli era passato Il febbrone, e lui tentò d’ammazzarsi tagliandosi I polsi coi vetri d’un bicchiere, ma anche stavolta lo avevano salvato; allora una decina di giorni appresso, prima che Alduccio e il Riccetto s’incontrassero all’Acqua Santa, s’era gettato giù dalla finestra del secondo piano: per una settimana aveva agonizzato, e finalmente se n’era andato all’alberi pizzuti.


- Domani ce stanno li funerali, - disse Alduccio.

- Li mortacci sua! - scandì impressionato a mezza voce il Riccetto. Il Lanzetta per far vedere che lui non si meravigliava di niente e che la sua massima era: fatte sempre li ... tua, si mise a cantare:

Zoccoletti, zoccoletti...


e si sbragò meglio che poteva sull’erba con le mani intrecciate sotto Il broccoletto fresco della sua capoccia.
   Il Riccetto invece stette a pensarci un po’ sopra poi decise ch’era suo dovere partecipare ai funerali d’Amerigo: è vero che lo conosceva appena, ma Amerigo era amico del Caciotta, e poi insomma la cosa gli andava. - Domani vengo a Pietralata, - disse a Alduccio, - ma nun lo ddì a nissuno, che nun ‘o venisse a sapè mi’ padre.


   Amerigo stava disteso sul letto col vestito blu nuovo, la camicia bianca e le scarpe nere. Gli avevano incrociato le braccia sul petto, anzi sul doppiopetto di cui da un par di domeniche era tanto orgoglioso, andandosene per Pietralata con la camminata cattiva. I soldi se l’era procurati facendo una rapina in via dei Prati Fiscali: aveva scucito al micco una trentina di mila lire, e per levarsi una soddisfazione lo aveva pestato a sangue: e così s’era fatto il vestito blu, e andava in giro con quello con un umore più da bestia del solito. C’era da far bene attenzione a come lo si guardava, e gli amici suoi della borgata, vigliacchi e falsi con lui, sapevano ungerlo senza mostrarlo troppo, ma altri giovani che non lo conoscevano, incontrati nelle sale da ballo del Partito Comunista, o a qualche biliardo, erano tornati a casa con l’occhi gonfi e le gengive sanguinanti: e fortuna per loro che Amerigo era stato diffidato a andare in giro col coltello. Era un vestito coi calzoni a tubo, la giacca corta con le spalle larghe e rotonde: teneva il colletto della camicia bianca sbottonato e i capelli pettinati alla ghigo. Adesso lì, s’era lasciato mettere pazientemente, come una vittima, le mani in croce sul doppiopetto: ma il colletto gli stava ancora sbottonato alla malandrina incorniciandogli il volto che era stato da morto anche quand’era vivo. Tanto che pareva si fosse appena addormito, e faceva ancora paura. Finita la pennichella, quello avrebbe certamente finito di pazientare e avrebbe spaccato il grugno a quelli che s’erano permessi di conciarlo a quel modo. Se ne stava lì cupo e zitto, sul letto ch’era troppo piccolo per lui, con un cesto di capelli ricci, ancora luccicanti di brillantina sul guanciale grigiastro.


   Il Riccetto entrò dentro la piccola stanzetta a pianterreno del lotto, con alcuni amici suoi di Tiburtino, per vederlo. Davanti all’ingresso del lotto, ch’era senza porta, e aveva a destra e a sinistra due scalette, c’era una piccola folla di gente vestita di scuro: tutti i Lucchetti, venuti a compiere il loro dovere di parenti, e di protagonisti della giornata, con gli abiti da festa, che erano a vivaci colori, quelli dei magazzini e dei giovincelli, e da ballo più che da funerale quelli dei giovani. I vicini di casa, che stavano a abitare nello stesso lotto, in dieci o dodici per ogni stanza - cosi che ce n’era quasi un quartiere - se ne stavano più in disparte, e più in là ancora gli amici di Amerigo, tutti acchittati: Arduino col naso e un occhio strappati da una bomba a mano quand’era ragazzino, il ragazzo tisico che abitava al lotto dodici, er Carogna, er Napoletano, er Capece, er fijo de sor’Anita, che suonava la ghitarra e cantava, specialmente le notti che tornavano in borgata da qualche impresa e stavano su fin tardi a spartirsi i soldi, a litigare o a farsi una passeggiata sulla fanga sotto la luna infuocata sulle casette degli sfrattati. C’era anche qualche ragazzo più giovane, che se ne stava appoggiato pigramente al muro della casa, chiacchierando a voce bassa coi compagni, o guardando i pischelletti che giocavano al pallone, più in là, in una radura in mezzo a Pietralata.

   Il Riccetto e gli altri manco erano entrati nella stanza dove stava il morto che già avevano voglia di spesare: c’era umidità e buio come in inverno, e le zie e le sorelle d’Amerigo, grasse com’erano, la empivano che non ci si poteva neppure muovere: diedero un’occhiata al morto, e, vergognandosi, perché era dal giorno della prima comunione che non lo facevano, si fecero il segno della croce, e riuscirono in strada dove gli uomini stavano a parlare. Al centro, ma distratto, come uno che fa gli affari suoi, stava Alfio Lucchetti, lo zio più giovane, bruno come Amerigo, con gli zigomi e i ricci come lui, ma più alto e secco: era quello che tre anni prima aveva dato una baionettata nella pancia al padrone del bar li alla fermata, e adesso dicevano che si stava a rovinare per una prostituta che manteneva a Testaccio. Veramente, più che chiacchierare cogli altri diceva due o tre parole ogni tanto, ma con un’espressione chiusa e allusiva, scuotendo la testa. E subito lasciava cadere il discorso, come non volesse far sapere i fatti suoi a troppe persone che stavano ascoltando lì attorno. Guardava al di là di tutte le teste che facevano cerchio, con le mani sprofondate nei calzoni a righini grigi sotto la giacca nera, stringendo i molari sotto le mascelle così forte da farle gonfiare e sgonfiare, come faceva Amerigo, alto che se alzava una mano toccava i fili della luce.
   Stava calmo e risentito, covando, in fronte a tutti, il segreto che tutti più o meno avevano svagato, in borgata: c’era, dietro la morte d’Amerigo, tutto un insieme di cose la cui luce minacciosa si rifletteva su ogni faccia lì attorno. N’era schiarita la faccia di Alfìo, grigia di barba, e nera sotto le radici dei capelli bassi sulla fronte, con la nuca di ragazzo sul colletto bianco rovesciato, le facce degli altri zii e cugini, compresi nel senso del dovere e nel silenzioso rancore che li faceva le figure più importanti di Pietralata, decisi a non parlare, a serbare tra loro, in famiglia, i commenti sullo stato di cose che s’era formato con la morte di Amerigo, o al massimo farne qualche mezza rivelazione con delle parolette allusive e piene di minaccia. C’era poi, tra le altre sornione, la faccia di Arduino, con la pezza nera che nascondeva il buco cicatrizzato dell’occhio, ma non i resti del naso, e quella del figlio di sora Anita, del Carogna, del Capece, con negli occhi obliqui la loro espressione di rapaci, e, in fondo alla serietà, un guizzare di beatitudine grassa come quella dei soldati sotto la doccia. Alduccio afferrò a volo le mezze parole pronunciate tra Alfio e gli altri uomini. Il suo viso fu inondato da una espressione edificata, e mormorò, stirando la bocca e accennando a riparare la testa tra le spalle:
- So’ c... sua, so’.
- De chi? - fece attento il Riccetto, con una curiosità finalmente un poco ingenua. Alduccio non gli rispondeva.
- De chi, Ardù? A Ardù! - rifece il Riccetto.
- De quello ch’ha parlato, - disse, gentile, dandogli distrattamente retta Alduccio. Il Riccetto pensò subito al lotto nove e alla sua bisca, e non rifiatò. Guardava Alfo Lucchetti con supremo rispetto. Quello aveva fatto intanto due passi in là, scostandosi dal gruppo, e se ne stava li zitto e sicuro, con le mani affondate nelle saccocce dei calzoni.

   Dentro si sentivano i pianti delle donne. I maschi, invece, non davano segni d’esser commossi, e anzi, semmai, avevano, incarnata nei lineamenti di giovinottelli imberbi o di vecchi paraguli, una vaga espressione di divertimento. A Pietralata, per educazione, non c’era nessuno che provasse pietà per i vivi, figurarsi cosa ... provavano per i morti.

   Il prete venne di fretta, senza guardare in faccia nessuno. Dietro gli trottavano due creature secche come gattini, pescate in qualcuna delle case, rimaste qua e là per la campagna bruciata e gl’immondezzai, di vecchi burini, ai margini di Pietralata. Trottavano dentro la cotta smucinando col turibolo, tra la gente che nel gran sole a picco se ne stava qua e là tra i lotti e le casette, o camminava, o giocava, o gridava. I ragazzini che calciavano il pallone correndogli dietro come uno sciame di vespe, con addosso i loro stracci d’accattoni, continuavano a stridere in lontananza, nella luce violetta, e nel bar alla fermata c’era il solito via vai degli scioperati di quell’ora. Chiacchieravano urlando come cani nel locale semivuoto, o stavano appoggiati chi agli alberelli secchi chi agli stipiti della porta, con una faccia carica d’ironia, e i pollici cacciati dentro i calzoni senza cinta, spingendoli in giù col cavallo alle ginocchia: altri se ne stavano dentro i cortili, sotto le finestrine luride, presso i resti dei cessi venduti durante la guerra ai burini mattone per mattone: adesso tutti erano occupati a guardare, da lontano, il funerale. Il prete entrò dentro in casa, fece quello che doveva fare, e poco dopo riuscì lui, con dietro i suoi due cuccioletti, tutta la folla delle donne e la cassa portata fuori a braccia. Questa fu caricata sull’auto nera, e la fila scalpicciando s’avviò piano piano per la via di Pietralata; passò davanti al bar, impedendo a un autobus, ch’era alla fermata, di riprendere la sua corsa, poi davanti allo spiazzo di terra con sulle gobbe due o tre carosielli, all’ambulatorio nudo come una prigione, ai prati carbonizzati, alle casette rosa, ai tuguri, a qualche fabbrica così in disordine che pareva appena bombardata; e arrivò alle falde del Monte del Pecoraro, presso la Tiburtina, in quel punto tutto slabbrato di vecchie cave dirute.

   - Mo che famo? - disse il Riccetto a Alduccio, a voce bassa, tra la gente che camminava scomposta, chi indietro chi avanti, di conserva all’automobile e al prete. - Boh che ne so, - fece Alduccio ciondolone con le mani ficcate nelle saccocce sotto le falde ondeggianti della camiciola. Se ne venivano lemme lemme in coda alla processione, che andava giù piano; ma essi andavano più piano ancora, e dovevano ogni tanto affrettarsi per riprenderla; camminavano piegati in avanti, preoccupati, come se gli facessero male i piedi. - Mica ‘o sapevo sa’, - fece il Riccetto con aria afflitta, - che li funerali te stufaveno tanto, ma proprio tanto ssa’. - Ennò - fece Alduccio dandogli un’occhiata. Incontrandosi con lo sguardo, e osservando le loro sagome, in tutto quel silenzio del funerale, gli venne da ridere, e torsero gli occhi intorno, tirando le corde del collo per trattenersi e non fare una magra. Con quell’aria tenera come l’olio, i contorni limpidi delle cose, la tiepidità del venticello in cui c’era come una sonnolenza d’aprile, si aveva l’impressione che fosse un giorno di festa: una delle prime domeniche della bella stagione, subito dopo Pasqua, in cui si comincia a andare a Ostia. Perfino il traffico della Tiburtina pareva non far rumore, pareva che fosse attutito e come in una campana di vetro, sotto il sole, che, scolorito sui muriccioli e un gregge grigio di sporcizia, biondeggiava ardente sui bordi del Monte del Pecoraro. Dentro il Forte, allegramente, la tromba dei bersaglieri suonava l’ora del rancio.

   Davanti al bar dell’angolo con la Tiburtina. dopo una breve sosta, nel solito disordine, la piccola processione si disperse. Il carro funebre ingranò la marcia, e seguito dal tassi coi principali Lucchetti, si diresse a tutta velocità verso il Verano.


Pier Paolo Pasolini




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Pier Paolo Pasolini, Poeta delle Ceneri, terza parte

"ERETICO & CORSARO"




Poeta delle Ceneri
Poesie disperse II
pubblicata su "Nuovi argomenti", luglio-dicembre 1980, a cura di Enzo Siciliano
ora in:
Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie, vol. I, Garzanti, Milano 1993


. Who is me
"Ma io non sto facendo che un poema bio-bibliografico..."
( Pasolini in questo componimento, 



ripercorre tappe della propria vita )



Indice:







Terza parte


Interrogandomi
alla luce del sole di Agosto a Manhattan deserto (come vi dicevo),
vengo a sapere che io
(che solo attraverso la letteratura ho potuto essere poeta)
non sono più un letterato.
Io ho in sorte
di ricordare brevi colli, su un fiume anch’esso
con acque blu molto trasparenti sui piccoli sassi,
tra ghiaie come ossari prima tra i magredi,
tristemente verdi, poi tra i vigneti
(folli d’estate, di umido, sfumato silenzio quasi orientale)
dei colli,
e infine tra bonifiche il cui odore
basta a scatenare, per due occhi selvaggi
e un grembo selvaggiamente puro, lo sfinimento che attanaglia
e fa venir voglia di morire.
Su quei grami colli – veri cimiteri, senza fiori –
si lottò contro i fascisti e i Tedeschi, e mio fratello,
come vi ho detto, vi ha lasciato i suoi diciannove anni,
come un falco che sapeva appena volare, e volava così bene.
Quello che voi, con una piega di ironico ma antipatico sorriso
(che vi sforma il volto falsamente sicuro, di malati)
chiamate, vistosamente sottolineandolo, l’«impegno»,
è, per una quindicina d’anni,
vissuto da parassita sulla gloria e il dolore di quei cimiteri.
Cioè, non è stato.
È ora, che esso comincia a essere.
Ora che quei cimiteri senza fiori
hanno anch’essi la loro fioritura.
Anche il mio amico Moravia ha paura,
per un’ansia d’impopolarità forse,
quando non vuol comprendere questo. E con lui,
e molto peggio di lui (che arcanamente è teso
in una imperterrita volontà di capire) tutti gli altri
che in Italia
hanno il nome e la funzione di «letterati».
Tutti rinnegano quell’impegno con la taciuta,
nevrotica volontà di adularvi: chi lo fa con contrizione,
chi gonfiando il petto come una puttana.
Io non voglio ritornare a quei colli,
né come turista né come visitatore di tombe, sia chiaro.
Anch’io, anch’io li ho dimenticati.
E a ragione! Nella loro azione e nell’ideologia
che la dettava, come una forma di sublime catechismo,
ebbi la mia ribellione di giovane.
Vi ho preso forse
anche abitudini indelebili
di moralismo e dignità.
Ma non ci torno, in quei luoghi che ci sono ma sono invisibili.
A questo punto, non voglio commuovermi sulle mie ragioni,
cioè sul fatto
che non solo, l’«impegno»,
non è finito, ma che anzi, incomincia.
Mai l’Italia fu più odiosa.
Oltretutto con il tradimento degli intellettuali,
con questo revisionismo del Partito Comunista, lupo
che stavolta veramente è agnello, – il compagno
Longo allo Spiegel aveva una faccia adulatrice di letterato
che si finge disperatamente in pari coi tempi,
respingendo così ogni violenza palingenetica del comunismo:
sì, anche il comunista è un borghese.
Questa è ormai la forma razziale dell’umanità.
Forse, impegnarsi contro tutto questo
non vuol dire scrivere, da impegnati,
direi, ma vivere.
Quanto alle mie opere future, ...
vedrai ... un giovane arrivare un giorno
in una bella casa
dove un padre, una madre, un figlio e una figlia,
vivono da ricchi, in uno stato che non critica se stesso,
quasi fosse un tutto, la vita pura e semplice;
c’è anche una serva (di paesi sottoproletari); viene,
il giovane, bello come un americano,
e subito, per prima, la serva si innamora di lui,
e si tira su le sottane. Egli le dà la dolce
pesante rabbia del suo membro. S’innamora, poi,
di lui, il figlio; dormono i due, nella stessa camera
del ragazzo, coi resti dell’infanzia; ed anche al figlio
egli dona il suo membro di seta, più adulto e potente;
e lo stesso dono, accondiscendente e generoso,
perché egli è colui che dà, egli farà alla madre,
adoratrice delle sue vesti, i calzoni, la maglietta,
gli slip, lasciati in uno chalet
in un caldo giorno d’estate, sul Tirreno;
e ancora lo stesso dono egli farà al padre, divenendo
padre del padre – poiché egli, con ambigua dolcezza materna,
e, per nome, padre –
al padre svegliato all’alba
da un dolore che lo taglia a metà,
alla pancia, e scopre, alzandosi per andare in bagno
la bellezza muta delle quattro del mattino
col sole già folgorante... e scoprirà il suo amore
con la stessa meraviglia
con cui ha scoperto quel sole:
un amore come quello di Ilja Ilic per il suo servo
contadino e ragazzo; ma cosciente, e drammatico
perché egli il vecchio industriale con la faccia
di Orson Welles, è un piccolo borghese, e drammatizza tutto.
Lo stesso dono del membro, durante le ore
della malattia del padre – e prima che al padre –
egli farà alla figlia quattordicenne, innamorata
di suo padre, e che lo scopre, il giovane tutto amore,
attraverso gli occhi innamorati, appunto, del padre. Poi
il giovane se ne va:
la strada in fondo a cui scompare
resta deserta per sempre.
E ognuno, nell’attesa, nel ricordo,
come apostolo di un Cristo non crocefisso ma perduto,
ha la sua sorte.
E un teorema:
e ogni sorte è un corollario.
Le sorti sono quelle che sai,
quelle del mondo dove tu col tuo antipatico
sorriso anticomunista, e io col mio infantile odio
antiborghese, siamo fratelli:
ne sappiamo tutto!
Come prende una nevrosi d’ansia
e come una piccola vittima femmina di quattordici anni,
finisca nel letto di una clinica, coi pugni così stretti che nemmeno uno scalpello
potrebbe scalzarli, come un ragazzo parli tra sé come un matto
dipingendo e inventando nuove tecniche,
fino a diventare
un Giacometti, un Bacon,
con lo spettacolo dei suoi spettri figurativi
simboli della tragedia del mondo in un’anima malata
maleodorante del livore meschino del male; come
una donna di mezza età, bella ancora, e curata
non sappia dimenticare il Cristo della Chiesa
e insieme, una volta perduta,
non sappia resistere al desiderio di perdersi, ancora,
e così viva tra ragazzi facili e angoscie cristiane;
e come infine un padre
che aveva confuso la vita col possesso,
una volta posseduto,
perda la vita, la butti via: doni cioè il suo possesso
– una fabbrica alla periferia della grande città –
ai suoi operai; e si perda nel deserto,
come gli Ebrei.
Casi di coscienza, tutti questi.
Ma la serva diventa, invece, una santa matta,
va nel cortile della sua vecchia casa sottoproletaria,
tace, prega, e fa miracoli,
guarisce gente,
mangia ortiche soltanto, finché i capelli le divengono verdi,
e infine, per morire,
si fa seppellire piangendo da una scavatrice,
e le sue lacrime rampollando dal fango
divengono una fonte miracolosa.
Prima del Padre e della Madre,
nel paradiso terrestre, c’era un Primo Padre,
è nella sua intimità che, primamente, siamo vissuti.
Ma poi, l’importante è stato l’amore della madre
con cui ci siamo identificati
perché non possiamo vivere
se non identificandoci con qualcuno. Non possiamo, quindi,
concepire amore che non abbia la dolcezza materna.
Quel primo Padre ha così dolcezza di Madre.
Ma in una famiglia borghese
egli non è più in grado
che di scatenare drammi morali.
La religione, la religione del rapporto diretto con Dio
è ancora nel mondo anteriore a quello borghese.
Gli operai stanno a guardare.
Ti tacerò, amico, quello che, in stasimi e episodi,
e cori al luogo delle dissolvenze
scriverò sul silenzio di Pilade,
che diverrà rivolta,
e tradimento,
contro l’amico della sensuale adolescenza, dal membro eretto,
Oreste, il principe socialista,
e il degenerare di alcune delle Furie purificate
e segregate sui monti festosi nel cielo e nel cielo perduti:
il ritorno di queste Furie regredite al vecchio stato
nella città liberata, con loro, dalla monarchia;
la regressione di Elettra,
lei figlia, che amò il padre Re, e ora è fascista come
si è fascisti nel cupo rimpianto di errate origini;
la fuga di Pilade nei monti delle furie divenute Eumenidi,
le dee dei partigiani
e dell’amore improvviso che lega un partigiano a un altro partigiano;
la preparazione della lotta,
e il ritorno a capo di un esercito irregolare.
– il misterioso esercito dei monti;
l’alleanza tra Elettra fascista e Oreste liberale
e fautore di riforme,
nella città divenuta opulenta;
l’intervento di Atena
che protegge Elettra e Oreste figli della ragione
e li unisce, mettendo a tacere l’ululato
delle Furie antiche che vagano per la nuova città;
l’incertezza di Pilade
di fronte alla città arricchita
che non ha più bisogno di lui;
il suo incontro
nella notte della vigilia che precede la battaglia
col vecchio amico dell’adolescenza,
rimasto giovane,
bello come ai tempi dei loro primi amori
quando le donne erano sconosciute;
e il loro abbandonarsi a discorsi sull’amore e sull’anima
che nulla hanno a che fare con la realtà presente,
e che li accomuna;
e, infine, la solitudine di Pilade,
alla fine della notte,
che, prima dell’alba, dovrà pur prendere una decisione.
E poi, tu credi,
che si possa fare un sogno, non ricordarlo,
e avere da questo sogno, mutata la vita?
Tu credi che un padre possa fare un sogno, in cui
veda se stesso amare suo figlio,
non so sotto che vesti,
se del padre stesso ragazzo, o di un estraneo
che è il padre del padre (ragazzo)
o l’identificazione a sé della propria madre... Nessuno,
neanche io, saprà mai quel sogno.
Ma il padre ne avrà mutata tutta la vita.
Ricordi Eracle
che chiede al figlio di chiamare tutti i suoi compagni
più forti, e di portarlo sulle spalle,
in cima al monte vicino alla città,
il monte della città
quello ch’è meta di pellegrinaggi e di avventure di ragazzi
come succede nei mondi preindustriali?
E giunti lì in cima, il figlio e gli altri ragazzi,
avrebbero dovuto preparargli il rogo,
e farlo morire?
Entra in quel sogno, se sei padre.
Tu, padre, che magari innocentemente, sei complice
dei padri
che vogliono liberarsi dei figli
mandandoli a morire in guerre che si combattono
nei luoghi dell’Alibi, l’estremo Oriente della storia.
Qui, per una volta,
il padre non vuole la morte del figlio, ma il suo amore.
Diviene lui il figlio, e nel figlio, ragazzo, vede forse il padre,
e lo ama, non vuole ucciderlo, ma esserne ucciso,
non possederlo, ma esserne posseduto.
Si, ma quel padre è un uomo borghese del nostro mondo,
ha un’industria sotto i monti della Brianza (festosi nel cielo
e nel cielo perduti):
come potrà accettare le conseguenze di quel sogno, del resto,
non ricordato?
Le accetterà stravolgendole. Sapendo e non sapendo.
Si farà cogliere dal figlio nudo sopra la madre.
Cercherà dei pretesti per colpire il figlio,
e, quindi, farsi colpire.
Aggredirà il figlio
per attirarlo su lui,
per essere il centro della sua vita.
Finché il figlio, il lieve figlio mozartiano,
pacifista e obiettore di coscienza, se ne andrà
dalla casa ricca,
avendo ascoltato dal padre delirante una dichiarazione d’amore.
Non lo odierà – ti dico – il ragazzo
(uno di quei ragazzi nuovi, tanto migliori di noi),
e, se avesse potuto farlo,
avrebbe dato al padre mendicante tutto il suo oro,
l’avrebbe posseduto come il ragazzo del popolo
possiede, per pochi dollari, colui che non ha forza d’essere uomo
e lo invoca dunque come un salvatore...
Se ne va, per le vie del mondo,
con una ragazza,
nient’altro che una puttana, e un amico:
né si saprà mai a chi vada il suo amore
benché egli, certamente, profonda il suo oro
sul grembo della ragazza.
Viene il padre, spia, lo trova, corrompe la ragazza,
sta a guardare dietro alla porta il loro amore,
scopre quello che il figlio
ha senza mistero, come ognuno ha,
eppure è in lui orrendamente insopportabilmente misterioso.
Non può il padre, vivere dopo aver visto quell’amore,
entra e colpisce a morte il figlio,
che esce piangendo e salutando la vita
dalla stanza di uno dei mille coiti della sua vita.
Muore. E su lui morto il padre si china ad abbottonare
i calzoni aperti sul fulgore immacolato della canottiera.
Il padre, dopo tanti anni, come nei romanzi d’appendice,
conclude il lungo sogno della sua vita
sognando sul terrapieno di una stazione
come in un verso di Ginsberg.
Ecco.
Ecco, queste sono le opere che vorrei fare,
che sono la mia vita futura – ma anche passata
– e presente.
Tu sai, tuttavia te l’ho detto, anziano amico, padre
un po’ intimidito dal figlio, ospite
alloglotta potente dalle umili origini,
che nulla vale la vita.
Perciò io vorrei soltanto vivere
pur essendo poeta
perché la vita si esprime anche solo con se stessa.
Vorrei esprimermi con gli esempi.
Gettare il mio corpo nella lotta.
Ma se le azioni della vita sono espressive,
anche l’espressione e azione.
Non questa mia espressione di poeta rinunciatario,
che dice solo cose,
e usa la lingua come te, povero, diretto strumento;
ma l’espressione staccata dalle cose,
i segni fatti musica,
la poesia cantata e oscura,
che non esprime nulla se non se stessa,
per una barbara e squisita idea ch’essa sia misterioso suono
nei poveri segni orali di una lingua.
Io ho abbandonato ai miei coetanei e anche ai più giovani
tale barbara e squisita illusione: e ti parlo brutalmente.
E, poiché non posso tornare indietro,
a fingermi un ragazzo barbaro,
che crede la sua lingua l’unica lingua del mondo,
e nelle sue sillabe sente misteri di musica
che solo i suoi connazionali, simili a lui per carattere
e letteraria follia, possono sentire
– in quanto poeta sarò poeta di cose.
Le azioni della vita saranno solo comunicate,
e saranno esse, la poesia,
poiché, ti ripeto, non c’è altra poesia che l’azione reale
(tu tremi solo quando la ritrovi
nei versi, o nelle pagine in prosa,
quando la loro evocazione è perfetta).
Non farò questo con gioia.
Avrò sempre il rimpianto di quella poesia
che è azione essa stessa, nel suo distacco dalle cose,
nella sua musica che non esprime nulla
se non la propria arida e sublime passione per se stessa.
Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti,
che io vorrei essere scrittore di musica,
vivere con degli strumenti
dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare,
nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto
sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta
innocenza di querce, colli, acque e botri,
e lì comporre musica
l’unica azione espressiva
forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà.

[1966-67]

Da Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie,
vol. I, Garzanti, Milano 1993






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