lunedì 19 gennaio 2015

A proposito di Feile di Pier Paolo Pasolini - Inedito 1961

"ERETICO & CORSARO"
 
 
 
A proposito di Feile
di Pier Paolo Pasolini
Inedito 1961
Pier Paolo Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Milano 1999
 

Gentile direttore,
se ciò che ha fatto il Feile corrisponde a ciò che dicono i giornali - cioè se ha avuto rapporti con ragazzi inferiori ai dodici anni, e, soprattutto, li ha sfruttati, guadagnandoci sopra - si tratta sicuramente di un reato: non solo di fronte alla legge, ma anche di fronte a quel fatto molto più fluttuante e impreciso che è il nostro senso morale. Ma non è ancora dimostrato che il Feile ha fatto quello che si dice abbia fatto: il tribunale non si è ancora pronunciato, e, in un’altra nazione, più civile della nostra, infinitamente più civile della nostra - l’Inghilterra, che in questo campo dovrebbe essere esempio assoluto - ogni giudizio resterebbe ancora sospeso. O, almeno, non si formulerebbe ancora, materialmente, in un articolo di giornale, in un giudizio pubblico.
Io trovo che la cosa più scandalosa in questo scandalo, è, come sempre in questi casi, si tratti di uomini o donne, il comportamento della stampa italiana.
Naturalmente non intendo occuparmi della stampa reazionaria, o addirittura fascista: il suo comportamento è comunque scandaloso. Quello che mi ha colpito, in questa vicenda - nella interpretazione di essa - è il comportamento della stampa democratica, progressista, come si dice. Ho avuto la sorpresa di vedere espressi in questa stampa i sentimenti più bassi, quelli che di solito vengono riferiti al borghese-tipo: ossia l’ignoranza, il conformismo, il provincialismo, la bassezza d’animo. I corsivi di protesta - aggiunti alla cronaca che parlava, già di per sé, niente affatto imparzialmente dei fatti - sia ne «l’Unità» che nel «Paese Sera», mi sono sembrati digiuni di una reale conoscenza e esperienza dei fatti stessi e non privi, spesso, della sordida, cieca ipocrisia del piccolo-borghese provinciale: e proprio nel suo atto più gravemente tipico, quello cioè pretestuale: l’atto di chiedere la testa di qualcuno per avere soddisfazione di offese e ingiustizie più generali, con cui quel qualcuno non ha niente a che fare, se non per circostanze accidentali ed esterne.
Come mi spiega, caro direttore, che nel giudicare - con incivile prematurità - questo brutto fatto di cronaca, il linguaggio dei giornali di sinistra e dei giornali fascisti è quasi identico? Badi, si tratta di un fatto molto significativo: il linguaggio usato è infatti la spia dei sentimenti veri, non dei loro pretesti. C’è evidentemente qualcosa che non va. Ora davanti all’affare Feile, fascisti, democristiani e comunisti usano - pubblicamente - lo stesso linguaggio, gli stessi termini, lo stesso lessico, le stesse interiezioni, le stesse clausole oratorie... Vuoi dire che i sentimenti dei fascisti, dei democristiani e dei comunisti davanti a un fatto come questo sono gli stessi, hanno la stessa reazione.
Per me la cosa è chiara. C’è un lato della nostra vita quotidiana - la vita sessuale, cioè - che per l’enorme maggioranza dei cittadini resta accantonato, rimosso, represso, tacitato. È l’unico punto della vita su cui tutti sono d’accordo di tacere: così, a causa di questo silenzio, questo problema non soltanto non è risolto, ma non è stato nemmeno impostato. Appartiene
all’agnostico, all’irrazionale.
Come tutti i fatti che permangono irrazionali, esso vive dentro di noi in una nostra fase infantile, immatura: non portata alla luce della coscienza. E questo vale per tutti: fascisti, democristiani e comunisti. Tutti hanno dentro di loro questo punto irrisolto, o risolto male - dico dal punto di vista scientifico e ideologico - su cui non si conoscono particolari, statistiche, fenomeni: ma che è, semplicemente, come si dice, «tabù», per vecchia tradizione sociale. Per i fascisti e i democristiani - ai quali tutto il mondo si configura irrazionalmente - niente da eccepire, se anche di fronte al sesso si comportano con accettazione o indignazione irrazionale: o con ipocrisia. Ma per un uomo laico, democratico, progressista, che dovrebbe essere abituato a impostare criticamente ogni problema della società, pubblico o privato, a osservare i fatti, sia pure della cronaca, realisticamente, a me, caro direttore, sembra vergognoso che - messo di fronte a un fatto in cui il fenomeno centrale sia l’anormalità sessuale - quest’uomo laico, democratico, progressista, perda la testa, si alteri, usi una terminologia da razzista.
Sì, perché la «pretestualità» di cui sono vittime nella stampa gli omosessuali è precisamente del tipo razzista: e un esame linguistico operato sulla comparazione di articoli giornalistici scritti contro i negri, gli ebrei, i teddy boys (del resto a loro volta razzisti) e gli omosessuali, mi darebbe certamente ragione.
Si scarica in questo odio precostituito, irrazionale, indeterminato, un’aggressività essa sì anormale: e tanto peggio quando questa aggressività venga usata cinicamente a fini di immediata e cieca lotta politica.
Per esempio la pretestualità che, negli articoli sul nostro fatto de «l’Unità», fa degli anormali scempio, oggetto addirittura - se non vado errato - degno di linciaggio, ha chiaramente un fondo politico: l’indignazione con cui viene giudicato questo particolare reato, viene centuplicata
dall’implicita indignazione politica. Il provinciale articolista de «l’Unità» fa coincidere l’anormalità sessuale con il reddito: tanto più alto è il reddito tanto più probabile è l’anormalità. È per questo che l’articolista sollecita così violentemente la polizia a dare [offrirgli sul piatto] una «testa» o delle «teste»: perché si tratta, senza possibilità di dubbio, di teste di capitalisti.
Nello stesso numero de «l’Unità» in cui si pubblicava fieramente questa coercizione alla polizia a fare il suo dovere, si dava la notizia di un altro fatto di cronaca, accaduto in Ciociaria, in cui un invertito ha ucciso il suo amico (pare, s’intende: ancora i giudici non si sono pronunciati: non si sa, per esempio, se si trattasse di legittima difesa o no; oppure di difesa da un ricatto, oppure di un caso di infermità ecc.): e allora? Non mi si verrà a dire che il bracciante invertito di Fondi fosse un capitalista, o un personaggio da Dolce vita.
In realtà l’inversione non è il prodotto di un cattivo costume, di un eccesso di ricchezza ecc. ecc. come il piccolo-borghese ignorante, ipocrita e provinciale tende a pensare (e, su questo argomento, anche in un comunista è il piccolo-borghese ignorante, ipocrita e provinciale, in lui sepolto, che parla): l’inversione è il prodotto di un «complesso» psicologico che può colpire qualsiasi individuo, nella sua prima infanzia, a qualsiasi classe sociale o a qualsiasi ambiente egli appartenga. Tra le ultime cose che ho saputo in questo campo - tra le mille della mia costante ricerca nel mondo e nel sottomondo romano - è di un prete invertito (orrendamente ricattato), di un poliziotto che opera in una borgata romana, e di un tipografo di sinistra. Povera gente, come vede, caro direttore, di ogni tipo e di ogni rango: che vive nel terrore dello scandalo, del ricatto, della personale angoscia di vivere fuori dalla norma.
La furia libellistica e ipocrita scatenata dall’affare Feile stravolge completamente ogni realtà: dà colpa a un piccolo numero di invertiti del fatto che enormi masse di ragazzi (le fotografie del Feile sono, pare, circa tremila) si lascino corrompere. Mi sembra - stando ai fatti - che fosse molto facile, corromperli, questi presunti angeli della borghesia: e allora, la colpa non sarà da attribuire ai genitori, ai maestri, ai giornali, alla società? Se un adolescente compie un atto che tutti considerano così orrendo - e che per lui è tanto facile - lasciandosi convincere dal primo venuto per poche centinaia di lire, significa che questo «primo venuto» è l’ultimo dei colpevoli: o, semplicemente, il reagente che, messo in contatto con l’anima del ragazzo, mette in luce la sua reale, sostanziale, pacifica possibilità a essere corrotto.
E questo sì, succede proprio a Roma: a Roma, sede del papato e del cattolicesimo, cosa per cui, all’unisono, si accresce l’indignazione (badi bene) dei fascisti, dei democristiani e dei comunisti! Succede a Roma, proprio perché è la capitale del cattolicesimo. A Milano, città europea, nordica e protestante, questo non succede, o succede in scala infinitamente minore: e là sì, si può parlare di corruzione, in quanto i ragazzi, dal punto di vista cattolico e borghese, sono realmente cattolici e borghesi, e se si decidono a peccare, peccano coscientemente. Sono realmente corrotti, perché passano da uno stato di sincronia col loro mondo a uno stato di diacronia: e infatti si auto-condannano, diventano teddy boys, o qualcosa del genere. Se i tremila ragazzi del Feile potessero essere tutti intervistati e conosciuti, si vedrebbe invece come siano e siano restati tutti dei ragazzi affatto normali: essi infatti vivono in un clima morale caratterizzato dal cinismo, dalla spregiudicatezza, dalla libertà sessuale che è tipico delle città secolarmente sottogovemate: il loro è insieme un atto di vitalità non inibita e di furberia malandrina: che li lascia assolutamente illesi.
«Era ora!» si intitola un agghiacciante articoletto de «l’Unità», in cui l’estensore - con puritanesimo che non indietreggerebbe davanti al linciaggio - si rallegra perché la polizia (che giustamente va coi piedi di piombo: dato che sono implicate centinaia di famiglie della piccola borghesia romana, del tutto incolpevoli: e dato che un rapporto omosessuale non è di per sé un reato), ha incriminato un nuovo colpevole; ora, a parte la tragedia che si è abbattuta sulla famiglia di questo nuovo colpevole, su sua moglie, sui suoi figli, sui suoi genitori, non pensa l’articolista de «l’Unità» che a venire incriminato poteva essere un bracciante, e non un ingegnere, un suo diffusore, e non un pariolino?
Perché le scrivo questa lettera aperta, caro direttore? Perché mi sembra che il primo esempio di umanità, di civiltà, di rispetto dovrebbe venire dai giornali di sinistra: se anch’essi usano un linguaggio di razzisti, se anch’essi rivelano paurosi vuoti irrazionali, allora a cosa serve la loro lotta? A cosa serve la loro disperata ricerca di una società dove domini la giustizia, ossia la ragione?
 
 
 
 
 
Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito 
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