giovedì 8 gennaio 2015

Caro Sciascia, ti scrivo. Firmato Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"






Caro Sciascia, ti scrivo.
Firmato Pier Paolo Pasolini
di Tano Gullo,
"la Repubblica", 11 dicembre 2003


Dai «cordiali saluti dal suo devotissimo», agli «affettuosi abbracci dal tuo», il passo è lungo due anni. Il passaggio dal lei al tu e i saluti sempre più intimi comunque non significano un rapporto eccessivamente confidenziale. Infatti, nelle lettere successive ogni tanto c' è un curioso ritorno al lei.

Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia hanno intrattenuto una intensa corrispondenza dal 1951 agli inizi degli anni Sessanta. Si spediscono articoli e saggi, si segnalano scrittori e poeti, si raccontano gli acciacchi, concordano pagamenti per le collaborazioni che si scambiano, organizzano convegni, incontri e viaggi, si comunicano emozioni per letture fatte, per riviste impaginate.

In queste missive scorrono i nomi più significativi della nostra letteratura del dopoguerra: da Caproni a Bertolucci, da Contini a Bassani, da Gadda a Leonetti, da Siciliano a Garboli, dalla Morante alla Ginzburg.

Le 35 lettere inviate da Pasolini sono le prime che la famiglia di Sciascia, in ottemperanza al mandato testamentario, ha consegnato alla Fondazione di Racalmuto intestata all'autore del Contesto. Sono il fiore all' occhiello della biblioteca inaugurata sabato 13 dicembre 2003 con due convegni, uno sul giallo e l' altro sugli archivi.

Nella prima missiva, datata 11 gennaio 1951, Pasolini ringrazia Sciascia per le duemila lire ricevute (a compenso di un suo articolo pubblicato su "Galleria" una rivista letteraria che lo scrittore siciliano dirigeva a Caltanissetta dove ai tempi viveva) e si scusa per il ritardo con cui scrive, raccontando di una caduta che gli ha procurato la frattura di un osso del bacino: «sei giorni in ospedale e un mese a letto». «Spero che le mie disgrazie - aggiunge - mi giustifichino!».

Nella seconda, del 25 gennaio, lo rassicura che sta per accingersi a mettere in bello la «mala copia» di una recensione sulle Favole della dittatura pubblicato da Sciascia con Bardi, in modo che possa spedirla a un giornale. Poi gli segnala il poeta Dell' Arco: «è così audace che temo ci voglia un bel po' di fegato per pubblicarlo. Ho di narrativo altre cose meno violente, che se vuole le manderò in esame appena potrò». Lo scrittore di Racalmuto inserirà i sonetti di Dell'Arco in una antologia Il fiore della poesia romanesca pubblicata dall' editore nisseno Salvatore Sciascia, omonimo ma non parente, lo stesso che finanzia la rivista "Galleria" e che stampa alcuni libri giovanili dello stesso Pasolini. In quegli anni, per merito dei due Sciascia e di altri intellettuali, la piccola Caltanissetta diventa la culla della cultura siciliana che guarda anche al resto d' Italia. È inserita a pieno titolo nel dibattito letterario del primo dopoguerra. Ne sono prova i nomi che spediscono i loro scritti alla casa editrice: Pasolini, Roversi, Romanò, Leonetti, Caproni, Bassani, Contini, Naldini.

"I quaderni di Galleria", allegati alla rivista, vengono dedicati a rotazione, «come in agricoltura», alla poesia, alla narrativa e all' arte. Nove volumetti monografici all'anno. La prima terna: Dal diario di Pasolini, Un giorno d'estate di Angelo Romanò e Poesie per l'amatore di stampe di Roberto Roversi.

Annota nel suo diario Sciascia: «Pasolini mi scrisse: "Deliziosi i libretti! Te ne sono molto grato. Adesso aspetto le trenta copie per spedirle agli amici e ai critici. Finora l'ha visto solo Bassani che è rimasto colpito dalla dignità e dal gusto dell' edizioncina"». «Questi libretti - continua - hanno una storia e fanno piccola storia. Me ne ero quasi scordato, come forse se ne era scordato Pasolini. Rileggendo ora le sue lettere, mi pare di aver vissuto una lunghissima vita e che la felicità di allora sia come il ricordo di un altro me stesso; un lontano e remoto me stesso, non il me stesso di ora. Eravamo davvero così giovani, così poveri, così felici?».

Sullo sfondo delle altre lettere c'è l'Italia degli anni Cinquanta, un paese che con fatica, dopo le devastazioni del fascismo e della guerra rientra nella storia contemporanea e comincia a gettare le basi del boom economico. È un paese ancora di sogni e di buoni sentimenti, di ansie, culturali e per il ritardo di piccoli compensi monetari.

In una lettera del ' 53 Pasolini in una nota su Naldini preannuncia tre righe che avrebbe mandato successivamente. Una recensione sospesa per un paio di settimane, giusto il tempo di trovare la frase giusta. Alla fine arriva la busta con una citazione di Betocchi: «Vita di meravigliosi adolescenti, in cui tutto è nitidamente confessato». Nelle lettere Pasolini chiede chiarimenti per un viaggio in Sicilia in occasione del congresso sulla narrativa organizzato da Sciascia («Chi sarebbero i "noi" che ci ospitano, non vorrei gravare sulle tue spalle»), cerca voti per il suo Teorema candidato al premio Strega («Ho bisogno di voti, non tanto per vincere, quanto per non venire a sapere che sono completamente isolato e abbandonato, a parte pochi amici stretti. Spero che tu sia uno di questi e che ti decida a votare per me»). Gli raccomanda Leonetti, Romanò, Bassani, Marin («se gli pubblichi il libro Biagio Marin si impegna a farne vendere 250 a prezzo di copertina e ad acquistarne 100 copie lui stesso a prezzo di costo»), lo invita a spedirgli articoli, si impegna a scrivergli recensioni, lo rimprovera velatamente perché Sciascia in visita a Roma non lo ha cercato più di tanto.

Negli anni Sessanta la corrispondenza si interrompe. Il perché lo spiega lo stesso Sciascia nel libro Nero su nero.

Fonte:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2003/12/11/caro-sciascia-ti-scrivo-firmato-pier-paolo.html


Leonardo Sciascia, Nero su nero, Adelphi 1991

Molto si parlò di questo libro, quando apparve nel 1979. Ma allora notando soprattutto ciò che Sciascia vi dice della realtà pubblica che lo circondava: l’Italia come paese «senza verità», dal caso del bandito Giuliano all’affare Moro, la cui ombra si stende sulle ultime pagine di Nero su nero. Leggendolo oggi, affiora però con altrettanta evidenza la sua altra faccia, più segreta: quella del libro dove Sciascia ha consegnato, con scrupolosa precisione, pagine essenziali sul suo modo di intendere lo scrivere e la letteratura, che proprio qui viene mirabilmente definita quale «sistema di "oggetti eterni" ... che variamente, alternativamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, tornano a splendere e ad eclissarsi – e così via – alla luce della verità». (Parole che vanno lette accostandole ad altre, significativamente fra parentesi, dove si dice che la letteratura «è la più assoluta forma che la verità possa assumere»). Si direbbe dunque che, in questo momento, ciò che per Sciascia era più personale e nascosto venisse naturalmente a mescolarsi con i fatti della cronaca. Così nacque Nero su nero, accumulandosi per dieci anni torbidi, fra il 1969 e 1979, ma obbedendo sempre a un imperativo di chiarezza e nettezza – libro indispensabile per capire Sciascia in genere e soprattutto il suo ultimo periodo. E, di fatto, già il titolo risponde parodisticamente alla banale accusa di pessimismo che tanto spesso gli fu rivolta in quel decennio e anche dopo, offrendoci «la nera scrittura sulla nera pagina della realtà».


Fonte:
http://www.adelphi.it/libro/9788845908002




 
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