giovedì 8 gennaio 2015

Fortini di traverso Pasolini

"ERETICO & CORSARO"



Fortini di traverso Pasolini
di Luana Tritto 
Ad un anno dalla morte del suo autore, nell’aprile 1993, viene pubblicato presso Einaudi, Attraverso Pasolini di Franco Fortini, «un campione o frammento» del «magnum opus» annunciato come «in preparazione» nella raccolta del 1978 Una volta per sempre (Einaudi) con il titolo Un giorno o l’altro. Diari e cronache 1945-1975, pubblicato postumo e incompiuto. L’opera costituisce una sorta di autobiografia di Fortini e, nel contempo, documenta il suo rapporto personale e intellettuale con Pasolini.

I.«Ragione nell’ordine della ragione, torto di fronte al’albero d’oro della vita»
 

«Aveva torto e non avevo ragione» (Fortini 1993, VII), è con questa espressione concisa, che riassume icasticamente il rapporto fra due grandi intellettuali del Novecento, che comincia la storia dei rapporti tra Pasolini e Fortini in Attraverso Pasolini, raccolta di saggi, lettere e articoli di un quarantennio (1952-92). Il torto non allude alla poesia, perché essa «non ha né torto né ragione ma presenza »; bensì, al non aver saputo vincere la passione per il progetto che proponeva a se stesso e agli altri. Si mirava all’oggettività e all’impersonalità, avvalendosi, però, di un accento privato ed “idiota”.

L’obiettivo della raccolta – e non saggio, come lo stesso Fortini tiene a precisare (ivi, VIII: «Su Pasolini, le pagine che seguono non sono un saggio ma una raccolta di quanto ne ho scritto in quarant’anni») – è di ripetere da sobrio quel che qualche decennio prima aveva detto da ebbro; dunque, non un lavoro critico sul’opera pasoliniana, ma un percorso etico, o estetico, o esoterico “di traverso” Pasolini, indicando con tale locuzione un reciproco intoppo, una contraddizione. Non si tratta, pertanto, di un tragitto dentro o lungo gli scritti pasoliniani, perché altri sono gli autori che ha sperato di attraversare (Ivi, XIV: «Per quanto mi riguarda, non lui ma altri sono stati gli amici e gli autori che ho sperato di aver attraversato»), convinto inesorabilmente sin dagli anni di Officina che tra di loro non ci fosse ostilità, ma inconciliabilità.
Perché, dunque, quasi alla fine dei suoi giorni tornare a parlare di Pasolini? Perché «nella propria opera nessuno scrittore italiano del nostro secolo ha accumulato, come Pasolini, giudizi sulla storia contemporanea e la società in cui visse; con altrettanta costanza nessun altro ha fatto di quei giudizi materia del proprio scrivere». Pasolini diviene l’espediente, il miglior espediente, per ripercorrere gli anni degli errori, degli inverni, della guerra antifascista, del XX Congresso del Partito comunista dell’Urss, della contestazione giovanile, dell’ardore, a cui si contrappone la rabbia attuale «di non aver saputo con bastante energia rifiutare la ridicola e non innocente enfiagione dei ruoli che il potere – o l’antipotere, che del primo non di rado è complice – attribuisce alle corporazioni delle arti e delle lettere» (Ivi, X).
 
II. Pasolini: l’altro ramo dell’Avanguardia
 
«Bisogna scrivere pensando di poter essere tradotti nella lingua dei Paesi socialmente più sviluppati. Questo significa sapere riconoscere l’importanza dei linguaggi burocratici, anzi del connettivo burocratico che tiene insieme i linguaggi specialistici. (Per questo Pasolini ha torto)» (Ivi, 17). Non vi deve essere un eccessivo distacco fra scrittura discorsiva e scrittura letteraria, perché la letteratura deve comunicare; essa ha una funzione edificante: lottare contro la disintegrazione degli uomini. Pasolini, invece, mantiene fermo il divario che esiste fra discorso poetico e non poetico. Luzi, pur essendo un esponente dell’ermetismo fiorentino, rappresentante di una tradizione orfica e ascetica dell’espressione, diviene poeta di immediatezza tale da far coincidere lingua e parola. Pasolini, che lavora con l’alone neorealistico, «diviene il poeta la cui condizione è proprio la divaricazione fra tutti gli elementi espressivi» (ivi, 18). Il suo pastiche crea una commistione fra presente e passato e la sovrapposizione di vari registri linguistici. La giustapposizione di stile alto-letterario e gerghi, l’antitesi infanzia-adulta infelicità, sono anacronistici per il pensiero marxista, tuttavia attuali per la borghesia italiana neocapitalista.
Fortini rimproverava a se stesso l’incapacità di essere prolisso, di marcare tutti i passaggi, i nessi della costruzione di un discorso; in contraddizione con i suoi intenti pedagogici e didascalici. Come ha dichiarato in un’intervista, il fascino che Brecht ha sempre avuto su di lui, risiedeva nella sua capacità di comunicare, pur essendo conciso:
Tutta la ragione dell’immenso fascino che Brecht ha avuto su di me e la ragione di molti dei discorsi che sono venuto facendo in questi anni, è il sogno e il desiderio di una prosa che avesse, oltre alla brevità, la capacità di comunicazione estrema che hanno le poesie, senza però rinunciare alla corposità e immediatezza,, e quindi al discorso per  metafore del proverbio, del linguaggio sapienziario, della sapienza popolare o agraria, o delle scritture sacre (Fortini 2006, 419).
Quella di Pasolini è la «fioritura ritardata di un ramo dell’Avanguardia» (Fortini 1993, 35) che non celebra il falso, ma non si umilia neppure al vero, la sua scrittura risente dello psicologismo tipico del Decadentismo. Fortini condivide con Lukács l’idea che l’Avanguardia pone immediatamente le contraddizioni,
il paradosso dell’Avanguardia – che è “integrata” e non vuol esserlo […] – è quello di non accettare l’incarnazione, […] di rifiutare il compromesso […]. Porre le contraddizioni nude e crude è lo stesso atto intellettuale che negarle con altrettale immediatezza […]. Credo  fermamente che ogni troppo rapido assenso alla negazione, alla svalutazione e al disprezzo del mondo così com’è […] possa celare entro di sé, incontrollato, un accordo con quella realtà, una dipendenza filiale  (Fortini 1974, 113-115).
L’abbondanza di aggettivi e apposizioni nello stile pasoliniano indicano, non una prevalenza del momento espressivo su quello discorsivo, ma un atteggiamento di distanza, «sotto apparenza di ragionante immediatezza» (Fortini 1993, 35) .
 
III. Pasolini nemico del popolo
 
Il concetto di popolo in Pasolini assume caratteri arcaici tali da assumere una connotazione astratta, assolutamente avulsa dalla realtà:
C’è per lui una realtà sociale «preistorica» o «astorica» di cui una sua operazione stilistica è stata il riflesso-equivalente e che è, come sarà l’Africa, il Medioevo, la Grecia preclassica, la Padanìa capitalistica e così via fino a Petrolio,  «una serie di cristalli fuori dalla storia» perché,  in realtà, la «storia non c’è», non c’è un “donde” e un “dove”; e non solo la «nostra» storia dell’ultimo verso delle Ceneri di Gramsci (Ivi, 124).
La civiltà contadina è medievalità cristiana, felicità erotica; la “morte” di tale civiltà nell’ “universo orrendo” del capitalismo ha cancellato ogni forma di paradiso terrestre, prima rappresentato dal Friuli, poi dal quartiere di Rebibbia del suo soggiorno romano, poi l’Africa nei primi anni Sessanta ed infine il vicino Oriente nei film di fine anni Sessanta. Il bisogno ossessivo di Pasolini di regredire nasce dal rifiuto della storia, di qui l’utilizzo del dialetto, concepito come una lingua anteriore, una lingua non reale, metaforica.
Fortini sottolinea come Pasolini approda ad una solitudine totale arroccata all’apparato culturale degli anni Cinquanta: aveva ignorato Lukács, Brecht, la scuola di Francoforte; «preferiva considerarsi un condannato alla parola, un artista, una “bestia da stile”» (Ivi, 199). Egli, infatti, aveva dichiarato di aver amato più la realtà che la verità, ossia la raffigurazione piuttosto che l’interpretazione. Ma, ribatte Fortini, la raffigurazione non è forse anch’essa un’interpretazione? E non è dovere di chi osserva la realtà interpretarla e mutarla in verità?
Nell’ottobre del 1971, sul n. 44-45 di «Quaderni piacentini», Fortini pubblicò uno scritto Pasolini non è la poesia che appare tutt’ora corretto agli occhi dell’autore; esso contiene un invito rivolto a Pasolini a tacere, perché il silenzio è «l’accettazione della verifica periodica con uno di quegli strumenti che la meccanica di precisione chiama “giudici”» (Ivi, 48).
Molte cose Pasolini sa fare.  Non la più importante per lui: che sarebbe di stare un po’ zitto. Quando in versi e in prosa lamenta l’incomprensione dei «giovani» per la poesia (il riferimento è a La poesia della tradizione), certo si rende conto di stare facendo, come si dice, peggio della grandine […]. Ecco perché molti dei giovani  pensano: se la poesia è quella cosa che ci viene consigliata da gente nemica del popolo come Pasolini, allora meglio non avere nulla a che fare con i poeti; e, appena possibile, i poeti a zappare.
Quei molti hanno torto.
Non perché Pasolini non sia un nemico del popolo (alla parola nemico come alla parola popolo non metto le virgolette per fiducia nella intelligenza del lettore). Egli lo è e più di quasi tutti i poeti italiani viventi messi insieme e più seriamente dei più reazionari poeti italiani viventi – che non sono pochi – perché è probabilmente l’unico a sapere in senso profondo che cosa significhi essere nemico del popolo.[…]
Quei molti hanno torto: perché non c’è interlocutore o locutore (per quanto puro e per quanto corrotto) che non possa portare una verità preziosa […]. 
Perché i suoi lamenti diventassero autentici dovrebbero, invece di celebrare le qualità della poesia, ricordare l’esistenza della qualità. Ma l’esistenza della qualità, la sua affermazione o evocazione ha una forza singolare: per un attimo – che è difficile calcolare col tempo degli orologi – non lascia pietra su pietra di ogni altro nostro discorso. La prima testimonianza di quel che Pasolini vuol dire, se veramente avesse a cura le qualità, sarebbe il silenzio. […] Anch’io che scrivo ho dovuto far silenzio per ricevere quanto di vero c’era, nonostante Pasolini, nei suoi discorsi; e più in genere, in quelli degli apologeti della poesia (Fortini 1993, 48).
L’errore di Pasolini consisteva nell’aver confuso moralismo e moralità: il primo consiste nell’agire coerentemente con i propri valori, la seconda è l’errore di chi crede che non esistano altri comportamenti o valori diversi dalla propria moralità.
In La poesia della tradizione, rivolgendosi alla “generazione sfortunata” dei giovani, biasima il loro essere vittima del potere negando l’unico, vero, reale strumento di contestazione, la cultura: «Venisti al mondo, che è grande eppure così semplice, // e vi trovasti chi rideva della tradizione, // e tu prendesti alla lettera tale ironia fintamente ribalda, // erigendo barriere giovanili contro la classe dominante del passato […] La lotta di classe vi cullò e vi impedì di piangere: // irrigiditi contro tutto ciò che non sapesse di buoni sentimenti».
Il rigore, il cinismo dei giovani, impediscono loro un rapporto “patetico”, di coinvolgimento emotivo con la poesia, di cogliere la bellezza, perché anestetizzati dal’ironia. E non è forse quel che sosteneva Fortini quando affermava: «Quanto in lui [Pasolini] e in me si agitò in quelle occasioni non può non apparire alcunché di incomprensibile, quasi al confine della mania per un giovane di oggi. Ma non eravamo né pazzi né fanatici. Eravamo, a poco più di dieci anni dalla fine della Seconda Guerra, nel cuore del secolo, ancora ricchi di qualcosa che – scrisse Pasolini – ci faceva piangere guardando Roma città aperta. Le lacrime non sono affatto un buon criterio di giudizio. Eppure mi piacerebbe sapere che cosa oggi fa piangere un uomo di trent’anni, che tanti allora Pier Paolo ne aveva» (Ivi, X). Forse che alla fine dei suoi anni anch’egli aveva avvertito l’anestesia da cui erano affetti i giovani?
La monografia di Berardinelli dedicata a Fortini (Berardinelli 1974) è preceduta da un’intervista in cui lo scrittore dichiara che i giovani, nonostante gli strumenti che hanno a disposizione, di gran lunga superiori a quelli da lui posseduti da ragazzo, non hanno affatto accresciuto la loro libertà di agire.
Ci sono grandi correnti di pensiero, parti essenziali del sapere attuale, che mi sono ignote o estranee, irrecuperabili: la teoria dell’informazione, le filosofie del linguaggio, l’epistemologia scientifica, l’economia contemporanea. Con  i poveri strumenti di cui poteva disporre un “letterato” fiorentino degli Anni Trenta ho cercato di capire e di imparare quel che ho potuto. […] I ragazzi di oggi sanno tutto, non è vero? A vedere di che cosa possono sapere, di quali strumenti possano disporre i giovani…Eppure la libertà di fare non è affatto cresciuta (Ivi, 4).
Il 29 novembre 1956 Fortini rispose alle accuse mosse da Pasolini nel poemetto Una polemica in versi, datato al settembre-ottobre 1956. Vi si biasima di Fortini e degli altri di Ragionamenti non l’estremismo, «ma una certa forma di misticismo […] e la sospetta volontà di annullare la propria persona in un rigido e spento anonimato moralistico».
All’interno della replica in versi fortiniana (Al di là della speranza) si legge in corsivo un frammento scritto l’anno precedente in risposta all’interrogativo posto in Le ceneri di Gramsci «la nostra storia è finita?». Nella lettera indirizzata a Pasolini contenente tali versi, ancora una volta lo scrittore fiorentino mette in dubbio il senso di “fratellanza” pasoliniana al suo pregetto ideologico: «Non so insomma se conoscendoti meglio dovrei considerarti di razza fraterna o nemica» (Fortini 1993, 69).
 
Ma tu chi sei che di pietà impietosa
dài grazia ai versi dove sono ciechi
fuor di te, tutti? Nei vicoli biechi
e teneri ti svegli, dell’afosa
notte di Roma, e poi torni e ti rechi
intatto al verso. Quella libertà
che ti perdoni, ad altri tu la togli
e del nulla sei complice e del male
del tuo popolo. A corte, poi, ti vale
leggere come l’anima disciogli
nei tuoi poemi in limpide querele,
fra chi, come te, sa…
La nostra storia non è mai finita.
quando tu lo chiedevi, io scrissi in odio
alla  pietà che ti vinceva, in odio
a chi vanta nel verso tuo la Vita
miele dei morti e del peccato, vischio
che fa dolce la nausea e la pietà.
 
Non le “limpide querele”, non il distacco letterario si addicevano ai tempi, bensì la furia, come si afferma nella citazione lucreziana posta ad inizio di poesia Nam neque nos agere hoc patriai tempore iniquo // possumus aequo animo (Lucrezio, De rerum natura, I, 41-42).
Il medesimo distacco letterario che si fonda su un distacco reale della passione ideologica, hanno fatto di Pasolini “ un nuovo tipo di vecchia volpe”. In una lettera del Capodanno 1957 (Fortini 1993, 77-78) Fortini afferma che nel leggere Le Ceneri di Gramsci si era costruito un personaggio, un Pasolini probabilmente immaginario, fatto non tanto di orgoglio-solitudine-sensualità, quanto piuttosto di distacco dalla passione ideologica, dalla tematica politica e morale. Ha sospettato di avere dinanzi a lui, non una personalità scissa tra passioni pratiche e passioni formal-stilistiche, ma una vecchia volpe, cinica, distaccata, “letteraria”che giocasse con i loro forse astratti furori. Fortini rifiuta l’incomunicabilità, il suo democraticismo è furioso, perché agitato dal sospetto di “cooptazione carismatica alla saggezza”. È dovere di chi sa trasmettere il proprio sapere a condizione che “questo sapere sia vero sapere, non scienza segreta, iniziatica”.
Il popolo descritto da Pasolini è avulso dalla realtà, è selvaggio (citazione di Tolstoj ad inizio del cap. IV di Ragazzi di vita: «Il popolo è un gran selvaggio nel seno della società»), è sentito e descritto nella prospettiva istintuale e passionale, vicino ad un mai esistito “stato di natura”. Pasolini, come si è detto, tacciava Fortini di misticismo e moralismo, di distacco dalla realtà, di una visione ideologica degli operai ed in genere del mondo. Ma non ci si fa popolo: o lo si è o non lo si è (diceva Pavese). Farsi popolo per Fortini «vorrebbe dire accettare le servitù peggiori del popolo – che non sono solo quelle della miseria ma quelle del detrito ideologico delle classi dominanti, passate e presenti. E questo è impossibile. L’intellettuale non può spogliare il proprio gusto e il proprio giudizio […] E’ un discorso sugli scalzi tenuto a gente calzata» (Fortini 1993, 93).
Pasolini si era rifiutato di entrare a far parte dell’ “universo orrendo”della società capitalistica, di avere un rapporto razionale con gli ultimi, con i reietti; la sua religione era l’allegria del proletariato, non «la millenaria sua lotta». Nell’organizzazione, nel progetto politico, egli vi intravedeva qualcosa di acerbo, di non vero, non sentito, tanto da diventare fittizio; era incapace di accettare l’ambiguità di ogni comunicazione, come dovrebbe saper fare un adulto. Eppure Pasolini non vedeva solo in se stesso l’incapacità di essere adulto, di adattarsi, di concepire il compromesso; la vedeva anche in Fortini: «anche questo abbiamo in comune, un fondamentale candore e infantilismo, portato a sopravvalutare e a ingrandire» (lettera datata al 10 gennaio 1957, citata in Fortini 1993, 80).
Emblematica a tal proposito è una breve poesia di Pasolini, la prima di una sequenza di 15 poesie, inserite nella raccolta Roma 1950, sottotitolo Un diario.
 
Adulto? Mai – mai, come l’esistenza
che non maturo – resta sempre acerba,
di splendido giorno in splendido giorno-
io non posso che restare fedele
alla stupenda monotonia del mistero.
Ecco perché, nella felicità
non mi sono abbandonato-ecco
perché nell’ansia delle mie colpe
non ho mai toccato un rimorso vero.
Pari, sempre pari con l’inespresso,
all’origine di quello che io sono. 
 
«Pasolini, è terribile doverlo dire, non è stato mai né cristiano né comunista, è stato un rousseauiano del 1770 e un decadente del 1870 in lotta con una realtà del 1970» (Ivi, 205). Con strumenti anacronistici, col suo barocco e la sua arcadia intonava l’elegia della morte di un mondo, quel mondo prerazionale, astorico, autentico, da lui tanto compianto. La sua mancanza di “martelli reali” con cui combattere, la sua inerzia di fronte allo scandalo e all’ingiustizia, conducono Fortini a «credere che una delle operazioni di bonifica intellettuale e politica in Italia debba cominciare dalla demolizione del modello rappresentato da Pasolini politico. […] Finì coll’identificarsi al vischio, al parassita senza radici che cresce sulle cose morte» (Ibidem).
 
IV. Fortini, gli errori, la speranza
 
 «L’errore mio fu quello di pretendere da Pasolini quel che egli non poteva dare, ossia una conversione religiosa o una conversione politica. Era a noi e a se stesso che profetizzando aveva pensato quando aveva scritto: “Il mistico rigore di un’azione // sempre pari all’idea non vi chiedo: si paga, // anche questo, con l’aridità. […] E’ all’errore// che io vi spingo, al religioso // errore”. Aveva, contro di noi, la ragione della passione; non quella dell’ideologia» (Ivi, 229).
Pasolini non voleva padri, non voleva maestri, ma fratelli; la sua “disperata vitalità”, la sua passione della ragione, lo conducevano a cantare il nulla, una realtà inesistente. Fortini non poteva accettare una separazione fra etica e politica, il fine dell’arte è accrescere il senso di umanità (Ivi, 230: «La gente non vuole più vivere. Disprezza la propria vita perché ha capito che è una vita di bestia. Ha il rimpianto di una vita umana. Ma ha perso ogni speranza di poterla vivere. Non è vero che sia attaccata all’esistenza. Sa già di che morte dovrà morire: di week-end, di cancro, di ospizio per i vecchi, di colpo di stato, di ictus alle coronarie, di colera, di anidride solforosa. Tutti i persuasori ufficiali, dal papa a Pasolini, gli hanno detto che non deve sperare nulla in questo mondo. Tutti i difensori pubblici, dai sindacati ai professori comunisti, gli hanno spiegato che non servono né gli aumenti di stipendio né le manifestazioni né la Cina e nemmeno il Partito di Gramsci»), non abbattere la speranza (Pasolini, infatti, parlava in riferimento a Fortini di «fraterno, disperato moralismo»). Egli è socraticamente convinto che dovere degli intellettuali e dei politici sia essere una sorta di pedagoghi, di intermediari che agiscono per il miglioramento collettivo, tale era l’ingenua illusione di Fortini. La sua passione era fatta di ragione, il fine della sua letteratura edificante, mal sopportava gli –ismi, chi rimaneva arroccato e inerte nella propria turris eburnea.
Come non pensare a Fortini leggendo il celeberrimo dialogo tra Socrate e Callicle nel Gorgia?
«Ti sembra che i rètori parlino sempre pensando al meglio, preoccupati solo che i cittadini, in virtù dei loro discorsi, diventino migliori, o anch’essi, gli oratori politici, solamente si propongono di compiacere alla cittadinanza, e in funzione del proprio vantaggio personale, senza pensare affatto al bene comune, parlino ai popoli come se fossero ragazzi, cercando solo di compiacerli, senza che neppure passi loro per la mente se con ciò i popoli divengano migliori o peggiori?[…] Una volta entrato in politica, quale altra mai cura ti occuperà se non questa soltanto, se non di fare di noi degli ottimi cittadini? Non abbiamo convenuto più volte nel concludere appunto che questo è il dovere dell’uomo politico?» (Platone, Gorgia, 503a e 515a).
Pasolini non aveva tale credo, nutrito certamente di sapienza ebraica e cristiana, intriso, però, di quella filantropia, quell’humanitas che spingeva Fortini non a cercare i corpi, ma a toccare le anime. I suoi saggi di critica letteraria sono volti ad andare oltre l’epifenomeno, a tralasciare la qualità astratta dei poeti, degli scrittori, per cogliere il dato politico che, per Fortini, come si è detto, coincide con quello etico. È necessario, perciò, guidare i lettori, condurli per mano nel cammino paideutico e didascalico della letteratura. I giovani amano tanto Leopardi materialista, pessimista, amante della morte, non Manzoni ideologo e moralista. Essi vogliono l’immediatezza, la facile verità, perché rifiutano «la pazienza dell’incarnazione, la categoria della mediazione» (nota manoscritta al saggio inedito del 1973, Storia e antistoria nell’opera di Alessandro Manzoni, conservato nell’AFF). L’opera manzoniana è salutare contro le mitologie dell’immediatezza, contro il trionfante pensiero borghese che contrapponeva etica e politica; Manzoni riporta la politica alla morale, di qui la sua modernità.
Quello che non c’è in Pasolini è «l’erosione critica della realtà», il momento dell’analisi; vi prevale, invece, il momento esclamativo ed estatico di grido e di morte. La sua vita pubblica, fatta di calcoli «brutti e anche goffi», ha contribuito al male. Questo Fortini non poteva perdonarglielo; acuiva, al contrario, il suo rancore che riversava nei suoi giudizi pungenti, che rasentavano quasi l’offesa. «Ma anche le mie offese coscienti hanno sempre avuto qualcosa di puerile, perché erano di uno che non ha armi» (Fortini 2006, 422).
luanatritto@virgilio.it
Bibliografia
Alfonso Berardinelli, Franco Fortini, La Nuova Italia, Firenze 1974.
Franco Fortini, Verifica dei poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie, Garzanti, Milano 1974.
Franco Fortini, Attraverso Pasolini, Einaudi, Torino 1993.
Franco Fortini, Un giorno o l’altro, Quodlibet, Macerata 2006.


Fonte:
http://narrazionionline.com/2014/05/22/saggi-fortini-di-traverso-pasolini/



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