lunedì 19 gennaio 2015

Pasolini, il padre della decrescita

"ERETICO & CORSARO"
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“Pasolini, l’insensata modernità”: le profezie di uno scrittore
Annamaria Trevale


1)  Il saggio Pasolini, l’insensata modernità di Piero Bevilacqua, docente di storia contemporanea all’università la sapienza di Roma, è appena stato pubblicato da Jaca Books nella sua collana precursori della decrescita.
Il termine decrescita, che indica una teoria economica che si contrappone a quella di uno sviluppo costante e duraturo, viene spesso usato in modo provocatorio (vedi la decrescita felice di cui si parla in politica), ma in questo caso si tratta di un tentativo di analisi senza intenti polemici.
Infatti, poiché buona parte degli economisti ha ormai preso atto del fatto cheuna crescita infinita della produzione e del consumo materiali non è più sostenibile in un mondo finito, la collana precursori della decrescita, diretta da Serge Latouche, «ambisce a dare visibilità a questa riflessione, e attraverso la presentazione di alcune figure del pensiero umano e dei loro scritti essa pretende, in qualche modo, di fare emergere una nuova storia delle idee, in grado di sostenere e di arricchire il pensiero della decrescita»,come si legge nell’introduzione.
Perché si parla ancora di Pier Paolo Pasolini, a trentanove anni dalla sua morte? Perché lo scrittore, già a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso esprimeva il suo dissenso nei confronti della teoria dello sviluppo infinito, attraverso numerosi articoli e pagine di riflessione che appaiono ancora oggi di sorprendente attualità.
La presentazione del volume, avvenuta nella sede milanese della casa editrice Jaca Book, è stata l’occasione per un articolato dibattito tra Piero Bevilacqua, autore di Pasolini l’insensata modernità, Giancarlo Grossini, giornalista del «Corriere della Sera» esperto di cinema e autore di diversi saggi in quel settore, e Fulvio Abbate, autore di Pasolini raccontato a tutti (Baldini e Castoldi, 2014), biografia anticonvenzionale del grande intellettuale scomparso tragicamente a Roma nel 1975.
Il dibattito, durante il quale si è parlato a trecentosessanta gradi di tutti gli aspetti della vita di Pasolini – lo scrittore, il giornalista, il regista cinematografico – intendeva anche sottolineare come, a quasi quarant’anni dalla morte, di uno dei maggiori intellettuali italiani attivi tra gli anni Cinquanta e Settanta del ventesimo secolo non resti quasi nulla, nella memoria collettiva italiana, se non le ricorrenti interrogazioni riguardo alle circostanze ancora oscure e controverse della sua morte, avvenuta per omicidio il 2 novembre 1975.
Un personaggio per Chi l’ha visto? insomma, come osservava acutamente Giancarlo Grossini, i cui film da regista, un tempo oggetto di furiose polemiche ma anche premiati e apprezzati dalla critica, restano sconosciuti alla generazione più giovane in quanto tenacemente ignorati dalle programmazioni delle reti televisive.
 
Pasolini l’insensata modernità nasce da uno studio puntuale dei numerosi saggi e articoli che l’intellettuale dedicò per tutta la vita al tema dello sviluppo della società capitalistica, che allora appariva destinata a un progresso inesauribile verso un futuro che si presumeva ottimisticamente migliore per tutti. Poche, allora, le voci dissenzienti, sia tra gli economisti, che si chiedevano fino a che punto il mercato mondiale avrebbe potuto assorbire un aumento costante della produzione di beni, sia tra gli ecologisti, che segnalavano il consumo galoppante delle risorse terrestri e il preoccupante inquinamento ambientale.
Pasolini, seguace convinto delle teorie marxiste, assumeva spesso posizioni polemiche che irritavano le gerarchie del partito comunista. Famosa, ad esempio, la sua difesa dei poliziotti che avevano caricato gli studenti durante una manifestazione a Villa Giulia, a Roma, in quanto gli agenti erano da lui visti come esponenti del proletariato mandati contro i rampolli della ricca borghesia. L’industrializzazione massiva dagli anni Cinquanta in poi, anziché segno di progresso per l’economia nazionale, era vista da Pasolini come una forma di abbrutimento dei lavoratori, ma soprattutto come foriera di degrado del territorio – famosissimo un suo articolo sulla scomparsa delle lucciole a causa dell’inquinamento –, se i contadini abbandonavano le campagne per andare a lavorare nelle fabbriche: e questo è effettivamente avvenuto, con conseguenze disastrose dal punto di vista ambientale. Non si trattava certo di far tornare i contadini all’aratro, come sostenevano molti detrattori pasoliniani, ma di applicare le tecnologie all’agricoltura per rendere il loro lavoro più agevole.
Non dimentichiamo poi che, molto prima della rivoluzione tecnologica avvenuta a partire dagli anni Novanta, Pasolini vedeva nella diffusione della televisione, allora il principale mezzo di comunicazione di massa, uno strumento per uniformare e indottrinare i cittadini, attraverso la diffusione di notizie facilmente manipolabili ma, soprattutto, di un linguaggio standard, destinato non solo a impoverire l’italiano parlato, ma anche a determinare la scomparsa delle parlate locali, di quei dialetti che per lo scrittore costituivano una grande ricchezza linguistica e semantica.
Attento com’era all’analisi sociologica delle periferie, soprattutto delle borgate romane divenute scenario dei suoi film migliori, Pasolini non sopportava di vedere enormi antenne televisive innalzarsi sopra i tetti di baracche fatiscenti, come se il possesso di un televisore bastasse a compensare il degrado.
Come avrebbe dunque giudicato lo scrittore le trasformazioni tecnologiche avvenute negli anni successivi alla sua morte, che ci hanno portato al mondo attuale di connessioni continue, basate su un linguaggio sempre più impoverito e inquinato dall’uso di parole, tecnologiche e non, acquisite dall’inglese? Secondo Piero Bevilacqua, è impossibile immaginarlo ottimista di fronte alla realizzazione delle sue peggiori previsioni: l’insensata modernità, arrivata al punto di una decrescita piena d’incognite, ha mostrato tutti i suoi limiti e difetti strutturali.
 
 
Pasolini, il padre della decrescita    
di Barbara Baroni
  
2)  Pasolini moderno, profeta, custode del passato; e poi intellettuale, critico, scandalosamente vero… su che cosa era, che cosa è stato e che cosa è Pier Paolo Pasolini se lo stanno chiedendo, ancora oggi, studiosi, letterati, appassionati e lettori perché il suo personaggio, talmente controverso, era teso ad abbracciare tutte le contraddizioni e gli opposti sintetizzandoli hegelianamente in un’opera poetica che si coniugava in libro, poesia, film, critica e che era talmente forte, reale, immorale da vestire i panni della vita e della morte.
 
Ad accendere una nuova luce, e a far nascere una nuova fonte di riflessione, su Pier Paolo Pasolini è Serge Latouche che ha proposto a Piero Bevilacqua (Università La Sapienza di Roma) un dilemma: sarebbe possibile collocare Pasolini tra i precursori della decrescita? Ne è venuto fuori un saggio dal titolo “Pasolini. L’insensata modernità” (Jaca Book Editore), in libreria in questi giorni, dove primariamente Bevilacqua accosta Pasolini a Leopardi giudicandoli come gli unici due poeti negatori dei convincimenti dominanti della propria epoca. Ma mentre in Leopardi le ragioni della critica, afferma Bevilacqua, affondano in una posizione conservatrice che sembra essere condizione imprescindibile della critica alla modernità; la critica di Pasolini è più passionale e deriva dal legame profondo e mitico con il mondo dell’adolescenza deturpato e travolto dall’avanzare della storia con la sua violenza distruttrice.

Per combattere l’avanzamento crudele della modernizzazione neocapitalistica è necessaria la poesia: “L’uomo tende ad addormentarsi nella propria normalità – scrive Pasolini – si dimentica di riflettersi, perde l’abitudine di giudicarsi, non sa più chi è. E’ allora che va creato artificialmente lo stato d’emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica”.
Analizzando il percorso del pensiero pasoliniano Bevilacqua arriva ad affermare: “Pasolini aveva capito che la nuova razionalità della società dei consumi, distesa come una coltre sulle menti dei contemporanei, era impastata di buon senso, tessuta di una nuova stoffa di razionalità suadente, destinata a far apparire assurda ogni altra visione del mondo e della vita”. E, dunque, giungono nella poetica pasoliniana la scomparsa delle lucciole e il centralismo fascista della società dei consumi fino all’intuizione di scavare “nelle strutture antropologiche della società – scrive l’autore – nella carnalità dei corpi, resi non autentici da modelli imposti che sostituiscono la realtà con la finzione”. Ma, in fondo, le radici sociali dell’insensatezza stanno tutte in queste parole del poeta: “… fin che l’uomo sfrutterà l’uomo, fin che l’umanità sarà divisa in padroni e in servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui”… che è anche il male del nostro tempo. Decrescita o no, dal breve saggio si evince che, sicuramente, Pasolini aveva già affilato le sue armi di poeta e di intellettuale contro il neocapitalismo. Oggi, invece, resta più difficile capire l’assurdo, o l’idea-alibi, perché troppi intellettuali, come sostiene Bevilacqua, si mettono al servizio della industria culturale dominante e… neocapitalistica.

Fonte: 1) http://www.sulromanzo.it/blog/pasolini-l-insensata-modernita-le-profezie-di-uno-scrittore
Fonte: 2) http://sociale.corriere.it/pasolini-il-padre-della-decrescita/



 
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