giovedì 8 gennaio 2015

Pier Paolo Pasolini da "Almanacchino al di qua dell’acqua" (Aprile 1944) - DIALETTO, LINGUA E STILE -

"ERETICO & CORSARO"



Pier Paolo Pasolini
da "Almanacchino al di qua dell’acqua" (Aprile 1944)
DIALETTO, LINGUA E STILE


(Traduzione in lingua e ortografia italiana) 
(Friulano occidentale di Casarsa della Delizia in grafia personale) 
(Traslitterazione in grafia alpadínica)




 




Di sicuro, paesani, non avete mai pensato ai rapporti che passano fra le idee di «dialetto», «lingua» e «stile».

Quando che parlate, chiacchierate, gridate tra di voi, usate quel dialetto che avete imparato da vostra madre, da vostro padre e dai vostri vecchi. E sono secoli che i bambini di questi luoghi succhiano dal seno della loro madre quel dialetto, e quando diventano uomin, glielo insegnano anche loro ai loro figlioli. E per impararlo, non occorrono sillabari, libri, grammatiche; lo si impara così, come che si mangia e si respira. Nessuno di voi saprebbe scriverlo, questo dialetto e, quasi quasi, neanche leggerlo. Ma intanto lui è vivo, vivo eccome!, nelle vostre bocche, nelle labbra dei giovincelli, negli stomaci dei ragazzi, e suona allegramente di podere in podere, di campo in campo.

Così il dialetto è la più umile e comune maniera di esprimersi è solo che parlato, nessuno si immaginerebbe mai di scriverlo.

Ma se a qualcuno gli venisse l’idea? Voglio dire l’idea di usare il dialetto per esprimere i suoi sentimenti, le sue passioni? Nò, tenete ben a mente, non per scrivere due o tre stupidate da far ridere, o per raccontare due o tre vecchie storielle del proprio paese (perché allora il dialetto resta dialetto, e basta lì), ma con l’ambizione di dire cose più elevate, difficili, magari; se qualcuno, insomma, credesse di esprimersi meglio con il dialetto della sua terra, più nuovo, più fresco, più forte sì, non la lingua nazionale imparata nei libri?
Se a qualcuno viene l’idea, ed è capace di realizzarla, e altri che parlano quello stesso dialetto, lo seguano e lo imitino, e così, un po’ alla volta, si accumula una buona quantità di materiale scritto, allora quel dialetto diventa «lingua». La  lingua sarebbe così un dialetto scritto usato per esprimere i sentimenti più alti e segreti del cuore.

Così, sappiate – per esempio – che l’italiano una volta, tanti secoli fa era anche lui soltanto un dialetto, parlato dalla povera gente, dai contadini, dai famigli, dai servi, mentre i signori e gli istruiti parlavano e scrivevano in latino.
Il latino era insomma come che adesso è per noi l’Italiano, e l’Italiano (col Francese, lo Spagnolo, il Portoghese), era un dialetto del latino, come che adesso, per noi, l’Emiliano, il Siciliano, il Lombardo … sono dialetti dell’Italiano. Ma ecco che saltano fuori, in Toscana, scrittori e poeti che vogliono sfogare con più sincerità e vivacità i loro affetti, e in maniera che tutti li capiscano: e così si mettono a scrivere nel loro dialetto toscano. In dialetto toscano Dante scrive la sua «Divina Comedia», in dialetto toscano il Petrarca scrive le sue poesie, e così un po’ per volta diventa lingua e sostituisce il latino. E siccome tutti gli altri dialetti italiani non hanno documenti scritti né poeti, la lingua toscana si impone su tutti e diventa lingua italiana.

Per dire dal nostro dialetto, tra i dialetti d’Italia, il friulano ha una fisionomia sua e ben distinta, per certi caratteri e certe forme antiche che conserva e che non lo lasciano confondere con nessun altro. Stando agli studiosi, il friulano fa parte dei dialetti ladini, parola che vale come dire latini. La «Ladinia» sarebbe una regione che comprede il Friuli, la Carnia, le Alpi fino ai Grigioni, e che ha derivato la sua parlata direttamente dal Latino, né più né meno del Francese, l’Italiano etc. Infatti com’è il plurale dei nomi italiani? In vocale: rosa, ros-e; campo, camp-i. e in Friulano? In consonante (s): ròśa, ròśi-s; čamp, čamp-s. Questa 
particolarità e tante altre hanno convinto gli studiosi a  considerare il Friulano come un dialetto non italiano, ma a sé stante. Purtroppo però il Friuli, per tante ragioni, non ha avuto in nessun tempo un grande poeta che cantasse nella sua lingua e desse splendore e rinomanza; il Friuli ha sempre dovuto usare quella parlata per le povere opere dei contadini, dei montanari, dei mercanti, per comandare o chiedere di mangiare, di bere, di fare l’amore, di cantare, di lavorare.

Con questo, non voglio dire che il Friulano non sia mai stato scritto, che non abbia avuto neanche un poeta, tanti ne ha avuti, ma quasi tutti poetelli, con poca ambizione, poca fantasia, che non andavano più in là di quelle poesiucce sentimentali, paesane e insulse, o di quelle spiritosaggini che fanno anche ridere, ma, finita la risata, finisce tutto. Però, dal secolo XIV, qualche poeta si innalza, o per la forza dura e paesana del suo carattere (Ermes di Colloredo 1622-1692), o per una buona vena musicale (Pietro Zorutti, 1792-1867) o per la limpidità del suo scrivere (Caterina Percoto, 1812-1884).
E anche tra i moderni abbiamo qualche buon scrittore (Bonini, Argeo, Carletti, Chiurlo e altri). Ma come dicevo, scrittori di quelli che fanno cambiare, scrivendolo, dialetto in lingua, il Friuli non ne ha avuti. Non è detto però che non abbia di averli! È meglio aspettare e sperare che non arrendersi; perché arrendersi, se non altro, vuole dire rifiutare non solo poesia, ma dignità e, soprattutto, storia. 


Verrà bene il giorno che il Friuli si accorgerà di 
avere una storia, un passato, una tradizione! Intanto, paesani, persuadetevi di una cosa: che il nostro dialetto friulano non ha nulla da invidiare a quelli di Udine, di San Daniele, di Cividale … Nessuno, è vero, lo ha mai usato per scrivere, esprimersi, cantare; ma non è giusto neanche pensare che, per questo, debba sempre stare sotterrato nei vostri focolari [domestici], nei vostri campi, nei vostri stomaci.

Quello di là dall’acqua [il Tagliamento] non può vantarsi, in confronto del nostro, di essere lingua non dialetto, proprio perché, come dicevo, non ha dato nessun grande scrittore.

Tutte le parlate friulane, di qua e di là dell’acqua, dei monti e del piano, aspettano la stessa storia, aspettano che i Friulani si accorgano veramente di loro, e li onorino come che sono degni: parlare Friulano vuole dire parlare Latino.

Quando un dialetto diviene lingua, ogni scrittore usa quella lingua in conformità alle sue idee, del suo carattere, delle sue brame. Insomma ogni scrittore scrive e compone in maniera diversa e ognuno ha il suo «stile».Quello stile è qualcosa di interiore, nascosto, privato, e, soprattutto, individuale. Uno stile non è né italiano e né tedesco e né friulano, è di quel poeta e basta.




 Pier Paolo Pasolini
 da "Stroligut di ca da l’aga" (Avrîl 1944)
DIALET, LENGA E STIL
(Friulano occidentale di Casarsa della Delizia in grafia personale)



Di sigùr, paisàns, i no veis mai pensat ai repuars c’a passin fra li ideis di «dialet», «lenga» e «stil».
Quant ch’ i parlais, i ciacarais, i sigais tra di vualtris, i doprais chel dialet ch’ i veis imparat da vustra mari, da vustri pari e dai vustris vecius. E a son sècui che i frus di chisçus loucs a sucin dal sen di so mari chel dialet, e co a doventin òmis, a ghi lu insegnin encia lour ai soi fiolùs. E par imparalu, a no coventin silabarios, libris, gramatichis; a si lu parla cusì, coma c’ a si mangia o e’ a si respira. Nisun di vualtris al savarès scrivilu, chistu dialet, e, squasi squasi, nencia lèsilu. Ma intant lui al è vif, e se vif!, ta li vustris bocis, tai lavris da li zovinutis, tai stomis dai fantas, e al suna alegramentri di bràida in bràida, di ciamp in ciamp.

Cusì il dialet al è la pi ùmila e comun maniera di esprimisi al é doma che parlat, nisun al si impensa mai di scrivilu.


Ma se a qualchidun a ghi vegnès che idea? I vuej disi l’idea di doprà il dialèt par esprimi i so sintimins, li so pasions? No, tegnèivi ben a mins, no par scrivi do tre stupidadis da fa ridi, o par contà do tre storiutis vecis dal so pais (parsè che alora il dialet al resta dialet, e basta li), ma cun l’ambisiòn di disi robis pi elevadis, difisilis, magari; se qualchidun, insoma, al crodès di esprimisi miej cu‘l dialet da la so ciera, pi nouf, pi fresc, pi fuart si no la lenga nasional imparada tai libris? Se a qualchidun a ghi ven che idea, e al é bon di realisala, e altris c’ a parlin chel stes dialet, a lu sèguitin e a lu imitin, e cussì, un puc a la volta, a si ingruma na buna quantitat di material scrit, alora chel dialet al doventa «lenga».
La lenga a sarès cussì un dialet seni e doprat par esprimi i sintimins pi als e segres dal cour.

Cussì, i veis di savè – par esempi – che il Talian na volta, tanciu sècui fa al era encia lui doma che un dialet, fevelat da la puora zent, dai contadins, dai famejs, dai sotans, mentri che i siors e i studias a parlavin e a scrivevin in latin.

Il latin al era insoma coma che ades al è par nu il Talian, e il Talian (cu ‘l Franseis, il Spagnoul, il Portugheis), al era un dialet dal Latin, coma che ades, par nu, l’Emilian, il Sicilian, il Lombart ... a son dialès dal Talian. Ma eco c’a saltin four, in Toscana, scritòurs e poès c’ a volin sfogà cun pi sinceritat e vivacitat i so afiès, e in maniera che ducius aju capissin: e cussì a si metin a scrivi tal so dialèt toscan. In dialèt toscan Dante al scrif la so «Divina Comedia», in dialèt toscan il Petrarca al scrif li so poe. siis, e cusì chel dialèt un puc par volta al doventa lenga e al sostituis il Latin. E sicoma che ducius chei altris dialès italians a no an nè documins scris ne poès, la lenga toscana a si impon su ducius e a doventa lenga italiana.

Pa vigni a disi dal nustri dialèt, fra i dialès di Italia, il furlan al à na fisunumia sò e ben distinta, par sers caraters e sertis formis antighis c’ al conserva e che no lu lassin confondi cun nissun altri. Stant ai studious, il furlan al fai part dai dialès ladìns, peraula c’ a vai coma disi Iatìns. La «Ladinia» a sares na region c’ a comprend il Friul, la Ciargna, li Alpis fin ai Grigions, e c’ a à derivat la so fevela diretamintri dal Latin, nè pi nè mancul che coma il Franseis, il Talian etc. Infati come esia il plural dai nons italians? In vocal: rosa, ros-e; campo, camp-i. E par Furlan? In consonant (s) : rosa, rosi-s; ciamp, ciamp-s. Chista particularitat e tantis altris a an convinsut i studiòus a considerà il Furlan coma un dialèt no italian, ma parsestant. Purtrop però il Friul, par tantis mai rasons, a no ‘l à avut in nisun timp un grant poeta c’al ciantàs ta la so lenga e a ghi des splendour e renomansa; il FnuI al à sempri cugnut doprà che fevela par li puoris operis dai contadins, dai montagnars, dai mercantìns, par comandà o domandà di mangià, di bevi, di fa l’amour, di ciantà, di lavorà.

Cun chistu, i no vuej disi che il Furlan no ‘i sedi mai stat scrit, c’a no’l vedi vut nencia un poeta; tancius a-nd-à vus, ma squasi ducius poetùs, cun pucia ambision, pucia fantasia, c’ a no zevin pi in là di ches poesiutis sintimintalis, paisanis e disavidis, o di ches spiritosadis c’ a fan encia ridi, ma, finida la riduda, a finis dut. Però, dal secul XIV a vuei, qualchi poeta al si inalsa, o par la fuarsa dura e paisana dal so carater (Co. Ermes di Coloret, 1622-1692), o par na buna vena musical (Pieri Zorut, 1792-1867) o par la limpiditat dal so scrivi (Caterina Percoto, 1812-1884).
E encia tra i modernos i vin qualchi bon scritour (Bonini, Argeo, Carletti, Chiurlo e altris). Ma, coma ch’ i disevi, scritours di chei c’a fan cambià, scrivindilu, dialèt in lenga, il Friul a no-nd-à vus. A no è dita erò ch’ i no vedi di veju! A è miej spetà e sperà che no rindisi; parsè che rindisi, se no altri, a voul disi rifiutà no doma poesia e art, ma dignitat e, massime, storia.
A vegnarà ben il di che il Friul al si inecuarzarà di vei na storia, un passat, na tradision! Intant, paisans, persuadeivi di na roba: che il nustri dialèt furian a no ‘l à nuja di invidià a chei di Udin, di San Danel, di Sividat ... Nisun, a è vera, a lu à mai doprat par scrivi, esprimisi, ciantà; ma a no è justa nencia pensà che, par chistu, al vedi sempri di sta soterat tai vustris fogolars, tai vustris ciamps, tai vustris stomis. Chel di là da l’ aga a no pol vantasi, in confront dal nustri, di esi lenga no dialèt, propit parsè che, coma ch’ i disevi, a no ‘i à dat nisun grant scritour. Dutis li fevelis furlanis, di cà e di là da l’ aga, dai mons e dal pian, a spetin la stesa storia, a spetin che i Furlans a si inecuarzin veramintri di iour, e a li onorin coma c’ a son degnis: fevelà Furlan a voul disi fevelà Latin.

Quant che un dialèt al ven lenga, ogni scritour al dopra che lenga a conforma da li so ideis, dal so carater, da li so bramis. Insoma ogni scritour al scrif e al compon in maniera diviersa e ognun al à il so «stil». Chel stil al è alc di interiour, platàt, privat, e, massime, individuai. Un stil a no ‘i è nè italian e nè todesc e nè furlan, al è di che! poeta e basta.



*



Pier Paolo Pasolini

da "Stroligut di ca da l’aga" (Avrîl 1944)
DJALÈT, LÈŊGA E STIL
(Traslitterazione in grafia alpadínica)


Di sigúr, paiśàŋs, í no véįs maį pensàt aį repyàrs c’a pàsin fra li idéįs di «djalèt», «léŋga» e «stil».
Cyant ch’í parlàįs, í čacaràįs, í sigàįs tra di vuàltris, í dopràįs chél djalèt ch’í véįs imparàt da vústra màri, da vústri pàri e daį vústris vèčus. E à són sècuį che i frus di chísčus ųcs à súciŋ dal séŋ di só màri chél djalèt, e có à dovèntiŋ òmis, à ghi lu insèğniŋ ènča lóųr aį į fjolús. E par imparàlu, à nó covèntiŋ silabàrjos, líbris, gramàtichis; à si lu pàrla cusí, còma c’à si mànğa o e’ à si respíra. Nisún di vuàltris àl savarès scrívilu, chístu djalèt, e, scyaśi scyaśi, nènča lèśilu. Ma intànt luį àl é vif, e se vif!, ta li vústris bòcis, taį làvris da li źovinútis, taį stòmis daį fantàs, e àl súna alegraméntri di bràįda in bràįda, di čamp in čamp.
 
Cusí il djalèt àl é la pi úmila e común manjèra di esprímisi àl é dòma che parlàt, nisúŋ àl si impènsa maį di
scrívilu.

Ma se a cyalchidúŋ à ghi veğnés che idèą? Í vyéį díśi l’idèą di doprà il djalèt par esprimi i sò sintimíŋs, li só pasjóŋs? Nò, teğnéįvi bèŋ a miŋs, no par scrívi dó tré stupidàdis da fà rídi, o par contà dó tré storjútis vècis dal so país (parsè che alòra il djalèt àl rèsta djalèt, e basta li), ma cun l’ambisjóŋ di díśi ròbis pi elevàdis, difísilis, magàri; se cyalchidúŋ, insòma, àl crodés di esprímisi mièį cu‘l djalèt da la só cjèra, pi nóųf, pi frèsc, pi fyart sí no la lèŋga nasjonàl imparada tai líbris? Se a cyalchidúŋ à ghi vèŋ che idèą, e àl è bòŋ di reąliśàla, e àltris c’ à pàrliŋ chél stès djalèt, à lu sègyitiŋ e à lu ímitiŋ, e cusí, un puc a la vòlta, à si iŋgrúma na búna cyantitàt di materjàl scrit, alòra chél djalèt àl dovènta «lèŋga».
La lèŋga à sarès cusí un djalèt scrit e dopràt par esprími i sintimíŋs pi als e segrés dal cóųr.

Cusí, í véįs di savé – par eśèmpi – che il Taljàŋ na vòlta, tànču sècuį fa àl èra ènča luį dòma che un djalèt, fevelàt da la pyòra źènt, dai contadíŋs, daį famèįs, daį sotàŋs, mèntri che i sjórs e i studjàs à parlàviŋ e à scrivéviŋ in latíŋ.

Il latíŋ àl èra insòma còma che adès àl é par nu il Taljàŋ, e il Taljàŋ (cu ‘l Franséįs, il Spağnóųl, il Portughéįs), àl èra un djalèt dal Latíŋ, còma che adès, par nu, l’Emiljàŋ, il Siciljàŋ, il Lombàrt ... à sóŋ djalès dal Taljàŋ. Ma èco c’ à sàltiŋ fóųr, in Toscàna, scritóųrs e poés c’ à vóliŋ sfogà cun pi sinceritàt e vivacitàt i sò afjès, e in manjèra che dúčus àju capísiŋ: e cusí à si mètiŋ à scrívi tal sò djalèt toscàŋ. In djalèt toscàŋ Dante àl scrif la só «Divina Comedia», in djalèt toscàŋ il Petrarca àl scrif li só poęsíįs, e cusí chél djalèt un puc par vòlta àl dovènta lèŋga e àl sostituís il Latíŋ. E sicòma che dúčus chéį àltris djalès italjàns à no àn né documíŋs scris né poés, la lèŋga toscàna à si impóŋ su dúčus e à dovènta lèŋga italjàna.

Pa’ viğní a díśi dal nústri djalèt, fra i djalès di Itàlja, il
furlàŋ àl à na fiśunumíą só e bèŋ distínta, par sèrs caràters e sèrtis fòrmis antíghis c’ àl consèrva e che no lu làsiŋ confondi cun nisúŋ àltri. Stant aį studjóųs, il furlàŋ àl faį part daį djalès ladíŋs, peràųla c’ à val còma díśi latìns. La «Ladínia» à sarés na reğóŋ c’ à comprènd il Friúl, la Čarğna, li Àlpis fin aį Griğóŋs, e c’ à à derivàt la só fevèla diretamíntri dal Latíŋ, né pi né màŋcul che còma il Franséįs, il Taljàŋ etc. Infàti come éśja il pluràl daį nòns italjàŋs? In vocàl: rosa, ros-e; campo, camp-i. E par Furlàŋ? In consonànt (s) : ròśa, ròśi-s; čamp, čamp-s. Chísta particularitàt e tàntis àltris à àn convinsút i studjóųs a considerà il Furlàŋ còma un djalèt no italjàŋ, ma parsestànt. Purtròp però il Friúl, par tàntis maį raśóŋs, à no ‘l à avút in nisúŋ timp un grant poéta c’àl čantàs ta la só lèŋga e à ghi dés splendóųr e renomànsa; il Fnúl àl à sémpri cuğnút doprà che fevèla par li pyòris òperis daį contadíŋs, daį montağnàrs, daį mercantíŋs, par comandà o domandà di manğà, di bévi, di fà l’amóųr, di čantà, di lavorà.

Cun chístu, í no vyéį díśi che il Furlàŋ no ‘i sédi maį stat scrit, c’à no’l védi vut nènča un poéta; tànčus à-nd-à vus, ma scyàśi dúčus poetús, cun púča ambisjóŋ, púča fantaśíą, c’ à no źéviŋ pi in là di chés poęśjutis sintimintàlis, paįśànis e disavídis, o di ché spiritośàdis c’ à fan ènča rídi, ma, finída la ridúda, à finís dut. Però, dal sècul XIV à vyéį, cyàlchi poéta àl si inàlsa, o par la fyàrsa dura e paįśàna dal sò caràter (Co. Ermes di Coloret, 1622-1692), o par na búna vèna muśicàl (Pieri Zorut, 1792-1867) o par la limpiditàt dal sò scrívi (Caterina Percoto, 1812-1884).

E ènča tra i modèrnos i viŋ cyàlchi bòŋ scritóųr
(Bonini, Argeo, Carletti, Chiurlo e altris). Ma, còma ch’ í diśévi, scritóųrs di chéį c’à faŋ cambjà, scrivíndilu, djalèt in lèŋga, il Friúl a no-nd-à vus. A no è díta però ch’ í no védi di véju! A è mjéį spetà e sperà che no ríndisi; parsè che ríndisi, se no àltri, à vóųl díśi rifjutà no dòma poęśíą e art, ma diğnitàt e, màsime, stòrja.

À veğnarà bèŋ il dí che il Friúl àl si inecyarzarà di véį na stòrja, un pasàt, na tradisjóŋ! Intànt, paįśàŋs,
persyadéįvi di na ròba: che il nústri djalèt furlàŋ à no ‘l à núja di invidjà a chéį di Údin, di San Danél, di Sividàt ... Nisúŋ, à è vèra, à lu à maį dopràt par scrívi, esprímisi, čantà; ma à no è jústa nènča pensà che, par chístu, àl védi sémpri di stà soteràt taį vústris fogolàrs, taį vústris čamps, taį vústris stòmis. Chél di là da l’ àga à no pól vantàsi, in confrónt dal nústri, di ési lèŋga no djalèt, pròpit parsé che, còma ch’ í diśévi, à no ‘i à dat nisúŋ grant scritóųr. Dútis li fevèlis furlànis, di cà e di là da l’ àga, daį mòns e dal pjan, à spètin la stèsa stòrja, à spètiŋ che i Furlàŋs à si inecyàrźin veramíntri di lóųr, e à li onòriŋ còma c’ à sóŋ dèğnis: fevelà Furlàŋ à vóųl díśi fevelà Latíŋ.

Cyant che un djalèt àl vèŋ lèŋga, òğni scritóųr àl dòpra che lèŋga a confórma da li só idèįs, dal só caràter, da li só bràmis. Insòma òğni scritóųr àl scrif e àl compón in manjèra divjèrsa e oğnúŋ àl à il sò «stil». Chèl stil àl è alc di interjóųr, platàt, privàt, e, màsime, individuàl. Un stil à no ‘i è né italjàŋ e né todèsc e né furlàŋ, àl è di chél poéta e bàsta.





 
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