martedì 14 aprile 2015

L’anima e la notte, della poesia ed altri versi di Dale Zaccaria - Dedicato a Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"
Libri

L’anima e la notte, della poesia ed altri versi di Dale Zaccaria
Dedicato a Pier Paolo Pasolini

Immediato alla lettura, autobiografico nei contenuti, L’anima e la notte, della poesia ed altri versi di Dale Zaccaria, ci parla d’ amore, passione, desiderio, gioia, sofferenza, rabbia e voglia di reagire.

Il tema dominante è l'amore nelle sue pieghe più visibili e descritto con immagini chiare ed immediate, lo stile schietto e pulito dei versi, dettati da un cuore che ama veramente, non lasciano al lettore il compito d’ interpretare, seducono, coinvolgono e trascinano lungo un percorso fatto di sensazioni e stati d'animo, che come un breve riflesso identificativo, conducono nell'intimo animo della scrittrice.

Molto bella e molto gradita la dedica a Pier Paolo Pasolini e la presentazione di Angela Molteni.

B.E.




Dale Zaccaria è nata a Subiaco (Roma) il 9 Gennaio 1976. E’ giornalista pubblicista e operatrice interculturale. Lavora in progetti sociali ed educativi presso scuole pubbliche tenendo corsi di teatro e poesia e presso associazioni che si occupano di disabilità. Ha studiato Arti e Scienze dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Da più di dieci anni è impegnata in performance dal vivo con musicisti, pittori, danzatrici e cantanti, in una ricerca mirata di contaminazione tra la poesia e le varie arti.


Tra le sue pubblicazioni

 
Di ridicola bellezza (Sovera 2004)
Non per l’amore a dire (Manni 2006)
Inedito per una passante (Manni 2008)
Epilogo di una poesia civile nell’Antologia Pro-Testo (Fara Edizioni 2009)
L’anima e la notte, della poesia ed altri versi (Galassia Arte 2012)
Il manicomio della bella folla (Onirica Edizioni 2014)
Nel suo amore. Ventidue poesie. (micrulia /youcanprint 2014)
Favole per tutti i bambini che sono fiori. (micrulia /youcanprint 2015)





L’anima è la notte, della poesia ed altri versi è una silloge poetica dedicata a Pier Paolo Pasolini. Con due poesie dedicate a Franca Rame ed una ad Alda Merini. Il tema amoroso non è rivolto soltanto al tu o al voi amato ma ha un respiro più ampio come nella poesia dedicata alle Madres De Plaza de Mayo o di fratellanza universale come nella lirica "Canzone per un bambino zingaro". Questa nuova edizione si arricchisce di dodici poesie inedite rispetto alle precedenti pubblicazioni, in una sinergia poetica e pittorica con I Camalioni, laboratori sperimentali di attività creative Bisceglie Puglia, la cui opera in copertina ben rappresenta l’intero testo poetico. L’introduzione al testo è di Angela Molteni studiosa pasoliniana e a chiusa del libro una breve ma intensa nota di Bruno Esposito


 
 
 
 
Qui si può ordinare il volume:
http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/lanima-e-la-notte.html
*

http://www.ibs.it/code/9788891184184/zaccaria-dale/l-anima-e-la.html?gclid=CI213PPu98QCFQTnwgodzRgA7Q
*



:

giovedì 9 aprile 2015

Pier Paolo Pasolini, il ricordo parte da Lubiana

"ERETICO & CORSARO"
Notizie


Pier Paolo Pasolini, il ricordo parte da Lubiana

Al via le celebrazioni per il quarantennale della scomparsa del poeta




Pier Paolo Pasolini, il ricordo parte da LubianaIn un anno che vedrà numerose iniziative legate al nome di Pier Paolo Pasolini – in occasione del quarantennale dalla tragica morte avvenuta il 2 novembre del 1975 – Cinemazero inaugura la serie di attività a cui sta lavorando con la mostra delle foto che Deborah Beer – unica fotografa ufficiale ammessa sul set – scattò durante le riprese dell’ultimo film di Pier Paolo Pasolini: “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Da venerdì 10 aprile 2015 al Kinodvor di Lubiana le immagini custodite e valorizzate dall’Archivio Fotografico Cinemazero Images daranno corpo ad un percorso che affianca all’apparato iconografico un’essenziale supporto critico, frutto dell’approfondimento e dello studio che negli anni è stato portato avanti e che fa di questo patrimonio un punto di riferimento internazionale.

“Salò” fu sin dall’inizio un film maledetto, per la sua complicata vicenda critica e distributiva e perché concluso poco prima della morte del poeta, ed è tuttora un film che raggela il sangue, per la gelida violenza che rappresenta e per la straordinaria attualità che ha saputo mantenere. Come dichiarò nella conferenza stampa di presentazione del film (materiali e registrazioni che fanno parte dei materiali di Cinemazero): “La ragione profonda che mi ha spinto a fare il film è il vedere ciò che oggi il Potere fa della gente: la manipolazione totale, completa, che il potere sta facendo delle coscienze e dei corpi della gente”.

Basata sul noto testo del Marchese de Sade, ma ambientato nei giorni della Repubblica di Salò, questa opera è intrisa di brutalità, tortura, sesso, esercitati ed esposti per smascherare il perverso funzionamento del Potere che Pasolini intendeva denunciare.

Per questo il set fu uno spazio blindato e per questo le foto di Deborah Beer assumono l’importanza di documenti di inestimabile valore per ricostruire la realizzazione di un’opera tanto complessa e rintracciare le peculiarità stilistiche e tecniche che Pasolini mise in campo in questa occasione. L’esposizione dunque conferma il coinvolgimento che vede Cinemazero e il suo Archivio Fotografico sempre più impegnati in sedi internazionali, sia per il valore dei numerosi documenti inediti di cui dispone, che per la continua ricerca e l’azione di divulgazione rappresentati tanto dai numerosi volumi presenti in Mediateca che dai contatti e confronti mantenuti in questi anni. Cinemazero, infatti, fu tra i primi a ricordare il poeta friulano nell’ormai leggendaria retrospettiva del 1979 – accompagnata anche da una mostra dei disegni originali di Pasolini, da una mostra di fotografie e dalla pubblicazione de “Il cinema in forma di poesia” –, nel 1994 ha acquisito il Fondo Bachmann e non ha mai smesso di occuparsene (ricordiamo per esempio la grande mostra che l’anno scorso ha raggiunto Barcellona, Roma, Parigi e Berlino) e che nel 2015 culminerà in diverse attività che oltre all’omaggio, costituiscono la più viva testimonianza del lavoro che negli anni ha composto la base dell’impegno nei confronti di questo autore.


Fonte:
http://www.ilfriuli.it/articolo/Cultura/Pier_Paolo_Pasolini,_il_ricordo_parte_da_Lubiana/6/141748

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito 
Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti - Qui: Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

mercoledì 8 aprile 2015

La meglio gioventù - La nuova gioventù - commento di Angela Molteni

"ERETICO & CORSARO"

 

La meglio gioventù - La nuova gioventù
commento di Angela Molteni


Vol. I Poesie a Casarsa 1941-1943
 
I. Poesie a Casarsa
I. Casarsa
II. Alelujia
III. La domenica uliva
II. Suite furlana 1944-1949
I. Linguaggio dei fanciulli di sera
II. Danze
III. Lieder
Appendice 1950-1953

Vol. II Romancero 1947-1953

I. Il testament Coràn 1947-1952
II. Romancero 1953
I. I colus
II. Il Vecchio Testamento
Nota

La meglio gioventù 1941-1953
Seconda forma de
“La meglio gioventù” 1974

1. - Poesie a Casarsa
I. Casarsa
II. Alelujia
III. La domenica uliva

2. - Suite furlana 1944-1949
I. Linguaggio dei fanciulli di sera
II. Danze
Tetro entusiasmo 1973-1974
(Poesie italo-friulane)
Nota 1974

Poesie a Casarsa 1942

(A mio padre)
I. Poesie a Casarsa
II. La domenica uliva
Dov’è la mia patria 1949

Edizioni dell’Academiuta de Lenga Furlana, Casarsa
con 13 disegni di Giuseppe Zigaina

Tal còur di un frut
(Nel cuore di un fanciullo)
I. Ciasarsa
II. Tal còur di un frut
III. Suite furlana
IV. Chan plor

Poesie dimenticate

La Julia 1943
A Versuta 1943-1945
Lieder 1949
Il Gloria 1950-1953

Poesie disperse I (solo in parte in friulano)
Poesie disperse II (solo in parte in friulano)
Poesie inedite

Da Poesie furlane 1946-1947

Ciasarsa


“Non è soltanto una eccezionale intelligenza ma un poeta, con un fulmineo senso della costruzione e del particolare, dell’intonazione e delle risorse metriche. A differenza di quasi tutta la poesia del Novecento e dell’Avanguardia italiana, ha rifuggito dalla purezza, omogeneità e assolutezza: ha accettato il trucco, la maschera, la circonlocuzione, la contaminazione di stili tecniche linguaggi, ha perseguito l’autenticità attraverso il suo opposto.” Così si esprime a proposito di Pasolini un altro grande poeta del Novecento, Franco Fortini.
Pasolini iniziò la propria esperienza poetica nei primi anni Quaranta, scrivendo versi nel dialetto friulano di Casarsa. Trascorsa l’infanzia a Casarsa, il paese originario della madre, si trasferì a Cremona dopo aver iniziato il ginnasio a Conegliano; subito dopo andò a vivere a Scandiano, vicino a Reggio Emilia; dal 1936 terminò il liceo a Bologna, e in questa città si iscrisse poi all’Università. Con la guerra e i bombardamenti delle città italiane, nell’inverno 1942-43, Susanna Pasolini decise di sfollare con i due figli, Pier Paolo e Guido, a Casarsa, suo paese di origine in Friuli.
Di questa “patria friulana” Pier Paolo Pasolini dirà, scrivendo a un amico: “Ogni immagine di questa terra, ogni volto umano, ogni battere di campane, mi viene gettato contro il cuore ferendomi con un dolore quasi fisico. Non ho un momento di calma, perché vivo sempre gettato nel futuro: se bevo un bicchiere di vino, e rido forte con gli amici, mi vedo bere, e mi sento gridare, con disperazione immensa e accorata, con un rimpianto prematuro di quanto faccio e godo, una coscienza continuamente viva e dolorosa del tempo”.
In quei luoghi, nei quali ogni gesto che fanno coloro che sono intorno a lui è una fitta al cuore (“chiede una collocazione nuova nella mia immagine del mondo”), Pasolini scrive quello che sarà il suo primo libro pubblicato, Poesie a Casarsa. Il volume è del 1942 e l’editore è la Libreria antiquaria Mario Landi di Bologna. Gianfranco Contini, insegnante di filologia romanza a Friburgo - che ricevette il libro dal libraio Landi, suo amico - comunicò a Pasolini che le poesie gli erano piaciute e ne avrebbe fatto una recensione (“Ho saltato e ballato per i portici di Bologna”, dirà a sua volta il poeta). La recensione avrebbe dovuto uscire su “Primato”, una pubblicazione dell’epoca, ma il periodico, trattandosi di un commento a una raccolta di poesie dialettali, la censurò: apparve invece sul “Corriere di Lugano” del 24 aprile 1943. Diceva, tra l’altro: “L’odore era quello irrefutabile della poesia, in una specie inconsueta, per di più in una di quelle non so se dire quasi-lingue o lingue minori che era mia passione e professione frequentare […] Basti senz’altro raffigurarsi innanzi il suo mondo poetico, per rendersi conto dello scandalo ch’esso introduce negli annali della letteratura dialettale”.
Lo “scandalo” era la trasgressione costituita dall’uso di un dialetto, in un paese a regime fascista che osteggiava l’uso delle “lingue barbare”: “Il fascismo, con mia grande sorpresa, non ammetteva che in Italia ci fossero dei particolarismi locali e degli idiomi di ostinati imbelli […] Ormai l’antifascismo cessava di essere puramente culturale: sì, poiché il Male lo sperimentavo nel mio caso”, commentò Pasolini. Nelle Poesie a Casarsa, inoltre, vi era lo “scandalo”, anche se molto delicato, discreto e nascosto, di un sottile filo omoerotico che attraversava quelle composizioni.


Dili

Ti jos, Dili, ta li cassis
a plòuf. I cians si scunìssin
pal plan verdùt.
Ti jos, tai nustris cuàrps,
la fres-cia rosada
dal timp pirdùt.

DILIO. Vedi, Dilio, sulle acacie piove. I cani si sfiatano per il piano verdino.
Vedi, fanciullo, sui nostri corpi la fresca riguada del tempo perduto.
(da Poesie a Casarsa)


A Rosari

Tu la ciera la ciar a pesa
tal sèil a ven di lus.
No sta sbassà i vuj, puòr zòvin,
se tal grin l’ombrena a è greva.
Rit, tu, zòvin lizèir,
sintìnt in tal to cuàrp
la ciera cialda e scura
e il fresc, clar sèil.
In miès da la puora Glisia
al è pens di peciàt il to scur
ma ta la to lus lizera
al rit il distìn di un pur.

A ROSARIO. Nella terra la carne è greve, nel cielo si fa di luce. Non abbassare gli occhi, povero giovane, se nel grembo l’ombra pesa.
Ridi tu, giovane leggero, sentendo nel tuo corpo la terra calda e scura e il fresco, chiaro cielo.
In mezzo alla povera chiesa è pieno di peccato il tuo buio, ma nella tua luce leggera ride il destino di un puro.
(da Suite furlana)


Poesie a Casarsa (1941-1943) sarà poi ripubblicato, più avanti, in seconda stesura, insieme a una Suite furlana (1944-1949), a un’Appendice del 1950-1953, e a Il testament Coran, del 1947-1952 (poesie ispirate agli eventi partigiani). Delle traduzioni italiane che appaiono sempre dopo il testo in friulano, Pasolini dirà che egli stesso le ha stese con cura “e quasi, idealmente, contemporaneamente al friulano, pensando che piuttosto che non essere letto fosse preferibile essere letto soltanto in esse”. Il titolo di questa seconda raccolta è La meglio gioventù; riecheggia un triste canto degli alpini della prima guerra mondiale (la megio zoventù la va soto tera). Il volume sarà dedicato proprio a suo primo recensore, Gianfranco Contini.

Dansa di Narcìs

Jo i soj neri di amòur
né frut né rosignòul
dut intèir coma un flòur
i brami sensa sen.
Soj levat ienfra li violis
intant ch’a sclariva,
ciantànt un ciant dismintiàt
ta la not vualiva.
Mi soj dit: «Narcìs!»
e un spirt cu’l me vis
al scuriva la erba
cu’l clar dai so ris.

DANZA DI NARCISO. Io sono nero di amore, né fanciullo né usignolo, tutto intero come un fiore, desidero senza desiderio.
Mi sono alzato tra le viole, mentre albeggiava, cantando un canto dimenticato nella notte uguale. Mi sono detto: «Narciso!», e uno spirito col mio viso oscurava l’erba al chiarore dei suoi ricci.
(da Suite furlana, II Danze)


Il “viaggio al cuore della lingua materna” nasce da un’attenzione del poeta ai particolari anche minuti della vita quotidiana, alla creatività che egli sa cogliere nelle parole dei contadini, al loro “attenersi alle regole d’onore della lingua […] senza temere di variarla con personali e azzardate invenzioni”.
“La madre di Stefano stava appoggiata alla sponda del letto, interloquendo con grazia e vivacità, assistita dal tepore dei suoi occhi neri e dall’inconscio vezzo di ripiegare il capo con un gesto di bambina imbarazzata ma non timida, e, nel parlare, si copriva la bocca con la mano gonfia (altra fonte di commozione), certo per tener nascosti almeno in parte i suoi errori di alloglotta, certi mi dolcemente veneti al posto del friulano jo, certi dolci th che, sostituendo l’s sonora, davano alle parole non so che intonazione fanciullesca.”
Pasolini estende agevolmente le proprie osservazioni all’intero Friuli, poiché “era possibile in dieci minuti di bicicletta passare da un’area linguistica a un’altra più arcaica di cinquant’anni, o un secolo, o anche due secoli”. E le sue poesie nascono come frutto di “immediata gioia espressiva” secondo una definizione di Enzo Siciliano (Pasolini, una vita). Lo dichiara Pasolini, parlando di se stesso in terza persona: “in questa gioia immediata, che egli cercava di sagra in sagra, di gioventù in gioventù, persisteva però sempre un fondo di angoscia, una tetra sensazione, di non poter mai giungere al centro di quella vita che, così accorante e invidiabile, si svolgeva nel cuore di quei paesi”.


Lùnis

I.
Timp furlan! Na scussa umida
di sanbùc, na stela
nassuda nenfra il fun
dai fogolàrs, na sera
pluvisina - un pulvìn di fen.
tai ciavièj o in tal sen
di un frut ch’al ven
sudàt da la ciampagna
ta la sera rovana.
[…]

LUNEDÌ. I. Tempo friulano! Una scorza umida di sambuco, una stella nata in mezzo al fumo dei focolari, in una sera piovigginosa – un pulviscolo di fieno nei capelli o nel petto di un ragazzo, che viene sudato dalla campagna nella sera infuocata. […]
(da La meglio gioventù)


Cansion

Lassàt in tal recuàrt
a fruvati, e in ta la lontanansa
a lusi, sensa dòul jo i mi inpensi
di te, sensa speransa.
(Al ven sempri pì sidìn e alt
il mar dai àins; e i to pras plens
di timp romai àrsit, i to puòrs vencs
ros di muarta padima, a son ta l’or
di chel mar: pierdùs, e no planzùs).
Lassàs là scunussùs
ta ciamps fores-c’ dopu che tant intòr
di lòur ài spasemàt
di amòur par capiju, par capì il puòr
lusìnt e pens so essi, a si àn sieràt
cun te i to òmis sot di un sèil nulàt.
[…]

CANZONE. Lasciato nella memoria a logorarti, e nella lontananza a splendere, io mi ricordo di te, senza pena, senza speranza. (Si fa sempre più silenzioso e alto il mare degli anni; e i tuoi prati pieni di tempo ormai arso, i tuoi poveri venchi rossi di un morto riposo, sono sull’orlo di quel mare: perduti e non pianti). Lasciati là sconosciuti, in campi stranieri dopo che tanto intorno ad essi ho spasimato di amore per capirli, per capire il povero, lucente e duro loro essere, si sono chiusi con te i tuoi uomini sotto un cielo annuvolato. […]
(da La meglio gioventù)


Franco Fortini fu molto impressionato dalle poesie di La meglio gioventù, pubblicate dalle Edizioni dell’Academiuta de Lenga Furlana, di Casarsa, nel 1949 e che conobbe in una successiva edizione Sansoni (1964). Fortini dice, in Attraverso Pasolini, di ricordare, in particolare El testament Coràn, una poesia in settantadue versi di particolare bellezza anche per la musicalità della lingua friulana
El testament Coràn narra di un ragazzo di sedici anni (la vicenda è del 1944), comunista, dal “cuore ruvido e disordinato”. Orfano, lavorava per una famiglia di vicini, e la notte andava a prendere rane con altri ragazzi e poi si fermava con loro nel boschetto a giocare a carte e a cantare. La domenica, con la stessa compagnia, andava “via in bicicletta per luoghi di un incanto senza prezzo”. Incontra una ragazzina, Neta, di tredici anni, e va con lei…: è la sua “prima volta”. Scappa “pieno di ardore” a raccontare agli amici la grande novità della sua vita: ma il paese è “deserto come un mare”, la casa dei vicini brucia, le luci sono tutte spente; nella piazza vede un morto, in una pozza di sangue rappreso. Quattro tedeschi lo prendono, lo caricano su un camion: dopo tre giorni lo impiccano “al gelso dell’osteria”. Il ragazzo dichiara di lasciare in eredità la propria immagine “nella coscienza dei ricchi” e il suo ultimo “evviva” è per il “coraggio, il dolore e l’innocenza dei poveri”. C’è nella bellissima poesia un coraggio e un eroismo che commuovono e che ispirano profondo dolore ma anche una sorta di luminosa speranza nel futuro.


El testament Coràn

In ta l’an dal quaranta quatro
fevi el gardòn dei Botèrs:
al era il nuostri timp sacro
sabuìt dal soul del dovèr.
Nuvuli negri tal foghèr
thàculi blanci in tal thièl
a eri la pòura e el piathèr
de amà la falth e el martièl
[…]
Lassi in reditàt la me imàdin
ta la cosientha dai siòrs.
I vuòj vuòiti, i àbith ch’a nasin
dei me tamari sudòurs,
Coi todescs no ài vut timour
de tradì la me dovenetha.
Viva il coragiu, el dolòur
e la nothentha dei puarèth!

IL TESTAMENTO CORAN. Nel mille novecento quaranta quattro facevo il famiglio dei Botèr; era il nostro tempo sacro, arso dal sole del dovere. Nuvole nere sul focolare, macchie bianche nel cielo, erano la paura e il piacere di amare la falce e il martello. […]
Lascio in eredità la mia immagine nella coscienza dei ricchi. Gli occhi vuoti, i vestiti che odorano dei miei rozzi sudori. Coi tedeschi non ho avuto paura di tradire la mia giovinezza. Evviva il coraggio, il dolore e l’innocenza dei poveri!
(Da La meglio gioventù)


Nel volume già citato, Enzo Siciliano chiarisce ancora: “Scrivere poesia in friulano legava il poeta al nucleo di quella ‘vita’ [quella delle campagne friulane], ma, insieme, vistosamente segnava la sua lontananza e diversità da essa. Solo uno ‘straniero’ avrebbe potuto trascegliere suono da suono, vocabolo da vocabolo nelle proprie vergini orecchie”.
In sintonia con Siciliano è Fortini: “Per Pasolini la poetica romantico-popolareggiante e la poetica veristica si sono realizzate quasi unicamente nei dialetti e ‘delineare una storia di questo fenomeno sarebbe forse dare un volto meglio contornato all’Italia umbertina’. […] Ci si inoltra nella lettura di testi noti e ignoti, spesso straordinari, sempre rivelatori, con l’impressione di curvarsi sul mistero della nostra provincia e della nostra storia recente”.


Agreste n. 3

A sgrìsulin, a ùitin, a piulin
als, als, als, tal sèil i usiei.
La neif tai mons a brila
alta tsal sèil. I usiei
in-t-al çaldùt dal nul
a clamin
tan prin soreli a clamin
la primavera.

[Trillano, cinguettano, pigolano, alti, alti, alti nel cielo gli uccelli. La neve sui monti brilla alta nel cielo. Gli uccelli nel calduccio del nuvolo, chiamano, nel primo sole chiamano, la primavera.]
(da Poesie disperse I)


Nel 1952 Pasolini curò con Mario Dell’Arco una antologia dal titolo Poesia dialettale del Novecento. Franco Fortini così intervenne su «Comunità» in merito a tale lavoro: “Il saggio [di Pasolini-Dell’Arco] contiene, in filigrana, la tesi che nella poesia dialettale di questo mezzo secolo si debba vedere, in partenza, il conflitto fra il ‘populismo’ piccolo-borghese, romantico-veristico e l’ansia internazionale, cosmopolitica, della cultura in lingua, quella che Gramsci chiama la vocazione cosmopolitica degli intellettuali italiani con la loro «disorganicità» apparente (cui corrisponde una inconscia, e quindi deleteria, inserzione organica al servizio delle ideologie della classe dominante); e, in arrivo, un vero e proprio «genere letterario», quale può nascere non già dal rifiuto ma dall’accettazione della cultura internazionale. […]
“Non conosco, insomma, un libro di poesia che come questo avvii la possibilità d’una storia reale e nuova della nostra generazione. Se è possibile - con l’improntitudine delle quattro parole - accennare ai termini nei quali il discorso sui dialettali potrebb’esser ripreso, Gramsci e Pavese potrebbero darci consigli utili. Il primo, mostrandoci - come in parte ha inteso il Pasolini - a quali complessi ideologici e sociali riferire la polemica dei dialettali, quale sia il loro «regresso» e quale il loro «progresso»; e come la debolezza della nostra borghesia nazionale, l’incapacità a prender coscienza di sé e a far fronte al mondo moderno, abbia favorito, forse in Italia più che altrove, la scissione e la contraddizione fra la letteratura d’avanguardia e la letteratura e cultura regionali; questa, impedita ad un certo punto dal risolversi in lingua, quella tagliata fuori dalle radici sociali e diventata letteratura di déracinés” (sradicati).


Alba

O sen svejàt
dal nòuf soreli!
O me cialt jet
bagnàt di àgrimis!
Cu n’altra lus
mi svej a planzi
i dìs ch’a svualin
via come ombrenis.

ALBA. O petto svegliato dal nuovo sole! O mio caldo letto bagnato di lacrime!
Con un’altra luce mi sveglio a piangere i giorni che volano via come ombre.
[Versione friulana di Alba in L’usignolo della Chiesa Cattolica]
(Da Poesie dimenticate, Società filologica friulana, Udine 1965)


Post di Angela Molteni



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito 
Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti - Qui: Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

La scomparsa dell’alterità

"ERETICO & CORSARO"

 

La scomparsa dell’alterità
Luca Bertolo e Tiziano Scarpa


Tiziano Scarpa:
Venerdì 22 gennaio è uscito un mio articolo sulla Stampa, qui di seguito. In risposta ho ricevuto questa bella lettera dell’artista Luca Bertolo.



Ed ecco il mio articolo, uscito il 22 gennaio su La Stampa:

C’è un quotidiano che ogni giorno ha una pagina fatta così: ci sono tre articoli, firmati da scrittori o scrittrici, studiosi, artisti, registi, scienziati. Hanno venti, trenta, quarant’anni. Non sono veri e propri collaboratori di quel quotidiano. Scrivono ogni mese o due. Si fanno vivi quando hanno qualcosa di importante da dire. Raccontano cose che hanno visto, fanno resoconti di fatti poco conosciuti, segnalano opere che vale la pena conoscere. Dalla passione e dall’arguzia che ci mettono, si capisce subito che si occupano di argomenti scelti da loro. A volte non sono in linea con il quotidiano che li ospita, ma la redazione mette i titoli e gli occhielli ai loro articoli senza stravolgere il senso di ciò che hanno scritto. Ogni mattina io corro in edicola a vedere che cosa c’è in quel quotidiano, trovo sempre qualcosa che mi sorprende, che mi fa pensare fruttuosamente: soprattutto quando sono in disaccordo con le loro idee.
Quella che ho appena descritto è una mia fantasticheria. Un quotidiano così in Italia non esiste. Oppure sono io che sono poco informato?
Non potendo fare un’indagine su tutta la stampa italiana, intanto per sette settimane ho seguito i giornali più diffusi. Ne ho ricavato questo bilancio: ai grandi giornali interessa poco che cosa hanno da dire le migliori forze inventive che oggi in Italia hanno meno di cinquant’anni.
Comincio da Repubblica, perché alla fine di novembre ha ospitato una lettera che ha fatto discutere: il direttore della scuola di giornalismo Luiss, Pier Luigi Celli, consigliava a suo figlio di lasciare l’Italia dopo la laurea, dato che questo non è un paese per giovani. Bene, mi sono detto, vediamo quanto spazio dà, non dico ai giovani, ma almeno alle persone sotto i cinquant’anni, il quotidiano che ha ospitato quella lettera. Quanti interventi contiene fra i numerosissimi scrittori e scrittrici, artisti, registi, studiosi, scienziati attivi oggi in Italia, che non siano giornalisti, quante voci di battitori liberi (o comunque collaboratori esterni non abituali).
In sette settimane, su Repubblica ho trovato: un paio di contributi degli ottimi Giorgio Falco e Elena Stancanelli, su mostre, nuovi oggetti tecnologici, libri (avevano tutta l’aria di articoli affidati dalla redazione), un intervento di Valeria Parrella sul suo nuovo libro, e una riflessione sui nuovi brigatisti di Benedetta Tobagi. Non c’è stato molto altro (non annovero le belle interviste a Nicolai Lilin, Wu Ming e Paolo Sorrentino, perché, lo ripeto, sto parlando di articoli firmati dagli autori stessi). Possibile che, a parte il caso eccezionale di Roberto Saviano, a questo giornale non interessi coinvolgere le migliori intelligenze sotto i cinquant’anni in circolazione in Italia? Lo dico da lettore (non aspiro a farmi assoldare da nessuno, sono concentrato sulle mie opere per i prossimi anni, scrivo da un decennio in rete, faccio una rivista, ho già il mio daffare). Parlo da lettore.
Il Corriere della Sera in queste sette settimane ha ospitato un intervento di Donato Carrisi sulle balene spiaggiate in Puglia, uno di Alessandro Piperno sulla sentenza d’appello al delitto di Garlasco e un altro sull’invidia, uno di Paolo Giordano sulla carità. Stamattina leggo un articolo di Niccolò Ammaniti sulla difficoltà di educare i figli: è un gran bel pezzo, mette gli umani a confronto con il comportamento di altre specie animali, collauda il romanzo che recensisce paragonandolo alla sua esperienza personale.
Sulla Stampa ricordo l’intervento a tutto campo di Antonio Scurati sulle odierne cerimonie culturali italiane (la coazione a stilare classifiche e bilanci di fine decennio e ideare eventi a partire dai centenari), le analisi della economista Irene Tinagli e del meteorologo Luca Mercalli. E poi c’è Tuttolibri che, tuttosommato, una settimana sì e una no non è tuttosenile.
Tra pochi giorni saranno trascorsi 35 anni dal famoso articolo di Pier Paolo Pasolini sulla scomparsa delle lucciole. Che cos’era quell’intervento, se non l’impressione di un viaggiatore? Sarebbe interessante verificare se nei giorni successivi gli ribatterono degli entomologi, naturalisti, studiosi dell’ambiente. Eppure quell’impressione azzardata, quel libero contributo di un artista, ci ha spiegato il dopoguerra italiano. Interessano ancora, ai grandi giornali, interventi così?
Si ripete spesso che l’Italia sta vivendo un periodo difficile, che mancano idee, punti di vista nuovi sul modo in cui è organizzata la vita che viviamo e quella che vogliamo. Non è proprio in un momento simile che bisognerebbe mettersi in ascolto del maggior numero possibile di voci?
Eh, bravo!, obietterà qualcuno. Tutta una faccenda di casta. Dopo i politici, ci mancava quella degli scrittori. Faccio notare che uno scrittore e una scrittrice sono semplici cittadini che hanno avuto accesso al discorso pubblico grazie al vigore delle loro parole: non sono eletti né esperti, proprio per questo la loro parola è importante, ha uno statuto diverso che integra gli altri discorsi pubblici. E poi il mio elenco comprende studiosi, registi, scienziati, artisti (ci avete fatto caso? Ci sono tanti giovani artisti in Italia, ma stanno sempre zitti, non intervengono mai su nulla). Per di più, oggi non c’è quasi nessuno che non pubblichi romanzi o saggi e non possa essere definito scrittore, anche tra i giornalisti: su Repubblica, la poesia sulle violenze razziste di Rosarno l’ha scritta Adriano Sofri; sul Corriere, Claudio Magris ha elogiato Michele Serra come autore letterario ingiustamente sottovalutato...
In questi giorni fa discutere la polemica tra Andrea Cortellessa e Paolo Nori, se sia opportuno che un autore di sinistra scriva su giornali di destra. Secondo me il punto non è se faccia bene Paolo Nori a collaborare a Libero (a proposito: la didascalia della Stampa di ieri era inesatta: io non collaboro a Libero; quel giornale una volta ha proposto ai suoi lettori un mio pezzo scritto per un’altra rivista, c’est tout); il punto è come sia possibile che una penna sapida come la sua non venga diffusa il più possibile, non sia ospitata sul Corriere della Sera o su Repubblica o La Stampa (Paolo Nori non è mio amico, non sono quasi mai d’accordo con lui). Il punto è come sia possibile che su Repubblica, Corriere o La Stampa non ci scrivano anche i Wu Ming (non sono miei amici, non sono d’accordo con molte loro idee) o Aldo Nove (che però è mio amico, quindi non vale) e... e la lista sarebbe lunghissima, ma ho finito lo spazio. Grazie dell’ospitalità.


Luca Bertolo:

Caro Tiziano,
grazie alla segnalazione durante la trasmissione Terza pagina, su radio3, questa mattina ho comprato la Stampa per leggere il tuo articolo. E ora ti scrivo per dirti quanto mi abbia fatto piacere leggerlo.
Il tuo articolo - e il fatto che sia stato pubblicato con il giusto rilievo su un importante quotidiano - è già un piccolo squarcio in quel velo oleoso di omogeneità che avvolge ogni dicorso pubblico. Delinei i contorni di una situazione di cui io - come cittadino, come lettore, come artista (per quanto secondario e silenzioso sia il mio contributo culturale) - soffro quotidianamente. Mi sento chiuso tra due sponde, che si propongono alternative, ma che sempre più si rivelano complementari. Da una parte l’inarrestabile e omnipervasivo Spettacolo/Commercio, il faccione sorridente e perverso di questa società. Dall’altra, piccole caste (universitarie, redazionali etc), spesso arroccate a difendere le proprie posizioni di mestieranti, più o meno bravi, della Cultura. Per brevità lascio ora da parte la questione dei privilegi di corporazione e il problema della gerontocrazia italiana; il punto, che tu segnali e che più mi sta a cuore è questo: l’assenza di alterità nel discorso pubblico. Terribile assenza.
Appena sento parlare qualcuno in pubblico, ho già chiaro dove andrà a parare; so già come inquadrare e rubricare il suo punto di vista. In altre parole, non ho bisogno di ascoltarlo fino in fondo. In esposizione sugli scaffali dell’attuale pluralismo-discount, troviamo un piccolo ma selezionato numero di atteggiamenti prêt-à-porter: il qualunquismo cafone di destra, il politically correct di centro sinistra, il cinismo selettivo spesso appaiato col sentimentalismo, e così via. Ognuno poi è libero di giocarsi la sua micro autonomia personalizzando l’atteggiamento prescelto, come fa aggiungendo le orecchie di peluche al suo casco per il motorino.
Pensa che (io di chiara formazione laico - illuminista) negli ultimi anni mi sono ritrovato varie volte a fermare il sintonizzatore su Radio Maria o addirittura Radio Mater, pur di ascoltare qualcosa di davvero altro: a volte capita il distinguo raffinato del teologo-umanista, altre volte la pelosa e codina geremiade del curato da combattimento. Ma a me, in quei momenti di crisi di astinenza-da-alterità, basta già la cadenza di una voce pretesca! Perché? Perché in essa risuona un altro mondo.
Chissà, dopo un secolo in cui si è pensato che l’arte avesse sostituito la religione in quanto luogo di trascendenza, ora che anche l’arte si è definitivamente secolarizzata è forse di nuovo il sacro che si riprenderà la scena…Mi viene in mente il bellissimo poema "Maria" di Aldo Nove. Oppure, a proposito di voci non preconfezionate, quella di Marcello Veneziani: curiosamente, proprio su radio 3 (che Dio l’abbia in gloria! isola di eccellenza misteriosamente sopravvissuta nell’oceano di volgarità italiane) ho sentito leggere un suo bel articolo il giorno prima del tuo.
In fondo, manca un’alterità antropologica (ed eccoci a Pasolini): cancellata quasi del tutto tra gli italiani, si ripropone, in parte, con i nuovi immigrati. Ma questi non hanno voce, oggi, come non ne aveva un sottoproletario romano o un contadino veneto negli anni Cinquanta. In ogni caso, è nel passaggio al discorso pubblico che l’alterità svanisce dalle cose: come la cellulite, le venuzze o i brufoli dai corpi bamboleschi delle veline in tv. Dal mio – dal nostro – punto di vista, la faccenda si complica ancor di più, almeno se concordi sul fatto che uno degli scopi primari dell’arte e della letteratura è quello di testimoniare ogni forma di alterità. Si complica perché l’alterità del mondo, per riapparire in arte o in letteratura, deve prima calarsi nella struttura profonda dell’opera, alterando dunque persino sé stessa! (Raramente un’alterità trattata come soggetto si rivela poi sostanziosa).
Certo, Pasolini. Il sempre più grande. Mi ricordo di un ciclo di seminari di Franco Fortini. Nonostante la sua grande stima per Pasolini e l’ammissione di avere superato nel tempo molti motivi di contrasto ideologico con lui, ancora (si era nel 1991!) non riusciva ad accettare certe sue posizioni. Fortini: poeta, appassionato umanista, raffinatissimo traduttore, brillante critico, insomma grande anche lui... eppure l’alterità radicale di Pasolini, quella che Pasolini tutta la vita ha cercato e vissuto, era troppo anche per Fortini…
Di Pasolini ne nascono pochi, è ovvio. Ma è giusto chiedersi, come fai tu, se ci siano oggi dei Corriere della sera e dei Piero Ottone che ospiterebbero - regolarmente e con richiamo in prima pagina, se non mi ricordo male! - interventi di persone che tu giustamente chiami battitori liberi. La risposta che fornisce la tua piccola indagine non mi stupisce, purtroppo: no, non ce ne sono. E concordo anche con l’altra tua osservazione: il punto non è discutere sul fatto che Paolo Nori (di cui ho massimo rispetto) scriva su un giornale di destra, quanto il chiedersi come mai non lo invitino su giornali più accettabili.
Infine, mi sono sentito direttamente chiamato in causa da quella tua defilata ma pungente parentesi: "ci avete fatto caso? Ci sono tanti giovani artisti in Italia, ma stanno sempre zitti, non intervengono mai su nulla". E’ pungente perché hai ragione, dannatamente ragione. Dove sono, sove siamo noi artisti, più o meno giovani? Impegnati a galleggiare come tappi di sughero nella corrente (frase prediletta da August Renoir, per come ce lo racconta suo figlio Jean). Impegnati a globalizzare le forme della nostra identità sfuggente. Impegnati a sopravvivere al nostro ego esuberante. Impegnati a supplire all’assenza di una struttura-comunità pubblica che ci possa sostenere o in cui possiamo riconoscerci. Dunque, ecco: Scusateci, siamo molto impegnati!
Ma va aggiunto anche questo: la mediazione culturale di settore (curatori, critici, giornalisti, direttori di musei) non e’ diversa da quella generalista dei grandi quotidiani o delle reti televisive. Vige lo stesso timor panico rispetto ad ogni alterità. Attenzione: alterità oggi nel mondo dell’arte non è l’ennesimo "colpo di scena" à la Cattelan - tipo il Papa riprodotto iperrealisticamente in tre dimensioni schiacciato da un meteorite – roba ghiotta per un articolo di costume. No, alterità è ciò che, come la poesia, tende a perdersi in traduzione…
Sia come sia, c’è anche chi ci prova, a intervenire pubblicamente, in qualche modo non omogeneizzato, ma è molto difficile che gli venga permesso di farlo. Ti racconto solo un aneddoto, che mi sembra carino. C’era una piccola rete televisiva locale, quando vivevo a Berlino, che mi contattò proponendomi di partecipare a una serie di interventi d’artista. La giovane e simpatica ragazza che se ne occupava mi spiegò che avrei avuto un minuto di tempo per dire, fare, far vedere tutto quello che avessi voluto: quadri, performance e compagnia cantante. Potevo anche fare uno spogliarello, mi disse ridendo. Totale libertà. Sulle prime ero un po’ perplesso. La tipa insisteva: pensa, mi diceva, sessanta secondi di libertà assoluta! Va bene, le dissi, siccome però non vedo la tv da tanti anni ci voglio pensare un po’ su. Dopo un paio di giorni le ritelefonai e fissammo la data per l’incontro. Arrivò nel mio studio con un cameramen e un bel po’ di valige di ferro, cavi e microfoni. Ragazzi, dissi, per questo intervento non ci sarà bisogno di molta attrezzatura. S’intitola "PAUSE", è semplicissimo: sessanta secondi di schermo nero. Anche l’audio è banale: non c’è... La settimana dopo mi telefonò il responsabile del programma culturale, di cui il minuto artistico era solo un’appendice. Also, Herr Bertolo, mi disse, temo che il suo progetto, benché interessante, sia irrealizzabile, lei capisce, tecnicamente... Provi a pensarne un altro più consono. S’intende, ha libertà assoluta…
Finisco qui, caro Tiziano. Scusami per essermi dilungato. Cosa cerco, in fondo? Un’alterità di ritmo. Ogni tanto.
Un caro saluto,
Luca Bertolo

Fonte:
http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article828



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito 
Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti - Qui: Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

La religione del mio tempo - commento di Massimiliano Valente

"ERETICO & CORSARO"

 

La religione del mio tempo
commento di Massimiliano Valente


"La religione del mio tempo esprime la crisi degli anni sessanta... La sirena neo-capitalistica da una parte, la desistenza rivoluzionaria dall'altra: e il vuoto, il terribile vuoto esistenziale che ne consegue. Quando l'azione politica si attenua, o si fa incerta, allora si prova o la voglia dell'evasione, del sogno ('Africa, unica mia alternativa') o una insorgenza moralistica (la mia irritazione contro certa ipocrisia delle sinistre: per cui si tende ad attenuare, classicisticamente la realtà: si chiama 'errore del passato', eufemisticamente, la tragedia staliniana ecc.". (1)
Così Pasolini spiega sulle pagine del settimanale del Pci "Vie nuove" parte del messaggio della raccolta di poesie La religione del mio tempo; uscito nel maggio del 1961, raccogliendo testi scritti tra il 1955 e il 1960. Anni particolarmente importanti, questi, per l'affermazione di Pasolini come letterato e regista. Sono gli anni di "Officina", e proprio sulla rivista creata insieme a Roversi e Leonetti vengono pubblicate per la prima volta le poesie La religione del mio tempo, Una polemica in versi, e gli epigrammi di Umiliato e offeso.
Se ne Le ceneri di Gramsci era evidente lo scontro tra passione e ideologia, tra religiosità e marxismo, ne La religione del mio tempo questi temi vengono assorbiti nella ideologizzazione del mito popolare, con punte evidenti di autobiografismo. Vengono, comunque, abbozzati i punti fondamentali del pensiero pasoliniano degli anni successivi. Particolarmente rilevanti i riferimenti all'"abbassamento del livello culturale sottoproletario" e alla latente omologazione del neo-capitalismo.
Nell'epigramma Alla Francia, Pasolini reincarna la mitologia del sottoproletariato africano e questo, successivamente, rappresenterà uno dei temi fondamentali, a livello documentaristico, del suo cinema.
Il volume testimonia il passaggio tra il populismo (che Pasolini ha smentito solo in parte) caratterizzante la sua opera e gli sfoghi autobiografici e alle avvilite riflessione delle Poesie incivili.
La ricchezza apre questa seconda raccolta poetica "romana" di Pasolini. Il pometto si apre con la descrizione di un operaio "col suo minuto cranio, le sue rase / mascelle" (2) davanti agli affreschi di Piero della Francesca, il ciclo pittorico della Leggenda della croce, nel coro della chiesa di San Francesco ad Arezzo.
"Il primo capitolo o movimento del racconto (tutta La ricchezza si sviluppa a lasse di libere strofe, in versi sciolti dall'obbligo di misura e di rima, con un sommario in frontespizio di capitolo) si chiude con la dizione di Nostalgia della vita, ad indicare un viaggio dal di dentro al fuori, dal tempo allo spazio, dalla memoria alla presenza. E' il tema eminentemente pasoliniano - e, certo, già proustiano - del passato presente, e di quella struggente partecipazione dell'escluso che fu già nel paradigma sentimentale di Leopardi. [...] Si potrebbe dire, rischiando la banalità, che la costruzione de La ricchezza ricalchi un'impostazione filmica del discorso vissuto, cui presiede la regola del viaggio e del montaggio, della carrellata e della soggettiva; insomma una struttura itinerante e deambulatoria, che si dichiara come fondante tutti i poemetti di Pasolini, dove il passo, il viaggio, l'andatura rispondono alla funzione argomentativa, che illustra e riflette accompagnando lo sguardo. Questa funzione diventa narrativa attraverso il movimento, il passaggio delle sequenze, il procedere di un sopralluogo e di un discorso che investe l'esperienza, la nostalgia di una presenza o di un'azione. [...] Un'altra soggettiva, un piano-sequenza, però spezzato da quel montaggio che nella lingua scritta della poesia è il pensiero metrico, con il taglio secco dell'enjambement, probabile equivalente verbale del découpage. [....] L'antinaturalismo primitivo e sperimentale del film, con l'uso di campi e controcampi (e dunque del montaggio) a infrangere l'apparente naturalezza del tempo dei corpi e della vita". (3)
Il poemetto ci porta da Arezzo, al paesaggio toscano, poi umbro attraverso l'Appennino e infine in una serata romana, fino alla visione di Roma citta' aperta:

..ecco.... la Casilina,
su cui tristemente si aprono
le porte della città di Rossellini...
ecco l'epico paesaggio neorealista,
coi fili del telegrafo, i selciati, i pini,
i muretti scrostati, la mistica
folla perduta nel daffare quotidiano
le tetre forme della dominazione nazista...
Quasi emblema, ormai, l'urlo della Magnani,
sotto le ciocche disordinatamente assolute,
risuona nelle disperate panoramiche,
e nelle sue occhiate vive e mute
si addensa il senso della tragedia.
E' lì che si dissolve e si mutila
il presente, e assorda il canto degli aedi. (2)

"Il nucleo del poemetto (diviso in sei grandi capitoli o movimenti interni, tranne il terzo interamente monologico della allucinata epifania romana) resta comunque consegnato a una sorta di mitografia e poetografia del sé, e cioè al racconto del proprio possesso culturale del mondo, tra 'ricchezza del sapere' e 'privilegio di pensare', tra le ossessioni della testimonianza, dell'amore e della sopravvivenza". (3)
"La parte iniziale della Religione del mio tempo si colora d'una malinconia dolce ed intensa, proprio perché lo sguardo del poeta s'affissa su due adolescenti plebei, che passano sotto le sue finestre di malato, già un pò malandrini, ma ancora allegri, ancora pienamente posseduti da 'da quel povero impeto | del loro cuore quasi animale'.
Abbiamo peraltro già detto che l'interesse di questa raccolta non è costituito dal ripetersi di temi populistici, ormai divenuti usuali nelle opere di Pasolini. Il tono dominante dell'opera è dato viceversa da un'esigenza di revisione, che investe non solo il presente, ma anche il passato e addirittura il futuro dello scrittore". (4)
La piccola ode A un ragazzo, come scrive lo stesso Pasolini :"Il ragazzo è Bernardo Bertolucci, figlio del poeta Attilio Bertolucci, e ora bravissimo poeta lui stesso". (5) L'ode si colora dell'elegia al fratello Guido, partigiano caduto per mano di partigiani nella Venezia Giulia. Pasolini sente quasi come una colpa la morte del fratello e così ricorda l'ultimo loro incontro:

"Era un mattino in cui sognava ignara
nei ròsi orizzonti una luce di mare:
ogni filo d'erba come cresciuto a stento
era un filo di quello splendore opaco e immenso.
Venivamo in silenzio per il nascosto argine
lungo la ferrovia, leggeri e ancora caldi
del nostro ultimo sonno in comune nel nudo
granaio tra i campi ch'era il nostro rifugio.
In fondo Casarsa biancheggiva esanime
nel terrore dell'ultimo proclama di Graziani;
e, colpita dal solo contro l'ombra dei monti,
la stazione era vuota: oltre i radi tronchi
dei gelsi e gli sterpi, solo sopra l'erba
del binario, attendeva il treno per Spilimbergo...
L'ho visto allontanarsi con la sua valigetta,
dove dentro un libro di Montale era stretta
tra pochi panni, la sua rivoltella,
nel bianco colore dell'aria e della terra.
Le spalle un po' strette dentro la giacchetta
ch'era stata mia, la nuca giovinetta...". (6)

Il poemetto La religione del mio tempo é diviso in sei capitoli e scritto in terzine rimate, risente del clima politico creatosi dopo la repressione ungherese del 1956.
"In realt° nel mio libro una 'crisi' c'è: ed è detta, espressa, esplicita. [...] C'erano nel mio libro delle critiche dirette al Partito comunista: critiche, natuaralmente, nella lingua della poesia: ma comunque facilmente decifrabili e traducibili in termini logici. C'erano critiche al partito, quello concreto e operante, quello che è hic et nunc. Non certo alla ideologia marxista e al Comunismo! [...] L'ideologia de La religione del mio tempo, si deduce da La religione del mio tempo: non ne è preesistente in uno schema politico, più o meno rigido. Le opinioni politiche del mio libro non sono solo opinioni politiche, ma sono, insieme, poetiche; hanno cioè subito quella trasformazione radicale di qualità che è il processo stilistico". (7)
Il poemetto si apre con due ragazzi che si allontanano tra i palazzoni di Donna Olimpia, mentre nel quinto lemma vi e' una rievocazione di una nottata in auto con Federico Fellini verso il litorale romane. Pasolini rifiuta in blocco la nascente società neocapitalista e quella ipocrita e volgare dei clericali. Una Chiesa e uno Stato non hanno nulla a che fare con il sogno di resistenza religiosa che il ragazzo Pasolini aveva idealizzato. V'è in questi versi il netto rifiuto dello sviluppo scambiato per progresso.Una religiosità che porta il poeta, ora a esiti poetici altamente drammatici, ora a una spietata nostalgia, con quello che Fortini ha definito un "raro ateismo".
"La religione del mio tempo segna un momento di riflusso: l'effusione autobiografica, l'intenerimento sul proprio 'dolce' e 'infantile pianto', lo struggente vagheggiamento dell'antica 'religione' dell'Usignolo della Chiesa Cattolica reincarnata nel mito di un popolo 'allegro' e miserabile, 'ingenuo' e 'corrotto', 'stracciato' ed 'elegante' , goduto-sofferto al di là di ogni conflitto e confronto, al di là della società e della storia. Più precisamente Pasolini ripropone la sua ricorrente cotrapposizione tra quel 'popolo' e la città-società che lo confina alla sua periferia, dentro le borgate, nei termini di un contrasto tra 'religione' di 'cristi' sottoproletari e 'irreligiosità' del neocapitalismo, tra il 'sacrilego, ma religioso amore' e la Chiesa degenere e 'spietata', tra eresia evangelico-viscerale e 'Autorità', tra 'peccatori innocenti' e 'turpi alunni' di Gesù, tra l'aristocratica sordidezza dei sottoproletari e la 'volgare fiumana dei pii possessori di lotti'. Che non arriva a ricostituire qui un vero e nuovo dramma (e neppure a sviluppare quell'operazione sperimentale), ma al contrario si divarica sempre più in due direzioni opposte: l'invettiva oratoria, esclamativa ed enfatica, contro la Chiesa e lo Stato borghese da un lato, e l'idoleggiamento o rimpianto del mito friulano-materno e delle sue reincarnazioni, dall'altro con tutte le conseguenze relative al livello del linguaggio e dello stile. Solo in seguito Pasolini maturerà ed esplicherà con echi e significati più vasti, quel motivo di una mitologia preindustriale come momento di demistificazione e di rottura nei confronti del neocapitalismo". (8)
Il senso di crisi e le controversie letterarie e politiche di Pasolini si ritrovano nei dodici epigrammi di Umiliato e offeso e nei sedici Nuovi epigrammi che, insieme all'orazione poetica di In morte del realismo, compongono la seconda parte del libro. L'epigramma A un Papa apparso per la prima volta su "Officina" del marzo-aprile 1959 causa la rottura con l'editore della rivista Bompiani, e acutizza la progressiva e inarrestabile crisi dell'esperimento officinesco.
Nello stesso numero di Officina appare l'epigramma Ai redattori di "Officina", ovvero Leonetti, Roversi, Scalia, Romanò e Fortini:

"Donchisciotteschi e duri, aggrediamo la nuova lingua
che ancora non conosciamo, che dobbiamo tentare". (9)

Così Pasolini ai lettori di "Vie Nuove":

"I fascisti rimproverano per esempio a una mia poesia (epigramma intitolato Alla mia nazione) di essere offensiva alla patria, fino a sfiorare il reato di vilipendio. Salvo poi a perdonarmi - nei casi migliori - perché sono un poeta, cioè un matto. Come Pound: che é stato fascista, traditore della patria, ma lo si perdona in nome della poesia-pazzia... Ecco cosa succede a fare discriminazione tra ideologia e poesia: leggendo quel mio epigramma solo ideologicamente i fascisti ne desumono il solo significato letterale, logico, che si configura come un insulto alla patria. Ma poi, rileggendolo esteticamente, ne desumono un significato puramente irrazionale, cioè insignificante. In realtà il momento logico e il momento poetico, in quel mio epigramma coesistono, intimamente e indissolubilmente fusi. La lettera dice, sì: la mia patria è indegna di stima e merita di sprofondare nel suo mare: ma il vero significato è che, a essere indegna di stima, a meritare di sprofondare nel mare, è la borghesia reazionaria della mia patria, cioè la mia patria intesa come sede di una classe dominante benpensante, ipocrita e disumana. [...] Per esempio, un epigramma intitolato Alla bandiera rossa. In esso delineo una tragica situazione di regresso nel sud (come si sa, coincidente con il progresso economico, almeno apparente, del nord) e concludo augurandomi che la bandiera rossa ridiventi un povero straccio sventolato dal più povero dei contadini meridionali. Forse per questo Salinari mi chiama, senza mezzi termini, senza appello, 'populista'". (7)

"Nei versi d'occasione 'ricalcati su Shakespeare' de In morte del realismo, Pasolini difende l'eredità 'dellostile mimetico e oggettivo / - la grande ideologia del reale -', in una sorta di testamento sulla tomba calda dell'ucciso che fu grande e diede, con l'opera di Gadda, Moravia, Levi, Bassani, Morante, Calvino, 'e una piccola Officina bolognese', buoni motivi per lasciare a ciascuno un po' di 'rinnovato / senso della storia'. La polemica e' contro 'tutti i neo-puristi', rappresentati da Cassola. [...] Gli oggetti polemici sono, a pari merito, il finalismo cattolico e laico, l'ottimismo rivoluzionario e il cinismo spiritualista, il puritanesimo ideologico del progressivismo e la calcolante ideologia della caducità cristiana, asservita ai fini uniformanti e conformi dei 'monopolisti della morte'. Tra questi, i poeti, che non dichiarano la coscienza della propria miseria storica, che si specchia comunque nel frutto di servitù della lingua: 'Nella lingua si rispecchia la reazione'". (3)
La raccolta si chiude con le Poesie incivili in cui Pasolini è in bilico tra il desiderio di fuga e la giustificazione della sconfitta privata. Tra i versi più belli e' Frammento alla morte dedicata a Fortini: "Una nera rabbia di poesia nel petto / Una pazza vecchiaia di giovinetto".
"Poesie come La rabbia e Il glicine, rappresentano seriamente la chiusura di una lunga fase dell'esperienza pasoliniana, senza riuscire peraltro a prospettare l'indicazione di una nuova e più feconda strada.
[...] Il motivo anche qui dominante è quello della crisi, della disperazione. Ma, più esattamente, esso assume ora il volto della rabbia. [...] Nella Rabbia è la rosa solitaria dello stento giardino del poeta a suscitare in lui un'ondata irrefrenabile di commozione e dolce-amara tristezza.." (4)
Ne La religione del mio tempo il nucleo centrale de Le ceneri di Gramsci, la poetica del 'dramma irrisolto', lo scontro tra 'l'essere con Gramsci' e 'le buie viscere', non viene risolto ma divaricato, attraverso la polemica in versi, la mitizazzione del popolo, ma anche la confessione autobiografica e il ritorno ad un mondo originario. In questo continuo riferirsi a un "inaridito io" in un mondo del tutto estraneo (A me), e all'opposto a una serie di personaggi pubblici è sintomatico di questa contraddizione. Ma la crisi che attraversa La religione del mio tempo è molto più profonda di questo dualismo e pone le basi per una grande ripresa del pensiero pasoliniano. Nell'epigramma A un papa Pasolini pone il contrasto tra la irreligiosità della Chiesa e la sincera religiosità dei sottoproletari attraverso una rivolta lucida e ferma; in Alla Francia Pasolini reincarna il mito sottoproletario nel mondo africano di Bandung, attraverso una documentazione che costituirà, in futuro, uno dei punti fondamentali della sua ricerca.
Massimiliano Valenti

Note:

(1) Pier Paolo Pasolini, da un articolo su "Vie Nuove" del 16 novembre 1961, raccolta nel volume Le belle bandiere, Editori Riuniti.
(2) Pier Paolo Pasolini, La ricchezza, da La religione del mio tempo, Garzanti.
(3) Gianni D'Elia, dalla prefazione al volume La religione del mio tempo, citato.
(4) Alberto Asor Rosa, Scrittori e popolo, il populismo nella letteratura italiana contemporanea, Einaudi.
(5) Pier Paolo Pasolini, note da La religione del mio tempo, Garzanti.
(6) Pier Paolo Pasolini, A un ragazzo, da La religione del mio tempo, Garzanti.
(7) Pier Paolo Pasolini, da un articolo su "Vie Nuove" del 9 novembre 1961, raccolta nel volume Le belle bandiere, Editori Riuniti.
(8) Gian Carlo Ferretti, da Saggio introduttivo a Officina - cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta, Einaudi.
(9) Pier Paolo Pasolini, Ai redattori di "Officina" - da La religione del mio tempo, Garzanti.


Tratto dal sito web di Angela Molteni

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito 
Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti - Qui: Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.