venerdì 1 maggio 2015

Pier Paolo Pasolini - IL PENSIERO PERVERSO (1971)

"ERETICO & CORSARO"


IL PENSIERO PERVERSO (1971)
SATURA, IL PENSIERO PERVERSO, LA BELTA’   

di Pier Paolo Pasolini,
(«Nuovi Argomenti», gennaio-marzo 1971)
 

Quel maledetto timore degli altri! Quel maledetto bisogno di possedere qualche crisma, sorprendente e insieme atteso dagli altri!
Ottieri ha destinato il suo libro di versi agli altri: mentre doveva essere un libro non destinato a nessuno, avrebbe fatto certo un capolavoro: ha fatto tuttavia un libro bellissimo, lo dico esplicitamente e subito, un libro bellissimo. Ma questo è poco rispetto alla scienza o conoscenza che Ottieri possiede su quel qualcosa che è la sua vita. Scienza in cui rientra il sapere che è proprio la forza di non essere vili che manca: e che è proprio da ciò che nasce questo libro. Il primo colpo di sterzo (per usare la terminologia di "difesa" tipica dell’autore) che Ottieri compie rispetto alla propria verità, è lo scherzarci sopra. Ciò gli consente di distaccarsi da sé e di prendere le debite distanze dal proprio essere.
Da ciò l’armamentario lessicale di difesa, appunto. Il momento più delicato della confessione è "corretto" da un richiamo alla complicità col lettore, utente anche lui delle allocuzioni rassicuranti del linguaggio quotidiano, oggi per eccellenza tecnicizzante. Il timido sorriso che affiora negli occhi del professore quando cita "tecnicismi" di altri campi, quelli più comuni: o che almeno comuni appaiono agli altri, mentre per lui sono comunque specialistici e quindi da citare tra virgolette. Tutto il libro di Ottieri è scritto con quell’angoscioso sorriso che cola dagli occhi.
Il secondo colpo di sterzo è l’adozione del lessico di una tecnica speciale, proprio riguardante il suo caso, cioè il lessico psicoanalitico. Il terzo colpo di sterzo è l’adozione di un certo sentimento letterario del "pastiche", che si aggiunge alla scoperta della tecnica della poesia, dello scrivere in versi.
Il quarto colpo di sterzo è la dichiarazione di neutralità nei rapporti fra il proprio male e il proprio lettore: neutralità che si manifesta come arbitrarietà. Invadendo motu proprio un campo finora non suo, quello della poesia in versi. Ottieri vi si aggira con l’aria libera e disponibile di chi non ha ancora alcuna tessera o patente in tasca, cercando accoglienza e perdono- ma con leggerezza e con preventivata rassegnazione in caso di rifiuto. Ottieri ha fatto oggetto della propria poesia qualcosa che per definizione può essere forse descritto, ma certo non espresso. Non credo che nemmeno al suo psicoanalista questo libro potrebbe essere particolarmente utile: esso cioè non aggiungerebbe nulla a quanto del paziente si può sapere: ciò che è fenomeno rimane fenomeno, ciò che è sintomo rimane sintomo. La scienza ha fatto un catalogo, uno schedario e un sistema di tale fenomenologia: il cui mistero resta ontologico e continua a spiegarsi solo se riferito alla fenomenologia della salute. La poesia, a meno a dedurlo dal libro di Ottieri, può fare la stessa cosa: può esprimere meglio della scienza, da una parte, e naturalmente peggio, dall’altra, gli stessi fatti, lasciandoli alla loro sostanziale inesprimibilità. Come ogni contemplazione, però anche quella della poesia è piacevole: Ottieri ha dato alla sua poesia lo stesso grado di piacevolezza che ha la scienza quando contempla. Anche il fatto stesso che sia l’interessato, cioè la vittima, a contemplare il proprio male, non fa altro che aggiungere piacere al piacere. Se Ottieri per caso- consciamente, com’è probabile, o forse inconsciamente- si era proposto di non fare pietà, c’è riuscito. Anzi, si è reso oggetto di un interesse estremamente piacevole.
Naturalmente, tale piacere della contemplazione deve averlo provato anche lui, mentre scriveva del proprio male: perciò l’ironia di cui parlavo prima, se è prima di tutto una difesa, finisce coll’identificarsi con un’altra specie di ironia, che chiamerei primaria e che è la caratteristica non velleitaria del grande spirito borghese, che è razionalistico, e quindi ottimista e felice. L’angoscioso libro di Ottieri è un libro allegro; più allegro della stessa "Satura" di Montale. Perché l’ironia "sporca" della borghesia, ossia quella esercitata unicamente sugli altri, nel libro di Ottieri è del tutto assente.
Essa è esercitata unicamente sull’autor: e non ha importanza se egli ha prima di tutto assente:e non ha importanza se egli ha prima di tutto esercitato su di sé per anestetizzarsi e rendersi presentabile in società:perché, in conclusione, tale fine è andato perduto di vista, e ne è rimasta solo l’ironia buona e innocente – quella appunto delle grandi opere della classicità borghese. Il piccolo ambiente che determina socialmente il momento "perverso" del male di Ottieri (male nato in un ambiente ancora più piccolo e provinciale, reso però cosmico dallo stato infantile), è quello tipico che determina, anzi, vuole e pretende tale ironia: ma alla fine, nel caso di Ottieri, questa "captatio benevolentiae" finisce piuttosto coll’essere un atto d’accusa contro la complicità ambientale. Proprio nel momento in cui Ottieri tende le mani disperatamente dal suo letto per invocare l’attenzione o la stima o la benedizione dei potenti (di qualsiasi specie), egli resta più solo, con quel terribile sorriso che non gli si spegne negli occhi.
Inoltre, piano piano, la scienza – quella scienza della propria vita di intellettuale costretto da una grave nevrosi dell’ozio – il letto, la poltrona, la tapparella da cui filtra la luce, il garage, il weekend – si impone proprio in quanto scienza. Piano piano il libro acquista l’autorità di un’opera di morale, empirica fin che si vuole, ma sempre obiettiva ed "esatta". Ogni atto o oggetto nominato è "reale": proprio come quando uno scienziato vero dà un esempio e si riferisce a un caso. Anzi, ancora di più.
Ogni verso o ogni periodo del libro potrebbe essere una massima, che si riferisce alla cultura da cui nasce, insostituibile come la dichiarazione di un testimone. È vero che tutto quello che Ottieri dice, attraverso la sua scienza morale, ci è in gran parte noto: tuttavia ci interessa come scolari che nella propria materia imparano qualcosa da qualcuno che ne sa più di loro. È l’esperienza. Un’esperienza specializzata che ha trovato il modo di esprimersi brillantemente e con ispirata proprietà: e quindi attraverso nessi continuamente nuovi, piacevolmente sorprendenti. La chiarezza è appunto quella di uno scrittore morale di massime: ma ciò non esclude l’improvvisazione più folle, anche se sempre corretta da quello speciale spirito ludico che il conversare mondano. Chi parla è sempre un competente.
Ed è strano come la buona educazione borghese, che impedisce la generosità dell’errore, l’inopportunità del chiamare le cose col loro nome (a meno di non nominarle tra virgolette) la voglia di aggredire frontalmente il dolore, la tentazione di far sapere la propria malattia mortale e degradante per evitare pettegolezzi – è strano che tale buona educazione abbia potuto coincidere con l’oggettività della poesia, e il suo allontanamento dalla materia assomigli o si identifichi con quello della grazia da cui Ottieri si sente negletto.



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito 
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