sabato 20 giugno 2015

L'Orestiade di Eschilo tradotta da Pier Paolo Pasolini - "Lettera del traduttore", 1960

"ERETICO & CORSARO"



L'Orestiade di Eschilo
tradotta da Pier Paolo Pasolini
"Lettera del traduttore", 1960


Qui di seguito è riportata la Lettera del traduttore inserita nel lavoro di Pier Paolo Pasolini sull'Orestiade di Eschilo. La traduzione fu realizzata dallo scrittore per il XVI Ciclo di Rappresentazioni Classiche del 1960.


* * *
Ho cominciato a tradurre l'Orestiade su richiesta di Gassman, il che significa del tutto impreparato. È vero che la richiesta di Gassman mi è stata fatta in seguito alla notizia che io stavo traducendo Virgilio - e il giro un po' si chiude: ma Virgilio non è Eschilo e il latino non è il greco. 
Ad ogni modo ho cominciato subito con entusiasmo dalla bibliografia. Ma cosa potevo fare, se avevo davanti a me, per la traduzione, solo pochi mesi, e per di più con sacrileghi abbinamenti a due tre sceneggiature consecutive? Allora non mi è restato che seguire il mio profondo, avido, vorace istinto, contro il quale, come il solito, stavo cominciando pazientemente a combattere - dalla bibliografia... Mi sono gettato sul testo, a divorarmelo come una belva, in pace: un cane sull'osso, uno stupendo osso carico di carne magra, stretto tra le zampe, a proteggerlo, contro un infimo campo visivo. 
Con la brutalità dell'istinto, mi sono disposto intorno alla macchina da scrivere tre testi: Eschyle (Tome II, texte établi et traduit par Paul Mazon, "Le belles lettres" Paris, 1949, M. A.), George Thomson, The Oresteia of Aeschylus, 2 voll. (Cambridge University Press, 1938) e Eschilo: Le Tragedie, a cura di Mario Untersteiner (Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1947). 
Nei casi di sconcordanza, sia nei testi, sia nelle interpretazioni, ho fatto quello che l'istinto mi diceva: sceglievo il testo e l'interpretazione che mi piaceva di più. Peggio di così non potevo comportarmi. 
Sapevo che c'erano delle altre buone traduzioni italiane (Valgimigli, Traverso...): ma non ho voluto leggerle, dato il poco tempo a disposizione per risolvere gli scrupoli e detergere le possibili suggestioni.
Come tradurre? Io possedevo già un "italiano": ed era naturalmente quello delle Ceneri di Gramsci (con qualche punta espressiva sopravvissuta da L'usignolo della chiesa cattolica); sapevo (per istinto) che avrei potuto farne uso. Naturalmente la timidezza di fronte a un grande testo non è poca: una timidezza che si presenta sotto l'aspetto linguistico dell'inibizione da traduzione: e sto ancora limando per eliminare il più possibile questo sapore: sono praticamente alla prima stesura: il mio lavoro non è dunque finito.
La tendenza linguistica generale è stata a modificare continuamente i toni sublimi in toni civili: una disperata correzione di ogni tentazione classicista. Da ciò un avvicinamento alla prosa, all'allocuzione bassa, ragionante. Il greco di Eschilo non mi pare una lingua né eletta né espressiva: è estremamente strumentale. Talvolta fino a una magrezza elementare e rigida: a una sintassi priva degli aloni e degli echi che il classicismo romantico ci ha abituati a percepire, quale continua allusività  del testo classico a una classicità  paradigmatica, storicamente astratta. 
In realtà  la lingua di Eschilo, come ogni lingua, è allusiva, sì: ma la sua allusività è verso un ragionamento tutt'altro che mitico e per definizione poetico, è verso un conglobamento di idee molto concreto e storicamente verificabile. Il significato delle tragedie di Oreste è solo, esclusivamente, politico. Clitennestra, Agamennone, Egisto, Oreste, Apollo, Atena, oltre che essere figure umanamente piene, contraddittorie, ricche, potentemente indefinite (si veda la nobiltà d'animo che persiste nei personaggi normalmente e politicamente "negativi" di Clitennestra e Egisto) sono soprattutto - nel senso che così stanno soprattutto a cuore all'autore - dei simboli: o degli strumenti per esprimere scenicamente delle idee, dei concetti: insomma, in una parola, per esprimere quella che oggi chiamiamo una ideologia.
Il momento più alto della trilogia è sicuramente l'acme delle Eumenidi, quando Atena istituisce la prima assemblea democratica della storia. Nessuna vicenda, nessuna morte, nessuna angoscia delle tragedie dà  una commozione più profonda e assoluta di questa pagina. 
La trama delle tre tragedie di Eschilo è questa: in una società  primitiva dominano dei sentimenti che sono primordiali, istintivi, oscuri (le Erinni), sempre pronte a travolgere le rozze istituzioni (la monarchia di Agamennone), operanti sotto il segno uterino della madre, intesa appunto come forma informe e indifferente della natura. 
Ma contro tali sentimenti arcaici, si erge la ragione (ancora arcaicamente intesa come prerogativa virile: Atena è nata senza madre, direttamente dal padre), e li vince, creando per la società  altre istituzioni, moderne: l'assemblea, il suffragio.
Tuttavia certi elementi del mondo antico, appena superato, non andranno del tutto repressi, ignorati: andranno, piuttosto, acquisiti, riassimilati, e naturalmente modificati. In altre parole: l'irrazionale, rappresentato dalle Erinni, non deve essere rimosso (che poi sarebbe impossibile), ma semplicemente arginato e dominato dalla ragione, passione producente e fertile. Le Maledizioni si trasformano in Benedizioni. L'incertezza esistenziale della società  primitiva permane come categoria dell'angoscia esistenziale o della fantasia nella società  evoluta.
Questa, non altra, è la trama dell'Orestiade. E, come si vede, la sua allusività  politica era quanto di più suggestivo si potesse dare in un testo classico, per un autore come io vorrei essere.

Pier Paolo Pasolini, 1960
* * *

Gassman, che intendeva mettere in scena l’Orestea di Eschilo e cercava un traduttore, venne a conoscenza di questa attività di Pasolini e gli propose il lavoro. Pasolini vi si dedicò con un certo timore ma anche con entusiasmo per il significato “politico” del pensiero eschileo: nella trilogia coglie nietzscheanamente il tema del rapporto irrazionale / razionale, della loro fusione feconda e positiva nel creare una società di uomini. La traduzione è filologicamente attenta e rispettosa (un rispetto che permarrà anche nella sceneggiatura dei film tratti da tragedie), in una lingua volutamente semplice e prosastica, "una disperata correzione di ogni tentazione classicista" dice l’autore nella nota finale. Qualche arbitrio si spiega pensando alla destinazione del testo, fatto per la rappresentazione: va detto che assai meno rispettoso fu Gassman, che tagliò tutti i passi più esplicitamente religiosi nella messa in scena, svoltasi il 19 maggio al Teatro Greco di Siracusa. Proponiamo la traduzione dei vv. 174-184 della Parodo dell’Agamennone: 
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Ma l’uomo che con tutto il cuore 
celebrerà l’onnipotente 
nome di Dio, è il saggio vero. 
È stato Lui a darci la ragione, 
se è per Lui che vale la legge: 
solo chi soffre, sa. 
Quando, in fondo al sonno, 
il rimorso s’infiamma, 
è in esso, inconscio, la coscienza: 
così si attua la violenza d’amore 
degli dei al tribunale dei cieli. 
Nel leggere i due passi di traduzione si è colpiti da una caratteristica comune: la scelta di modificare i termini del lessico religioso (fato in Aen. I, 2 diviene storia, la modificazione più discutibile, deos del v. 6 la sua religione, Musa del v. 8 spirito, insignem pietate del v. 10 così religioso; nel testo eschileo, Zeus è risolto con Dio). La vicinanza cronologica porta a considerare come non casuale il contrasto fra violenza celeste che traduce vi superum del v. 4 virgiliano e violenza d’amore che traduce cháris bíaios del v. 183 eschileo; mentre una riflessione sulla saggezza che si raggiunge nel sonno può essere all’origine del tema del sonno più volte ricorrente in Pasolini.


Fonte:
(dal sito pasoliniano creato da Angela Molteni)




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