lunedì 28 settembre 2015

Pasolini - La religione del mio tempo

"ERETICO & CORSARO"

 

"La religione del mio tempo esprime la crisi degli anni sessanta... La sirena neo-capitalistica da una parte, la desistenza rivoluzionaria dall'altra: e il vuoto, il terribile vuoto esistenziale che ne consegue. Quando l'azione politica si attenua, o si fa incerta, allora si prova o la voglia dell'evasione, del sogno ('Africa, unica mia alternativa') o una insorgenza moralistica (la mia irritazione contro certa ipocrisia delle sinistre: per cui si tende ad attenuare, classicisticamente la realta': si chiama 'errore del passato', eufemisticamente, la tragedia staliniana ecc.)".[1]

Cosi' Pasolini spiega sulle pagine del periodico comunista Vie nuove parte del messaggio della raccolta di poesie La religione del mio tempo, uscito nel maggio del 1961, raccogliendo testi scritti tra il 1955 e il 1960. Anni particolarmente importanti, questi, per l'affermazione di Pasolini come letterato e cineasta. Sono gli anni di Officina, e proprio sulla rivista creata insieme a Roversi e Leonetti viene pubblicata per la prima volta la poesia La religione del mio tempo, Una polemica in versi, e gli epigrammi di Umiliato e offeso.
Se ne Le ceneri di Gramsci era evidente lo scontro tra passione e ideologia, tra religiosita' e marxismo, ne La religione del mio tempo questi temi vengono assorbiti nella ideologizzazione del mito popolare, con punte evidenti di autobiografismo. Vengono, comunque, abbozzati i punti fondamentali del pensiero pasoliniano degli anni successivi. Particolarmente rilevanti i riferimenti al'"abbassamento del livello culturale sottoproletario" e sulla latente omologazioine del neo-capitalismo. Nell'epigramma Alla Francia, Pasolini reincarna la mitologia del sottoproletariato africano e questo, successivamente, rappresentera' uno dei temi fondamentali, a livello documentaristico, nel suo cinema.
Il volume testimonia il passaggio tra il populismo (che Pasolini ha smentito solo in parte) caratterizzante la sua opera e gli sfoghi autobiografici e alle avvilite riflessione delle Poesie incivili.

La ricchezza apre questa seconda raccolta poetica "romana" di Pasolini. Il pometto si apre con la descrizione di un operaio "col suo minuto cranio, le sue rase / mascelle"[2] davanti agli affreschi di Piero della Francesca, il ciclo pittorico della Leggenda della croce (1452-59), nel coro della chiesa di San Francesco ad Arezzo. Pasolini descrive questo sguardo per la scena delle Battaglie per poi passare a quella dell'Annunciazione dell'Angelo a Maria.

"Il primo capitolo o movimento del racconto (tutta La ricchezza si sviluppa a lasse di libere strofe, in versi sciolti dall'obbligo di misura e di rima, con un sommario in frontespizio di capitolo) si chiude con la dizione di Nostalgia della vita, ad indicare un viaggio dal di dentro al fuori, dal tempo allo spazio, dalla memoria alla presenza. E' il tema eminentemente pasoliniano -e, certo, gia' proustiano - del passato presente, e di quella struggente partecipazione dell'escluso che fu gia' nel paradigma sentimentale di Leopardi
[......]
Si potrebbe dire, rischiando la banalita', che la costruzione de La ricchezza ricalchi un'impostazione filmica del discorso vissuto, cui presiede la regola del viaggio e del montaggio, della carrellata e della soggettiva; insomma una struttura itinerante e deambulatoria, che si dichiara come fondante tutti i poemetti di Pasolini, dove il passo, il viaggio, l'andatura rispondono alla funzione argomentativa, che illustra e riflette accompagnando lo sguardo. Questa funzione diventa narrativa attraverso il movimento, il passaggio delle sequenze, il procedere di un sopralluogo e di un discorso che investe l'esperienza, la nostalgia di una presenza o di un'azione.
[......]
Un'altra soggettiva, un piano-sequenza, pero' spezzato da quel montaggio che nella lingua scritta della poesia e' il pensiero metrico, con il taglio secco dell'enjambement, probabile equivalente verbale del découpage. [....] L'antinaturalismo primitivo e sperimentale del film, con l'uso di campi e controcampi (e dunque del montaggio) a infrangere l'apparente naturalezza del tempo dei corpi e della vita".[3]

Il poemetto ci porta da Arezzo, al paesaggio toscano, poi umbro attraverso l'Appennino e infine in una serata romana, fino alla visione di Roma citta' aperta:

 
..ecco.... la Casilina,
su cui tristemente si aprono
le porte della citta' di Rossellini...
ecco l'epico paesaggio neorealista,
coi fili del telegrafo, i selciati, i pini,
i muretti scrostati, la mistica
folla perduta nel daffare quotidiano
le tetre forme della dominazione nazista...
Quasi emblema, ormai, l'urlo della Magnani,
sotto le ciocche disordinatamente assolute,
risuona nelle disperate panoramiche,
e nelle sue occhiate vive e mute
si addensa il senso della tragedia.
E' li' che si dissolve e si mutila
il presente, e assorda il canto degli aedi".[2]

 
"Il nucleo del poemetto (diviso in sei grandi capitoli o movimenti interni, tranne il terzo interamente monologico della allucinata epifania romana) resta comunque consegnato a una sorta di mitografia e poetografia del se', e cioe' al racconto del proprio possesso culturale del mondo, tra 'ricchezza del sapere' e 'privilegio di pensare', tra le ossessioni della testimonianza, dell'amore e della sopravvivenza".[3]

"La parte iniziale della Religione del mio tempo si colora d'una malinconia dolce ed intensa, proprio perche' lo sguardo del poeta s'affissa su due adolescenti plebei, che passano sotto le sue finestre di malato, gia' un po' malandrini, ma ancora allegri, ancora pienamente posseduti da 'da quel povero impeto | del loro cuore quasi animale'.
Abbiamo peraltro gia' detto che l'interesse di questa raccolta non e' costituito dal ripetersi di temi populistici, ormai divenuti usuali nelle opere di Pasolini. Il tono dominante dell'opera e' dato viceversa da un'esigenza di revisione, che investe non solo il presente, ma anche il passato e addirittura il futuro dello scrittore". [4]

La piccola ode A un ragazzo, come scrive lo stesso Pasolini :"Il ragazzo e' Bernardo Bertolucci, figlio del poeta Attilio Bertolucci, e ora bravissimo poeta lui stesso"[5] L'ode si colora dell'elegia al fratello Guido, partigiano caduto per mano di partigiani nella Venezia Giulia. Pasolini sente quasi come una colpa la morte del fratello e cosi' ricorda l'ultimo loro incontro:

"Era un mattino in cui sognava ignara
nei ròsi orizzonti una luce di mare:

ogni filo d'erba come cresciuto a stento
era un filo di quello splendore opaco e immenso.

Venivamo in silenzio per il nascosto argine
lungo la ferrovia, leggeri e ancora caldi

del nostro ultimo sonno in comune nel nudo
granaio tra i campi ch'era il nostro rifugio.

In fondo Casarsa biancheggiva esanime
nel terrore dell'ultimo proclama di Graziani;
e, colpita dal solo contro l'ombra dei monti,
la stazione era vuota: oltre i radi tronchi

dei gelsi e gli sterpi, solo sopra l'erba
del binario, attendeva il treno per Spilimbergo...

L'ho visto allontanarsi con la sua valigetta,
dove dentro un libro di Montale era stretta

tra pochi panni, la sua rivoltella,
nel bianco colore dell'aria e della terra.

Le spalle un po' strette dentro la giacchetta
ch'era stata mia, la nuca giovinetta...".[6]

 
Il poemetto La religione del mio tempo e' diviso in sei capitoli e scritto in terzine rimate, risente del clima politico creatosi dopo la repressione ungherese del 1956.

"In realta' nel mio libro una 'crisi' c'e': ed e' detta, espressa, esplicita. [....] C'erano nel mio libro delle critiche dirette al Partito comunista: critiche, natuaralmente, nella lingua della poesia: ma comunque facilmente decifrabili e traducibili in termini logici. C'erano critiche al partito, quello concreto e operante, quello che e' hic et nunc. Non certo alla ideologia marxista e al Comunismo!
[......]
L'ideologia de La religione del mio tempo, si deduce da La religione del mio tempo: non ne e' preesistente in uno schema politico, piu' o meno rigido. Le opinioni politiche del mio libro non sono solo opinioni politiche, ma sono, insieme, poetiche; hanno cioe' subito quella trasformazione radicale di qualita' che e' il processo stilistico".[7]

Il poemetto si apre con due ragazzi che si allontanano tra i palazzoni di Donna Olimpia, mentre nel quinto lemma vi e' una rievocazione di una nottata in auto con Federico Fellini verso il litorale romane. Pasolini rifiuta in blocco la nascente societa' neocapitalista e quella ipocrita e volgare dei clericali. Una Chiesa e uno Stato non hanno nulla a che fare con il sogno di resistenza religiosa che il ragazzo Pasolini aveva idealizzato. V'e' in questi versi il netto rifiuto dello sviluppo scambiato per progresso.Una religiosita' che porta il poeta, ora a esiti poetici altamente drammatici, ora a una spietata nostalgia, con quello che Fortini ha definito un "raro ateismo".

"La religione del mio tempo segna un momento di riflusso: l'effusione autobiografica, l'intenerimento sul proprio 'dolce' e 'infantile pianto', lo struggente vagheggiamento dell'antica 'religione' dell'Usignolo della Chiesa Cattolica reincarnata nel mito di un popolo 'allegro' e miserabile, 'ingenuo' e 'corrotto', 'stracciato' ed 'elegante' , goduto-sofferto al di la' di ogni conflitto e confronto, al di la' della societa' e della storia. Piu' precisamente Pasolini ripropone la sua ricorrente cotrapposizione tra quel 'popolo' e la citta'-societa' che lo confina alla sua periferia, dentro le borgate, nei termini di un contrasto tra 'religione' di 'cristi' sottoproletari e 'irreligiosita'' del neocapitalismo, tra il 'sacrilego, ma religioso amore' e la Chiesa degenere e 'spietata', tra eresia evangelico-viscerale e 'Autorita'', tra 'peccatori innocenti' e 'turpi alunni' di Gesu', tra l'aristocratica sordidezza dei sottoproletari e la 'volgare fiumana dei pii possessori di lotti'. Che non arriva a ricostituire qui un vero e nuovo dramma (e neppure a sviluppare quell'operazione sperimentale), ma al contrario si divarica sempre piu' in due direzioni opposte: l'invettiva oratoria, esclamativa ed enfatica, contro la Chiesa e lo Stato borghese da un lato, e l'idoleggiamento o rimpianto del mito friulano-materno e delle sue reincarnazioni, dall'altro con tutte le conseguenze relative al livello del linguaggio e dello stile. Solo in seguito Pasolini maturera' ed esplichera' con echi e significati piu' vasti, quel motivo di una mitologia preindustriale come momento di demistificazione e di rottura nei confronti del neocapitalismo".[8]

Il senso di crisi e le controversie letterarie e politiche di Pasolini si ritrovano nei dodici epigrammi di Umiliato e offeso e nei sedici Nuovi epigrammi che, insieme all'orazione poetica di In morte del realismo, compongono la seconda parte del libro.
L'epigramma A un Papa apparso per la prima volta su Officina del marzo-aprile 1959 causa la rottura con l'editore della rivista Bompiani, e acutizza la progressiva e inarrestabile crisi dell'esperimento officinesco.
Nello stesso numero di Officina appare l'epigramma Ai redattori di "Officina", ovvero Leonetti, Roversi, Scalia, Romano' e Fortini:

"Donchisciotteschi e duri, aggrediamo la nuova lingua
che ancora non conosciamo, che dobbiamo tentare".[9]

 
Cosi' Pasolini ai lettori di Vie Nuove:

"I fascisti rimproverano per esempio a una mia poesia (epigramma intitolato Alla mia nazione) di essere offensiva alla patria, fino a sfiorare il reato di vilipendio. Salvo poi a perdonarmi - nei casi migliori - perche' sono un poeta, cioe' un matto. Come Pound: che e' stato fascista, traditore della patria, ma lo si perdona in nome della poesia-pazzia... Ecco cosa succede a fare discriminazione tra ideologia e poesia: leggendo quel mio epigramma solo ideologicamente i fascisti ne desumono il solo significato letterale, logico, che si configura come un insulto alla patria. Ma poi, rileggendolo esteticamente, ne desumono un significato puramente irrazionale, cioe' insignificante. In realta' il momento logico e il momento poetico, in quel mio epigramma coesistono, intimamente e indissolubilmente fusi. La lettera dice, si': la mia patria e' indegna di stima e merita di sprofondare nel suo mare: ma il vero significato e' che, a essere indegna di stima, a meritare di sprofondare nel mare, e' la borghesia reazionaria della mia patria, cioe' la mia patria intesa come sede di una classe dominante benpensante, ipocrita e disumana.
[......]
Per esempio, un epigramma intitolato Alla bandiera rossa. In esso delineo una tragica situazione di regresso nel sud (come si sa, coincidente con il progresso economico, almeno apparente, del nord) e concludo augurandomi che la bandiera rossa ridiventi un povero straccio sventolato dal piu' povero dei contadini meridionali. Forse per questo Salinari mi chiam, senza mezzi termini, senza appello, 'populista'"[7]

"Nei versi d'occasione 'ricalcati su Shakespeare' de In morte del realismo, Pasolini difende l'eredita' 'dello stile mimetico e oggettivo / - la grande ideologia del reale -', in una sorta di testamento sulla tomba calda dell'ucciso che fu grande e diede, con l'opera di Gadda, Moravia, Levi, Bassani, Morante, Calvino, 'e una piccola Officina bolognese', buoni motivi per lasciare a ciascuno un po' di 'rinnovato / senso della storia'.
La polemica e' contro 'tutti i neo-puristi', rappresentati da Cassola.
[....]
Gli oggetti polemici sono, a pari merito, il finalismo cattolico e laico, l'ottimismo rivoluzionario e il cinismo spiritualista, il puritanesimo ideologico del progressivismo e la calcolante ideologia della caducita' cristiana, asservita ai fini uniformanti e conformi dei 'monopolisti della morte'. Tra questi, i poeti, che non dichiarano la coscienza della propria miseria storica, che si specchia comunque nel frutto di servitu' della lingua: 'Nella lingua si rispecchia la reazione'".[3]

La raccolta si chiude con le Poesie incivili in cui Pasolini e' in bilico tra il desiderio di fuga e la giustificazione della sconfitta privata. Tra i versi piu' belli e' Frammento alla morte dedicata a Fortini: "Una nera rabbia di poesia nel petto / Una pazza vecchiaia di giovinetto".

"Poesie come La rabbia e Il glicine, rappresentano seriamente la chiusura di una lunga fase dell'esperienza pasoliniana, senza riuscire peraltro a prospettare l'indicazione di una nuova e pu' feconda strada.
[.....]
IL motivo anche qui dominante e' quello della crisi, della disperazione. Ma, piu' esattamente, esso assume ora il volto della rabbia. [...] Nella Rabbia e' la rosa solitaria dello stento giardino del poeta a suscitare in lui un'ondata irrefrenabile di commozione e dolce-amara tristezza"[4]

Ne La religione del mio tempo il nucleo centrale de Le ceneri di Gramsci, la poetica del 'dramma irrisolto', lo scontro tra 'l'essere con Gramsci' e 'le buie viscere', non viene risolto ma divaricato, attraverso la polemica in versi, la mitizazzione del popolo, ma anche la confessione autobiografica e il ritorno ad un mondo originario. In questo continuo riferirsi a un "inaridito io" in un mondo del tutto estraneo (A me), e all'opposto a una serie di personaggi pubblici e' sintomatico di questa contraddizione. Ma la crisi che attraversa La religione del mio tempo e' molto piu' profonda di questo dualismo e pone le basi per una grande ripresa del pensiero pasoliniano. Nell'epigramma A un papa Pasolini pone il contrasto tra la irreligiosita' della Chiesa e la sincera religiosita' dei sottoproletari attraverso una rivolta lucida e ferma; in Alla Francia Pasolini reincarna il mito sottoproletario nel mondo africando di Bandung, attraverso una documentazione che costituira', in futuro, uno dei punti fondamentali della sua ricerca.

[1]Pier Paolo Pasolini - da un articolo su Vie Nuove del 16 novembre 1961 - raccolta nel volume Le belle bandiere - Editori Riuniti.
[2] Pier Paolo Pasolini - La ricchezza - da La religione del mio tempo - Garzanti
[3] Gianni D'Elia - da la prefazione al volume La religione del mio tempo - Garzanti
[4] Alberto Asor Rosa - Scrittori e popolo, il populismo nella letteratura italiana contemporanea - Einaudi
[5] Pier Paolo Pasolini - note da La religione del mio tempo - Garzanti
[6] Pier Paolo Pasolini - A un ragazzo - da La religione del mio tempo - Garzanti
[7] Pier Paolo Pasolini - da un articolo su Vie Nuove del 9 novembre 1961 - raccolta nel volume Le belle bandiere - Editori Riuniti
[8] Gian Carlo Ferretti - da Saggio introduttivo a Officina - cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta - Einaudi
[9] Pier Paolo Pasolini - Ai redattori di "Officina" - da La religione del mio tempo - Garzanti


Fonte:
http://pigi.unipv.it/_PPP/LA.html




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti - Qui: Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

lunedì 14 settembre 2015

A quarant’anni dall’omicidio di Pier Paolo Pasolini saranno esposti per la prima volta gli oggetti ritrovati quella notte sulla sua Alfa Romeo Gt

"ERETICO & CORSARO"


 
A quarant’anni dall’omicidio di Pier Paolo Pasolini saranno esposti per la prima volta gli oggetti ritrovati quella notte sulla sua Alfa Romeo Gt

Valerio Millefoglie
 





SALENDO DELLE SCALE STRETTE, avvitate a chiocciola come quelle che in un atorre porterebbero a un campanile, e attraversando visioni di armi del delitto e gabbie di ferro, si giunge alla porta di un ufficio e di seguito a quella di un piccolo magazzino in cui avanzando si scansano: una cassa di fucili, un dipinto contraffatto di Guttuso, un faldone sulla cui costa è scritto "Passannante", due rilevatori di umidità, un recipiente di latta per la colazione dei detenuti, un registro degli impiegati di un bagno penale di fine Ottocento, e infine, poggiate sul pavimento, due scatole di cartone che portano l’intestazione, "Reperti P. P. Pasolini".
Siamo in uno dei magazzini del Museo criminologico di Roma, museo che espone prove ed elementi di casi giudiziari dal medio evo all’epoca moderna.
E sono passati ormai quarant’anni dalla notte fra l’1 e il 2 novembre del 1975 in cui Pier Paolo Pasolini fu ucciso sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia.
 
 
INSIEME AL CORPO RIMASERO A TERRA I SUOI VESTITI. Poco più in là, nell’Alfa Romeo GT2000, gli effetti personali. Oggi è tutto in questi due scatoloni sigillati dal nastro adesivo. Inviati al museo nel 1985 dal Tribunale dei minorenni di Roma, prelevati nel 2010 dai carabinieri del Ris per nuovi accertamenti, sono infine tornati qui nel gennaio 2015, data della richiesta di archiviazione del caso. I reperti (finora parzialmente visibili in un vecchio servizio del Tg3 e nel libro di Marco Tullio Giordana, Un delitto italiano) saranno probabilmente esposti a novembre, per la prima volta al pubblico, proprio in questo museo.
È il racconto degli ultimi giorni di vita di un uomo attraverso le sue carte.
In una busta di plastica trasparente troviamo Sull’avvenire delle nostre scuole, di Friedrich Nietzsche, Adelphi, 1975. Il volume presenta delle orecchie alle pagine 13, 27, 29, 31, 33, 35, 37. Presumiamo che l’ultima pagina letta sia la 37, capitolo "Seconda conferenza". Sul bordo è incisa una sottolineatura con l’unghia, profonda, ripassata più volte, una sottolineatura invisibile, tattile, braille. Il passaggio appuntato è il seguente:


"L’individuo più giovane, che accompagnava il filosofo, aveva poco prima dovuto scusarsi, in modo lealmente confidenziale, di fronte al suo importante maestro, spiegando i motivi per cui, preso dallo scoraggiamento, aveva abbandonato la sua precedente posizione di insegnante, e trascorreva sconsolato i suoi giorni in una solitudine scelta spontaneamente".

Ogni pagina riportante un’orecchia ha anche delle sottolineature, come a pag. 27:

"Lo sfruttamento quasi sistematico di questi anni a opera dello Stato ,che vuole allevarsi quanto possibile utili impiegati, e assicurarsi della loro incondizionata arrendevolezza".


Sono indizi. Ogni sottolineatura è un’identificarsi.

Il lettore Pasolini, già insegnante Pasolini dalla fine degli anni Quaranta in Friuli e all’inizio degli anni Cinquanta a Ciampino, aveva pubblicato sul Corriere della Sera del 18 ottobre 1975 un articolo in cui lanciava

"due modeste proposte per eliminare la criminalità".

Titolo:

"Aboliamo la tv e la scuola dell’obbligo".
 

Nella medesima busta troviamo una copia de Il Politecnico, numero 36, settembre 1946, rivista di cultura contemporanea diretta da Elio Vittorini. Riscontriamo un’orecchia a pag. 376, all’articolo di Concetto Marchesi, "Nella scuola la nostra salvezza", e un’altra a pag. 140, "Viaggio fra gli esiliati di Roma", di Giorgio Caproni. Assenti sottolineature, proviamo a immaginarle noi: "Roma è anche questo: un assassinio civile di migliaia di uomini, di donne e di bambini, nelle baracche delle borgate, dove la vita si spinge tra gli spurghi e la disperazione"; si descrivono gli operai che perso il lavoro

"cominciarono per tirare avanti a vendere pezzo per pezzo le loro poche suppellettili, finché non avendo più nulla da vendere, perché avevano venduto perfino il letto e i pagliericci, scoprirono che si potevano vendere i mattoni, e nacque appunto la fame di mattoni: e i mattoni furono tolti ovunque tornasse comodo toglierli, per tramutarli in un pezzo di pane da dare ai figliuoli".

Proseguiamo nell’apertura delle buste sigillate e troviamo una cartina autostradale Esso datata 1968. Nove anni prima un’altra cartina aveva accompagnato Pasolini ne La lunga strada di sabbia, reportage pubblicato in tre puntate sulla rivista Successo per raccontare l’estate italiana. Il testo è oggi edito da Contrasto e leggendo alcuni passaggi ci sembra che la macchina non sia l’ultimo luogo da lui vissuto ma quello in cui più volte è rinato:

"Il cuore mi batte di gioia, di impazienza, di orgasmo. Solo, con la mia Millecento e tutto il Sud davanti a me. L’avventura comincia".

Più avanti, scrive:
 
"Freno leggermente, e sento sotto il mio piede come uno scoppio: s’è spezzato il freno: provo quello che provano coloro un attimo prima di morire, in simili casi. Ma per mia fortuna, lì la strada è abbastanza dritta e non troppo in discesa: riesco a inventare il modo per frenare. Sono fermo. Solo in mezzo alla notte, sotto la luna che ormai tramonta dietro le boscaglie di mandorli e carrubi".

Continuiamo a leggere, questa volta le etichette degli indumenti sperando possano dire qualcosa oltre al nome delle marche: jeans Lois, made in Spain, camicia Missoni, stivaletti Rossetti Moda e la dicitura all’interno di una stanghetta dei suoi famosi occhiali che, come una lapide da indossare, recita l’acronimo Rip. Un volumetto ben conservato dell’assicurazione,

"Guida sicura". Una raccolta bollini Mobil, "ogni 60 punti un premio tra quelli messi a disposizione dalla stazione", bollini raccolti sino a quella sera: tre. Una confezione da dieci di compresse Saridon, "indicato contro i dolori di capo e di denti, nevralgie", mancano due compresse. Una confezione da tre di profilattici 777, scaduti l’11 giugno 1979. La statuetta del premio "Città di Nettuno". Un telegramma del 29 agosto 1975 del presidente dell’Anica Carmine Cianfarani,

"Pregola voler esprimere ai registi Damiani Fellini et Pasolini nonché società produttrici mio vivo rincrescimento per sottrazione materiale lavorazione loro film costituente grave danno alla cinematografia italiana".

A questo colleghiamo un estratto dall’ordinanza di archiviazione del Gip di Roma del 25 maggio 2015, "Nel corso dell’atto di indagine il Citti riferiva di aver appreso da un pescatore ormai deceduto che quella notte ad Ostia c’erano quattro o cinque persone. Aggiungeva di aver appreso direttamente dal poeta che quella sera aveva appuntamento con una persona che doveva consegnargli del materiale. Tale ultima affermazione rimandava alla tesi secondo cui l’omicidio poteva essere legato a un’estorsione conseguente al trafugamento delle pizze del film Salò o le 120 giornate di Sodoma".

Il decreto conclude, " Tutte le indagini che appaiono allo stato ragionevolmente possibili sono state svolte e non hanno avuto un esito suscettibile di proficuo sviluppo procedimentale, tanto sul punto dell’incontrovertibile accertamento circa la presenza di altri soggetti oltre a Pelosi al momento dell’omicidio sia per quanto attiene all’identificazione di ulteriori soggetti coinvolti: la richiesta di archiviazione del P.M. deve pertanto essere accolta".

Ed è stata accolta.

Sul fondo della seconda scatola, raggomitolato in una busta di plastica, c’è il golf appartenuto a uno dei soggetti ignoti, le maniche sono prive della forza delle braccia sconosciute che lo indossarono.

Riponiamo indumenti e oggetti, di Pasolini e non. Chiudiamo le scatole, la porta del magazzino.

Rimarranno qui anche stanotte, finché neanche morte li separi.



 
 
.
.



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti - Qui: Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

Pier Paolo Pasolini - Dal Vero, 1952 ( Narratori di ieri e di oggi ).

"ERETICO & CORSARO"


"Dal vero" (1953-54) apparve su L'Unità del 15 luglio 1952, privo del collage dantesco che lo precedeva

[...]

E quella fronte c'ha 'l pel così nero
… … … …; e quell'altro ch'è biondo...
Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutt'i suoi seguaci,
che l'anima col corpo morto fanno.
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: « Lano, sì non furo accorte
le gambe tue alle giostre del Toppo! »
Luogo è in Inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno...
Di qua, di là, su per lo sasso tetro
vidi demon cornuti...
come che suoni la sconcia novella,
I' m'accostai con tutta la persona
lungo 'I mio duca, e non torceva li occhi
dalla sembianza lor ch'era non bona.
… e vidivi dentro terribile stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.
Più non si vanti Libia con sua rena;
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,
né tante pestilenze né sì ree
mostrò già mai con tutta l'Etiopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
Al fine delle sua parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche...
Con sei occhi piangea, e per tre menti
gocciava 'l pianto e sanguinosa bava...
… mentre che la speranza ha fior del verde.


Collage da Dante
( Pier Paolo Pasolini - da Ali con gli occhi azzurri ).


[...]

ma arricchito di un ultimo paragrafo ("La sera scendeva su San Lorenzo..."). Verrà pubblicato da Garzanti nel 1965 all'interno del volume miscellaneo "Alì dagli occhi azzurri". Ora in: Tutte le Opere > "Romanzi e racconti, vol. 2, 1962-1975", Meridiani Mondadori 1998, pp. 437-445.

Daniele Cenci
  
Pier Paolo Pasolini - Dal Vero, 1952 
( Narratori di ieri e di oggi ).
L'Unita / domenica 15 luglio 1962


La gran facciata del Penitenziario si staccò e cominciò lentamente a spostarsi indietro. Gialla, nuda, giganteggiava, retrocedendo, tra i muraglioni, gialli, nudi anch'essi, in fondo a cui cominciò ad emergere l'altra ala, come un enorme parallelepipedo. Man mano che quei due edifici, bucherellati da centinaia di finestre, restavano indietro, si isolavano sempre più contro il cielo lattiginoso, e contro l'agro li intorno spelacchiato: senza un albero per quanto potesse spaziare lo sguardo.

A destra comparve e restò subito indietro, ruotando, la garitta vuota e scrostata come una latrina: col gesto di due carabinieri sbragati sulla polvere, il fucile tra le gambe, e sopra rulla breve ascesa, anch'essa ruotante, un quadro ronzante di vita popolare, con ragazzini, stracci, cani: che sparirono tra le case da arabi, a un piano e di calce.

II Penitenziario continuò a rimpicciolire, giallognolo, e dopo che furono passati radendo gli argini impolverati, comparve di faccia, sulla gran depressione dell'Aniene, un vasto digradare di prati formicolanti, come cimiteri, di fiori , un cavallo marrone col lunghissimo collo teso su quei fiori, e, in fondo, spalmata.su tutto l'orizzonte, quant'era lunga, Roma.

Su quella visione di Roma, o piuttosto dei quartieri tiburtini, da Monte Sacro, Pietralata, giù giù fino a Tor de' Schiavi, il Prenestino, Centocelle,. con miriadi di case come scatole di scarpe, e baracche, e torracce, l'autobus si inchiodò. . .

« A fattori, — disse Claudio, il liberante — che ce 'o fai er bijetto? »

« Come, no », fece il fattorino>>.

« Vedemo un po' qqua, a quanto ce 'o metti? »

« Famo venti lire, va »

« Che te va de scherzà? E quanno 'e rimedio io, venti lire? »

« Aòh, a me me 'o venghi a ddi? »
« A me nun me va de pagà! »

« Fa un pò come te pare, a morè, dopo sò affari tua, dopo ».

« E paga, dàje, a Cla' » fece allora Sergio il compare del liberante.

« E famme contrattà un pochetto, no? — fece Claudio — Mbè, famo na tredicina de lire, a fattori? »

« Ammappete, fijo bello, te 'a passi male, si nun me sbajo! » zagaiò il fattorino.

Sergio si stufò: « Auffa, già me so stufato, ssa, a Clà. Caccia ste quaranta lire, namo ».

<< Ahio, quant'è cattivo questo — disse il fattorino —. Che, le ha lassate a casa 'e pistole, a pischè? »

« Stamo aggravati, fattori — confessò Claudio —. Questo e dù anni che nun lavora, e io sorto adesso de bottega!»

Dato ch'era appena sortito de bottega, Claudio era tutto felice, e si stava godendo le prime dolcezze delIa vita in libertà, tanto che avrebbe preso di petto alla malandrina pure un sasso, per mettersi a chiacchierare, se non avesse incontrato un fattorino della ATAC o qualche altro dritto. Cacciò magnanimo dalla saccoccia le quaranta lire, prese i biglietti, e si spinse con l'aria d'un bocchissiere un po' groncio tra i sedili, seguito pigramente da Sergio, che si guardava stanco intorno con la sua faccia di maomettano.

 « Sbragàmise qqua, a Sè » fece  Claudio.

« Sbragamise qqua » fece Sergio.

Dal fondo dell'autobus il fattorino si  Intromise: « Tutta festa oggi, eh? ».

« Come, no » ammise Claudio.

« Quale festa, quale festa, ma si nun  pagamo manco li ciechi! » disse Sergio,  con I'occhio perso.

« E lèvate, a Sè » — ribattè il compare  — « che tu dichi cosi perchè nun ce se stato llà ddentro! Ma mmejo n'anno  ssenza na lira e magnà da li frati,  stacce, che un ciorno ssolo llà dentro...».

« E' regolare » concluse il filosofo  laggiù, col berrettino pargulo sugli occhi,  contando gli spiccioli.


Tutt'a un botto Claudio e Sergio zomparono in piedi, e gettandosi sui vetri della cabina del conducente, cominciarono a picchiarvi con le nocche.

II conducente che con la matita sullo orecchio stava consultando alteramente il listino degli orari, e facendo a mente i suoi calcoli, voltò di sguincio la faccia gialla e nera, e fissò con freddezza quei due sciammannati. Ma essi eran troppo di buon umore per capire che tra la gente libera ci fosse qualcuno che non gliene importasse un cavolo della libertà e anzi c'avesse li nervi. Senza badare all'espressione scura del conducente, gli fecero allegramente cenno di partire, di mettere in moto l'autobus, di accendere il motore, sfoderando tutti i' numeri della loro mimica sanlorenzina.

II conducente, dietro i vetri come un'immagine sacra sotto la campana, li riguardò ancora un poco: poi alzò di scatto l'avambraccio fino a. portare la mano con le dita serrate all'altezza della bocca e del naso, e agitandola quivi con un gesto secco e insolente d'interrogazione.

Neanche al gran gesto napoletano della dritteria nazionale, i due pivelli s'arresero.


 
Claudio grido: « Dàje, a conducè, fai finta che metti in moto er motore».

« E daje, che te possino ammaitte! » insistette Sergio.

E il fattorino, dal fondo dell'auto: « See, quello ve manna ormi tutt'è ddue! »


Che succedeva? Tre ragazze, vestite dei più accesi colori che si possano stampare, negli abiti in vendita, bell'e fatti, alle bancherelle di Piazza Vittorio, stavano correndo su dalla strada del Penitenziario, tutte affannate per tema di perdere l'autobus, con le facce rosse come cocomeri.
Visto che il conducente non gli dava retta, i due misero testa, spalle e braccia fuori dal finestrino, guardando tutto quel ben di Dio che veniva avanti ballonzolando sotto il sole dolce come l'olio.



« Forza, a morette, — si accorò Claudio — dàje che mò I'auto parte! »

E Sergio: « Ammappele, quanto corono, dàje che famo la bella! »

II fattorino invece si mise a cantare:
lo stongo carcerato e mamma more... 
Vojo mori pur io prima 'e sta sera, 
oi carceriere mio, oi carceriere...

« A fattori — gridò Claudio — che te va de sfotte?...

« lo stongo carcerato .. » ricominciò il fattorino. « E arioccace! »

Le tre ragazze salirono, scottanti e sospirose dentro l'autobus, tutte felici d'averlo preso. Si guardavano e ridevano: poi un pò alla volta gli passo l'affanno e il prurito del riso, e andarono a mettersi a sedere sui sedili sgangherati, facendosi aria con le mani.

Claudio e Sergio andarono a mettersi seduti appresso a loro, e cominciarono a darsi ai madrigali; e non si sarebbe potuto dargli torto, se, con il gran poeta di Roma, si sarebbe potuto dir delle pischelle:

Uh, bene mio, che brodo de pollanche
Je metterebbe addosso un par de
branche
da nun faje resta manco la pelle.

Ma Ilautobus fece davvero la bella, si scrollò tutt'a un botto, ebbe un rumore di ferrivecchi in contrasto con la aria ufficiale del suo conducente: e si lanciò, radendo le grandi praterie con frane di papaveri e margherite, giù per la strada di Casale dei Pazzi.

Volarono a destra e a sinistra i pezzi di agro pinguemente nutriti dall'Aniene, scuri e caldi, ronzanti al sole; volarono le casette costruite a metà e già abitate, volarono le villette e i vecchi casali...

« A Sè, — fece Claudio — dimme un pò, come se comporta la Inesse? »

« Che, me lo domandi, a Clà — nspose Sergio — Er zolito, che si la vedo me vie voja da daje na pignate in faccia... ».

« Mo' con chi se la fa? »

<< Cor Palletta, lla ».

<< Chi Palletta? >>

« Er fijo de sora Anita, lla, quella che c'ha er banco a Piazza Vittorio .. Quer roscietto, un po' fusto, che te posso ddi... ».

« Ah, ho ccapito... Be, con quer brutto li s'e messa? »

« Che voi fa? Ma mò cambia... »

« Che, stacca ancora tutte 'e sere a 'e sei? »

« Come no? »

« Stassera 'a vado a trova .. »

<< Me fai rabbia, me fai. Ma che c'ha che te sfagiola tanto, me 'o voi ddi? >>

« Aoh, me sfagiola ».

Claudio si mise a pensare con che faccia beata all'incontro di quella sera con la Ines, e se non era lei, qualche altra ragazza di San Lorenzo, di quelle che conosceva da pischello, che era uguale. Si sbragò meglio sul sedile, e, come se stesse solo, si mise a cantare...

lo stongo carcerato e mamma more
— voj mori pur io prima 'e sta sera
— oi carceriere mio, oi carceriere,..

Teneva la testa ritratta fra lo spalle, le corde del collo gli si erano tirate, e le narici gli si aprivano e gli si chiudevano sulla bocca che mostrava la sua intera dentiera di cavallo: e scuoteva leggermente il capo, come per secernere meglio la passione che ci metteva a cantare.

Alia fermata di Ponte Mammolo l'autobus si riempi di gente. Poi imbocco la Tiburtina, passò sopra l'Aniene, e punto dritto verso Roma.

Presso i due malandrini s'era venuto a mettere all'impiedi, leggendo superbamente il Corriere dello Sport, un giovanotto pettinato alla Rudi, con le scarpe bianche di quelle bucherellate, un vestito a righe bianche e nere e la argentina gialla. Claudio lo smicciò per un pezzo senza farsi capire, guardando le novità che andavano di moda quell'estate. Poi, dopo aver ben bene allumato, si nascose e diede una gomitata a Sergio, che se ne stava, canticchiante, sui sedile, col fazzoletto annodato alia malandrina, e la faccia negra e lucente, come ce l'aveva dipinto Caravaggio.

« A Sè, — fece Claudio — me vojo fà una de quelle camice a buchi che vanno de moda st'anno, e un paro de scarpine bianche llà... »

« Ammappete, voi fa proprio I'acchittone, voi fa, beato tte! »

« Quale beato, quale beato, see... Tengo na fame addietrata... ».

Si morse le nocche delle dita, facendo « mmh », gettò uno sguardo affamato alle « rose de fuego » che gli stavano accanto, e l'occhio guardandole gli si punto fuori dal finestrino...

« Te ricordi, a Sè? » si accorò.

« De che? »

«Qqua, quanno ch'eramio regazzini...».

« Mbè?».

« Che ce stava er circo, giu a Pietralata... che noi eramio scappati de casa...».

Si era parato davanti, dalla sinistra, tra montarozzi e spianate, il Forte di Pietralata, brulicante davanti dei fez rossi dei bersaglieri, con una tromba in mezzo al cortile che suonava il rancio.

Sergio e Claudio, piccoletti, scappati di casa, se n'erano venuti da quelle parti, come magnanimante ricordava Claudio, e se n'erano stati un par di settimane, digiunando o magnando qualche cipolla o qualche persica grattata ai mercatini, oppure un pò di cotiche fregate dalla borsa di qualche commare... Se n'erano iti di casa cosi, perchè gli piaceva di divertirsi... Dai bersaglieri rimediavano da fumare...

Poi trovarono da dormire sotto la tenda di un cocomeraro, sopra i cocomeri, il cocomeraro aveva un maiale, dalle parti di Bagni di Tivoli, e visto che facevano buona guardia ai cocomeri, li mandò a sorvegliare il maiale: anzi, il maiale e un coniglio... Che tremarella la notte nella campagna disabitata, dentro la capanna... Dormivano con una mazza sotto la testa... Una mattina la madre del cocomeraro era venuta li, li aveva mandati a Bagni a comprare del pane, e intanto, approfittando che non c'erano s'era pappata il coniglio...

Trovarono gli ossicini interrati davanti alia baracca...

A Pietralata, che il cocomeraro li aveva cacciati via a causa del coniglio, avevano lavorato in un circo... coi leoni .. litigando coi maschietti concorrenti della borgata .. Una sera era scappata Rondella, la cavalla maremmana, e via per prati e mucchi di immondezza, lungo le rive dell'Aniene...

L'autobus arrivò in fondo alla Tiburtina, passò sopra il cavalcavia tra fischi di treni, e andò a ormeggiare, nella gran caciara, al capolinea del Portonaccio. Bianchicci, nel gran biancore del giorno, brillavano i lumini del Verano. L'11 era pronto. Claudio e Sergio zomparono giù dall'auto, tagliarono gridando e ridendo tra la ressa, balzarono sul tram già in corsa, e restarono attaccati al predellino, sempre più schiamazzanti, mentre la vecchia vettura risaliva sferragliando il lungo viale che rasente i muraglioni del cimitero portava a San Lorenzo.

Tutti smandrappati, con l'aria del quartiere che gli scapigliava la chioma, appesi in fondo al grappolo che si accalcava al predellino, volavano verso casa. Ammazza, quant'è bella la vita, mica pei micchi, ma per quelli che le soddisfazioni sanno prendersele... come loro due... Mentre alzavano moina Claudio pensava a se stesso con la camicia a buchi e le scarpine bianche, all'Ambra Jovinelli o nella rotonda di Ostia, con la Inesse o qualche altra ragazza che gli veniva dietro: a completare il quadro della sua bellezza...

Intanto, sotto i muraglioni del Verano, passava nella luce invetrita, qualche coppia, un vecchio, o un garzone in piedi sul sellino spingeva allaccato il suo triciclo su per la salita... E loro due, la mano a imbuto contro la bocca, li sfottevano...

« A nannaccio, nannaccio, a pampuzzzo... ».

« Fra dù anni sei bona pure subito! ».

« A dondolina... ».

«Nun je dà retta, e dopo dò che so' stato io... ».

« Se seguiti cosi quando lo pij marito?... ».


« Che, stai a sputa li pormoni, a pische? ».


« Daje, che mò arivi... ».


« See, quanno affitta quello... ».


Intanto ecco venire avanti le prime case brune di San Lorenzo, le prime strade rossicce, ecco profilarsi in fondo e ingrandirsi sempre più, biancheggiando, l'arco di Santa Bibiana, e poi il vecchio giardinetto in mezzo al quale sfilavano, gesticolanti, le più allegre compagnie della ragazzaglia sanlorenzina, acchittata per la sera, le panchine e le aiuole col verde delle vecchie estati.

La sera scendeva su San Lorenzo come un temporale: per le strade geometriche intorno alla piazza dei giardini, si sentivano le saracinesche abbassarsi con schianti improvvisi; ombre di ragazzi correvano con le bottiglie del latte, e i garzoni lanciavano a tutta forza i loro tricicli in mezzo alla confusione di gente che rincasava svelta come se, appunto, fuggisse un improvviso scroscio di pioggia.

L'aria era più sporca, torbida, che buia, i fanali di una macchina, già accesi, aspri, bruciavano a una curva, sull'asfalto ancora chiaro e diurno: pareva che un vento carico di odori e di umidità sbattesse le finestre, le porte a vetri, agitasse gli alberelli morti dei giardinetti, e mettesse in allarme tutto il rione: invece era la calmissima ora della cena che stava scendendo.

Pier Paolo Pasolini
 L'Unita / domenica 15 luglio 1962




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti - Qui: Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

sabato 12 settembre 2015

Pasolini - Officina - Di Massimiliano Valenti

"ERETICO & CORSARO"

 

Officina
 
 
Il primo numero di "Officina" esce nel maggio del 1955. Si legge sul retro del primo numero uscito in forma di cartoncino da imballaggio: "fascicolo bimestrale di poesia", "redattori, Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi", "ufficio, via Rizzoli 4, Bologna". Il formato e' di mm 215X140, un fascicolo di 40 pagine costa 300 lire, e l'abbonamento annuale 1500. La rivista viene finanziata dalla Libreria Palmaverde di Bologna (libreria antiquaria di Roversi) e la stampa viene affidata alle bolognesi Arti grafiche Calderini. Responsabile ai sensi di legge, Otello Masetti, capocommesso della Libreria Cappelli di Bologna e amico di Roversi.
Fin dal suo esordio, seppur non ufficialmente, la rivista si avvale di un numero di redattori e collaboratori ampio: Angelo Romano', Gianni Scalia e Franco Fortini, solo per citarne alcuni.
Pasolini, Roversi e Leonetti si conoscono al Liceo Galvani di Bologna, dopo la guerra riprendono i contatti interrotti per le vicende belliche e lo "sfollamento" di Pasolini a Casarsa. Dapprima si saldano piu' stretti rapporti tra Leonetti e Roversi, ma verso la meta' degli anni cinquanta i tre "ragazzi del Galvani" si incontrano spesso a Bologna e a Milano, approfittando dei numerosi viaggi di Pasolini dal suo editore Garzanti. Oltre a tenersi in contatto i tre si correggono reciprocamente i testi (saggistici e poetici) e decidono colleggialmente l'impostazione dei vari numeri della rivista. Fin dall'inizio "Officina" assume un carattere aperto a collaborazione esterne: Roversi inserisce Scalia; lo stesso Scalia con l'appoggio di Roversi, propone il nome di Fortini, mentre Pasolini porta Romano'. Queste nuove collaborazioni decentrano i luoghi delle riunioni, che da Bologna si trasferiscono nella casa milanese di Romano'.
Pasolini ha un ruolo determinante per le collaborazioni ottenute nell'ambito della societa' letteraria romana.

"Officina" prima serie e "Officina" nuova serie, sono divise in due diversi ordini di sezioni, tale criterio e' illustrato da un "Conpendio descrittivo" redazionale pubblicato per la prima volta nel numero 4, a proposito della prima serie:

"'Officina' e' divisa in quattro sezioni, che mentre danno una struttura rigorosa a ciascun fascicolo, vogliono essere intese come temi continui e costanti del lavoro.
LA NOSTRA STORIA. In questa prima sezione, che dichiara, nella nuova 'letteratura militante', un ampio interesse storiografico, metodologico e critico...
TESTI E ALLEGATI. Questa sezione, ne' antologia ne' solo documento, e' indicativa e aperta nelle sue scelte, e vorrebbe inoltre stimolare i collaboratori a una nuova definizione della propria opera....
LA CULTURA ITALIANA. In un attento e libero esame, cerca di chiarire in senso ideologico, o in sede polemica, ma con lo sforzo di un'incessante elaborazione, i problemi letterari.
APPENDICE".

Nel 1955, quando nasce "Officina", Pasolini ha 33 anni. Ha scritto o sta scrivendo Ragazzi di vita, i poemetti de Le ceneri di Gramsci, e gli scritti saggistici di Passione e ideologia. Il 1955 e' l'anno in cui Pasolini, da insegnante precario in una scuola di Ciampino, diviene uno sceneggiatore cinematografico di successo. Nel 1953, grazie alla pubblicazione del primo capitolo di Ragazzi di vita su "Paragone" e la segnalazione di Bertolucci all'editore Garzanti, a Pasolini viene corrisposto un assegno mensile come anticipo sul romanzo.
Proprio la vicenda personale di Pasolini influenzera' in seguito le sorti di "Officina", che subira' delle forzature in direzione della sua personalita'.
Determinante appare la presenza di Pasolini: per il collegamento con altri intellettuali, per la polemica con il PCI e per il suo articolato discorso condotto sulla letteratura con i suoi saggi e le sue poesie.

Da un punto di vista politica all'interno della rivista convivono una "destra" che fa capo a Roberto Guiducci, e una sinistra, che ha come protagonista Fortini. Il dissenso che ne deriva anticipa per molti versi il futuro conflitto fra neopositivismo e marxismo.

"Officina" si presenta, quindi, come una rivista di letterati sodali, finanziata da uno di loro (Roversi), con una gestione tipicamente preindustriale. In tutta la prima serie non supera le 600 copie e ha una diffusione d'élite.
Per sollevare Roversi dal gravoso impegno finanziario sono state avviate fin dal 1957 trattative con vari editori, finche' la rivista e' affidata a Bompiani. La nuova amministrazione porta la tiratura sopra le 1000 copie e imposta un badget pubblicitario. Poi, l'epigramma pasoliniano A un papa provoca la rottura con l'editore.

Il primo numero del maggio 1955 si apre con un saggio pasoliniano sul Pascoli:

"Si deve notare preliminarmente che questo scritto vive di una molto sottile e implicita contraddizione. Nella sostanza Pasolini mira ad una forte limitazione ideale e culturale e stilistica del plurilinguismo e sperimentalismo pascoliano, facendo anzi di Pascoli una sorta di idolo polemico antinovecentesco ante litteram; ma non e' difficile avvertire nell'accenno alla 'stupenda possibilita' di descrizione' e nella sottintesa ammirazione per la vastita' del suo influsso, un'adesione a Pascoli (e quindi - surrettiziamente - a quanto egli anticipa nel novecentismo) che si era manifestata e manifestera' del resto concretamente in tanta parte della poetica e poesia pasoliniana. Questa presenza di componenti pascoliane e novecentesche - a livello sentimentale o metrico-stilistico - e' stata gia' ampiamente studiata dalla critica, nei suoi momenti attivi e passivi.
[...]
Nel suo Pascoli Pasolini mostra a un certo punto una chiara consapevolezza dei diversi livelli del decadentismo italiano ed europeo (in rapporto alle rispettive borghesie) ma finisce per sottolineare soltanto il carattere ritardato e involutivo del primo.
Per quanto riguarda inoltre la presa di coscienza della crisi, in molte pagine saggistiche dello stesso Pasolini e di Leonetti essa non puo' non risentire in qualche modo del fatto di essere in larga misura filtrata soprattutto attraverso le sue manifestazioni ermetico-novecentesche".[1]

L'inserimento nella Piccola antologia, e la motivazione da parte di Pasolini, di un brano degli Erotopaegnia di Sanguinetti, provoca da parte sua l'invio di una lunga "lettera aperta" in versi; lettera che riprende ironicamente e polemicamente la terzina e l'endecasillabo di Pasolini, rovesciando il titolo di Una polemica in versi a Una polemica in prosa. Il tono della "lettera aperta" di Sanguinetti risente molto della polemica personale, ma fa affiorare motivi che saranno ripresi nel dibattito sulle nuove avanguardie, e oltretutto stimola "Officina" ad alcuni ripensamenti.
Cosi', dopo qualche anno, Franco Fortini: " Fra Pasolini e Sanguinetti, era Pasolini ad aver ragione; ma in quel momento Sanguinetti era nel vento o stava per entrarci".

"E' interessante anzitutto notare come l'antistoricismo, pur cosi' personalizzato, di Sanguinetti, provochi una sorta di complesso da parte di "Officina": il senso, cioe', di uno storicismo vulnerabile, e per questo da ridimensionare nel momento stesso in cui lo si riafferma. I riconoscimenti piu' o meno espliciti di un diverso antinovecentismo e antipetrarchismo in Sanguinetti o in altri autori antologizzati da Pasolini, possono significare una implicita rinuncia a una esclusiva storicistica in questa direzione: con una certa correzione di tiro, anche".[1]

"Nella Posizione Pasolini pone al centro della sua esperienza la realta' oggettiva di un "mondo scisso in due" dalla Resistenza - ma al tempo stesso - contro ogni sbrigativa quanto velleitaria liquidazione del passato - sottolineando l'esigenza di una critica consapevolezza dei retaggi ermetico-novecenteschi e borghesi originari, e soprattutto la necessita' di vivere fino in fondo "lo stato di crisi" e di "divisione" (della societa' e della coscienza), al di la' di ogni astratta "rimozione" prospettivistica (in polemica con certe posizioni comuniste).
Certo, Pasolini assume qui un idolo polemico (Falqui) decisamente ritardato, e tende talora a un connotazione riduttiva della crisi (nei termini di quella identita' fascismo-novecentismo); e tuttavia egli riesce ad impostare con attiva contraddittorieta' - grazie anche a certe profonde implicazioni della sua polemica antinovecentesca - la feconda poetica del "dramma irrisolto". In questo senso sara' la liberta' stilistica che, in "Officina" (oltre a riprendere e maturare altri spunti critici precedenti), si porra' come una delle chiavi di lettura piu' illuminanti della raccolta (e poesia) delle Ceneri di Gramsci.
Con la sua caratteristica impostazione gramsci-continiana, Pasolini ricostruisce qui il suo curriculum, dal noviziato novecentesco chiuso in una liberta' stilistica illusoria, irrazionale e squisita (primo tempo friulano, in particolare), alla rinuncia nei confronti di essa per misurarsi con la problematica morale e storica contemporanea. La polemica sui due fronti, considerati come le due facce del neo-sperimentalismo epigono del novecentismo, dopo le cautele tattiche iniziali (si noti l'accento posto sull'intento "solo descrittivo"), si fa piu' esplicita e "programmatica" che nel Neo-sperimentalismo. E cosi' pure l'alternativa di uno sperimentalismo "radicalmente" e autenticamente innovatore, "sprofondato in una esperienza interiore" e "tentato" nei confronti della "storia", decisamente critico verso gli "istituti precedenti" e orientato a una riadozione di "modi stilistici prenovecenteschi", di un "linguaggio razionale" e implicitamente di una tradizione pluringuistica".[1]

Cosi' Francesco Leonetti nel 1973 si esprime sulla polemica anti-novecentesca:

"E' corrente in 'Officina' l'intenzione 'antinovecentesca', che va intesa a mio avviso in questo modo. [...] Si tratta di ritrovare una linea diversa della letteratura italiana. Ed e' qui, che, per alcuni numeri di 'Officina', avviene allora un predominio della posizione di Pasolini stil-critico: in quanto egli raccoglie da Contini-Longhi, e, dietro ad essi, da De Lollis, un'interpretazione della linea dominante come petrarchesca, anche il Leopardi. Ora io stimo cio' caratteristico della considerazione neutrale, prevalentemente stilitstica-linguistica, del lavoro letterario, e intendo rivedere a fondo questo problema. Ma tale via ebbe buon gioco contro il realismo facile del tempo; e personalmente a Pasolini e ad altri permise - insieme al consenso motivato dei maggiori critici - l'orientamento verso il plurilinguismo, il gergale (pseudo-sociologico), malinteso come alternativa originariamente 'dantesca', e, via via, verso la combinazione espressiva che e' pura tensione di significanti. Se si accetta questa rapida nota - che piu' olte potro' forse sviluppare se ne puo' inferire che la sucessiva 'avanguardia letteraria' e' una prosecuzione (con sofferenza di Pasolini) della sua stessa scelta, attraverso rinuncia alla elaborazione di contenuti e forme".

Con Marxisants Pasolini esprime la sua visione del capitalismo come oppressore del mondo sottoproletario, di cui soltanto un Partito Comunista rigenerato potra' diventare il difensore. Questa visione viene espressa in uno dei "Nuovi epigrammi" della Religione del mio tempo, intitolato Alla bandiera rossa:

"Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perche' lui esista:
chi era coperto di croste e' coperto di piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese africano,
l'analfabeta una bufala o un cane.
Che conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa,
sta per non conoscerti piu', neanche coi sensi:
tu che vanti gia' tante glorie borghesi ed operarie,
ridiventa straccio, e il piu' povero ti sventoli".

In Marxisants Pasolini oscilla tra la polemica politica e personale, nella ricerca di un compito adeguato alla funzione dello scrittore, tra l'analisi della nuova condizione dell'intellettuale e la dichiarazione di poetica, con prevalenza di questo secondo elemento. Lo scrittore quindi deve adoperarsi in una attivita' di ricerca e nella "riassunzione del sottoproletariato come oggetto di letteratura". Marxisants, come Le ceneri Gramsci, rappresenta la crisi tra l'essere con Gramsci o nelle "buie viscere", tra ideologia e passione.

"Si veda, poi, come "Marxisants" tenda a reimpostare i noti termini letterari della polemica sui due fronti, sia pure aggiornati. C'e' infatti la critica al neosperimentalismo-neorealismo come letteratura "impegnata" criptoermetica, nel non lontano ieri, e l'identificazione polemica reazione - "squisitezza", nella sua piu' aggiornata versione "neocapitalistica"; con l'indicazione alternativa del recupero di una tradizione alto-borghese "liberale", di una razionalita' precedente all'involuzione novecentesca e fascista. Ma ormai l'impostazione socio-politico-linguistica pasoliniana appare appare notevolmente semplificata, mentre del resto questo recupero di un "pieno e forte razionalismo" prenovecentesco rivela tutto il suo carattere ritardato e contraddittorio e volontaristico."[1]

Nel 1973 Pasolini, richiesto di un giudizio sull'esperienza officinesca da Gian Carlo Ferretti, scrive un pezzo intitolato "Una rivista polivante", riportato di seguito:

"Niente dovrebbe essere piu' datato di 'Officina', e invece niente lo e' meno. Essa dovrebbe essere un fossile degli anni cinquanta, e invece non lo e'. Si dovrebbe avere di essa l'impressione di qualcosa di compreso in un tutto o completamente assimilato o integrato per sempre: invece essa si distacca da quel tutto come un elemento eslege, a se'. E' la sua qualita' prefiguratrice di fenomeni che sono e restano ancora attuali (la rivangelizzazione marxista, il razionalismo gauchista - quel poco che c'e')? Oppure e' il fatto ch'essa e' stata un unicum circa due decenni fa, e quindi, come tale, destinata a una memoria particolare? Oppure ancora e' la sua strana sinteticita' sperimentale, che poneva problemi dandone soluzioni solamente possibili e molto stringate? Oppure e' la sua sostanziale polivalenza?
A proposito di questa ultima ipotesi (che mi pare la piu' rilevante, anche se le altre possono coesistere con essa) vorrei notare come tale polivalenza sia spiata dalle diverse valenze che essa assume se vista attraverso le funzioni particolari dei suoi coautori o condirettori dopo la diaspora. L'enciclopedismo famelico di Leonetti che muta incessantemente i riferimenti di una ideologia che aspira a essere se non dogmatica o ortodossa, certamente 'corretta'; il moralismo assillante di Fortini che ritocca perpetuamente ogni posizione raggiunta perche' divenuta, cosi', potenzialmente pragmatica ed egli e' quindi costretto ad avere una perpetua fiducia nel pragma come unico ribollente fornitori di nuovi temi (la contestazione, per es.); il moralismo negativo di Roversi, che, al pragma (come storia che si fa) si rivolge direttamente come a uno oscuro-luminoso nettare conoscitivo, esternamente deludente, invece (mi riferisco ancora alla contestazione "storica" degli anni intorno al '68). Di me taccio. Ma chiunque potrebbe apprestarmi una didascalia pubblicamente attendibile.
Cio' che irrita e dispiace in 'Officina' e' la sua ingenuita', che e' anche il suo merito. Il non aver saputo prevedere l'imminente neocapitalismo e la rinascita fascista, e', per i suoi direttori, umiliante. Ed e' umiliante anche la sua 'critica' ai valori - quelli della sinistra - in una sostanziale accettazione e quasi adulazione di tali valori. Non c'erano in 'Officina' ne' disobbedienza, ne' estremismo: c'era la calma della ragione che ricostruisce. Ma non era vera calma; oppure era una calma ingiustificata. In realta' chi redigeva 'Officina' - potenzialmente, solo potenzialmente - si aggingeva a prendere il posto di coloro che criticava, con vitalita', rigore, ma anche con rispetto. Si accingeva cioe' alla presa del potere. 'Officina', senza volerlo, e' stata un primo piccolo esempio di potere intellettuale (seguito poi dai suoi avversari, che nel loro odio verso di essa, altro non hanno desiderato che ricrearla in forma diversa). Solo la sostanziale onesta' di tutti i suoi autori ha impedito che questa possibilita' si realizzasse, e avvenisse il passaggio cioe' la codificazione con, appunto, la conseguente forma di potere. Quando cio' stava per accadere, 'Officina' si e' autoeliminata. Ma sono i destini particolari e singoli della diaspora che, ripeto, integrano il suo quadro laconico, enigmatico e imperfetto, anche se tanto degno di lode".
L'ultimo numero di 'Officina', il secondo della nuova serie, esce nel maggio-giugno del 1959.

Massimiliano Valente
 
giugno 1997
 

[1] Gian Carlo Ferretti - "Officina - cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta" - Einaudi
 

Fonte:
http://pigi.unipv.it/_PPP/OFF.html




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti - Qui: Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

sabato 5 settembre 2015

Pasolini - Le ceneri di Gramsci

"ERETICO & CORSARO"

 

Le ceneri di Gramsci
 
 
Pubblicata nel 1957, questa raccolta di poesie rappresenta il punto piu' alto della poesia pasoliniana. Consiste in undici poemetti: L'Appennino, Il canto popolare, Picasso, Comizio, L'umile Itailia, Quadri friulani, Le ceneri di Gramsci, Recit, Il pianto della scavatrice, Una polemica in versi, La terra di lavoro.

Le ceneri di Gramsci costituisce, nel panorama letterario del Novecento, un'opera fondamentale che rifiuta i toni della poesia novecentesca. Anticipando e negando le neo-avanguardie, Le ceneri di Gramsci si rifanno a una tradizione precedente, anche nella forma metrica, costituita da poemetti in terzine.Un'opera di impegno civile e sperimentalismo formale in cui il poeta rappresenta in tutta la loro drammaticita' le contraddizioni, consapevolmente vissute, del proprio pensiero.
"C'e' del carduccianesimo, senza dubbio, in Pasolini: nell'enfasi troppo frequente del discorso, nello stesso piglio populistico e giacobineggiante. Ma si tratta di un carduccianesimo generalmente filtrato attraverso la lezione di Giovanni Pascoli, un poeta verso il quale Pasolini dimostra di avere piu' di una conoscenza umana e letteraria
(......)

L'umile Italia e' composta in strofe di dieci novenari. La famosa La mia sera e' composta di strofe di sette novenari, piu' un senario di chiusura, che rima con il penultimo novenario. Altre analogie ci permettono in questo caso di pensare ad un rapporto ancora piu' stretto, ad una lettura diretta del testo pascoliano. Nell'umile Italia troviamo: "leggera e' la gioia" (e sembrerebbe espressione tipicamente pascoliniana); ne La mia sera: "una gioia leggera". In Pascoli: "Che voli di rondini intorno! che gridi nell'aria serena!"; in Pasolini il motivo delle rondini volanti e stridenti sulle piazze italiche e' ripreso e ampliato nella terza e quinta strofa".(1)

Con queste parole Alberto Asor Rosa nel suo Scrittori e popolo in riferimento all'"eccesso di tensione" presente nei primi componimenti dell'opera: L'Appennino, Canto popolare, Umile Italia, e i riferimenti letterari di Pasolini.

Ma e' sul presunto populismo di Pasolini che si incentra l'anilisi di Asor Rosa:

"E' da osservare, innanzi tutto, che il populismo pasoliniano fa ora un altro passo innanzi verso una coerente completezza. Se la fase dei primi poemetti aveva rappresentato per lo scrittore il passaggio da un populismo istintivo a un populismo cosciente, ora il populismo comincia a caricarsi di un preciso significato politico. Dietro l'ideologia del populismo si profila la presenza di una cultura, che si fa garante e in un certo senso testimone oggettiva, storica della visione pasoliniana di popolo. Si fanno i nomi di Croce e Gobetti, quasi a testimoniare la comparsa di una dimensione morale; si fa, soprattutto, il nome di Gramsci, e dietro o in Gramsci s'individua la funzione attiva, rivoluzionaria, di un'ideologia marxista".(1)

Alle accuse di populismo cosi' Pasolini risponde su Vie Nuove:

"[....] Salinari mi chiama, senza mezzi termini, senza appello, 'populista'. Ebbene, se egli usa questo termine nel senso in cui lo usa Lenin, in una concreta situazione storica, per definire un concreto movimento storico (quello che vedeva la rivoluzione come un prodotto delle classi contadine, al di fuori della guida delle aristocrazie operaie), rifiuto natuaralmente di essere definito 'populista'. Sarei un imbecille se pensassi che la Rivoluzione si puo' fare a Melissa, senza Modena. Ma se Salinari usa il termine populista, nel senso che ormai la parola ha preso correntemente, cioe' nel senso di 'marxista che ama il popolo di un amore preesistente al marxismo, o in parte al di fuori di esso', allora potrei anche accettare tale definizione"(7)

"I campi del Friuli (con questo titolo il poemetto Quadri friulani apparve su "Officina") si aprono sotto il segno della mitologia friulano-materna "amata con dolcezza e violenza, torbidamente e candidamente", del "regresso" all'"incantevole paesaggio" dell'adolescenza, "oggetto di accorata nostalgia". Ma quella mitologia originaria - secondo un processo che si segue lungo tutto il curriculum pasoliniano - tende subito a svilupparsi in una serie di reincarnazioni: che tuttavia sono ancora, qui, le piu' tenere ed elusive. Riaffiora cioe' l'antico nesso tra "religione" della giovanile "passione", intenerimento pascoliano e simpatia evangelico-populista per gli umili, che era stato al centro della prima fase dell'Usignolo della Chiesa Cattolica (comprendente poesie scritte tra il 1943 e il 1949, ma pubblicato nel 1958). E si delinea una mitica civilta' contadina segnata da un miracolo irripetibile, che attraverso la raffinata e sapiente esegesi dei colori e delle immagini di Zigaina, ricostituisce un intatto mondo estetico-viscerale.

Sara' nella seconda meta' del poemetto, all'insorgere del constrasto con la storia, che Pasolini attingera' alla dolorosa consapevolezza della sua grande stagione: l'incapacita' a scegliere una nuova "misura", l'angosciata impotenza che trova sbocco solo nei "sorgivi sogni dell'esistenza", la sensazione crescente della loro vanita', la problematica insomma del poemetto delle Ceneri di Gramsci torna qui a riaprire ferite profonde. Ma ormai Pasolini non tenta neppure una estrema difesa di quei sogni, e guarda con una tensione sterile e disperata al "sicuro" mondo di valori razionali e storici dei quadri di Zigaina, nei quali la mitica civilta' friulana si trasforma alla fine in una societa' di "uomini interi", inserita con il suo lavoro e le sue lotte in uno sviluppo storico dal "sereno futuro". E anche se il poemetto torna a perdere la forza nel finale (limitando i vasti echi del conflitto pasoliniano), la ristorante consapevolezza della vanita' di quel mito e della propria incapacita' di conversione alla storia, approda a pensieri di morte che sembrano segnare il passaggio dalle Ceneri di Gramsci alle poesie del 1956, dalla penetrazione del proprio "dramma irrisolto" alla penetrazione della propria disperazione come unico modo di sopravvivere. Certo, Pasolini aspira a una "purezza" e a una "vita" che denunciano pur sempre il suo tenace mondo originario, e rovescia sostanzialmente la mitologia friulano-adolescenziale in un'altra mitologia, quella di una maturita' inattingibile (motivo dominante di tanti versi dell'Usignolo della Chiesa Cattolica) Ma qui e altrove va colta soprattutto la crisi che il mondo esterno, il "grande mondo", la storia, aprono nella sua coscienza, e che egli accetta di vivere senza elusioni".[8]


Le ceneri di Gramsci e il poemetto centrale dell'opera; composto nel 1954 ne rappresenta il punto piu' alto.
Cosi' Pasolini nelle note alla fine del volume:

"Gramsci e' sepolto in una piccola tomba del Cimitero degli Inglesi, tra Porta San Paolo e Testaccio, non lontano dalla tomba di Shelley. Sul cippo si leggono solo le parole: 'Cinera Gramsci', con le date"(4)

Il poemetto si apre con un inizio lento con ritmo cadenzato. Vi e' contrasto tra il laico cimitero in cui e' sepolto Gramsci e lontano battere delle incudini, dal quartiere popolare di Testaccio, non lontano da li', ma gia' un altro mondo, un'altra vita. Il Gramsci di quel cimitero non e' quello della prigionia, della lotta, ma "non padre, ma umile fratello"(2), quindi indifeso e solitario. E' riscontrabile in questa idealizzazione di Gramsci la figura del fratello partigiano assassinato: anch'egli giovane e indifeso. Ma il centro del poemetto si sposta sulla figura del poeta, mentre Gramsci viene "preso, ripreso e abbandonato piu' volte con un ritmo spezzato quasi a testimoniare la difficolta' di una precisa definizione.(....) Come se il poeta, volgendo lo sguardo direttamente su di se', acquistasse maggior forza, maggior interesse".(1)

Il popolo assume una valenza di sincerita', quasi religiosa:

"Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere
con te e contro di te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;
del mio paterno stato traditore
- nel pensiero, in un'ombra di azione -
mi so ad esso attaccato nel calore
degli istinti, dell'estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, e' per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; e' la forza originaria
dell'uomo, che nell'atto s'e' perduta,
a darle l'ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro piu'
io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia.."(2)

Gramsci rappresenta una dimensione storica, a cui il poeta si riferisce, ma che non intende come portatrice di progresso, che vede esclusivamente nella vitalita' prorompente del popolo.
Il pianto della scavatrice e' un lungo pometto in cui si fondono il ricorrente tema del tormento interiore del poeta, e il dramma di una societa' aberrante. Il pianto della scavatrice e' l'emblema di uno sviluppo che e' anche, e soprattutto, sofferenza per un futuro che si compie attraverso la lacerazione del passato. Un progressivo sviluppo che non avra' mai fine, portatore, quindi, di nuove ferite e nuove sofferenze. La scavatrice lancia il suo urlo quasi umano; ma in realta' e l'urlo del passato che muore.
"La notizia di cui si parla in questi versi, e che ne costituisce il trauma, e' l'annuncio, datomi da Attilio Bertolucci, della denuncia "per oscenita'" del mio romanzo Ragazzi di vita".(4)
Con queste parole lo stesso Pasolini spiega nelle note finali del volume il poemetto Recit.

"Mi aspettava nel sole della vuota piazzetta
l'amico, come incerto... Ah che cieca fretta
nei miei passi, che cieca la mia corsa leggera.
Il lume del mattino fu lume della sera:
subito me ne avvidi. Era troppo vivo
il marron dei suoi occhi, falsamente giulivo....
Mi disse ansioso e mite la notizia.
ma fu piu' umana, Attilio, l'umana ingiustizia
se prima di ferirmi e' passata per te,
e il primo moto di dolore che
fece sera del giorno, fu pel tuo dolore".(3)

In Comizio Pasolini ricorda il fratello Guido, assassinato in circostanze particolarmente tragiche e laceranti durante la lotta partigiana.

"Mio fratello Guido, dopo un anno di eroica lotta partigiana nelle file della "Osoppo", e' caduto sui monti della Venenzia Giulia nel febbraio del 1945"(4)

"E in questo triste sguardo d'intesa,
per la prima volta, dall'inverno
in cui la sua ventura fu appresa,
e mai creduta, mio fratello mi sorride,
mi e' vicino. Ha dolorosa accesa,
nel sorriso, la luce con cui vide,
oscuro partigiano, non ventenne
ancora, come era da decidere
con vera dignita', con furia indenne
d'odio, la nuova storia: e un'ombra,
in quei poveri occhi, umiliante e solenne....
Egli chiede pieta', con quel suo modesto,
tremendo sguardo, non per il suo destino,
ma per il nostro.... Ed e' lui, il troppo onesto,
il troppo puro, che deva andare a capo chino?
Mendicare un po' di luce per questo
mondo rinato in un oscuro mattino?"(5)

In La terra di lavoro il motivo centrale e' rappresentato dalla condanna degli "operai, che muti innalzano, nel rione dell'altro fronte umano".(6) Questo distacco, questa impossibilita' di comunicare e' anche innocenza di quella coscienza popolare che in questi versi viene esaltata:

"Gli e' nemico chi straccia la bandiera
ormai rossa di assassini,
e gli e' nemico chi, fedele,
dai bianchi assassini la difende.
Gli e' nemico il padrone che spera
la loro resa, e il compagno che pretende
che lottino in una fede che e' ormai negazione
della fede".(6)

Per Quadri friulani, come scrive lo stesso Pasolini: "questi versi sono stati scritti per una mostra del pittore Giuseppe Zigaina a Roma"(4)

Una polemica in versi:

"Sul n. 6 della rivista Officina usciva un mio scritto intitolato "La posizione", dove, quasi a concludere, si leggeva: "Quanto al posizionalismo, per cosi' dire, tattico dei comunisti, o nella fattispecie dell'Unita' o de Il contemporaneo, sarebbe atto da Maramaldo, in questo momento, infierire. La crudezza e la durezza ideologico-tattica di Salinari e altri era viziata da quello che Lukàcs - in una intervista concessa a un inviato appunto dell'Unita' durante i lavori del congresso del PCUS - chiama prospettivismo. L'ingenua e quasi illetterata (e anche burocratica) coazione teorica derivava dalla convenzione che una letteratura realistica dovesse fondarsi su quel prospettivismo; mentre in una societa' come la nostra non puo' venire semplicemente rimosso, in nome di una salute vista in prospettiva, anticipata, coatta, lo stato di dolore, di crisi, di divisione." Questo passo ha suscitato una reazione, certo sproporzionata presso la redazione de Il contemporaneo, che con illazioni poco generose (a cui generosamente, poi, si e' assunto l'incarico di rispondere Calvino, su Il contemporaneo stesso) mi ha attaccato in una sua rubrica polemica".(4)

"Una polemica in versi sembra spostare nettamente, fin dall'inizio, il tono e l'oggetto del discorso: essa nasce nel clima dei drammatici fatti che seguirono al "Ventesimo Congresso", tra l'estate e l'autunno del 1956. Non ha caso la critica, all'apparire della raccolta delle Ceneri di Gramsci che comprendeva tutti questi componimenti, cosi' come aveva assimilato tout court I quadri friulani (questo il nuovo titolo dei Campi del Friuli in volume) alla fase che precede le poesie del "dramma irrisolto", lasciandosi ingannare dalla collacazione della raccolta stessa; analogamente aveva considerato Una polemica in versi come l'esempio piu' tipico di una discussione ideologica e di una polemica politica che restano che restano al di qua di un discorso poetico. Commettendo in tal modo (dai vari e diversi punti di vista) un duplice errore. Giacche', se in una parte di questo poemetto prevale un tono troppo scopertamente e talora enfaticamente sentenzioso, ragionato e polemico nei confronti del partito comunista, in generale affiorano al di la' di cio' alcuni motivi fondamentali della ricerca poetica pasoliniana: in primo luogo, la reincarnazione della sua mitologia originaria in una mitologia popolare (l'"allegro" e tragico sottoproletariato dei romanzi) tutta intrisa di privata "passione". Ed e' questo semmai il vero limite. Ma ancora una volta Pasolini riesce a superarlo (in piu' punti del poemetto) nella visione doloroso di un "popolo oppresso" abbandonato a se stesso con le sue aspirazioni nascenti, che sembra preludere alla disperata visione di un mondo popolare ormai perduto e irrimediabilmente respinto fuori dalla storia, con la sua rivolta cupa e silenziosa (anche quando e' festosa e gridata): motivo gia' affiorato in precedenti pagine narrative e poetiche, che ispirera' tuttavia in modo piu' intimo La terra di lavoro. Un altro livello, cioe', di quella progressiva crisi delle mitologie originarie e delle loro reincarnazioni, che si approfondisce nel progressivo misurarsi del poeta con il "grande mondo".

Nelle poesie del 1956, in generale, la "svolta" del "Ventesimo congresso" e i tragici fatti che lo seguirono, inducono Pasolini a un riesame profondo di se stesso, complicando - tra cadute e arricchimenti - la poetica del "dramma irrisolto", della contraddizione "implacata", della condizione di "segnato" e "diviso" tra vecchio e nuovo mondo (privato e storico). Il 1956, in sostanza, dopo avergli dato luminose speranze, finisce per rendere la sua disperazione assoluta, totale, insanabile, ma non lo porta a ripiegarsi su se stesso, bensi' ad una sempre piu' acuta penetrazione della sua stessa disperazione e della sua crisi irreversibile che attraversa le sue mitologie.

Ma un discorso particolare va condotto sulla originalissima operazione linguistica e metrico-stilistica delle poesie raccolte nelle Ceneri di Gramsci; operazione in cui la poetica del dentro-fuori si manifesta con tutta la sua carica innovativa, esprimendosi a tutti i livelli della scrittura nel segno dell'antitesi, della contraddizione, della "sineciosi".

Estetismo novecentesco ed estetismo della "cattiva prosa", immagini squisistamente miniate e immagini crudemente naturalistiche, parole preziosi e termini di derivazione popolare-gergale, sperimentazioni postermetiche e sperimentazioni neorealistiche, descrittivismo paesistico e discussione ideologica, sfogo atuobiografico e contemplazione abbandonata della realta' "poeticismo" e "impoeticita'", tentazione lirica e "impegno" narrativo, struttura chiusa del poemetto e del verso di tradizione prenovecentesca (la terzina, l'endecasillabo, la rima) e irrazionale disfrenamento che ne rompe l'ordine: ecco i termini estremi di una sperimentazione arditissima che, presi separatamente, possono essere considerati egualmente "ritardati" o "inautentici", frutto di tradizioni esaurite o di un programmatico volontarismo, ma che arrivano a creare una "miscela" dirompente e nuova laddove Pasolini, sotto la spinta della sua contrastata tensione razionale e gramsciana, sappia penetrarli e viverli come momenti in un autentico dramma"..[8]

 
(1) Alberto Asor Rosa - Scrittori e popolo - il populismo nella letteratura italiana contemporanea - Einaudi
(2) Pier Paolo Pasolini - Le ceneri di Gramsci - Garzanti
(3) Pier Paolo Pasolini - Recit - Garzanti


(4) Pier Paolo Pasolini - Note al volume Le ceneri di Gramsci - Garzanti
(5) Pier Paolo Pasolini - Comizio - Garzanti
(6) Pier Paolo Pasolini - La terra di lavoro - Garzanti
(7) Pier Paolo Pasolini - da un articolo su Vie Nuove del 9 novembre 1961 intitolato "una polemica su politica e poesia", raccolto in Le belle bandiere - Editori Riuniti
(8) Gian Carlo Ferretti - "Officina", cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta - Einaudi

 

Fonte:
http://pigi.unipv.it/_PPP/Lec.html




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti - Qui: Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.