sabato 31 ottobre 2015

Pasolini, le Celebrazioni su Rai Cultura

"ERETICO & CORSARO"


Celebrazioni
su Rai Cultura


Rai Storia, Rai scuola e Rai 5 celebrano così il 40° Anniversario dalla morte di Pier Paolo Pasolini.

Rai Storia


Mercoledì 28/10/2015
ore 19.00 – dur. 30’
Storie della Letteratura - Le ceneri di Pasolini di Isabella Donfrancesco e di Alessandra Urbani, regia di Laura Vitali
Dacia Maraini, Piero Gelli (suo primo editor per Garzanti) e Ninetto Davoli raccontano la dimensione personale, intellettuale, artistica e civile di Pier Paolo Pasolini.

Mercoledì 28/10/2015
ore 23.30 - dur. 01h 28’
Comizi d'amore, 1965, regia di P. P. Pasolini.
La celebre inchiesta itinerante di Pasolini: le opinioni degli italiani sull'amore e sul sesso.

Giovedì 29/10/2015
ore 23.30 – dur. 17’
Pasolini in Terra Santa, 1968, regia di Angelo D'Alessandro.
I luoghi dove visse e predicò Gesù vengono commentati da Pier Paolo Pasolini attraverso le immagini del viaggio del regista in Palestina impegnato, anni prima, a realizzare il film "Il Vangelo secondo Matteo".

  Venerdì 30/10/2015
ore 23.30 – dur. 32’
Tv7 – Appunti per un film sull'India, 1968, regia di P. P. Pasolini.
Un taccuino di viaggio: l'India dal mito alla realtà, in un documentario realizzato da Pasolini per "Tv7".

  Sabato 31/10/2015
ore 21.30 – dur. 58’
Eco della Storia – Pier Paolo Pasolini. Rabbia, passione, ideologia (1^tx), regia di Nicoletta Nesler
"Abbiamo perso un poeta e di poeti in un secolo non ne nascono tanti". Queste le parole di Alberto Moravia dopo la tragica morte di Pasolini il 2 novembre 1975. Eco della Storia ospita Walter Veltroni per fare un percorso nella vita e nel pensiero dell'ultimo grande intellettuale italiano.

ore 23.30 – dur. 58’
III B: Facciamo l'appello – Pier Paolo Pasolini, 1971, di Enzo Biagi, regia di Pier Paolo Ruggerini.
È il 1971 e Pier Paolo Pasolini incontra i suoi vecchi compagni di scuola nella celebre trasmissione di Enzo Biagi "III B: Facciamo l'appello".

  Domenica 1/11/2015
ore 18.00 – dur. 1h 18’
Punti di Vista – La rabbia di Pasolini, 2008, regia di P.P. Pasolini, realizzazione di Giuseppe Bertolucci.
Nel 1963 Pier Paolo Pasolini, realizza un film che analizza polemicamente i fenomeni e i conflitti sociali e politici del mondo moderno. Nel 2008 Giuseppe Bertolucci riorganizza il film pasoliniano, aggiungendo all'episodio già noto la ricostruzione dei sedici minuti mancanti, ricostruzione effettuata utilizzando materiali filmati dell'epoca (cinegiornali), dalla morte di De Gasperi all'avvento della televisione.

  ore 20.30 e 23.30– dur.43'
Il Tempo e la Storia – Pasolini e la fede, Massimo Bernardini in studio con lo storico Alberto Melloni.
Uno dei  più complessi e trasgressivi  intellettuali del '900: Pier Paolo  Pasolini. Il prof. Melloni analizza il suo rapporto con la fede e la religione.

Ore 01.40 – dur. 09'
Pasolini intervista Ezra Pound (replica) 1968, di P.P. Pasolini
Pier Paolo Pasolini nell'autunno del 1968 incontra per la prima volta, a Venezia, il poeta americano Ezra Pound.

Ore 01.50 - dur. 01h 28'
Comizi d'amore, 1965, regia di P. P. Pasolini.
La celebre inchiesta itinerante di Pasolini: le opinioni degli italiani sull'amore e sul sesso.

Ore 03:15 - dur. 17'
Pasolini in Terra Santa, 1968, regia di Angelo D'Alessandro.
I luoghi dove visse e predicò Gesù vengono commentati da Pier Paolo Pasolini attraverso le immagini del viaggio del regista in Palestina impegnato, anni prima, a realizzare il film "Il Vangelo secondo Matteo".

Ore 03:30 - dur. 32'
Tv7 – Appunti per un film sull'India, 1968, regia di P. P. Pasolini.
Un taccuino di viaggio: l'India dal mito alla realtà, in un documentario realizzato da Pasolini per "Tv7".

Ore 04:05 - dur. 58'
III B: Facciamo l'appello – Pier Paolo Pasolini, 1971, di Enzo Biagi, regia di Pier Paolo Ruggerini.
È il 1971 e Pier Paolo Pasolini incontra i suoi vecchi compagni di scuola nella celebre trasmissione di Enzo Biagi "III B: Facciamo l'appello".

Ore 05:00 - dur. 45'
Il sogno di una cosa - 1943-1949 Pasolini in Friuli, 1976, di Francesco Bortolini, regia di Nino Zanchin.
Il documentario vuole ricordare la figura dell'intellettuale "distaccandosi dalla facile retorica e dalla commemorazione convenzionale" e pone l'attenzione su un periodo poco esplorato della vita di Pasolini, gli anni giovanili vissuti in Friuli, attraverso le testimonianze di quanti conobbero e frequentarono il giovane Pasolini.

Ore 05.45 - dur. 43'
Il Tempo e la Storia – Pasolini e la fede, Massimo Bernardini in studio con lo storico Alberto Melloni.
Uno dei  più complessi e trasgressivi  intellettuali del '900: Pier Paolo  Pasolini. Il prof. Melloni analizza il suo rapporto con la fede e la religione.

Ore 06:30 – dur. 30'
Storie della Letteratura – Le ceneri di Pasolini (1^ tx) di Isabella Donfrancesco e di Alessandra Urbani, regia di Laura Vitali
Dacia Maraini, Piero Gelli (suo primo editor per Garzanti) e Ninetto Davoli raccontano la dimensione personale, intellettuale, artistica e civile di Pier Paolo Pasolini.

Ore 07:00 – dur. 28'
Storie sospette -  Pier Paolo Pasolini (replica) di G. Borgna, G. Governi, regia di Silvio Governi.
Un'inchiesta sui retroscena della morte di Pier Paolo Pasolini.

Ore 07:30 – dur. 52'
Eco della Storia – PIER PAOLO PASOLINI. Rabbia, passione, ideologia (1^tx), conduce Gianni Riotta, regia di Nicoletta Nesler
"Abbiamo perso un poeta e di poeti in un secolo non ne nascono tanti". Queste le parole di Alberto Moravia dopo la tragica morte di Pasolini il 2 novembre 1975. Eco della Storia ospita Walter Veltroni per fare un percorso nella vita e nel pensiero dell'ultimo grande intellettuale italiano.

Lunedì 2/11/2015
ore 11.50 e 20.30 – dur. 09'
Pasolini intervista Ezra Pound (replica) 1968, di P.P. Pasolini
Pier Paolo Pasolini, visibilmente emozionato, nell'autunno del 1968 incontra per la prima volta, a Venezia, il poeta americano Ezra Pound.

  ore 19.30 – dur. 59'
Un uomo fioriva, 2013, regia di Enzo Lavagnini.
Un racconto dell'esperienza romana di Pasolini, l'incontro con la bellezza della Capitale e il primo impatto con la vita di borgata.

Rai Tre


Lunedì 2/11/2015
ore 13,10
ore 20.50 – dur. 43'
Il Tempo e la Storia –– Pasolini e l'Italia. Lo sguardo di un eretico (1^tx) Massimo Bernardini in studio con lo storico Giovanni De Luna
Una nuova puntata del programma di approfondimento storico condotto da Massimo Bernardini.

  ore 23.30 – dur. 28'
Storie sospette - Pier Paolo Pasolini di G. Borgna, G. Governi, regia di Silvio Governi.
Un'inchiesta sui retroscena della morte di Pier Paolo Pasolini.

Martedì 3/11/2015
ore 22.00 – dur. 52'
(in replica lunedi 9 novembre ore 1,15 su Raiuno)
Paolo Mieli presenta Italiani – Pier Paolo Pasolini. Il santo infame (1^tx) di Daniele Ongaro, regia di Graziano Conversano.
Il racconto inedito di Rai Storia, narrato da Libero De Rienzo, per il 40° anniversario dalla morte di Pierpaolo Pasolini: il suo pensiero, il clima repressivo in cui si trovò ad operare, la fragilità della sua vita privata.
Fra gli intervistati: il cugino poeta Nico Naldini, le amiche Adriana Asti e Dacia Maraini, colleghi come Ugo Gregoretti, amici e collaboratori, storici e ricercatori.

Rai Scuola


Domenica 1/11/2015
ore 19.00 - dur. 59’
Scrittori per un anno –l'India di Pasolini e Moravia, 2012, di Isabella Donfrancesco e Alessandra Urbani, regia di Daniela Mazzoli.
Il documentario è introdotto dalle riflessioni di Giorgio Montefoschi e Dacia Maraini, che ricordano il viaggio in India di Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini (1961).
Un viaggio che diede vita a due libri che tradiscono i diversi approcci dei due scrittori: quello più razionale e freddo di Moravia con Un'idea dell'India, e quello più viscerale di Pasolini con  L'odore dell'India.

Sabato 31/10/2015
ore 20.30 -dur. 30’
In Italia presenta: il tesoro della poesia italiana dalle origini al Novecento – Pier Paolo Pasolini, 2011, regia di Giulio Graglia, conduce Guido Davico Bonino.
Guido Davico Bonino introduce le letture di alcune poesie di Pasolini, interpretate da Luciano Virgilio, e commenta in studio con gli esperti.

Rai 5


Lunedì 26/10/2015
ore 21.15 – dur. 60'
Affabulazione I^ TX di Pier Paolo Pasolini, regia di Carlo Tuzii, con Vittorio e Alessandro Gassman, Fanny Ardant, Annie Girardot, Ninetto Davoli, Carlo Monni.
Affabulazione è una tragedia pasoliniana del 1966, composta da otto episodi in versi liberi, un prologo e un epilogo, messa in scena per la prima volta nel 1977 da Vittorio Gassman, protagonista con il figlio Alessandro anche di questa versione televisiva, diretta da Carlo Tuzii negli anni '80. Tra Sofocle e Pasolini, rivive una moderna rivisitazione del mito della gelosia tra padre e figlio. Un uomo di mezza età, esperto del mondo e della realtà della vita, tenta disperatamente di distruggere la virilità del figlio. Il ragazzo è alle prese con un sempre più accecante istinto di morte. La sua impresa fallirà miseramente e il padre, perse tutte le sue certezze, finirà vagabondo e solo a portare una testimonianza affabulatoria delle angosce che affliggono il mondo.

ore 23.00 – dur. 90’
Dramma teatrale Turcs Tal Friul I^ TX regia di Elio De Capitani, musiche di Giovanna Marini, con Lucilla Morlacchi, Giovanni Visentin.
All'interno della chiesa di Santa Croce si trova una lapide votiva che ricorda l'invasione dei Turchi del 1499. A questa lapide votiva è ispirato il dramma teatrale Turcs tal Friûl, un atto unico in friulano scritto da Pasolini durante il corso drammatico della guerra. Questo cammeo drammaturgico è riemerso postumo nel 1976, ma fu composto a Casarsa, a partire dal maggio 1944. Il testo si situa al crocevia di tante e diverse sollecitazioni: i racconti della madre di Pier Paolo; il fatto storicamente documentato della reale ondata aggressiva dei Turchi che lambirono il Friuli nel 1499, sfiorando e risparmiando il paese di Casarsa; la ferocia contemporanea della seconda guerra mondiale, che in quel 1944 trasformò Casarsa in luogo di pericolo e di allarme, con invasioni naziste, azioni partigiane, bombardamenti anglo-americani che miravano al ponte e alla ferrovia sul Tagliamento.  Lo spettacolo è stato registrato all'aperto, in un borgo friulano.

Sabato 31/10/2015
ore 21.15 – dur .90’
Una giovinezza enormemente giovane I^ TX di Gianni Borgna, regia di Antonio Calenda con Roberto Herlitzka.
Il monologo teatrale è ispirato agli scritti e alla vita del poeta di Casarsa e si sgrana come la memoria di un sogno - o di un incubo - oscillando tra l'invettiva giornalistica, propria degli editoriali pasoliniani sul "Corriere della Sera" e "Paese Sera", e la divinazione profetica, sul piano sociale e politico. Pasolini, evocato in morte, è spettatore della propria fine all'Idroscalo di Ostia. Lo spettacolo è stato registrato al Teatro Argentina di Roma nel novembre 2014 per la regia televisiva di Sabrina Salvatorelli.

Domenica 1/11/2015
ore 21.15 – dur. 50’
Uno speciale de Lo Stato dell'Arte I^ TX condotto da Maurizio Ferraris, regia di Andrea Montemaggiori.
Una puntata speciale del nuovo programma di Maurizio Ferraris con ospiti e documenti filmati, dedicato agli aspetti più contraddittori della fortuna letteraria di P. P. Pasolini.

Lunedì 2/11/2015
ore 21.15 – dur. 80' (replica)
Laboratorio Ronconi - Calderon
L'intervista, realizzata nel 1979 da Miklós Jancsó, è dedicata al regista Luca Ronconi e verte sulla sua vita personale ed artistica e la scelta di dedicarsi al teatro e in particolare, in quel momento preciso della sua carriera, di intraprendere la realizzazione del Calderon di Pier Paolo Pasolini nell'ambito del laboratorio teatrale di Prato.

ore 22.35 – dur. 90'
'Na specie de cadavere lunghissimo I^ TX regia di Giuseppe Bertolucci, con Fabrizio Gifuni
Fabrizio Gifuni affronta con grande intensità un lavoro particolarmente ambizioso: trovare il nodo poetico che ha unito Pier Paolo Pasolini ai suoi assassini. Sotto la guida del regista Giuseppe Bertolucci, nasce un progetto teatrale che mette insieme i testi più polemici e politici di Pasolini (fra cui Scritti corsari, Lettere luterane e l'ultima intervista rilasciata a Furio Colombo poche ore prima di morire) a un poema di Giorgio Somalvico (Il pecora). Quest'ultimo descrive in endecasillabi, in un romanesco reinventato, il delirio di un assassino, un giovane borgataro senza valori né cultura antropologicamente intesa. E' uno dei tanti sottoproletari descritti con pena e preoccupazione dal poeta di Casarsa.


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Pasolini - Io sono di natura molto allegra.

"ERETICO & CORSARO"



L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.

***

I beni superflui rendono superflua la vita.

***

Non è affatto vero che io non credo nel progresso, io credo nel progresso. Non credo nello sviluppo. E nella fattispecie in questo sviluppo. Ed è questo sviluppo che da alla mia natura gaia una svolta tremendamente triste, quasi tragica.

***

Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro.




“Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri modelli di comportamento. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere...”  
*


“La mia corsa non e' una
cavalcata ma un essere
trascinato via con il corpo
che sbatte sulla polvere
e sulle pietre.” 



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venerdì 30 ottobre 2015

Le ceneri di Gramsci

"ERETICO & CORSARO"

 
 
Le ceneri di Gramsci 
Le ceneri di Gramsci da nome alla raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini pubblicata da Garzanti nel 1957.
 
 
I
Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l'abbaglia
con cieche schiarite... questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo
alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio... Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,
tra le vecchie muraglie l'autunnale
maggio. In esso c'è il grigiore del mondo,
la fine del decennio in cui ci appare
tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo...
Tu giovane, in quel maggio in cui l'errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore,
quanto meno sventato e impuramente
sano
dei nostri padri - non padre, ma umile
fratello - già con la tua magra mano
delineavi l'ideale che illumina
(ma non per noi: tu morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell'umido
giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi?, che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. Noia
patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d'incudine
dalle officine di Testaccio, sopito
nel vespro: tra misere tettoie, nudi
mucchi di latta, ferrivecchi, dove
cantando vizioso un garzone già chiude
la sua giornata, mentre intorno spiove.
II
Tra i due mondi, la tregua, in cui non
siamo.
Scelte, dedizioni... altro suono non hanno
ormai che questo del giardino gramo
e nobile, in cui caparbio l'inganno
che attutiva la vita resta nella morte.
Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno
che mostrare la superstite sorte
di gente laica le laiche iscrizioni
in queste grigie pietre, corte
e imponenti. Ancora di passioni
sfrenate senza scandalo son arse
le ossa dei miliardari di nazioni
più grandi; ronzano, quasi mai
scomparse,
le ironie dei principi, dei pederasti,
i cui corpi sono nell'urne sparse
inceneriti e non ancora casti.
Qui il silenzio della morte è fede
di un civile silenzio di uomini rimasti
uomini, di un tedio che nel tedio
del Parco, discreto muta: e la città
che, indifferente, lo confina in mezzo
a tuguri e a chiese, empia nella pietà,
vi perde il suo splendore. La sua terra
grassa di ortiche e di legumi dà
questi magri cipressi, questa nera
umidità che chiazza i muri intorno
a smotti ghirigori di bosso, che la sera
rasserenando spegne in disadorni
sentori d'alga... quest'erbetta stenta
e inodora, dove violetta si sprofonda
l'atmosfera, con un brivido di menta,
o fieno marcio, e quieta vi prelude
con diurna malinconia, la spenta
trepidazione della notte. Rude
di clima, dolcissimo di storia, è
tra questi muri il suolo in cui trasuda
altro suolo; questo umido che
ricorda altro umido; e risuonano
- familiari da latitudini e
orizzonti dove inglesi selve coronano
laghi spersi nel cielo, tra praterie
verdi come fosforici biliardi o come
smeraldi: "And O ye Fountains..." - le pie
invocazioni...
 
III
Uno straccetto rosso, come quello
arrotolato al collo ai partigiani
e, presso l'urna, sul terreno cereo,
diversamente rossi, due gerani.
Lì tu stai, bandito e con dura eleganza
non cattolica, elencato tra estranei
morti: Le ceneri di Gramsci... Tra
speranza
e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato
per caso in questa magra serra, innanzi
alla tua tomba, al tuo spirito restato
quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa
di diverso, forse, di più estasiato
e anche di più umile, ebbra simbiosi
d'adolescente di sesso con morte...)
E, da questo paese in cui non ebbe posa
la tua tensione, sento quale torto
- qui nella quiete delle tombe - e insieme
quale ragione - nell'inquieta sorte
nostra - tu avessi stilando le supreme
pagine nei giorni del tuo assassinio.
Ecco qui ad attestare il seme
non ancora disperso dell'antico dominio,
questi morti attaccati a un possesso
che affonda nei secoli il suo abominio
e la sua grandezza: e insieme, ossesso,
quel vibrare d'incudini, in sordina,
soffocato e accorante - dal dimesso
rione - ad attestarne la fine.
Ed ecco qui me stesso... povero, vestito
dei panni che i poveri adocchiano in
vetrine
dal rozzo splendore, e che ha smarrito
la sporcizia delle più sperdute strade,
delle panche dei tram, da cui stranito
è il mio giorno: mentre sempre più rade
ho di queste vacanze, nel tormento
del mantenermi in vita; e se mi accade
di amare il mondo non è che per violento
e ingenuo amore sensuale
così come, confuso adolescente, un tempo
l'odiai, se in esso mi feriva il male
borghese di me borghese: e ora, scisso
- con te - il mondo, oggetto non appare
di rancore e quasi di mistico
disprezzo, la parte che ne ha il potere?
Eppure senza il tuo rigore, sussisto
perché non scelgo. Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra: amando
il mondo che odio - nella sua miseria
sprezzante e perso - per un oscuro
scandalo
della coscienza...
 
IV
Lo scandalo del contraddirmi,
dell'essere
con te e contro te; con te nel core,
in luce, contro te nelle buie viscere;
del mio paterno stato traditore
- nel pensiero, in un'ombra di azione -
mi so ad esso attaccato nel calore
degli istinti, dell'estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza: è la forza originaria
dell'uomo, che nell'atto s'è perduta,
a darle l'ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più
io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia...
Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto
ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante
dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la
storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:
ma a che serve la luce?
V
Non dico l'individuo, il fenomeno
dell'ardore sensuale e sentimentale...
altri vizi esso ha, altro è il nome
e la fatalità del suo peccare...
Ma in esso impastati quali comuni,
prenatali vizi, e quale
oggettivo peccato! Non sono immuni
gli interni e esterni atti, che lo fanno
incarnato alla vita, da nessuna
delle religioni che nella vita stanno,
ipoteca di morte, istituite
a ingannare la luce, a dar luce
all'inganno.
Destinate a esser seppellite
le sue spoglie al Verano, è cattolica
la sua lotta con esse: gesuitiche
le manie con cui dispone il cuore;
e ancor più dentro: ha bibliche astuzie
la sua coscienza... e ironico ardore
liberale... e rozza luce, tra i disgusti
di dandy provinciale, di provinciale
salute... Fino alle infime minuzie
in cui sfumano, nel fondo animale,
Autorità e Anarchia... Ben protetto
dall'impura virtù e dall'ebbro peccare,
difendendo una ingenuità di ossesso,
e con quale coscienza!, vive l'io: io,
vivo, eludendo la vita, con nel petto
il senso di una vita che sia oblio
accorante, violento... Ah come
capisco, muto nel fradicio brusio
del vento, qui dov'è muta Roma,
tra i cipressi stancamente sconvolti,
presso te, l'anima il cui graffito suona
Shelley... Come capisco il vortice
dei sentimenti, il capriccio (greco
nel cuore del patrizio, nordico
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
celeste del Tirreno; la carnale
gioia dell'avventura, estetica
e puerile: mentre prostrata l'Italia
come dentro il ventre di un'enorme
cicala, spalanca bianchi litorali,
sparsi nel Lazio di velate torme
di pini, barocchi, di giallognole
radure di ruchetta, dove dorme
col membro gonfio tra gli stracci un
sogno
goethiano, il giovincello ciociaro...
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne
d'erbasaetta in cui si stampa chiaro
il nocciolo, pei viottoli che il buttero
della sua gioventù ricolma ignaro.
Ciecamente fragranti nelle asciutte
curve della Versilia, che sul mare
aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,
le tarsie lievi della sua pasquale
campagna interamente umana,
espone, incupita sul Cinquale,
dipanata sotto le torride Apuane,
i blu vitrei sul rosa... Di scogli,
frane, sconvolti, come per un panico
di fragranza, nella Riviera, molle,
erta, dove il sole lotta con la brezza
a dar suprema soavità agli olii
del mare... E intorno ronza di lietezza
lo sterminato strumento a percussione
del sesso e della luce: così avvezza
ne è l'Italia che non ne trema, come
morta nella sua vita: gridano caldi
da centinaia di porti il nome
del compagno i giovinetti madidi
nel bruno della faccia, tra la gente
rivierasca, presso orti di cardi,
in luride spiaggette...
Mi chiederai tu, morto disadorno,
d'abbandonare questa disperata
passione di essere nel mondo?
 
VI
Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea
che al quartiere in penombra si
rapprende.
E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,
intorno, e, più lontano, lo riaccende
di una vita smaniosa che del roco
rotolio dei tram, dei gridi umani,
dialettali, fa un concerto fioco
e assoluto. E senti come in quei lontani
esseri che, in vita, gridano, ridono,
in quei loro veicoli, in quei grami
caseggiati dove si consuma l'infido
ed espansivo dono dell'esistenza -
quella vita non è che un brivido;
corporea, collettiva presenza;
senti il mancare di ogni religione
vera; non vita, ma sopravvivenza
- forse più lieta della vita - come
d'un popolo di animali, nel cui arcano
orgasmo non ci sia altra passione
che per l'operare quotidiano:
umile fervore cui dà un senso di festa
l'umile corruzione. Quanto più è vano
- in questo vuoto della storia, in questa
ronzante pausa in cui la vita tace -
ogni ideale, meglio è manifesta
la stupenda, adusta sensualità
quasi alessandrina, che tutto minia
e impuramente accende, quando qua
nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina
il mondo, nella penombra, rientrando
in vuote piazze, in scorate officine...
Già si accendono i lumi, costellando
Via Zabaglia, Via Franklin, l'intero
Testaccio, disadorno tra il suo grande
lurido monte, i lungoteveri, il nero
fondale, oltre il fiume, che Monteverde
ammassa o sfuma invisibile sul cielo.
Diademi di lumi che si perdono,
smaglianti, e freddi di tristezza
quasi marina... Manca poco alla cena;
brillano i rari autobus del quartiere,
con grappoli d'operai agli sportelli,
e gruppi di militari vanno, senza fretta,
verso il monte che cela in mezzo a sterri
fradici e mucchi secchi d'immondizia
nell'ombra, rintanate zoccolette
che aspettano irose sopra la sporcizia
afrodisiaca: e, non lontano, tra casette
abusive ai margini del monte, o in mezzo
a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
leggeri come stracci giocano alla brezza
non più fredda, primaverile; ardenti
di sventatezza giovanile la romanesca
loro sera di maggio scuri adolescenti
fischiano pei marciapiedi, nella festa
vespertina; e scrosciano le
saracinesche
dei garages di schianto, gioiosamente,
se il buio ha resa serena la sera,
e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio
il vento che cade in tremiti di bufera,
è ben dolce, benché radendo i capellacci
e i tufi del Macello, vi si imbeva
di sangue marcio, e per ogni dove
agiti rifiuti e odore di miseria.
È un brusio la vita, e questi persi
in essa, la perdono serenamente,
se il cuore ne hanno pieno: a godersi
eccoli, miseri, la sera: e potente
in essi, inermi, per essi, il mito
rinasce... Ma io, con il cuore cosciente
di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione operare,
se so che la nostra storia è finita?
1954
Gramsci è sepolto in una piccola tomba del Cimitero degli Inglesi, tra Porta San Paolo e Testaccio, non lontano dalla tomba di Shelley. Sul cippo si leggono solo le parole: "Cinera Gramsci" con le date.

Fonte:
http://www.club.it/autori/grandi/pierpaolo.pasolini/leceneri.html


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giovedì 29 ottobre 2015

Pasolini e la gogna sessuale, di Carla Benedetti

"ERETICO & CORSARO"

 
 
Pasolini e la gogna sessuale
di Carla Benedetti


La sessualità può svelare la verità su un individuo?
Nella Volontà di sapere Foucault mostra come questa pretesa sia intrecciata a una forma di potere e di sapere sorta in età moderna. Per gli antichi il sesso era il luogo del piacere, non quello in cui si rivela qualche verità sulla persona, e di esso si occupava l’ars erotica, non la psicoanalisi o la medicina. E’ solo all’inizio del XIX secolo che i piaceri considerati “perversi” vengono medicalizzati e meticolosamente classificati: omosessualità, masochismo, sadismo, pedofilia ecc. I segreti erotici vengono resi accessibili mediante confessione, fatta non più al sacerdote ma allo psichiatra o allo psicoanalista. Così nasce la scientia sexualis che per Foucault è la spia del “sonno antropologico” in cui è caduto il pensiero occidentale tra 800 e 900.

La sessualità può svelare la verità oltre che sull’individuo anche sulla sua opera?
E’ raro che la critica letteraria avanzi una tale pretesa. Salvo in un caso: Pier Paolo Pasolini. Quando si tratta delle sue opere la scientia sexualis si scatena in un singolare sessuocentrismo inerpretativo, che finisce a volte per sbaragliare ogni altro sapere, filologico e filosofico.
Un esempio. Sul “Corriere della sera” del 1 marzo scorso Pietro Citati recensiva Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi con queste parole: “Ai tempi di Petrolio, Pasolini aveva quasi completamente perduto la squisita gioia erotica, che aveva dato tenerezza e morbidezza alle sue opere giovanili … Ora voleva essere posseduto, dominato, violentato … Solo così poteva contemplare il sacro”.
Citati, uno dei critici letterari più accreditati, dice di non conoscere Petrolio. Ma pur non conoscendo l’opera, aderisce con entusiasmo alla lettura che ne fa Trevi, tutta incentrata sulla sessualità di Pasolini e le sue ritualità sado-maso, mangiandosi ogni altra considerazione sull’opera. Trevi definisce Petrolio “cronaca di un’iniziazione” o anche “libro sacro”, proprio per il suo carattere iniziatico (un “movimento di metamorfosi-iniziazione-morte innescato senza possibilità di ripensamento o passi indietro”) e che ha molti punti di contatto con i riti dei misteri eleusini. Un libro perciò comprensibile solo da “iniziati”, cioè da chi abbia “familiarità con la violenza e soprattutto con la ritualità sadomaso”. E infatti secondo Trevi, un solo studioso ha finora potuto comprenderlo, Massimo Fusillo, non perché più bravo ma perché ha la “vocazione” del “Master” e “una delle sue pratiche preferite è lo spanking, ovvero le sculacciate”.
Petrolio quindi non parla del potere, di come attrae gli individui, degli effetti che ha sulle loro vite, della mutazione antropologica, dell’Italia delle stragi, del lucore cosmico, della sopravvivenza dell’arcaico nel moderno e di molto altro? No. Parla solo di cose interne al soggetto che scrive: “Tutto quello che Pasolini scriveva negli ultimi anni era il frutto di un scoperta che riguardava lui stesso, non il mondo esterno”. Una cosa simile forse non si direbbe nemmeno di un cane che abbaia nella notte. Giacché se il padrone si sveglia e va a vedere se c’è un ladro, vuol dire che interpreta quel baccano come riguardante il mondo esterno, non gli stati d’animo dell’animale. E quale sarebbe poi la “scoperta” che Pasolini avrebbe fatto su se stesso? Sempre la stessa: “il fascino della violenza, il desiderio di subire, di sottomettersi”.
Io non sono tra quelli che negano in via di principio che elementi della biografia dell’autore possano arricchire la comprensione di un’opera. Come si potrebbe del resto dimenticare l’omosessualità di Proust leggendo la Recherche? O, leggendo L’idiota, che Dostoevskij soffriva di epilessia? Ma per Pasolini si verifica qualcosa di più singolare. Le pratiche erotiche estreme a cui si dice che lo scrittore si dedicasse negli ultimi anni e notti della sua vita diventano l’unica chiave interpretativa dell’opera. Non quella che arricchisce l’interpretazione, ma quella che la esaurisce.
Non credo sia dia l’analogo per altri autori pur con biografie erotiche d’eccezione, sia etero che omosessuali. Nemmeno per de Sade. A romanzi come La filosofia nel boudoir o Le 120 giornate di Sodoma non si nega di poter significare qualcosa di più dell’eros dell’autore, di dire delle verità sulla natura umana, sulla società, di esprimere un pensiero, persino una critica dell’illuminismo. Alle ultime opere di Pasolini lo si nega spesso. Cominciò Sanguineti a dire che Petrolio e Salò non erano che documenti di una patologia. Fortini parlò di “illeggibile referto di un’autodistruzione”. Il curatore dell’opera omnia di Pasolini, Walter Siti, chiude quel monumento di migliaia e migliaia di pagine invitandoci a leggere, in quella proliferante scrittura, il sintomo di una tendenza “masochistica” a “mettere in piazza” i “panni sporchi” per “autodistruggersi”. Si noti: documenti, referti, cronache, sintomi, ma non opere. Per loro Pasolini non produce romanzi o film. Pasolini si confessa. E senza bisogno di medico o psicoanalista. La confessione è la sua opera. Di cosa è sintomo questa tendenza di tanti letterati italiani a ridurre l’opera di Pasolini a sintomo o confessione?

La sessualità può svelare la verità oltre che sull’individuo e la sua opera, anche sul suo omicidio?
Delle tre questa è la pretesa più aberrante. Dalle abitudini sessuali della vittima si vuole dedurre la matrice sessuale dell’omicidio (su cui invece non c’è alcuna certezza). Come dire: uno dedito a quel tipo di esperienze erotiche non può che morire ammazzato. Tanto va la gatta al lardo… Qui non viene meno solo il rigore ermeneutico ma anche la logica e il senso civile della verità, che non si fermano a ciò che è verosimile, ma chiedono fatti e prove.
“La follia sacra che distrusse Pasolini” è il titolo che il “Corriere” ha dato all’articolo di Citati. In che senso lo distrusse? Nello spirito o nel corpo massacrato all’Idroscalo? Questa disinvoltura nel passare dal piano metaforico al fattuale, facendo collassare le categorie logiche in una torbida melassa sessuo-misteriosofica, si riscontra anche nelle dichiarazioni di Nico Naldini (cugino e biografo di Pasolini), nei cinque libri di Giuseppe Zigaina (scritti per dimostrare che Pasolini avrebbe “organizzato” la propria morte per entrare nel mito), nel pamphlet di Marco Belpoliti Pasolini in salsa piccante, che sostiene fideisticamente la matrice sessuale dell’omicidio, invitando a non parlarne più.
Trevi è più prudente, ma si muove nella stessa ambiguità: “Nessuna iniziazione può aggirare la necessità della morte. Perché possa accedere alla visione suprema (…) l’uomo dovrà sbarazzarsi di se stesso”. Di nuovo, si parla di morte rituale o reale? Di morte cercata o inferta a tradimento? Per lui non c’è ragione di disambiguare. Tanto Pasolini si era già trasformato in uno “spettro” ben “prima della notte dell’Idroscalo”.
Io non so chi abbia ucciso Pasolini né se l’omicidio sia di matrice “politica”. Non ho certezze. Perciò non mi riconosco nella categoria dei “complottisti” che Trevi (con la stessa superficialità di ragionamento che Pierluigi Battista usa da anni sul “Corriere”) appiccica su tutti coloro che chiedono di far luce su quel delitto ancora oscuro. Quello che so, come chiunque abbia seguito la vicenda, è che la versione ufficiale della morte per rissa sessuale vacilla sempre più sotto le contraddizioni emerse e rese pubbliche negli ultimi anni. Gli scrittori e i giornalisti che continuano a ricamare sulla “bella” morte, “sacrificale” o “iniziatica”, del poeta omosessuale, forse non si rendono conto di contribuire all’occultamento della verità?


(Questo articolo è uscito in una versione più breve su “Venerdì” di “Repubblica” dell'8 giugno 2012)





di Carla Benedetti,
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