lunedì 23 novembre 2015

Pier Paolo Pasolini, Poeta delle Ceneri, seconda parte.

"ERETICO & CORSARO"



Poeta delle Ceneri
Poesie disperse II
pubblicata su "Nuovi argomenti", luglio-dicembre 1980, a cura di Enzo Siciliano
ora in:
Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie, vol. I, Garzanti, Milano 1993


. Who is me
"Ma io non sto facendo che un poema bio-bibliografico..."
( Pasolini in questo componimento, 

ripercorre tappe della propria vita )

Seconda parte



Come sono diventato marxista?
Ebbene... andavo tra fiorellini candidi e azzurrini di primavera,
quelli che nascono subito dopo le primule,
– e poco prima che le acacie si carichino di fiori,
odorosi come carne umana che si decompone al calore sublime
della più bella stagione –
e scrivevo sulle rive di piccoli stagni
che laggiù, nel paese di mia madre, con uno di quei nomi
intraducibili si dicono « fonde»,
coi ragazzi figli dei contadini
che facevano il loro bagno innocente
(perché erano impassibili di fronte alla loro vita
mentre io li credevo consapevoli di ciò che erano)
scrivevo le poesie dell’«Usignolo della Chiesa Cattolica»:
questo avveniva nel ’43:
nel ’45 fu tutt’un’altra cosa.
Quei figli di contadini, divenuti un poco più grandi,
si erano messi un giorno un fazzoletto rosso al collo
ed erano marciati
verso il centro mandamentale, con le sue porte
e i suoi palazzetti veneziani.
Fu così che io seppi ch’erano braccianti,
e che dunque c’erano i padroni.
Fui dalla parte dei braccianti, e lessi Marx.

[...]

Grande è il tuo spiritualismo, America!
Ma sarà ancora più grande quando sarà sfatata la sua innocenza!
Io amo Ginsberg:
era tanto che non leggevo poesie di un poeta fratello –
credo dai tempi, in quel paese di temporali e di primule,
in cui ho letto i canti greci di Tommaseo, e Machado.
Nessun artista in nessun paese è libero.
Egli è una vivente contestazione.
Pound va in prigione come Siniavskij e Daniel,
e il Sig. Lennon ha scandalizzato tutti, credo anche i Russi.

[...]

Quanto a me,
un innocente non è mai creduto,
ed egli del resto è troppo occupato a pensare
a un fiume celeste tra grandi ghiaie pedemontane,
che scorre nel sole dei suoi genitori,
in altre vite,
in vite interpretate in altro modo,
in un significato diverso della vita,
che non è neanche quello dei sogni,
se la nostra vita non è che un’ombra
sulla nostra vera vita che non conosciamo.
A Roma, dal ’50 a oggi, Agosto del 1966,
non ho fatto altro che soffrire e lavorare voracemente.
Ho insegnato, dopo quell’anno di disoccupazione e fine della vita,
in una scuoletta privata, a ventisette dollari al mese:
frattanto mio padre
ci aveva raggiunto
e non parlammo mai della nostra fuga, mia e di mia madre.
Fu un fatto normale, un trasferimento in due tempi.
Abitammo in una casa senza tetto e senza intonaco,
una casa di poveri, all’estrema periferia, vicino a un carcere.
C’era un palmo di polvere d’estate, e la palude d’inverno.
Ma era l’Italia, l’Italia nuda e formicolante,
coi suoi ragazzi, le sue donne,
i suoi «odori di gelsomini e povere minestre»,
i tramonti sui campi dell’Aniene, i mucchi di spazzature:
e, quanto a me,
i miei sogni integri di poesia.
Tutto poteva, nella poesia, avere una soluzione.
Mi pareva che l’Italia, la sua descrizione e il suo destino,
dipendesse da quello che io ne scrivevo,
in quei versi intrisi di realtà immediata,
non più nostalgica, quasi l’avessi guadagnata col mio sudore.
Certo, quanto conta, anche nel senso più misero
una condizione economica:
non aveva peso il fatto ch’io fossi ricco di cultura e amore,
aveva molto più peso il fatto che io, certi giorni,
non spendessi nemmeno le cento lire per farmi radere la barba dal barbiere:
la mia figura economica, benché instabile e folle,
era in quel momento, per molti aspetti,
simile a quella della gente tra cui abitavo:
in questo eravamo proprio fratelli, o almeno pari.
Perciò, credo, ho molto potuto capirli.
E per capire i miei romanzi intraducibili,
leggete la prefazione di Oscar Lewis al suo romanzo registrato:
si tratta di quello.
Anche la borghesia italiana può essere, dunque, razzista.
Non ne ha avuto finora occasione,
la prima occasione minima,
i miei romanzi,
l’hanno scatenato.
Ho provato quello che può provare un negro a Chicago,
il terrore.
Ma io dimentico presto,
e tutti i terrori
non sono divenuti che una cosa
sopra e addosso a me, una cosa speciale, quella cosa,
e così l’ho accantonata e sofferta nelle viscere:
mi si è aperta un’ulcera,
di cui certamente prima o poi morirò.
Brutto colpo per il sogno interrotto della mia giovinezza!
La borghesia italiana intorno a me è una torma di assassini.
Non spero certo migliore accoglienza dalla borghesia americana.
Nel mondo del capitale la vita è una scommessa
da vincere o da perdere:
è la condizione umana del laicismo borghese.
Chi si scopre, o si confessa, o non teme il ridicolo,
finisce male: è la legge.
Cari Americani, non pacifisti e non spiritualisti,
ossia enorme maggioranza benpensante,
il vostro Dio è un idiota
come ogni cittadino medio
che desidera con tutte le sue forze e con tutto il suo spirito
di essere come tutti gli altri:
ed è per questo suo amore folle per l’uguaglianza, che la odia.
Chi di voi ha pianto
per il ragazzo greco condannato a morte
per obiezione di coscienza?
Fate un breve esame di coscienza:
chi non ha versato queste lacrime è un porco.

[...]

Ma io non sto facendo che un poema
bio-bibliografico, torniamo all’argomento:

«Ragazzi di vita» e «Una vita violenta»
sono i titoli di quei miei due romanzi
che hanno spiato l’odio razzista italiano.
Scritti nel cuore degli Anni Cinquanta.
Mentre i titoli dei miei libri di versi,
scritti in gestione contemporanea, sono:
«Le ceneri di Gramsci»,
« La religione del mio tempo»,
«Poesia in forma di rosa».
È in quest’ultimo che qualcosa si è rotto:
forse era la presenza, ancora a me non direttamente nota,
della nuova sinistra americana, e l’operare lontano di Ginsberg.
Vi ho falsamente abiurato dall’impegno,
ma perché so che l’impegno è inderogabile,
e oggi più che mai.
E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere,
ma nel vivere:
bisogna resistere nello scandalo
e nella rabbia, più che mai,
ingenui come bestie al macello,
torbidi come vittime, appunto:
bisogna dire più alto che mai il disprezzo
verso la borghesia, urlare contro la sua volgarità,
sputare sopra la sua irrealtà che essa ha eletto a realtà,
non cedere in un atto e in una parola
nell’odio totale contro di esse, le sue polizie,
le sue magistrature, le sue televisioni, i suoi giornali:
e qui
io, piccolo borghese che drammatizza tutto,
così bene educato da una madre nella dolce e timida anima
[...] della morale contadina,
vorrei tessere un elogio
della sporcizia, della miseria, della droga e del suicidio:
io privilegiato poeta marxista
che ha strumenti e armi ideologiche per combattere,
e abbastanza moralismo per condannare il puro atto di scandalo,
io, profondamente perbene,
faccio questo elogio, perché, la droga, lo schifo, la rabbia,
il suicidio
sono, con la religione, la sola speranza rimasta:
contestazione pura e azione
su cui si misura l’enorme torto del mondo [...].
Non è necessario che una vittima sappia e parli.
Nel ’60 ho poi girato il mio primo film, che,
come ho detto, s’intitola «Accattone».
Perché sono passato dalla letteratura al cinema?
Questa è, nelle domande prevedibili in un’intervista,
una domanda inevitabile, e lo è stata.
Rispondevo dunque ch’era per cambiare tecnica,
che io avevo bisogno di una nuova tecnica per dire una cosa nuova,
o, il contrario, che dicevo la stessa cosa, sempre, e perciò
dovevo cambiare tecnica: secondo le varianti dell’ossessione.
Ma ero solo in parte sincero nel dare questa risposta:
il vero di essa era in quello che avevo fatto fino allora.
Poi mi accorsi
che non si trattava di una tecnica letteraria, quasi
appartenente alla stessa lingua con cui si scrive:
ma era, essa stessa una lingua...
E allora dissi le ragioni oscure
che presiedettero alla mia scelta:
quante volte rabbiosamente e avventatamente
avevo detto di voler rinunciare alla mia cittadinanza italiana!
Ebbene, abbandonando la lingua italiana, e con essa,
un po’ alla volta, la letteratura,
io rinunciavo alla mia nazionalità.
Dicevo no alle mie origini piccolo borghesi,
voltavo le spalle a tutto ciò che fa italiano,
protestavo, ingenuamente, inscenando un’abiura
che, nel momento di umiliarmi e castrarmi,
mi esaltava. Ma non ero del tutto
sincero, ancora.
Poiché il cinema non è solo un’esperienza linguistica,
ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un’esperienza filosofica.
Un giorno andavo, come un pesce fuori dalla rete,
nell’aria secca
nei dintorni di un promontorio vacante d’anime, malato
nell’azzurro,
e ora vi dirò cosa mi successe e come realmente andarono le cose.
Andavo, quel giorno, per una strada secca,
con le mani altrettanto secche e così il cervello – vi dirò
che solo il ventre era vivo, come quel promontorio nell’inutile azzurro.
Tutti i miti erano crollati e decomposti ma almeno nel promontorio
qualcuno viveva.
Insomma, spinto dal ventre vivente e dalla mia miopia,
mi pilotai nel sole secco,
su un po’ d’asfalto,
tra alcuni cespugliacci d’autunno ancora estivi,
contro un casale solo al sole,
con disegni vivaci di vecchie pareti e vecchi paletti e vecchie
reti e vecchie stecconate, azzurro e bianco,
– siamo in Italia – dove il sole misto alla pioggia dolcemente puzzava.
Là dentro c’era un ragazzo torvo, col grembiule (credo di ricordare), i capelli
fitti da donna,
la pelle pallida e tirata, una certa folle innocenza negli occhi,
di santo ostinato, di figlio che si vuole uguale alla buona madre.
In pratica – lo vidi subito – un povero ossesso:
cui l’ignoranza dava tradizionali sicurezze,
trasformando la sua cadaverica nevrosi di rigore
d’obbediente figlio identificato coi padri.
Come ti chiami, che fai, vai a ballare, hai la ragazza,
guadagni abbastanza,
furono gli argomenti con cui retrocessi dal primo impeto
della vecchia libidine della controra come un pesce seccato,
prendendo la coca cola.
Voi avete visto il mio Vangelo,
avete visto i volti del mio Vangelo.
Non potevo sbagliare, perché talvolta, quando si gira, le decisioni dovevano
avvenire
in pochi minuti:
non ho sbagliato mai, nei volti,
nei volti [...]
perché la mia libidine e la mia timidezza
mi hanno costretto a conoscere bene i miei simili.
Conobbi subito in pochi minuti anche lui,
il misero indemoniato del casale assediato dal sole.
L’inverno veniva,
a contraddire il superstite sole [...] alle avventure,
e l’inverno veniva
ed era lì nel suo volto,
con le sue tenebre le sue case silenziose, la sua [...] castità.
Mi ritirai.
Ma non in tempo perché egli non sentisse, come una donna,
il terrore per il padre non simile ai padri
che avevano costituito, per la sua obbedienza, il mondo.
Ebbene, prima non so che piccola autorità
di quel promontorio abbandonato dagli uomini e assalito
dai borghesi calanti da Roma, idioti e consacrati alla norma,
gli credette.
Gli credette poi non so che comandante,
dal viso pestato da un destino poveramente mondano.
Gli credette un giudice istruttore
con negli occhi la stessa espressione
di bianco caprone dei palazzetti novecento di quel borgo assurdo,
dove operava.
Gli credette infine il Presidente del tribunale
che mi condannò,
sia pure a venti o trenta giorni, formali.
Il ragazzo dal pallore di santo aveva raccontato
che era entrato nella sua bottega, quel giorno di sole,
un bandito, con un cappello nero,
il quale si era infilato un paio di guanti neri,
aveva caricato una pistola con una pallottola d’oro,
gli aveva intimato la resa
e aveva sottratto dal suo cassetto circa tre dollari.
Andandosene, poi, lo aveva minacciato,
poiché lui, l’aggredito, aveva afferrato, per difendersi, un coltello.
Vi ho raccontato queste cose
in uno stile non poetico
perché tu non mi leggessi come si legge un poeta.
Esisteva poi in Italia un certo Salvatore Pagliuca,
senatore di non so che partito,
esisteva giù, nel sud di Levi, tra villaggi
secchi al sole delle alluvioni,
dove crescono splendidi ulivi
e splendide ginestre.
A digiuno di ulivi e di ginestre,
come io ero a digiuno della sua esistenza,
questo Signor Salvatore Pagliuca,
vide la mia storia sopra Accattone, e sentì
che un moro dai denti scintillanti, come un lupo feroce
dal calcio prezioso,
si chiamava Salvatore Pagliuco.
Si ritenne offeso, mi fece querela, vinse il processo
e ottenne molti milioni di danni.
Ti ho raccontato questa cosa
in uno stile non poetico
perché tu non mi leggessi come si legge un poeta.
Un giorno dei primi Anni Sessanta
(il periodo in cui tutto questo accadde)
consegnai a un piccolo re del cinema di nome Amato e al suo compare Amoroso
una sceneggiatura che porta l’agreste titolo di:
«Ricotta».
Forse avrete visto questo mio film
al Festival di New York di qualche anno fa.
In quello scenario
scritto come scrive uno scrittore,
c’era qualche parola non lieve,
e poca grazia verso la religione della borghesia cattolica
del mio paese.
Per una delle tante ragioni che tu, critico cinematografico conosci bene,
il film andò a monte, Loved morì,
e Loving,
mi intentò un processo accusando il mio copione
scabroso per il pubblico medio
di avergli impedito di fare il suo film.
Sarebbe come se il Sig. Crawther
consegnasse a Levin, per richiesta dello stesso Levin,
un manoscritto troppo roseo, buono solo per educande,
e il Sig. Levin, non trovandolo buono,
per ragioni sue,
gli facesse un processo perché l’eccessivo color roseo
del copione di Crawther, del dolce Crawther,
gli aveva impedito di realizzare il film ch’egli voleva.
Ho perso anche questo processo e non so quante decine di milioni
dovrei sborsare al signor Loving
rovinato da quella mia prima stesura
di un copione inadatto agli italiani medi.

[...]

Anche questa cosa te l’ho raccontata
in uno stile non poetico
perché tu non mi leggessi come si legge un poeta.
Così è decaduta la stima per la poesia, tipica
delle infanzie che credono nell’eterno; illusione
che non affossa i nazionalismi, inconsciamente, credendo
(con infantile passione) nell’assolutezza
della lingua di una nazione; nel suo uso di canto o musica
(ch’è assolutamente assurda
appena passata la dogana); illusione
che non affossa neanche la logica e il classicismo
(un misero filologo può ricostruire tra parola e parola
– isolata e confitta nel silenzio – il discorso tagliato,
un povero discorso
senza idee, senza religione se non il culto
assai poco religioso, infine, della poesia nella letteratura).
Ma non solo è caduta
la stima per questa poesia
che è della storia piccola del mio tempo
(in cui mi trovo incastrato,
senza potervi sfilare un solo volto, anche il più estraneo,
un solo libro, anche il più dimenticato),
ma per la poesia stessa. Non è essa, dunque, che conta, mai.
Almeno se concepita come poesia.
La lingua dell’azione, della vita che si rappresenta
è così infinitamente più affascinante!
È essa che si ricostituisce – appena chiuso –
da un libro di versi: essa è prima e dopo:
in mezzo c’è un veicolo espressivo
che la evoca, ecco tutto. Opera di stregoni.
Solo l’amore per quella lingua del non-io che si esprime
con pari diritto, pari forza dell’io,
dà al poeta
l’abilità.
Ma la professione di poeta in quanto poeta
è sempre più insignificante. E proprio necessario
immettere quella lingua vivente in una lingua di convenzione,
perché poi si liberi, tornando quella che è, vivente, nel lettore?
Non sa, egli, dialogare con la realtà?
L’umile valore del poeta
è rievocarla così come egli la vede? Ma ciò è serio?
Perché non la contempla in silenzio,
– santo, e non letterato?
Tuttavia i giovani cosa fanno,
nelle sere delle loro città di provincia,
o anche nelle grandi metropoli,
se non parlare di letteratura?
Coi loro passi faziosi, lungo le vie appena scoperte
cariche di sensi segreti e di storia?
Scoprendo i letterati, come le puttane o i misteri
di un quartiere, o le abitudini di una vita sociale
ch’è ormai loro, mentre è ancora dei padri
(che perciò preparano una guerra per mandarli a morire)?

Segue>>




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