sabato 10 gennaio 2015

Psicologia sessuale e repressione

"ERETICO & CORSARO"

 

Psicologia sessuale e repressione
di Cesare Viviani

“Non riusciremo mai a rendere alla Chiesa il male che ci ha fatto”
I funghi velenosi

 
Secondo la cultura dei più, tutto ciò che non è finalizzato va contro il codice del buon senso. Per ogni cosa il suo significato. Un’ossessione è stata la ricerca del senso della vita. Tutti, o quasi, gli uomini cercano un fungo nella selva oscura: beato chi l’ha trovato, il fungo della sua vita. E i più lo trovano sotto diverse specie: un santino, la tessera del partito, un distintivo, un profilattico, una fede al dito, un paio di mutandine, i baffi del capufficio, il sorriso della suocera, una pagina del libro di storia, una citazione in un saggio di Agosti, un libretto di risparmio, la parola del Papa, la dispensa piena, un fiasco vuoto, le scarpe lucide, i capelli sempre a posto, un carburatore in fase, una foto di Fanfani o di Bouchet (Barbara), venti metri in apnea, la polluzione notturna, la villa, la poltrona di Le Corbusier, la poltrona del direttore, il potere, la mamma, il potere della mamma.
Ma ci sono anche quelli che ritornano a casa a mani vuote. Eppure hanno cercato: è sembrato loro di vederlo il fungo, più volte, ma poi accostando la mano al cespuglio si sono accorti che era stata un’illusione: erano solo foglie, cadute in modo tale da assumere la forma ricercata. (Erano sorrisi rivolti in modo tale da assumere la forma dell’amore. Erano parole dette in modo tale da assumere la forma della verità. Erano promesse fatte in modo tale da assumere la forma della fede). Dopo giorni e giorni di vane ricerche, derisi dagli altri — “fortunati cercatori” — non reggono all’amarezza: chi impazzisce ripetendo all’infinito storie di boschi e di stagioni, di fungaroli e di foglie morte. E chi, addirittura, si uccide. Poi ci sono anche coloro che sono stati trovati morti per aver mangiato distintivi, tessere, scarpe lucide, carburatori, poltrone, mamme: funghi velenosi. Ma qui il discorso si farebbe lungo. Mentre ci basta aver narrato come tutto è impostato sulla ricerca del significato.
Sì, mi si può rispondere che se è stato così e non altrimenti, ciò è dovuto al fatto che l’uomo storico così progrediva e cresceva. E mi si può dire che è un’astrazione, una chimera pensare che tutto sia stato sbagliato. O una fuga dalla realtà. D’accordo! rispondo: noi siamo qui e non fuggiremo. Ma mi sembra che non possiamo vivere senza un contatto più o meno intenso con i desideri, con l’utopia, con un altro mondo. E che è suggestivo immaginare per un momento che tutto sia stato sbagliato e pensare che questo mondo, dove l’uomo impara sempre meglio a uccidere se stesso e gli altri, potesse essere diverso, molto diverso da quello che è.
 
Santificato o peccato
 
Anche il sesso è sempre stato finalizzato: tanto da costringere la donna a diventare madre, santa o puttana. L’atto sessuale, santificato o peccato. E l’uomo, un dongiovanni, un pederasta o un maritato. Dunque si è sempre avuto bisogno di un contesto da cui l’atto assumesse significato. Ma il contesto è stato anche la via della società classista, dello sfruttamento, dei genocidi e delle guerre. (Forse allora la eliminazione del contesto — il nonsenso — può essere un momento di prassi alternativa, tanto quanto esce dalla capacità di controllo di chi detiene il contesto-potere?)
Adesso alcune ipotesi o esempi o citazioni o episodi (questi ultimi tratti da esperienze non fantastiche) più o meno riferiti al tema della repressione sessuale e dell’omosessualità.
1. L’omosessualità, che è una delle modalità di realizzazione della sfera affettiva e che, quindi, dovrebbe avere possibilità di attuazione così come le altre, riceve invece una valutazione morale (e a volte una sistemazione pseudoscientifica) tale da essere stata considerata una espressione contraria alla natura.
2. A proposito del concetto di natura, è utilissimo sapere che gli animali in stato di libertà praticano l’omosessualità ma non sono omosessuali permanenti. La loro società, infatti, non li condiziona al legame permanente.
3. La società del capitale, dove il tempo e lo spazio sono solo quelli della produzione, non tollera le esigenze improduttive dell’uomo. Così come impedisce la ricerca di un tempo e di uno spazio individuali. Impossibilitato a cercare una misura propria e spesso ignaro di questa possibilità, ciascuno, o quasi, finisce per organizzare la sua psicologia con un insieme di “pezzi” mutuati dalla cultura dei più.
4. In una comunità dell’Oregon, sorta nel 1960, si attua un’esperienza di liberazione sessuale (la cosiddetta “pedagogia orientata”). Uno dei riferimenti teorici è questo: “Dato che non si può avere una sessualità infantile senza condizionamenti, si incoraggiano i bambini al polimorfismo, che è già, secondo noi, una loro spiccata tendenza”. Uno dei metodi è quello della soddisfazione di ogni stimolo presentato. Il risultato è sorprendente: “Non ci sono esasperazioni o figure tipiche nel comportamento sessuale dei nostri giovani”, scrive l’animatore della comune, “tanto liberamente essi hanno potuto esprimere in vari modi la loro sessualità”.
5. L’autopunitività è uno dei fondamenti della cultura dei più. Anche un proverbio dice: “chi ride il venerdì, piange il sabato la domenica e il lunedì”.
6. Nella coppia omosessuale, l’attivo e il passivo non fanno altro che riprodurre lo schema disparitario della coppia eterosessuale.
7. Ho sentito dire: “Non capisco perché i genitori, subito così solleciti a soddisfare gli stimoli della fame, della sete e del sonno dei figli appena nati e cresciuti, siano poi così insensibili di fronte allo stimolo della loro sessualità”.
8. “Non abbiamo ancora elementi per decidere che cosa accadrebbe se si lasciassero sviluppare in pace i bambini: crescerebbero come piccoli selvaggi oppure percorrerebbero da soli una serie di graduali mutamenti anche in assenza di un aiuto esterno?” Anna Freud, Il periodo di latenza.
9. “La razionalità capitalistica, in quanto è nella sua essenza una forma di violenza, estranea e antagonista rispetto ai bisogni reali della maggioranza degli individui, è costretta a schiacciare sul nascere ogni proposta che appaia irrazionale, insieme a ogni sospetto di una razionalità alternativa”. Giovanni Jervis, Manuale critico di psichiatria.
10. La vera castrazione e il vero complesso di Edipo non consistono, forse, nella implacabile riduzione delle infinite potenzialità del bambino a poche possibilità di significato? “Nell’età in cui il bambino impara a padroneggiare il vocabolario della sua lingua materna, egli prova un gusto evidente a “sperimentare giocando” con questo materiale; accosta le parole senza badare al senso, pur di ottenere l’effetto piacevole dato dal ritmo e dalla rima. A poco a poco gli vien tolto questo divertimento, e alla fine non gli sono più consentite che le combinazioni verbali dotate di senso”. Sigmund Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio.
11. Al giovane si dice: “Non andar mai con gli uomini”. Alla giovane si dice: “Non andar mai con le donne, e stai attenta agli uomini”. Ma l’individuazione sessuale si può avere attraverso le esperienze e non attraverso le proibizioni!
12. Partendo dalla considerazione che l’omosessualità (anche quando è comunicata) si forma sempre nel clima del divieto assoluto di attuarsi come “una delle modalità di realizzazione della sfera affettiva”, sempliciotta e vetusta appare la citazione che segue: “[A Pasolini] dissi che l’omosessualità è dovuta a un mancato sviluppo e ad una regressione del comportamento erotico a fasi immature, preadolescenziali. È il prolungamento dei giochi sessuali dei ragazzetti. È l’impulso sessuale che non arriva ad orientarsi verso la donna per troppo rispetto…” Cesare Musatti, “L’Espresso”, 16 novembre 1975.
13. Infatti, così come la repressione sessuale, anche il “mancato sviluppo” riguarda tutti. Distinguere allora omosessualità e eterosessualità (la cui differenziazione, oggi, si verifica, sulla base di una pesante e generale repressione, solo per casuali dinamiche psicologiche ed esistenziali, sempre interpersonali) assume il solo significato di rafforzare la repressione e il meccanismo di emarginazione.
14. Distinguere il comportamento erotico in fasi immature e mature, vuol dire presupporre un arco esistenziale progressivo ed evolutivo, tendente alla “maturazione”. (In questa logica, la ricomparsa di cose passate è sempre regressione). Ma la “maturazione” (nel modo in cui s’intende) non è altro che un riferimento, più o meno diretto, a un modello di cultura di marca efficientista che almeno gli psicoanalisti dovrebbero riconoscere ed evitare subito.
15. Uno slogan, non del tutto banale: “Siamo tutti uguali (più o meno) in quanto a sesso. Mentre potremmo essere tutti diversi, l’uno dall’altro. Invece molti sono costretti a essere “diversi””.
16. “Cancellare per sempre la realtà borghese e non apportare modifiche parziali!” rispondono alcuni omossessuali autonomi collegati al “Fuori” a Franco Fornari che ripete la classica formuletta: “L’omosessuale identifica se stesso con la propria madre e immagina il proprio partner come il sostituto di se stesso bambino”. “Corriere della Sera”, 12 febbraio 1975.
17. Dicono anche le più ortodosse ricerche di genetica umana che “Le alterazioni cromosomiche e ormonali, le carenze ghiandolari e le alterazioni genitali non comportano l’omosessualità. Tra questa e un qualunque dato clinico non esistono correlazioni di sorta”.
18. Tutte le pratiche sessuali non finalizzate alla procreazione hanno significati diversi (o nessun significato) ma non certo inferiori a quelli della procreazione. Il significato del gioco, per esempio. Un gioco “improduttivo” e “disorganizzato”, senza tempo, ripetitivo, apparentemente senza senso: un gioco all’infinito: dove il sesso si libera delle finalità per ritornare a essere semplicemente la soddisfazione di un bisogno fisico (istinto), il raggiungimento di un piacere. Dove il sesso non è più distinto per “categorie” o per “tipologie”, ma ritrova la sua unità e la sua autonomia nella possibilità di una realizzazione libera da ogni obbligata finalità e per questo anche finalizzata, libera da ogni obbligata uniformità e per questo anche uniforme, libera da ogni obbligato orientamento e per questo anche orientata.
E per finire, torniamo al contesto e alla sua psicologia. Perché tutto abbia un significato, si è costituita persino una possibilità di interpretazione (di significazione) anche di ciò che sembrava irriducibile alla ragione e non codificabile (ed ecco, appunto, l’analisi dell’inconscio). Ma ciò ha voluto dire altresì la formazione di una gabbia di razionalità sempre più asfissiante. Invece, molte cose che “non si possono spiegare” o che non è immediatamente utile spiegare potrebbero restare senza significato, come momenti della nostra vita dinamici, aperti, come potenzialità indeterminate. Anche perché nessuno può garantire che il significato sia sempre necessario alle cose.
(Maggio 1976)
 
Da AA.VV., Dedicato a Pier Paolo Pasolini, Gammalibri, Milano 1976, già nel n. 7 della rivista letteraria “Salvo imprevisti” (per gentile concessione dell’Editore)
Fonte: http://www.fucinemute.it/1999/07/psicologia-sessuale-e-repressione/




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

Mattei, De Mauro, Pasolini/Cefis - Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti, Frocio e basta.

"ERETICO & CORSARO"





Mattei, De Mauro, Pasolini/Cefis
Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti



Il massacro di Pasolini resta uno dei buchi neri della notte repubblicana. Il nostro nuovo libro, nei “fiammiferi del primo amore”, fa il punto su ciò che oggi sappiamo del delitto, su cosa lo lega all’omicidio di Mattei (1962) e di De Mauro (1969), svolgendo un lavoro preciso e ragionato di controinformazione.

“Frocio e basta” si riferisce a come quel delitto è stato invece rubricato, allo scenario omosessuale che gli ha fatto da copertura, e a tutti i ricami estetici con cui una parte della cultura italiana lo ha reso credibile (la “bella morte” omosessuale, la “morte sacrificale” del poeta, la “sacra follia” che lo portò nelle braccia dell’assassino) facendosi complice di un depistaggio durato quasi quarant’anni.

Qui di seguito l’indice e le pagine iniziali del libro.

Indice

 Il “capolavoro” di Pasolini
Come la cultura italiana reagì all’assassinio
Le “fonti” di Petrolio
Tra filologi e magistratura
Note



Il “capolavoro” di Pasolini

Come la cultura italiana reagì all’assassinio

Molti anni fa sentii dire da un critico letterario che il capolavoro di Pasolini è la sua morte. Poiché i capolavori stanno di solito tra le opere e non nella biografia dei loro autori, egli stava evidentemente enunciando un paradosso, del quale era ben consapevole. Forse in quella affermazione arguta c’era anche un pizzico di malizia, quasi un’implicita svalutazione dell’opera dello scrittore. Come dire: Pasolini è riuscito a fare morendo quel che non gli è riuscito con i versi. Ma ciò la renderebbe ancor più significativa, se persino chi non apprezzava lo scrittore non poté fare a meno di scorgere in quella morte un segno di grandezza. L’omicidio di Pasolini, nella sua tragica anomalia, in effetti colpì profondamente i contemporanei. Per molti letterati esso diventò un “segno” da interpretare, quasi fosse un testo poetico. Quasi fosse un’opera di Pasolini, l’ultima e la più singolare: il suo capolavoro, appunto.

Molti parlarono di «morte sacrificale». Altri vi scorsero un carattere «cristologico». Andrea Zanzotto vi lesse una storia di «pedagogia»:

Bisogna ripartire dai prati friulani e da quegli “alba pratalia”, la pagina di quaderno scolastico, su cui scorre la penna infantile attraverso l’antichissimo indovinello. Sarà terribilmente difficile stabilire e riconoscere l’itinerario da quei prati all’altro, calpestato dalla morte. Ma c’è un filo che li unisce [...] È una storia di pedagogie, di pedagogia.

Persino un critico-filologo come Gianfranco Contini, certamente non incline ad abbandonare la legge del testo per avventurarsi in elucubrazioni a metà tra opera e vita, non poté fare a meno di interpretare quella morte riportandola al tema della sfida al padre, ricorrente nell’opera di Pasolini:

Una disputa fondamentale con il Padre, nel genere, ma cresciuto in ferocia e degradazione, della colluttazione di Giacobbe con l’angelo, consentitemi di leggerla anche nella fine di Pasolini.

Così scivolava nell’estetico un fatto assolutamente extraestetico quale l’omicidio.

Ma proviamo a scendere nei dettagli. Che cosa in particolare colpì di quella morte? Ci sono almeno tre aspetti da prendere in considerazione: la morte violenta, il massacro e l’omosessualità.

La morte violenta già segna una drammatica singolarità nella nostra epoca: che uno scrittore venga ucciso nel cuore dell’Occidente democratico in assenza di regimi e di guerre, è già un fatto inaudito. Tanti scrittori sono stati uccisi negli ultimi decenni (ricordo quelli iraniani fatti sparire dalla Polizia di regime alla fine degli anni Novanta – e chissà quanti altri, in Cina, in Medio Oriente, in Africa…). Ma non in Europa, non a Roma! Lo stupore per questo fatto considerato improbabile nel nostro mondo riecheggia ancora oggi in molti italiani che si chiedono perplessi come sia possibile che uccidano proprio uno scrittore: perché mai, a chi e per cosa potrebbe dare fastidio un poeta o un regista cinematografico? Come se lo scrivere fosse un’attività inoffensiva per definizione. Come se la letteratura – come vuole ormai la sua rappresentazione dominante in Occidente – avesse da tempo cessato di essere un potere che incide sulle menti e agisce nel mondo.

Ma quell’omicidio aveva anche un’altra caratteristica, ancora più singolare e straziante. Basta solo aver visto la foto della salma per avere un’idea di quanto dovette essere atroce quella morte. Quel corpo picchiato, martoriato e infine schiacciato più volte dall’auto. Non fu una morte subitanea, come quelle provocate da un un’arma da fuoco o da un’esplosione, ma un pestaggio, durante il quale Pasolini sanguinante e ferito a morte fu udito invocare la madre mentre cercava di sfuggire agli assassini: un’agonia di sangue, di urla e di rantoli. Fu questo lento massacro a destare pietà e sconcerto, e a richiamare in qualche modo la passione di Cristo.

Infine c’era l’omosessualità. O meglio, la supposta matrice sessuale del delitto. Anche questa colpì profondamente l’immaginario collettivo. Ma a differenza del pestaggio, di cui si potevano vedere gli orribili segni sul corpo esanime di Pasolini, questa non fu che un’ipotesi. Non aveva né prove né evidenza. Ebbe infatti bisogno di parole per prendere consistenza: le parole di Pino Pelosi, reo confesso, e il racconto reiterato dei giornali e della televisione. E poi, come vedremo, anche quello di un buon numero di letterati.

Pasolini era solito cercare ragazzi con cui far sesso dietro pagamento. Ma che fosse quella la ragione per cui si trovava quella notte all’Idroscalo nonché il movente di quell’aggressione mortale fu e resta solo una congettura (secondo alcune testimonianze, Pasolini quella notte doveva invece incontrarsi con chi gli avrebbe restituito le bobine del film Salò, rubate nei laboratori della Technicolor). Ciononostante quella fu da subito l’unica versione del delitto diffusa dai media: «ucciso dal diciassettenne Pino Pelosi in una rissa di natura sessuale». D’ora in poi la chiameremo la versione ufficiale, del resto mai ufficialmente smentita. Una ricostruzione piena di lacune e di contraddizioni, che tuttavia fu subito accreditata dalla stampa e poi riportata anche nelle storie letterarie. Alcuni amici di Pasolini (tra cui Sergio Citti e Dacia Maraini) e alcuni giornalisti (tra cui Oriana Fallaci) parlarono diversamente, mettendo in dubbio quella versione. Ma le loro voci non furono ascoltate e non riuscirono a contrastare il coro.

Il sospetto che Pelosi non avesse agito da solo fu chiaro da subito agli inquirenti, tanto che la sentenza di primo grado lo condannò «assieme a ignoti». Eppure quella “lacuna”, quel tassello mancante nel puzzle (su cui vent’anni più tardi si incentrò il film documentario di Marco Tullio Giordana, Pasolini, un delitto italiano, uscito nel 1995), invece di incrinare la convinzione di un delitto di matrice sessuale, finì paradossalmente per confermarla, creando attorno a quella morte un alone di torbido mistero. Quel tanto di oscuro che ancora avvolgeva le circostanze dell’omicidio lasciava libertà all’immaginazione, ma dopo averla comunque indirizzata verso un certo tipo di delitto. Avevano ucciso un frocio – questo era certo. E forse ad armare la mano agli assassini era stata anche l’intolleranza diffusa verso gli omosessuali. Così, che gli esecutori del delitto fossero stati tre o cinque invece di uno non cambiava la supposizione della matrice sessuale, la quale rimase come una stella fissa nel cielo fino al 2003.

[...]

Il fascino della versione ufficiale

Lo scenario sessuale affascinò e continua a affascinare molti anche per ragioni simboliche e estetiche. Al movimento gay consentiva di fare di Pasolini l’emblema della violenza subita dagli omosessuali nella nostra società. A gran parte del mondo della cultura permise di tessere molti bei ricami sia sullo “scandalo” dell’omosessualità, sia sulla morte “sacrificale” del poeta, “bella” o “torbida” che fosse (un letterato malevolo la definì addirittura «morbosa»). Quella versione del delitto aveva del resto una sua pregnanza estetica per il suggestivo cortocircuito che creava tra la vita di Pasolini e la sua produzione artistica. Il supposto assassino, il minorenne Pino Pelosi, sembrava un personaggio uscito da una sua opera. Era uno di quei “ragazzi di vita” che il poeta delle borgate aveva rappresentato e cantato nei suoi primi romanzi e nel film Accattone, ma ormai degenerato e incarognito, proprio per quella mutazione che Pasolini stesso andava denunciando negli anni Settanta. Si creava così la storia dello scrittore omosessuale ucciso dall’oggetto del suo desiderio, cioè da uno di quei giovani sottoproletari un tempo amati e ora mutato in assassino. Quell’omicidio efferato poteva apparire anche come la riprova della nota tesi di Pasolini sulla distruzione antropologica provocata dal tardo capitalismo, verificata dall’autore nel suo stesso corpo. Una conferma tragica, o beffarda, a seconda dei punti di vista (per i letterati mal disposti verso Pasolini fu una specie di nemesi ironica).

È anche questa la “perfezione” che per tanti anni sedusse critici e scrittori, facendoli aderire, senza troppi scrupoli di verità, a ciò che la versione ufficiale narrava. Così nel corso di tre decenni quella ricostruzione dell’omicidio, pur traballante e lacunosa, ha potuto mettere radici nella credenza comune. Complice una parte della cultura italiana. A pochi venne il dubbio che fosse un po’ troppo “perfetta” e che dietro a quel suggestivo scenario potesse esserci un co-autore – o un ghost writer.

La versione ufficiale dell’omicidio si portò dietro anche un agghiacciante corollario. Essa descriveva una morte così perfettamente coerente con la figura anomala dell’ultimo Pasolini, o meglio con l’idea che se ne era fatta gran parte della cultura italiana, da indurre molti a pensare che egli l’avesse in qualche modo cercata o provocata. L’ipotesi è stata velatamente suggerita da diversi letterati. Ma apertamente l’ha sostenuta Giuseppe Zigaina, pittore e amico di Pasolini, in ben cinque libri – da Hostia. Trilogia della morte di Pier Paolo Pasolini (Marsilio 1995) a Pasolini e la morte. Un giallo puramente intellettuale (Marsilio 2005) – Zigaina ripercorre i testi di Pasolini alla ricerca di allusioni criptate al modo e al momento in cui sarebbe stato ucciso. La conclusione è che si trattò di una morte «liturgicamente» organizzata da Pasolini stesso per costruirsi il proprio mito.

Ma anche senza bisogno di questa tesi estrema, l’idea che Pasolini fosse andato incontro alla morte, magari semi-volontariamente, si era già fatta strada nel pregiudizio comune per un’altra via. Secondo quanto sostengono molti suoi interpreti, da Nico Naldini a Emanuele Trevi, la mutazione dei giovani sottoproletari, cioè la perdita del suo primo e gioioso oggetto d’amore, aveva gettato Pasolini in una cupa disperazione, spingendolo verso una sessualità violenta. Già molto tempo prima dell’omicidio egli si sarebbe aggirato come uno spettro nella notte alla ricerca di un sesso estremo, impossibile da soddisfare senza violenza. Ammesso che ciò corrisponda a verità (poiché nessuno sa con certezza quali fossero i comportamenti di Pasolini durante i suoi incontri sessuali mercenari), è evidente che non prova nulla su come sia stato ucciso. Un uomo può cercare la morte tutti i giorni guidando a velocità pazzesca in autostrada e tuttavia venire ucciso da un rapinatore nel vicolo sotto casa. Ma anche se non potevano provare nulla, quei racconti sul tipo di sessualità a cui era dedito lo scrittore negli ultimi anni della sua vita, un effetto lo ebbero sull’opinione comune: essi rendevano la morte per sesso non solo verosimile, ma anche in perfetta sintonia con la condizione morale e psichica di Pasolini nell’ultimo periodo della sua vita.

Così non ci fu solo Giulio Andreotti a dire che Pasolini quella morte se l’era cercata. Ci furono anche uomini di cultura. Anch’essi, sia pure in maniera meno triviale, finirono con l’accreditare questa sorta di correità della vittima con l’assassino. Ciò metteva gli animi tranquilli. Fu come il suggello finale posto a copertura della verità.

La versione ufficiale e l’interpretazione delle opere

L’idea della deriva violenta della sessualità di Pasolini poté prendere consistenza di racconto (cioè non restare solo un dato biografico di cui se uno vuole può tenere conto, ma diventare una figurazione produttiva, che convalidava surrettiziamente la versione ufficiale dell’omicidio) anche grazie al fatto che illustri critici e scrittori la misero in cortocircuito con le ultime opere di Pasolini. In altre parole, quella deriva si poteva già leggere nei contenuti sadomaso di Salò o nella tonalità “nera” di Petrolio. Ecco un esempio di questo genere di letture: di Salò e di Petrolio Edoardo Sanguineti disse che erano il «documento» di una disperazione privata, il cui «fondo sadomaso» era ormai esploso in una «patologia» palese.

Il film Salò e il romanzo incompiuto Petrolio sono testi assai complessi nella forma e di grande densità di pensiero. Ma alcuni esegeti li hanno semplificati al punto da vedervi solo la spia di una disperazione personale o il sintomo di una deriva sadomasochistica (ne vedremo più avanti altri esempi), passando sopra anche alle indicazioni di lettura date dallo stesso autore. Ecco le parole di Pasolini, intervistato sul set di Salò:

Il sesso che c’è nel film è il tipico sesso di De Sade, cioè un sesso la cui caratteristica è esclusivamente sadomasochistica in tutta l’atrocità dei suoi dettagli e delle sue situazioni. Ora a me interessa questo sesso appunto come interessa a De Sade, cioè per quello che è, ma nel mio film tutto questo sesso assume un significato particolare, ed è la metafora di ciò che il potere fa del corpo umano, è la mercificazione del corpo umano, la riduzione del corpo umano a cosa, che è tipica del potere, di qualsiasi potere. [...] il Manifesto di Marx dice proprio questo: cioè il potere mercifica i corpi, trasforma il corpo in merce.

È certamente buona regola della critica letteraria non prendere alla lettera le indicazioni degli autori. Ma è comunque incredibile che dei critici abbiano saputo o voluto vedere in quel film solo il documento di un’esperienza privata dell’autore. Ne vedremo altri esempi più avanti, quando parleremo dell’inusuale biografismo sessuocentrico abbattutosi sulle ultime opere di Pasolini, di cui non si è mai visto l’eguale per l’opera di nessun altro artista. Per il momento ci preme fare il punto su una cosa.

Non è dalle opere che gli interpreti di Pasolini hanno potuto dedurre la deriva disperata e violenta della sua sessualità, bensì dalle opere lette attraverso la lente della versione ufficiale dell’omicidio. È stato lo scenario di una supposta morte per sesso a indirizzare le loro antenne esegetiche verso quel tipo di “messaggio”, escludendo tutti gli altri, non solo quelli indicati esplicitamente dall’autore, ma soprattutto quelli che i testi intrinsecamente suggeriscono a una lettura non prevenuta.

Se per ipotesi Pasolini fosse morto in quella stessa data ma di morte naturale, oppure in un incidente aereo di ritorno da Stoccolma, forse la lettura di quelle opere sarebbe stata più letteraria, più storico-politica o più filosofica, certamente più fine e non così brutalmente sessuo-patologica.

(Tra parentesi. Tre giorni prima del delitto Pasolini è a Stoccolma in un viaggio di lavoro e di gratificazioni artistiche, durante il quale viene intervistato dalla televisione svedese. Quell’intervista, per tanto tempo inedita, è stata pubblicata su “L’Espresso” il 16 dicembre 2011. A leggerla non si ha l’impressione di un uomo in balia di una pulsione di morte, o che progetta il proprio assassinio. Ci rimanda al contrario l’immagine del cineasta in trasferta che fa fronte agli impegni abituali, ignaro della fine prossima, come l’acqua di un fiume che scorre verso il precipizio che la trasformerà in cascata, lenta e quieta fino a un attimo prima della catastrofe. Gli chiedono se abbia abbandonato il realismo dei suoi primi film. Pasolini si affretta a correggere con la chiarezza e la capacità di sintesi di cui dà sempre prova nell’oralità: Accattone non è realistico, è un film lirico, anzi «onirico». Se lo si è creduto realista è per un equivoco. Parla poi della «crisi di crescenza» dell’Italia che è passata rapidamente da Paese sottosviluppato a Paese sviluppato. E chiude con una battuta: «Tutto quello che ho detto, l’ho detto a titolo personale. Se voi parlerete con altri italiani vi diranno: “Quel pazzo di Pasolini”»).

Quindi, tornando alle letture sessuo-patologiche delle ultime opere di Pasolini, si può dire che da un lato esse furono stimolate dalla versione ufficiale dell’omicidio, ma dall’altro rafforzarono la credibilità di quella versione stessa. Questo “circolo ermeneutico” di convalide incrociate di fatto giocò a favore del depistaggio. Se quello della morte per sesso fu uno scenario di copertura, chi lo aveva costruito forse non si aspettava tanta efficacia.

Dopo il 2003

[...]

Fonte:http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article377




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

Nota su Pasolini, omosessualità e morte - Antonio Moresco

"ERETICO & CORSARO"




Nota su Pasolini, omosessualità e morte. Antonio Moresco

Un omosessuale, una lesbica sono uomini e donne a tutto campo o dimezzati? E ancora: Uno scrittore omosessuale, una scrittrice lesbica sono scrittori e scrittrici a tutto campo o dimezzati? Sono domande aberranti e implicitamente omofobe, lo so, ma che è necessario porre visto ciò che si continua a leggere in questi anni e in questi mesi su Pasolini. Dato che il clima è questo, guai ad accennare agli interessi, alle passioni e alle disperazioni antropologiche, politiche, e sociali che attraversano l’intera vita e l’intera opera di Pasolini e in particolare il suo ultimo libro incompiuto. Ti risponderanno che a Pasolini di tutto il resto non gliene fregava niente, che a lui interessava solo quello, che in “Petrolio” conta solo l’episodio del pratone della Casilina e che se qualcuno sostiene il contrario vuole in realtà fare un santino, censurando l’omosessualità dell’autore. Senza rendersi conto di essere proprio loro -negando a un omosessuale altre passioni e pensieri che non siano l’omosessualità stessa- che in realtà lo censurano. E tutto il resto che fine ha fatto? Non esiste. E tutte le pagine narrative e saggistiche, e tutte le poesie dove esprime le sue passioni e le sue disperazioni e le sue convinzioni a tutto campo? Non esistono, o sono al massimo mere coperture di quell’unica fissazione sessuale. Solo questa descrizione superficiale e patologica dello scrittore omosessuale che circola in questi anni in articoli e libri e che, a questo livello, non esisteva nel passato. Nessuno, ad esempio, si sarebbe sognato di sostenere che Leonardo Da Vinci o Michelangelo sono solo degli omosessuali e nient’altro, che Proust e il suo capolavoro non contengono e non significano nient’altro che non sia riconducibile all’omosessualità dell’autore (mentre è altrettanto evidente che questa stessa omosessualità ha costituito qualcosa di inscindibile e un valore aggiunto). Con Pasolini no. In lui non c’è nient’altro. Frocio e basta. È strano, è molto strano tutto questo, e per di più da parte di chi si pone come difensore di questo autore contro coloro che si azzardano a sostenere che Pasolini era uno scrittore, un poeta e un uomo a tutto campo e non privo di universalità e dimezzato perché omosessuale. Tanto più che le stesse argomentazioni non vengono messe in campo per gli scrittori eterosessuali, persino nel caso in cui le loro vite siano state attraversate dalla stessa bruciante ansia e dallo stesso incontenibile desiderio genitale e sessuale. Tutti, ad esempio, conoscono il priapismo di uno scrittore come D’Annunzio, oppure come Miller, ma nessuno si sognerebbe di sostenere che D’Annunzio o Miller sono solo questo, che non hanno avuto anche altri pensieri, proiezioni, disperazioni, invenzioni, che D’Annunzio non ha scritto anche d’altro, che non ha partecipato ad azioni politiche e militari, giusto o sbagliate che fossero, che Miller non ha avuto una sua idea generale del mondo, giusta o sbagliata che fosse, che nei suoi libri ci sono e contano sole le scopate, che non ha scritto e non si è interessato anche di Rimbaud e di mille altre cose. Nel caso degli scrittori eterosessuali si accetta tranquillamente questa compresenza, si accetta il fatto che la loro debordante sessualità possa essere stata anche un passaggio, una cruna, che sia stata anche un loro modo di addentrarsi corporalmente nel mondo e nelle sue proiezioni e nelle sue apparizioni, anche culturali e mentali, un valore aggiunto di passione e di conoscenza. Per lo scrittore omosessuale -e in particolare per l’ingombrante e scomodo Pasolini- no. In lui c’è solo questo.
Un’ultima piccola considerazione sulla morte di Pasolini. Anche qui lo stesso meccanismo di riduzione e di rimozione, che in questo caso funziona così:
Siccome c’era in lui questa disperazione e anche questa innegabile ansia di autodistruzione, siccome c’era in lui anche una forte “pulsione di morte”, allora il suo non è stato un assassinio ma una sorta di suicidio estetico differito, e guai a chi si permette di chiedere la riapertura del processo ricordando che ci sono prove ormai ineludibili che non è stato ammazzato in una rissa tra due froci in cui ha avuto la peggio ma che è stato letteralmente massacrato da più persone per ragioni che, forse, non erano riconducibili alla sola omosessualità. Niente da fare. Anche qui gli stessi argomenti: si vuole fare di Pasolini un santino, mentre era un frocio e basta. “Se l’è cercata!”, come ha detto a suo tempo Andreotti, con maggiore chiarezza e senza fronzoli estetici e psicanalitici.

Fonte:
http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article38




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

Petrolio: il romanzo delle stragi di Marco Michelutti 5F

"ERETICO & CORSARO"

Petrolio: il romanzo delle stragi

di Marco Michelutti 5F

"Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio
parlarne, però: basti sapere che è una specie di ‘summa’ di tutte le mie esperienze, di tutte
le mie memorie."
Pier Paolo Pasolini a Luisella Re
durante l’intervista del 1 gennaio 1975


"Il racconto è la fedele rappresentazione della sviscerata crisi della Repubblica e della società, con il petrolio sullo sfondo come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa
crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso neocapitalismo."
Pier Paolo Pasolini a Paolo Volponi, amico e scrittore.


Pier Paolo Pasolini: intellettuale corsaro


Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo 1922 e qui si laurea in lettere con una tesi su Pascoli. Il contrasto, a volte anche violento, tra il padre, durissimo e severo (verrà ricordato anche in Petrolio) e la tenerezza della madre, si incide in modo indelebile sull’infanzia del poeta, che si scoprirà in seguito omosessuale. Con "Poesie a Casarsa" (1942) e "L’usignolo della chiesa cattolica" (1958) compie il suo esordio letterario. Ottiene successo con i primi romanzi "Ragazzi di Vita" e "Una Vita Violenta" , della seconda metà degli anni ’50. E’ possibile scorgere, in questo primo nucleo della produzione in prosa, una certa adesione al neorealismo, inteso, però, come valorizzante la dimensione alternativa degli ambienti sottoproletari, nella sua capacità di contrapposizione all’omologazione strisciante dell’ideologia borghese e consumistica. Nello stesso periodo pubblica anche le sue più significative raccolte di versi: "Le Ceneri di Gramsci" (1957) e"La Religione del mio Tempo" (1961). Una svolta nella carriera dell’artista si ha con la "scoperta" del cinema e delle sue possibilità come estensione e potenziamento dell’opera letteraria, assieme alla conseguente fama internazionale che lo investe. Pasolini non abbandona la produzione poetica, e riprende a scrivere in prosa negli ultimi mesi della sua vita in Petrolio, progetto rimasto incompiuto. Il corpo di Pasolini viene trovato all’alba del 2 novembre 1975, presso Fiumicino. E’ stato assassinato. Il caso viene prematuramente archiviato come delitto a sfondo sessuale (è Pino Pelosi a confessare e a venire quindi incriminato). In realtà molte restano, tutt’oggi, le ombre sulla scomparsa dell’intellettuale. Le sue ultime pubblicazioni sul Corriere ("Che cos’è questo golpe") si erano fatte sempre più infuocate ed accusatorie.
Il romanzo "Petrolio" aveva la nomea di essere una sorta di ultima e totale denuncia nei 2 confronti di un sistema di cui Pasolini si era dichiarato un accannito contestatore. Sorgono spontanei, quindi, sulla base di questi e altri fatti, il dubbio ed il sospetto riguardo la fine del poeta, che probabilmente era scomodo a molti "potenti".
La produzione di un intellettuale che denuncia la propria società senza alcun timore, un vero e proprio "corsaro", non è morta con lui, e, anzi, è di grande attualità.


Genesi, Struttura e Pubblicazione


L’idea di Petrolio risale al 1972. Pasolini racconta di essersi soffermato casualmente sulla parola "Petrolio" in un articolo de "L’Unità" e di aver delineato poi, in modo spontaneo, in meno di un’ora, la prima bozza della trama. In realtà la progettazione e la scrittura del romanzo non sono state così lineari, tanto che lo stesso Pasolini dichiarò più volte che l’opera a cui stava lavorando stava impiegando gran parte delle sue energie ("...Esso mi è ripugnante... e mi riuscirebbe molto faticoso ricominciare da capo..." Dalla lettera ad Alberto Moravia). Il romanzo doveva diventare, nelle intenzioni dello scrittore, una vera e propria summa della propria carriera e vita, un colosso di 2000 pagine, di cui purtroppo ci è pervenuto soltanto un frammento che ne conta 600. L’opera, comunque, doveva fare dell’incompiutezza una delle sue caratteristiche, tanto che essa si presenta "sotto forma di edizione critica di un testo inedito". La sua struttura, infatti, si dispiega in un insieme disordinato e incoerente di "Appunti", talvolta raggruppati attorno ad un unico nucleo tematico, talvolta sparsi e discordanti rispetto ai precendenti/successivi. Molti di essi si presentano con un titolo, altri invece no; certi possono definirsi stilisticamente compiuti, altri denotano soltanto una prima, grezza stesura, su cui l’autore sarebbe probabilmente ritornato; alcuni addirittura sono privi di testo, mostrando soltanto lo scheletro schematico che ne avrebbe guidato la composizione. In tutto, raggiungono il numero di circa 200 unità. E’ quindi difficile ottenere una completa comprensione del libro, sia per la incompiutezza "forzata", che per la sua constitutiva discontinuità. Si può però osservare che i vari gruppi di Appunti denotano al loro interno una coerenza che molto più spesso manca nelle connessioni con gli altri nuclei. Questo carattere volutamente frammentario e disorganico è più volte descritto da Pasolini, all’interno dello stesso Petrolio, come un esplicito e lucido tentativo di "fare una forma", instituendola in "corpore vili", ovvero all’interno dello stesso testo, e di creare un nuovo romanzo, non più a "schiodinata", ma "a brulichio", ovvero tramite la progressiva accumulazione e stratificazione di materiale. Sarà opportuno chiarire in seguito le ragioni di questa scelta stilistica come di altre. Per ora ci limitiamo ad enunciare e descrivere quella che si presenta come la struttura generale dell’opera. Pasolini sente l’esigenza di non "sparire" nella classica funzione di narratore esterno ben consolidata nella letteratura precedente, e di permanere all’interno del romanzo come una presenza che guida il lettore nel suo percorso, gli spiega il significato di certe sue scelte (o volutamente lo confonde): pone insomma il testo tra lui e il lettore, e lo usa come qualcosa che dia gli spunti per riflettere e discorrere. La lingua usata, infatti, è quella della saggistica e del giornalismo. Molte sono quindi, al di là dei contenuti, le caratteristiche puramente formali che fanno di Petrolio un non-romanzo, o, come è stato definito, un anti-romanzo; qualcosa di alieno per il clima culturale e letterario dell’epoca. 
Se a ciò aggiungiamo la tragica fine dell’autore, e gli inevitabili e malevoli pettegolezzi che la circondarono, appare comprensibile il problema sorto all’epoca riguardo alla sua pubblicazione: è stato giusto dare alle stampe qualcosa di non terminato, che avrebbe potuto ingiustamente danneggiare l’immagine e la personalità artistica di uno degli ultimi grandi intellettuali che il nostro paese ha avuto? La nipote, Graziella Chiarcossi, si interrogò a lungo, e, infine, nel 1992, fece pubblicare il manoscritto, dopo un’intensa opera di cura filologica ad opera di Aurelio Roncaglia, che venne designato a questo compito perchè l’autore, in vita, si era ripromesso di chiedergli dei consigli stilistici. Oggi, possiamo sicuramente affermare che fu una fortuna se Petrolio venne pubblicato, in quanto la società che in esso è descritta, è studiata con gli occhi attenti di un intellettuale che ebbe più di qualche intuizione corretta, in merito al tempo in cui visse: leggendo Petrolio, possiamo apprendere molto di una Storia che ci è stata a lungo (e continua forse ad esserlo tutt’ora) presentata in modo fasullo. Dal punto di vista letterario, inoltre, non possiamo che essere felici nel poterci cimentare nella stimolante lettura dell’ultimo, complesso e ambizioso capolavoro, di uno scrittore che si conferma come estraneo ad ogni classificazione, in continuo rinnovamento.


Genere e Intento dell’Autore


Petrolio è un romanzo, in quanto si compone di una trama, anche se non convenzionalmente delineata; di un protagonista che viene analizzato approfonditamente; di una descrizione del contesto in cui esso stesso sorge. Per classificarlo correttamente, anche se ciò è impossibile, a causa delle già citate caratteristiche peculiari dell’opera, bisogna tener conto del carattere "epico" dell’opera, del suo ampio respiro, dei suoi intenti totalizzanti. E’ quindi legittimo inscrivere Petrolio all’interno della stagione delle grandi "enciclopedie" delle avanguardie europee del primo trentennio del Novecento. Un romanzo enciclopedico è un’opera che tende ad un’esposizione totalizzante, che è insieme analisi e sintesi del sapere e della realtà, o di una realtà particolare, un’epoca. 
Esempi sono sicuramente Proust, nel suo saggio totale di critica letteraria, Joyce, nel suo tentativo di controllo e contraffazione della gamma più ampia di stili, o Kafka, nella misurazione con la chiave ultima della verità e del sapere nel suo significato più distruttivo. 
Anche Petrolio si configura come un opera che aspira ad un signigicato più ampio, totalizzante (attenzione: non è detto che lo raggiunga!), in cui confluiscono autobiografia, delirio e comprensione profonda dei meccanismi che regolano una società. Ci si ricordi però che stiamo parlando di Pasolini, ovvero di una penna infuocata, rivelatrice e smascheratrice di un mondo ormai ritenuto ostile (ci si dilungherà nella parte riguardante i temi dell’opera in una spiegazione a riguardo), perciò Petrolio è un’imponente dichiarazione di sdegno e di indignazione, nei confronti di una società in crisi morale, ma non economica (siamo negli anni del boom). Pasolini nutriva un sentito amore nei confronti del suo paese, e soffriva tremendamente per ciò che non poteva fare a meno di notare. 
Da quì, la furia della sua ultima produzione letteraria, che si divide tra gli articoli giornalistici sul Corriere, e Petrolio. Il "corsaro" si lancia nella lotta per il salvataggio della società attraverso l’unica, e più tagliente, arma di cui dispone: la scrittura.


Temi Fondamentali 


Contro cosa si batteva Pasolini? Cosa non riusciva ad accettare della sua amata Italia?
Anche in Petrolio è presente la trattazione di un tema sentito in modo particolare dall’autore, e ricorrente in buona parte della sua produzione, ovvero l’omologazione della gioventù e del sottoproletariato all’ ideologia e ai costumi della borghesia, e l’accettazione da parte di questi del consumismo capitalista. Pasolini aveva inizialmente aderito al neorealismo: aveva vissuto a Roma nei primi anni ’50, e aveva visto nelle classi povere delle periferie, in quei ragazzi che si esprimevano ancora nel loro dialetto, non ancora inglobato e annichilato dalla lingua vuota e fredda della televisione, un’autenticità e un ascetismo, che lo portano a considerare la comunità delle borgate come un’alternativa rispetto al dilagante edonismo della borghesia, superficiale e classista. Egli arriva addirittura ad accostare il sottoproletariato alle prime comunità cristiane.
Verso la fine degli anni sessanta, però, quei "ragazzi di vita" sono cambiati: invece di farsi portatori di un messaggio rivoluzionario e di giustizia, essi si sono lasciati assimilare, assieme alla loro cultura, dal conformismo neoborghese. La "borghesizzazione", la massificazione della cultura, portano con esse la perdita del valore di ogni diversità. La critica pasoliniana è particolarmente forte nei confronti della gioventù, proprio perchè in essa egli riponeva le speranze del rinnovamento sociale che egli sentiva come necessario. Oltre al giudizio negativo dato nella poesia dedicata agli scontri di Valle Giulia del 1 marzo del 1968, troviamo esempi di questa antipatia dell’autore per i nuovi ragazzi in varie parti di Petrolio, come nella grande allegoria de " Il Merda" o nel brano eguente:

«Carlo guardava quei fascisti che gli passavano davanti. […] Le persone che passavano davanti a Carlo erano dei miseri cittadini ormai presi nell'orbita dell'angoscia e del benessere, corrotti e distrutti dalle mille lire di più che una società "sviluppata" aveva infilato loro in saccoccia. […] I giovani avevano i capelli lunghi di tutti i giovani consumatori, con cernecchi e codine settecentesche, barbe carbonare, zazzere liberty; calzoni stretti che fasciavano miserandi coglioni. La loro aggressività, stupida e feroce, stringeva il cuore. […] Quella massa di gente sciamava per quella vecchia strada senza il minimo prestigio fisico, anzi fisicamente penosa e disgustosa. Erano dei piccoli borghesi senza destino, messi ai margini della storia del mondo, nel momento stesso in cui venivano omologati a tutti gli altri». 

(pp. 501-503)

Il fascismo è il veleno che accompagna la "borghesizzazione", Pasolini li vede come due facce della stessa medaglia. E’ un duro colpo per lui, che si ritrova, ora, abbandonato; se prima scriveva per quel sottoproletariato in cui intravedeva una speranza, Petrolio è il grido di un intellettuale solo contro la borghesia, e quindi contro tutti. Egli allora non può far altro che smascherare e denunciare il marcio che corrode la società, e quella sporcizia, l’autore la trova nel secondo macrotema dell’opera: il Potere.
Esso è lo scopo dell’uomo medio neoborghese, e pertanto è il Dio che la società di massa si costruisce. Per ottenerlo vengono commessi i crimini peggiori, a cui Pasolini non manca di lanciare allusioni: si parla di corruzione, dell’omicidio Mattei, di stragi di stato. Pasolini, come ci ricorda la citazione di Osip Mandel’stam posta prima dell’inizio del romanzo, "Con il mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili", non vuole entrare nei "luoghi" del Potere, lo disgustano, non vuole avere niente a che fare con la classe borghese, che fa del Potere il proprio scopo esistenziale. Perchè il Potere ha in corpore il Male. Si parla del Nuovo Potere che agisce sugli individui in forme capillari, attraverso imposizione di modelli, e che raggiunge anche i loro corpi. Si parla della banalità del Potere, quella che agisce attraverso la «col-lusione» innocente (dove "innocente" sta per "nascosto alla coscienza") degli individui, degli intellettuali, persino dei letterati, nel loro desiderio di carriera.
Nel protagonista Carlo Valletti, ovvero il tecnico, il borghese medio, democratico, cattolico, il mancato ottenimento del Potere porta alla nevrosi, e alla conseguente dissociazione.
Molte sono le teorie che spiegano la ragione dello sdoppiamento del protagonista. Io ritengo che la più sensata sia quella che afferma che esso è l’inevitabile conseguenza di un patto con il Diavolo, identificato con lo Stato, per l’ottenimento del Potere. Non si può scalare la società se si mantiene una certa integrità. Le scelte che il Potere può porre richiedono un uomo pronto a tutto, anche ad essere esclusivamente "politico", freddo e calcolatore, ad essere "uno, nessuno e centomila". Ad essere persa, o meglio, scissa, è la parte più sensuale, impulsiva, non ragionata. Ad ogni modo la frantumazione dell’identità non può essere definitiva, perchè "...Questo poema non è un poema sulla dissociazione, contrariamente all’apparenza. La dissociazione altro non è che un motivo convenzionale.
Al contrario questo poema è il poema dell’ossessione dell’identità e, insieme, della sua frantumazione." Approfondirò in seguito, quando tenterò di definire il senso generale 
dell?opera, il tema della frantumazione e dello sdoppiamento, in quanto mi sembra un leitmotiv che investe l?opera in tutte le sue parti, strutturali e contenutistiche, nonchè la chiave di volta dell’intero edificio-Petrolio, pericolante, poichè privo di qualche mattone, ma dalla statura ambiziosamente elevata. 

Nel descrivere il Potere, l’autore ce ne illustra anche il tempio, ovvero lo Stato. Ecco quindi che Petrolio diventa analisi politica. Pasolini scrive il suo personale Inferno dantesco, mandando alla dannazione tutti coloro che egli vedeva come i principali responsabili del marcio della sua società, ovvero i neofascisti e coloro che ne occultavano (o ne richiedevano) i crimini. Le allusioni sono velate, ma non eccessivamente, o spesso non sviluppate, esistenti solo sotto forma di bozza incompiuta: ciò vuol dire che se Pasolini avesse portato a termine la sua opera e l’avesse pubblicata, sarebbe esploso uno scandalo. Non appare perciò strano che egli sia stato messo a tacere. Il quadro storico delineato da Pasolini merita un’analisi approfondita, perciò ne esporremo le vicende in seguito.
L’ultima, grande, area tematica che ho individuato nel romanzo è il Sesso. Il discorso riguardo all’erotismo nell’opera è già stato affrontato, e purtroppo molte volte in termini errati. Petrolio non è pornografia, né una descrizione della vita sessuale del suo autore (che comunque non raggiungeva di certo la scabrosità di alcune delle scene descritte).
Non c’è spazio per l’amore nel testo; si parla soltanto di appagamento dei sensi e di sensualità (anche l’amore che Carlo prova per Carmelo, è di fatto desiderio sessuale) Il Sesso è un’espressione del Potere: dominio, sottomissione. La famosa e cruda scena dei ripetuti e meccanici rapporti omossessuali di Carlo con una ventina di ragazzi è proprio ciò che sembra: volontà di farci provare disgusto. Come dovremmo ripugnare quelle pagine oscene, dovremmo sentire ribrezzo per la falsità del Potere e della classe dirigente. Sesso e Potere sono il binomio della corruzione.



Trama


Sesso, Potere, Frantumazione dell’Io, Borghesizzazione e vari altri motivi minori (e ce ne sono!) si intersecano in un gioco di scambi e rimandi in quella che è la vera e propria trama dell’opera. Protagonista è, come accennato in precedenza, Carlo Valletti, esempio dell’ascendente classe tecnocratica, piccolo-medio borghese, intellettuale dalle tendenze democratico-cattoliche. La sua vità è fino a quel momento costellata di insuccessi, e la storia inizia con una visione: egli osserva il suo corpo cadere a terra. La caduta è il simbolo della nevrosi che colpisce Carlo. Essa è causata dal fatto che egli è assieme uno e molteplice. Nella stessa persona convivono più dimensioni, più "maschere", direbbe Pirandello, quella che tende al Potere, ovvero l’uomo politico, ovvero ciò che la società impone di essere, e quella che obbedisce solamente agli impulsi più profondi del subconscio, ovvero l’uomo sensuale, ciò che si è. Attraverso l’equilibrio e la coesistenza di queste due parti dell’animo umano (ma potremmo spingerci anche oltre e definirle freudianamente "principio di realtà" "principio di piacere", o anche, "Super-ego" e "Es") si compone l’Io. Ma nel tempo in cui è ambientato il romanzo, il tempo dell’ipocrisia e della contraddizione, l’individuo non può restare integro perchè è la stessa società ad essere dilaniata. Ecco quindi che avviene lo sdoppiamento di Carlo in due diverse entità. Due divinità, Polis e Tetis, arrivano e si contendono il corpo del protagonista. Alla fine raggiungono un accordo: poichè egli porta con se elementi che appartengono ad entrambi gli dei (simboli delle due dimensioni umane precedentemente descritte), essi si prenderanno ciascuno la propria parte. Nascono così due diversi protagonisti: Carlo di Polis e Carlo di Tetis. Il significato della dissociazione assume diverse sfumature. Il Potere, abbiamo detto, richiede un uomo esclusivamente politico e Carlo, così com’era e così come ci viene descritto all’inizio della storia, non poteva essere quell’uomo. Egli, di larghe vedute, cattolico, non poteva essere insensibile al Male che necessariamente si accompagna al potere, non poteva raggiungerlo proprio per il suo "scrupolo morale". 
L’insucesso scatena però la frustrazione, la nevrosi, e per realizzare il suo scopo, l’uomo non può più rimanere integro. Lo sdoppiamento è soppressione della coscienza, accettazione del Male come condizione necessaria per la realizzazione del Potere. 
Se Carlo è l’uomo medio, allora è l’intera società nel suo aspetto più generale, e l’organo che la rappresenta, ovvero lo Stato, a frammentarsi in tal modo. Rincorrendo le metafore e le allegorie di Pasolini, si capisce ciò che il poeta sta denunciando: lo Stato del boom economico, della ricchezza, del capitale e del consumo, lo Stato che possiede, e non che viene posseduto, lo Stato che mette da parte i valori morali su cui è fondato e tollera il Male, per divenire Potere. Lo Stato che accetta la strategia stragista degli Stati Uniti d’America per godere dei vantaggi economici che questi possono garantire alla sua economia. 
Carlo di Tetis e Carlo di Polis prendono strade diverse; il loro rapporto è quello di una dialettica servo-padrone: il primo sottostà al secondo per ragioni sociali, ma il secondo non può fare a meno del primo poichè in esso ha luogo il soddisfacimento delle pulsioni da questi rifiutate. 
Karl, come viene chiamato da questo punto in avanti Carlo secondo per distinguerlo dalla sua controparte, ci viene presentato come buono, ingenuo e puro, nonostante gli atti osceni e volgari che egli commetterà. La sua innocenza è determinata dal fatto che egli non appartiene a niente, rifiuta la società, segue solamente la sua tendenza al piacere, senza alcuna malvagità. Egli vive esclusivamente nell’ossessiva dimensione del sesso, non c’è altro nella sua realtà. Karl viene fatto spiare, per ignote ragioni, da un gruppo di persone che intuiamo appartenere alla mafia. Così il suo viaggio a Torino ci perviene tramite il rapporto del "picciotto" Pasquale, in modo da giustificare il cambio di stile che Pasolini attua nella sua scrittura. In questa città Karl ha rapporti sessuali con la madre, con la nonna, con le sorelle, e si da abitualmente a pratiche di autoerotismo in luogo pubblico. 
Carlo di Polis, intanto, fa il suo ingresso negli ambienti del Potere. Alla festa della signora F. incontra un vecchio compagno di scuola, Guido Casalegno, che si trova in una buona posizione lavorativa all’interno del grande ente petrolifero nazionale, l’ENI, che Pasolini descrive come il topos del Potere, sfruttando questo collegamento per fornirci uno spaccato efficace della storia oscura dell’azienda. Protagonisti della vicenda sono, come vedremo, il presidente della società, Enrico Mattei, (nella finzione Bonocore) ed il vicepresidente Eugenio Cefis (nella finzione Troya). Proprio dall’impero finanziario di quest’ultimo la signora F. riceve metà dei suoi finanziamenti. L’altra metà arriva dal fascismo. Carlo viene messo alla prova dai dirigenti dell’Eni presenti alla festa, che gli propongono di fare un viaggio in Oriente alla ricerca del petrolio, il moderno vello d’oro. 
Carlo primo entra così nell’azienda, cominciando la sua scalata verso il Potere. 
Una volta rientrato i due Carli si incontrano, scambiandosi le reciproche esperienze, ma in verità le confidenze sono utili soltanto a Carlo primo, perchè lo rendono partecipe di ciò a cui ha scelto di rinunciare, mentre Karl non ha alcun interesse per ciò che riguarda il mondo politico. Pasolini non manca di costruire la sua forma tra un appunto e l’altro, spiegando la coesistenza di due diverse "anime" di Petrolio, il "Mistero" ed il "Progetto", che rispecchiano, di fatto, le due direzioni differenti che prendono i due protagonisti. In realtà la dissociazione non è definitiva, ed esse si rifondono in un tutto eterogeneo e disordinato, così come i personaggi. 
Improvvisamente, l’autore ci proietta nel "primo momento basilare del poema": Carlo si trasforma in donna. La trasformazione, in realtà, è il corollario dello sdoppiamento precedentemente avvenuto. Se l’anima politica è adesione al Potere, l’anima sensuale, per il gioco degli opposti e dei contrari messo in piedi dall’autore, ne è il rifiuto. Karl, con i suoi atti masturbatori in luogo pubblico e la sua totale mancanza d’interesse riguardo le convenzioni e i costumi, sfida la società, sfida il Potere e la trasformazione in donna è il modo migliore per compiere tale sfida. Il Sesso, come abbiamo già accennato, è Potere, in quanto possesso. Poichè è l’uomo a possedere, allora Pasolini ci mostra il Sesso dalla parte della donna, che viene "sottomessa", così come il Dio-Potere opprime il popolo. 
Acquista così un senso di smascheramento e di scuotimento delle coscienze, la scena del Pratone della Casilina, in cui avviene l’accoppiamento di Carlo con venti ragazzi, che seguirà la trasformazione. 
Il tempo passa, Carlo primo raggiunge vertici sempre più elevati della sfera di comando dell’ENI, e torna una seconda volta in Oriente, stavolta in qualità di responsabile della commissione. Al suo ritorno Karl è sparito. Se il lettore non vuole entrare in crisi, per spiegare ciò deve ricorrere ad un unica possibile spiegazione: la nevrosi. 
Un fascista concorre alla posizione acquisita da Carlo nell’ente petrolifero, così alcuni oscuri personaggi legati al mondo della politica maturano l’idea di corrompere ideologicamente Carlo, "spostandolo" a destra. Intanto il protagonista, ora privo della sua metà sensuale, tenta una riunificazione delle due parti dissociate quando, passeggiando per i vicoli di Roma, approccia una prostituta. Tuttavia Karl se n’è andato, e rimane solo l’uomo politico, quindi Carlo, disgustato, rinnega i suoi intenti iniziali e se ne va. 
Invitato al "Toulà", esclusivo ristorante francese in cui hanno luogo gli intrighi politici, aderisce al fascismo, quasi senza accorgersene, o meglio, facendo finta di non accorgersene. E’ qui che egli fa la conoscenza di Carmelo, uno dei ragazzi del Pratone della Casilina, di cui si invaghisce. Come ribadito dal "secondo momento basilare del poema" Carlo è ormai una donna, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Il sesso si fa nuovamente metafora della descrizione della società: all’inizio dal punto di vista maschile, ovvero l’emblema del Potere e dell’oppressione, ora da quello femminile, che attende, che viene sottomesso e oppresso, ovvero il simbolo del sottoproletariato e del popolo. 
In seguito all’ incontro sessuale con Carmelo si colloca una parte poco chiara del romanzo, in cui Carlo viene prelevato da due personaggi misteriosi in macchina e portato su una motonave, che arriva fino a Palermo. Il protagonista fa ritorno al Toulà, luogo frequentato quasi esclusivamente per scopi politici, al fine di rivedere Carmelo, ma scopre che questi non è più lì. Di ritorno a piedi, egli si ferma nei pressi del Colosseo, ascolta le parole di un gruppo di persone ed ha improvvisamente una visione. Pasolini dispiega una grande digressione, che occupa ben venticinque appunti, ispirandosi al modello dantesco, con tanto di bolge e gironi, che descrive il deterioramento della nuova gioventù borghesizzata. Protagonisti della visione sono due ragazzi, il Merda e Cinzia, che secondo alcuni potrebbero richiamare il mito di Orfeo e Euridice. Ogni girone contiene un "modello", emblemi dei caratteri negativi della modernità, a cui i "dannati" si conformano: Pasolini si lancia in un’accusa che spazia dal Perbenismo all’ Amore libero, dallo Spirito Laico alla Dignità Borghese, dalla Tolleranza alla Nuova Criminalità...La visione culmina nel sigillo della Croce Uncinata. A questa rappresentazione negativa l’autore contrappone, parallelamente, la descrizione di un passato positivo, che, però, è irrecuperabile, puro mito. 
E’ il momento del "terzo momento basilare del poema": Carlo ritorna uomo, e decide di farsi castrare. Dopo i continui cambiamenti, egli vuole vivere libero dal Sesso e quindi dal Potere, in entrambe le sue forme. 
Nell’appunto 99 "Storia di mille e un personaggio" Pasolini esprime dei concetti che possono rimandare al senso ultimo del romanzo: nella creazione del suo personaggio egli ha voluto indagare la società dal punto di vista maschile e femminile, ma poichè gli opposti finiscono per coincidere, ha riunificato le parti in un unico personaggio, che in seguito "esplode" in una molteplicità, una folla, a cui è contrapposto lo stesso narratore, interno alla realtà creata perchè facentene parte lui stesso. E‘ un momento di spaccatura nell’economia dell’opera. Viene dichiarato che si sta entrando nella seconda parte, differente dalla prima perchè fino a quel momento era stato descritto il passato, e il "genocidio operato dal Potere tra la classe operaia e comunque povera, attraverso l’imposizione di nuovi Modelli, i quali, trasformando radicalmente gli operai e i poveri, li avevano letteralmente fatti sparire dalla faccia della terra", mentre da lì in poi "sarà descritto il disordine, e quindi la vita". Non si tratta più esclusivamente di Carlo ma di un complesso eterogeneo di personaggi. La seconda parte dell’opera e ancora più ostica della prima, poichè ancora più incompiuta. Dopo un nucleo di appunti dal significato oscuro sui "Godoari", antico popolo barbaro che si insediò nella pianura padana, un altro gruppo chiamato "I Narratori", ovvero i potenti dello Stato, che raccontano storie all’interno delle quali si trova la rivelazione dei segreti della storia italiana, la descrizione di una festa antifascista, e il proposito di inserire brani in lingua giapponese assieme alla programmazione di nuovi viaggi, nuove visioni, nuovi misteri, in un progetto che rimanda continuamente a sè stesso, il romanzo si chiude, ancora aperto.



Analisi del quadro politico e storico


Pasolini fu ucciso a causa di Petrolio? E’ possibile. Cerchiamo di entrare nel personale inferno messo in piedi dal poeta, e di identificarne i "dannati".
La vicenda su cui Pasolini pare concentrarsi maggiormente è l’omicidio Mattei.
Enrico Mattei (29 aprile 1906 - 27 ottobre 1962) è stato il fondatore ed il presidente dell’ENI. Era stato incaricato di smantellare l’Agip, creata dal regime fascista, ma egli ne fece la struttura portante del nuovo Ente Nazionale Idrocarburi. Era un uomo dall’immenso potere politico ed economico, ma era anche piuttosto "scomodo". Egli, infatti, voleva spezzare il monopolio delle "sette sorelle" (lobby petrolifera americana) al fine di ottenere maggiori introiti per l’ente italiano, ma anche per stabilire nuovi rapporti tra i fornitori di materie prime ed i paesi industrializzati. In particolare, prima della sua morte, Mattei stava per spezzare la morsa del cartello petrolifero intorno all’ENI, che mirava ad escluderlo dal mercato petrolifero internazionale, negandogli concessioni alla pari con le altre compagnie, nei paesi produttori. Egli dichiara quindi guerra al sistema petrolifero internazionale: promette ai fornitori di materia prima il 75% dei profitti contro il 50%, nonchè la qualificazione della forza lavoro sociale sul territorio. Il cartello reagisce duramente, arrivando persino a rovesciare governi, come quello libico, che aveva accettato l’offerta. Nel ’62 Mattei sostiene il Fronte per la Liberazione Nazionale in Algeria, per ottenere poi accordi vantaggiosi tra il futuro governo e l’ENI. Sulla stessa linea si muove però anche De Gaulle. Mattei riesce anche ad intavolare un dialogo con il presidente Kennedy, evidenziando il fatto che la sua non è una politica antiamericana, in quanto mirante esclusivamente all’ottenimento da parte dell’ENI degli stessi diritti che sono posseduti dalle altre compagnie. Il presidente americano sembra comprendere la posizione dell’imprenditore italiano, tanto che a quest’ultima viene conferita una laurea ad honoris causa da parte di una prestigiosa università statunitense.
Il 27 ottobre 1962, l’aereo su cui Mattei era in viaggio, proveniente da Catania e diretto a Milano, precipita. Un anno dopo, morirà anche Kennedy.
Il fatto viene considerato un incidente. Solo nel 1997 saranno ritrovati dei reperti che, analizzati con le nuove tecnologie, proveranno che sull’aereo era presente una bomba, e che quindi Enrico Mattei era stato assassinato. L’ipotesi corrente è che il presidente dell’ENI sia stato vittima di un attentato ordito dalle compagnie petrolifere statunitensi e la CIA, in combutta con Cosa Nostra. Non è da escludere anche un coinvolgimento francese, a causa della questione algerina.
Pasolini non sostiene questa pista: egli individua il mandante dell’omicidio in Eugenio Cefis, vicepresidente dell’ENI al momento della morte di Mattei, e in seguito presidente dell’ente petrolifero e della Montedison, colosso industriale e finanziario attivo nel campo della chimica, a capo di un’oscura regia politico-istituzionale che coinvolgeva servizi segreti e fascismo.
Ad indagare sul caso Mattei, dopo che l’inchiesta era stata chiusa una prima volta con le parole "il fatto non sussiste" è il sostituto procuratore pavese Vincenzo Calia, che legge Petrolio, e vi trova delle forti somiglianze con il libro "Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente" di un misterioso autore dallo pseudonimo di Giorgio Steimetz.
Cefis, dopo essersi ritirato da ogni attività, ed essersi trasferito in Svizzera nel 1976, si impegna profondamente per cancellare ogni traccia del suo passato. Questo è Cefis resta quindi in circolo solo per qualche mese. Eppure Pasolini riuscì ad ottenerne una copia, ricevuta nel 1974 da Elvio Facchinelli, psicanalista e animatore della rivista "L’Erba Voglio", assieme a tre discorsi proclamati da Cefis, di cui almeno uno è di notevole interesse, tanto che Pasolini, in uno dei suoi Appunti incompleti, si proponeva di inserirlo nel romanzo. Parlando all’accademia militare di Modena, nel 1972, Eugenio Cefis con le sue parole lasciava presagire una riforma costituzionale orientata ad un presidenzialismo autoritario, mirato ad escludere il Pci dal governo: un nuovo golpe bianco. Ecco che matura, nei confronti di questo oscuro personaggio, anche il sospetto di un suo coinvolgimento nella strategia della tensione. In realtà è più che probabile, se si analizza la sua figura. Pasolini ce ne offre un ritratto efficace. Nel romanzo è Aldo Troya, ma è solo il nome ad essere mascherato, poichè per la sua descrizione fisica egli riprende quasi parola per parola il libro di Steimetz, così come per l’elenco delle società che costituiscono "L’impero dei Troya", di cui cambia il nome ma mantiene le assonanze (per esempio "Chioscasauno" e "Chioscasadieci" diventano "Spiritcasauno" e "Spiritcasadieci", "Iniziative Partecipazioni Immobiliari" diventa "Immobiliari e Partecipazioni", e così via). Cefis ha davvero "le mani in pasta dappertutto", tanto che il suo impero conta società di rilievo nei più svariati campi, da quello petrolifero a quello immobiliare, da quello metanifero a quello finanziario, dal legno alla plastica, dalle pubblicità televisive ai giornali... Egli è il numero due dell’ENI durante la presidenza di Mattei, ma Pasolini specifica che la sua non è una tendenza all’ ascensione verticale: la seconda posizione gli si addice in quanto gli consente di "espandersi", ovvero di infiltrare i suoi uomini, spostare capitale e accrescere le sue influenze nell’ombra. E’ davvero sconcertante l’attualità di alcuni personaggi descritti dal poeta corsaro, e questo Aldo Troya è l’emblema, quasi l’archetipo, dell’Italia corrotta e sporca che, purtroppo, abbiamo anche oggi modo di conoscere molto bene.
Cefis e Mattei si erano conosciuti poichè militavano entrambi nella resistenza. Pasolini avrebbe voluto descriverne anche il passato, nell’appunto 21 "Lampi su ENI" ma esso è presumibilmente stato trafugato. Infatti esso appare nel testo come un foglio bianco contenente solo il titolo. Si potrebbe pensare che l’autore non l’avesse ancora scritto ma un’altra pagina di Petrolio recita così: "Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato "Lampi sull’Eni", e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria" . Lo scrittore Gianni d’Elia, autore del saggio "Il Petrolio delle Stragi" considera questo passo del romanzo la prova che l’Appunto 21 è stato trafugato, poichè "non si può rimandare che a ciò che si è già scritto". La notte in cui Pasolini venne ucciso ci fu un furto in casa sua, in cui vennero rubati dei gioielli e dei documenti. E’ probabile che a venire trafugato fu proprio l’Appunto 21, e questo suggerirebbe con evidenza ancora maggiore, che il movente dell’omicidio del poeta potrebbe essere legato a ciò che egli stava per denunciare in Petrolio. Si ritiene che l’Appunto potesse contenere un riferimento al periodo partigiano di Cefis, e forse ad alcune ombre del suo passato nella Divisione apolitica Valtoce in Val d’Ossola (poi inquadrata nelle Brigate Fiamme Verdi, di orientamento cattolico), e in particolare nella Brigata Alfredo Di Dio, dedicata alla memoria del comandante caduto in un agguato il 12 ottobre 1944 – morte di cui Cefis sembra portare qualche responsabilità. Sono gli anni in cui si cementano i legami – già stretti – tra il partigiano "Alberto" (il nome di battaglia di Cefis) e l’Office of Strategic Services (Oss) precursore della Central Intelligence Agency (Cia), l’agenzia di spionaggio per l’estero degli Stati Uniti. Esso avrebbe contenuto anche la storia recente dell’ENI, ossia il modo in cui avvenne il passaggio di potere da Mattei a Cefis, ossia la verità sull’omicidio.
Nel 2010 Marcello dell’Utri annunciò di aver letto il famigerato capitolo mancante, ma in seguito al clamore suscitato dalle sue dichiarazioni, egli ritrattò quanto detto e sostenne di averlo solo "avuto in mano per pochi minuti". "Lampi su ENI" esisterebbe, conterebbe una settantina di pagine e apparterrebbe ad un misterioso antiquario. Se esso è stato davvero rubato, allora l’operazione di cui il furto faceva parte non può dirsi del tutto riuscita, probabilmente a causa della scarsa conoscenza del testo da parte dei ladri, in quanto in Petrolio sono contenute delle esplicite denunce a Cefis, come questa: 


"In questo preciso momento storico (I° BLOCCO POLITICO) Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti). Egli con la cricca politica ha bisogno di anticomunismo (’68): bombe attribuite ai fascisti". 
E ancora, poche righe dopo : 

"Il 2° BLOCCO POLITICO app. sarà caratterizzato dal fatto che la stessa persona (Troya) sta per essere fatto presidente della Montedison. Ha bisogno, con la cricca dei politici, di una verginità fascista (bombe attribuite ai fascisti)"
(appunti 20-30, "Storia del problema del petrolio e retroscena, pag. 127). 

Oppure: 


"Istituire all'interno del paragrafo precedente (128) una sintesi della nuova situazione politica italiana: ossia le ragioni che hanno spinto Cefis dall'ENI alla Montedison, e la conquista della Presidenza dell'Edison con l'aiuto dei fascisti» (?) ecc."
[48]. 


Pasolini, quindi, lega Cefis alle bombe fasciste. A proposito di queste ultime è impressionante la preveggenza dell’autore nel passo seguente: 

"La bomba è fatta scoppiare: un centinaio di persone muoiono, i loro cadaveri restano sparsi e ammucchiati in un mare di sangue, che inonda, tra brandelli di carne, banchine e binari. (...) La bomba viene messa alla stazione di Bologna. La strage viene descritta come una ‘Visione". 


La bomba alla stazione di Bologna esploderà davvero, nel 1980. La "visione", a quanto pare, l’ha avuta Pasolini. 
Ma torniamo al caso Mattei. Seguendo l’ipotesi della colpevolezza di Cefis, elenchiamo i moventi principali che soggiacerebbero all’attentato: innanzitutto il numero due dell’ENI aveva certi interessi nella raffineria "Sarom" di Ravenna e "Mediterranea" di Gaeta, che rifornivano il sistema difensivo della NATO nell’ Europa del Sud e la Sesta Flotta americana, vendendo petrolio "Esso" e "Shell". Mattei cercava di obbligare la NATO a diventare cliente dell’ ENI ma Cefis, ovviamente, si opponeva. In secondo luogo egli era contrario al progetto del presidente riguardante il metanodotto in Algeria, poichè era detentore di azioni nella società proprietaria delle navi metaniere, e quindi era nel suo interesse che il trasporto del gas continuasse ad avvenire via mare. Se si aggiunge infine la presidenza dell’ente, si capisce che i motivi di scontro fra i due imprenditori non 
mancavano. 
Mattei muore, in carcere finisce solamente, con laccusa di "favoreggiamento aggravato" il contadino Mario Ronchi, che afferma di aver visto esplodere l’aereo e poi ritira tutto; a riaprire l’inchiesta sarà Calia, nel 1994, per chiuderla nuovamene nel 2003. Egli scrive così: 

"Dalle fonti di prova raccolte […] emerge che l’esecuzione dell’attentato venne decisa e pianificata con largo anticipo, probabilmente quando fu certo che Enrico Mattei, nonostante gli aspri attacchi e le ripetute minacce non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’Ente petrolifero di Stato. […] la programmazione e l’esecuzione dell’attentato furono complesse e comportarono – quantomeno a livello di collaborazione e di copertura – un coinvolgimento degli uomini inseriti nello stesso Ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano. Tale coinvolgimento trova conferma nelle soppressioni di prove e di documenti, nelle pressioni, nelle minacce e nell’assoluta mancanza, in ogni archivio, di qualsiasi documento relativo alle indagini e agli accertamenti sulla morte di uno dei personaggi più eminenti nel quadro politico ed economico dell’epoca. […] È facile arguire che tale imponente attività, protrattasi nel tempo, prima per la preparazione e l’esecuzione del delitto e poi per disinformare e depistare, non può essere ascritta – per la sua stessa complessità, ampiezza e durata – esclusivamente a gruppi criminali, economici, italiani o stranieri a "Sette [...o singole] sorelle" o servizi segreti di altri Paesi, se non con l’appoggio e la fattiva collaborazione – cosciente, volontaria e continuata – di persone e strutture profondamente radicate nelle nostre istituzioni e nello stesso Ente petrolifero di Stato, che hanno eseguito ordini o consigli, deliberato autonomamente o con il consenso e il sostegno di interessi coincidenti, ma che, comunque, da quel delitto hanno conseguito vantaggi." 


Di chiunque sia la colpevolezza, dunque, è innegabile il coinvolgimento dello Stato nel delitto e nel depistaggio delle indagini. Con la dichiarazione di Gaetano Verzotto, esponente siciliano della Democrazia Cristiana, esse portarono oltre che ad Eugenio Cefis, alla figura di Vito Guarrasi, avvocato palermitano facente parte della mafia, braccio destro del vicepresidente in Sicilia. Egli sembra coinvolto in un’altra faccenda che si lega al caso Mattei: quella del rapimento di Mauro De Mauro. Costui era un giornalista palermitano che scomparve il 16 settembre del 1970. Stava aiutando il regista Rosi, alle prese con un film su Mattei, ricostruendo gli ultimi due giorni della vita dell’ ex-presidente, quando scoprì qualcosa. Fu a quel punto che scomparve. Viene fermato Antonino Buttafuoco, militante nella loggia massonica Armando Diaz, collegata alla P2. Tra Buttafuoco e Guarrasi ci fu una telefonata che li avrebbe compromessi e fatti incriminare come colpevoli del rapimento; a testimoniare doveva essere il giudice Pietro Scaglione, che viene assassinato un giorno prima della deposizione, il 5 maggio 1971. Spariscono la trascrizione della telefonata, il nastro, e le impronte digitali sull’auto di De Mauro. 
E’ noto che il 10 novembre 1970 Guarrasi incontrò segretamente il colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante della legione Carabinieri di Palermo. Poche ore dopo l’incontro, le indagini sulla scomparsa di De Mauro si fermano. L’Arma opera fin da subito dei depistaggi, ignorando sistematicamente Guarrasi e additando come responsabili del rapimento del giornalista ambienti legati al narcotraffico. La polizia e Il sostituto procuratore palermitano Ugo Saito, però, continuano ad indagare. Egli viene a conoscenza del fatto che presso il night club "Villa Boscogrande", a Cardillo, vi era stata una riunione, con la partecipazione dei vertici dei servizi segreti (forse era presente Miceli) e della polizia giudiziaria palermitana, in cui era stato espresso l’ordine di "annacquare le indagini". Saito e un altro giudice, Fratantonio, ritengono che il massone Buttafuoco non sia che l’ultimo anello di una catena a cui fanno capo Cefis, Amintore Fanfani e un altro individuo. Inviano le loro conclusioni alla procura pavese ma queste non raggiungono la destinazione e i documenti vengono fatti sparire. 
Il coinvolgimento dello Stato è evidente. Pasolini non può che vedere in Cefis, le istituzioni, il neofascismo, i servizi segreti internazionali, un unico supergruppo della nuova criminalità. 
Eugenio Cefis continuerà ad "espandersi", ottenendo nel 1971 la presidenza della Montedison, e relegando la direzione dell’ENI al fidato Raffaele Girotti. Quest’ultimo peròdimostra una troppo spiccata autonomia, così il neopresidente ricorre al SID per farsi passare delle schede informative sull’ente petrolifero italiano. Attraverso i servizi segreti, che erano diretti in quegli anni da Miceli, il presidente della Montedison monitora politici, industriali, giornalisti, aziende pubbliche e private. Questo scenario viene descritto nelle pesanti pagine di Petrolio dell’appunto 97 "I Narratori" , in cui l’autore fa entrare il protagonista in una sala dove sono presenti i potenti dell’empireo politico. Pasolini, infatti, presenta gli eminenti personaggi della scena ricorrendo alle parole dell’articolo di Giuseppe Catalano uscito sull’ "Espresso" "Cefis e il Sid. Il mattinale", in cui il giornalista riportava alcune delle schede compilate dal Sid per Cefis, ritrovate nel volumetto 37 (ne dovevano quindi esistere altri 36). L’autore non fa che inserire i documenti in un contesto narrativo. La citazione letterale vuole, quindi, impressionare il lettore suscitando in lui la stessa indignazione che Pasolini aveva provato venendo a conoscenza del fatto che il presidente della Montedison era uno "spione". Nell’appunto sono presenti Mancini, socialista calabrese, ex-ministro nei governi Moro e Rumor, Girotti accanto al socialista Francesco de Martino, che accusa l’ENI di ostacolare la sua vittoria al congresso del Psi, Enrico Manca, un altro socialista, Danilo de Cocci, che sta indagando sulla presenza di fondi dell’ENI nella Dc, Vincenzo Ricucci, direttore generale della Società Oleodotti Italiani, la delegazione del Pci comprendente Enrico Berlinguer ed Eugenio Peggio, ma anche esponenti del Msi come Nicosia e Pino Rauti, di cui il rapporto del Sid allude alla complicità negli attentati dell’estrema destra, e Eugenio Henke, ex-comandante del Servizio Informazioni Difesa. Cefis ha informazioni su tutti gli ambienti politici; concentrato maggiormente sull’area di sinistra, egli tiene però sotto osservazione anche gli uomini di destra. Insomma egli diventa un vero e proprio potentato, corrompe e intimida chiunque, stabilisce alleanze, compie manovre finanziarie ai limiti della legalità (si ricordi che egli diviene presidente della Montedison attraverso i fondi dell’ENI). In un appunto del Sismi rintracciato da Calia si afferma che Eugenio Cefis è il fondatore e capo della loggia massonica P2, il cui comando poi passerà al duo Ortolani-Gelli.



Breve Analisi Stilistica e Significato dell’Opera


Pasolini in Petrolio lascia che il materiale si accumuli su sè stesso, che si stratifichi, si sovrapponga, in una pluralità di significati e sfumature. Il romanzo è un composto denso e magmatico, pericolosamente in procinto di implodere, che vive di un proprio respiro e si regge esclusivamente su sè stesso.
La forma dell’opera è lo specchio di una dimensione frammentata, imprevedibile, polivoca  e contraddittoria. Potremmo osservare che Pasolini, con una penna violentemente espressionista, dipinge una realtà hegelianamente dinamica, in automovimento, sintesi di opposti che trapassano continuamente l’uno nell’altro, in virtù della loro coincidenza, in cui niente è senza il suo contrario.
Il leit-motiv della dissociazione non rimanda ad altro che ad una verità in cui il senso si annichila, in quanto ogni cosa è indistinguibile dal suo doppio. E’ un tempo di contrasti quello del poeta corsaro, lacerato e confuso, e Petrolio è la dimostrazione che non c’è senso ultimo, non esiste un modo unico e coerente di vedere la totalità del reale, poichè esso va abbracciato in tutte le sue costitutive contraddittorietà. Il romanzo sembra bruciare e risorgere dalle sue ceneri, in un processo eterno e perpetuo, poichè, come è specificato nella nota del significativo Appunto 1, "Questo romanzo non comincia", e fare del proprio principio primo proprio la mancanza di esso, il disordine, il Caos, che è vita. Infatti è necessario ricordare l’importanza che l’autore attribuisce alla particolarità e al diverso: l’ordine è omologazione, morte, annientamento.
Petrolio è un opera totalizzante, paradossalmente illimitata nella sua (non) forzata limitatezza. Essa è la descrizione di una società e della sua logica. E’ la storia di un individuo, di molti. E’ creazione, prodotto dell’arte di Pasolini. E’ il suo testamento, l’espressione ultima di un intera carriera, il suo ultimo respiro, brutalmente spezzato. Ma non solo.

Petrolio è Pasolini.




Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
Per facilitare la navigazione interna, è stato creato un sito che fa da indice per argomenti P.P.Pasolini Eretico e Corsaro ( sito ancora in costruzione )
Qui puoi trovarci su Facebook Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.