lunedì 12 gennaio 2015

Il sogno di una cosa - Angela Migliore

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini Pier Paolo

Il sogno di una cosa



Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle Chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io sussisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno d'ogni moderno
a cercare i fratelli che non sono più.
(Pier Paolo Pasolini da “Poesia in forma di rosa”, 1962)


Anacronistico, Pasolini manomette i piani temporali recuperando schegge del passato ed il suo scrivere si sottrae ad una logica storicistica facendosi, di contro, “archeologismo oculato”, rivalutazione del regresso, rovesciamento della consequenzialità inderogabile della linearità.Concepito e scritto nel 1948-49, “Il sogno di una cosa”, pubblicato soltanto nel 1962, con dolorose sottrazioni atte a mortificare l’autobiografismo velato di vicende laterali inserite nel corpus del testo, si pone contemporaneamente come romanzo d’esordio e di conclusione dando origine ad una netta diacronia non solo con “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, ma con il profilo stesso dello scrittore considerato a pieno titolo romano. Una sfasatura di tempi involontaria che assume il sapore di una provocazione, incrinando la stabilità di valori raggiunti, considerati ormai assodati e squalificando il clichè attribuito al Pasolini personaggio pubblico in seguito all’uscita dei due romanzi romani.
Con  “Il sogno di una cosa”, si assiste, infatti, ad un inaspettato capovolgimento di prospettive, che palesa tutta l’ambiguità e le contraddizioni pasoliniane qui messe particolarmente in luce dal gap di quattordici anni consumatosi tra la stesura e la pubblicazione del libro che, scritto in pieno dopoguerra, nella cornice rurale dell’Italia contadina, ottiene il consenso dell’editoria solo quando ormai si assiste all’ingresso nell’età neo-industriale. Si tratta, quindi, di pagine estranee al contesto in cui vanno a collocarsi, tanto che nel leggerle, “si ricava la sensazione di essere trascinati indietro, verso un punto fisso dal quale, però, il tempo ha continuato a scorrere in avanti, macinando gli anni, distruggendo e restaurando, fino a creare un’incolmabile distanza”.

Ed è come celebrare un ritorno alle origini, alla scena agreste che aveva smesso di appartenere al Pasolini inurbatosi nella capitale. È ritorno al candore: candore del suo impegno politico; candore dei protagonisti, descritti nella loro coralità indifesa, delusi dal sogno infranto; candore del registro, restio alla contaminazione dialettale, marcata e aggressiva invece, nei due romanzi romani ed in ultimo candore dello scenario ancora fresco e innocente, lontanissimo dalla Roma sottoproletaria di “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”.
Al centro del narrare un’Italia quasi del tutto scomparsa, descritta mediante i gesti autentici, quasi rituali, dei contadini immersi in sfondi che Pasolini cattura con studiata maestria in vere e proprie tele, risolvendo i paesaggi pittoricamente nei modi della prosa dell’arte. La semplicità della frase, atta a rendere la modestia della vita rurale, si infrange contro la compattezza dei “dipinti”, volti ad esaltare la bellezza di una realtà cristallizzata in immagini capaci di ricreare l’atmosfera, gli odori e le sfumature di quei paesini incorniciati dalla “corona azzurrina dei monti friulani”, dove prende corpo e si sviluppa la storia di Milio, Nini ed Eligio. La storia della loro miseria, della fuga in Jugoslavia, della lotta contadina e dei loro vent’anni scivolati via troppo in fretta, a dirci che “la meglio gioventù” (titolo originario del romanzo, poi assegnato alle poesie in dialetto friulano) è già sfumata.
Pasolini rinuncia ad indirizzare il racconto verso una trama predefinita, bensì indugia sul valore della quotidianità  facendo del libro uno specchio in grado di fissare e riflettere la genuinità delle scene conviviali, vero fulcro della narrazione che si distende tra le pedalate in gruppo, le canzoni urlate a squarcia gola, le mangiate di polenta e le ubriacature dentro le stalle fumanti, le chiacchiere delle donne affaccendate nei lavori domestici, i cortei dei braccianti contro i latifondisti, le processioni religiose e addirittura “le pisciate, anch’esse religiose, tutti in fila di spalle contro l’argine” del Tagliamento.
In quest’ottica, pertanto appare evidente quanto sia fuori luogo etichettare in maniera semplicistica “Il sogno di una cosa” quale idillica rievocazione delle lotte dei contadini friulani: l’episodio storico della protesta per l’applicazione del beneficio di guerra funge, infatti, soltanto da sfondo integratore creando una soluzione di continuità tra le varie scene tratteggiate dalla penna dell’autore, capace di riconoscere in prima persona quanto la seconda ipotesi, quella de “I giorni del lodo De Gasperi” fosse inadeguata come titolo per il proprio romanzo.
Del resto l’argomento centrale è da ricercarsi altrove, senz’altro nella vitalità della tradizione, così come ci viene trasmessa attraverso tutta la serie di ritratti che si susseguono, uno dopo l’altro, come “un coro di figurine, un trattatello di fisiognomica e sociologia redatto e poi disciolto in colori dentro la cornice di un quadro fiammingo” corroso al suo interno dalle forze antitetiche dell’antico e del moderno, dal rimpianto per un tempo perduto che non ritornerà, per una condizione di purezza ed autenticità smarrite in conseguenza del consumismo e della corruzione di una società indegna di essere definita tale e nei cui confronti Pasolini non rinuncia mai ad esternare la propria delusione, neppure in questa circostanza, pur diluendo l’amarezza tra le pieghe di pagine che lontane dal “falso archeologico”, realizzano il “miracolo di un libro che è innocente senza tuttavia esserlo, poetico, ma non meno polemico”.


Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra: amando
il mondo che odio -nella sua miseria
sprezzante e perso - per oscuro scandalo
della coscienza…
Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere
con te e contro te: con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere.
(Pier Paolo Pasolini, da "Le ceneri di Gramsci",1957)


Pier Paolo Pasolini,“Il sogno di una cosa”, Milano, Garzanti, 2000.

Fonte:




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Pasolini Pier Paolo - L'usignolo della chiesa cattolica - Angela Migliore

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini Pier Paolo

L'usignolo della chiesa cattolica










Fonte:
http://www.lankelot.eu/letteratura/pier-paolo-pasolini-lusignolo-della-chiesa-cattolica.html


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Pasolini - L'usignolo della Chiesa Cattolica

"ERETICO & CORSARO"

 

L'usignolo della Chiesa Cattolica

Sotto il titolo L'usignolo della Chiesa Cattolica Pasolini raccolse e pubblico' nel 1958, presso l'editore Longanesi, un gruppo di poesie, in lingua italiana, datate 1943-1949. Il nucleo centrale della raccolta e' rappresentato dal magma di contraddizioni che si sviscera nell'anima di Pasolini.
L'origine delle liriche della raccolta, quindi, va ricercato nella scoperta, da parte del poeta, del dissidio individuale e interiore che lo travaglia, un dissidio non anocora interrotto dalla delusione cocente di una societa' che manifesta la sua falsita', il suo vuoto e la sua mancanza di coscienza. Questo dissidio, nella pagina lirica, si cela nella parola pura, dolcemente poetica: in una parola che cerca un estremo termine di paragone e una straziato parallelo nelle forme e nelle manifestazioni del mondo natuarale. Le tensioni dell'anima si snodano cosi' in un effluvio di contemplati odori che portano il poeta a un'immedesimazione, non solo d'immagini, ma concreta, con i protagonisti del mondo agreste friulano.
La figura dell'usignolo che appare nel titolo e' chiaramente emblematica ed e' anche la chiave di lettura dell'intero libro. Il piccolo uccello infatti e', per Pasolini, il vivente simbolo dei campi, della rugiada e delle colme sere friulane, ed e' anche, al contempo, l'alter ego dello scrittore, la sua immagine immedesimata. Di fatto, nell'ottavo dialogo della poesia L'usignolo, la giovinetta gli si rivolge dicendogli: "Povero uccelletto, dall'albero, tu fai cantare il cielo. Ma che pena udiriti fischiettare come un fanciullino!". Queste poche righe racchiudono in se' il senso che regge l'intera raccolta: la contraddizione esistente tra il volgere lo sguardo questuante all'infinito, nel gesto di "far cantare il cielo" e il ricadere entro il limite di un "fischiettare" tutto umano, quasi rabbrividito dentro "una pena" incolmabile.
Nella raccolta, il dissidio che si crea nell'uomo tra la tensione celeste e la condizione umana e' raffigurato da Pasolini in una serie di dialoghi che cantano lo splendore della terra e della natura, quasi che questi elementi, nella potenza di verita', avessero il privilegio della parola. Cosi' il poeta concede la voce e l'atto del "parlante" anche alle albe e ai cardellini, alle sere e alle primule: essi, solo essi, sono i veri compagni della solitudine dell'uomo.
Ma Pasolini in questi versi ricerca anche se stesso attraverso una tensione mitica che lo faccia pervenire alla cognizione della trascendenza. Si spiega cosi' l'altro tema dominante di L'usignolo della Chiesa Cattolica, ovvero l'inesausta preghiera dell'uomo Pasolini "all'immoto Dio". Il poeta, infatti, si rivolge a Dio chiedendogli di manifestarsi e offrendogli il dolore che gli viene dal continuo dissidio tra "carne e cielo" che lo travaglia, insomma, anela alla protezione del Padre, affinche' si plachino in lui il senso del peccato e il rovello per la castita' che ha violato con i suoi desideri sessuali: chiede che"L'Occhio di Dio" ritorni su di lui, nonostante "l'amore sacrilego" che lo pervade.
La figura del Cristo negli istinti ultimi della Passione diviene termine di confronto di questo nuovo centro tematico. Nel Cristo crocefisso Pasolini ricerca la parte buona di se', il suo esasperato bisogno di essere figlio di fronte all'occhio vigile del Padre. Si rivolge, infatti, a Cristo dicendo:
 
Cristo alla pace
del Tuo supplizio
nuda rugiada
era il Tuo sangue.
Sereno poeta,
fratello ferito,
Tu ci vedevi
coi nostri corpi
splendidi in nidi
di eternita'!
Poi siamo morti.
E a che ci avrebbero
brillato i pugni
e i neri chiodi,
se il Tuo perdono
non ci guardava
da un giorno eterno
di compassione?[*]

Per il poeta la morte ha origine nella lotta coi sensi e col sesso, ma l'infinito amore divino, tramite il perdono, riporta l'uomo nella sfera dell'"immoto Dio". Secondo Pasolini, anzi, sarebbe vana la passione di Crito se il Divino non dedicasse agli uomini e ai loro errori "un giorno eterno di compasssione".
La raccolta si compone di sette parti. La prima, datata 1943, porta il titolo L'usignolo della Chiesa Cattolica e raccoglie composizioni poetiche di intensa religiosita' in cui vengono liricamente rivissute le immagini di vita di Cristo e le preghiere della tradizione cattolica: Pasolini ricostruisce l'evento della Passione, il dialogo dell'Annunciazione tra l'Angelo e Maria e le Litanie della Madonna.
Particolarmente intese risultano le otto parti del poemetto L'usignolo, in cui si alternano struttura dialogica e prosa poetica. In prosa poetica, appunto, e' redatta l'ottva parte del poemetto, dove per la prima volta l'autore accenna a uno dei temi fondamentali del suo pensiero, non solo poetico, ma anche saggistico: la religione cattolica. Il poeta individua una netta separazione tra la figura di Cristo e la Chiesa come istituzione: la Chiesa dovrebbe essere esempio, memoria e mimesi di Cristo, ma in essa "di Cristo e' rimasto solo il respiro", perche' "la Chiesa ferita si e' aperta le piaghe con le Sue mani e un lago di sangue le e' caduto ai piedi. Ed essa prima di morire ha fatto in quel lago uno specchio, e un lampo ha illuminato la Sua immagine dentro il sangue".
La seconda parte della raccolta che, datata 1946, porta il titolo Il pianto della rosa, sviluppa tematiche interiori e vede al centro dell'evocazione lirica il dissidio del poeta. La scoperta del sesso e la coscienza del peccato divengono l'occasione per evocare il sorgere di un senso di malinconia nel felice mondo friulano. I ragazzi corrono "umili e violenti" e il poeta che assiste alle loro corse si sente intriso della loro felicita', ma e' escluso dalla loro naturalita'. Un desiderio impazzito lo divora: quello di bruciare l'innocente verginita'. Scrive, infatti:

"Ma l'odiata purezza / e i peccati sognati / erano il fresco sguardo / dei miei occhi bruciati". Dio si allontana, e' un puro vuoto "che non da' vita".

A Dio, pero', Pasolini ritorna sempre con nostalgia: e se dapprima afferma di non conoscerlo e di non amarlo, poi lo evoca pregandolo di invaderlo col fiato che rigenera alla vita:

"O immoto Dio che odio / fa che emani ancora / vita dalla mia vita / non m'importa piu' il modo".

In Lingua, che costituisce la terza parte del libro e porta la data del 1947, si acutizza, in maniera drammatica l'aut-aut che il poeta pone a Dio, tanto che Pasolini chiama gli angeli a far da intermediari alla sua inesausta preghiera:

 "Andate angeli, e dite al Signore / che al fulmine della sua redenzione / nascondo, ahime', il bersaglio del mio cuore".

La quarta parte, Paolo e Baruch, datate 1948-49 e formata da quattro liriche, si presenta come il nucleo piu' maturo della raccolta. Nella lirica Memorie il poeta ripercorre, attraverso la felicita' del ricordo, la sua infanzia solare e si sofferma sul perduto gioco degli amori di cui ora e' preda:

"Mi innamoro dei corpi / che hanno la mia carne / di figlio - col grembo / che brucia di pudore - / i corpi misteriosi / d'una bellezza pura / vergine e onesta....".

Lettera ai Contini, poi, e' una particolarissima esegesi degli scritti di San Paolo, che divengono anch'essi parte integrante del testo poetico: sono passi brevi, scelti dal poeta, e racchiusi in parentesi tonde, e a ogni passo corrisponde un'interpretazione personale, quasi una confessione straziata, concepita come una risposta alle sollecitazioni poste alla parola di San Paolo. Sullo stesso schema si fonda la lirica Baruch che, con Lettera ai Contini e con la seguente Crocifissione, forma un trittico di riflessione morale tesa al disvelamento della parola divina. Le domande che in essa il poeta si pone, sconvolgono nella loro naturalezza. "Perche' Cristo fu ESPOSTO IN CROCE?". In che cosa consiste la dedizione dell'uomo al Crocefisso? Che senso ha? E la risposta non e' semplice ne' univoca:

 Bisogna esporsi (questo insegna
il povero Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore e' degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni piu' nuda passione...
(questo vuol dire il Crocefisso?
sacrificare ogni giorno il dono
rinunciare ogni giorno al perdono
sporgersi ingenui sull'abisso).[*]

La quinta parte della raccolta, L'Italia, scritta nel 1949, e' un poemetto che segue il primo apparire di una struttura che fara' capo a Le ceneri di Gramsci. In esso Pasolini non giunge ancora alle grandi tematiche civili, ma gia' si premura di costruire una sorta di "sogno" in cui la penisola giace immersa. La fonte del raggio inebriante che benedice L'Italia, da Trieste all'Appennino, da Bellagio alle rive del Po, e' Casarsa. Il paesaggio italiano diviene cosi' oggetto di adorazione e la parola si fa strumento di una ebbrezza che trova il culmine del suo mistico e sensuale fervore quando il poeta giunge al centro del luogo sacro, il luogo che genera l'idea stessa della bellezza. Quel luogo e' Casarsa e il Pasolini assiste "al miracolo del paese notturno / che la prima luna del creato inargenta".
La sesta parte e' composta dalle poesie di Tragiques, redatte tra il 1948 e il 1949 e percorse dall'influsso della poesia di Rimbaud. La muta supplica del "timido ribelle" in cui il poeta si riconosce diviene grido soffocato e disperato: appunto, "tragico". "Dio, mutami!", implora Pasolini e poi inveisce, s'accanisce contro il muro che lo separa da Dio, tanto d'arrivare a supplicare:

"E allora, o Genitore, uccidimi....".

Un altro poemetto, datato 1949 e intitolato La scoperta di Marx, chiude il volume. In esso Pasolini ripercorre, colmo di maturita' meditativa, il rapporto col mondo in cui si sente "figlio cieco e innamorato". Ogni dissidio del poeta sembra stemperarsi entro una naturale accettazione. La folgore dei sensi non e' piu' una colpa da subire. Rivolgendosi alla madre, infatti, afferma:

"M'hai espresso / nel mistero del sesso / a un logico Creato".

In tutta la raccolta il mondo evocato da Pasolini e' ancora quello friulano. Cio' che muta, rispetto alle poesie contemporanee di La meglio gioventu', redatte in dialetto, e' l'atteggiamento del poeta di fronte alla materia espressiva. Il mondo friulano ora rivive in forza di moti interiori del poeta e risulta sviluppato in funzione di una vicenda esistenziale. In La meglio gioventu' il mondo contadino e agreste rappresentava il centro ideale sopra il quale intessere lo sviluppo della parola, e attraverso quel mondo la poesia assumeva la funzione di una esaltazione epica delle gesta dell'uomo. In L'usignolo della Chiesa Cattolica protagonista della raccolta e' lo stesso poeta coi suoi turbamenti esistenziali, mentre il mondo contadino si staglia sullo sfondo. Il confronto tra le due raccolte poetiche mette in rilievo il passaggio da un "esterno contemplativo" in cui il paesaggio geografico e umano sfolgora in tutta la sua bellezza e naturalezza ad un "interno meditativo" che L'usignolo della Chiesa Cattolica assume come parte celebrante e parlante di se'.
Ora pasolini scruta la propria solitudine all'interno di un mondo che e' memoria del grembo materno e sua raffigurazione, non solo concettuale. Di quel mondo il poeta inscena l'istanza cattolica che piu' stride con la cognizione della propria diversita', ma che, comunque, accetta. Il sentimento religioso, in L'usignolo della Chiesa Cattolica, si scontra insomma con la felicita' panica degli istinti amorosi: sacro e profano cercano di conciliare la pace dell'essere, al fine di condurlo a una sorta di verita', non solo umana ma anche trascendente.
La meglio gioventu' e' il libro della purezza e della felicita' completa e totale; L'usignolo della Chiesa Cattolica e' un libro d'ombre, corroso dal dolore e dalla cognizione del peccato: una patina di malinconia offusca la solare felicita' del poeta, fino a farlo precipitare in una zona buia, entro la quale al vita rivela tutta la sua tragicita'.

Fulvio Panzeri, Guida alla lettura di Pasolini - Mondadori 1988
[*] Pier Paolo Pasolini, L'usignolo della Chiesa Cattolica, Longanesi 1958

Fonte:
http://pigi.unipv.it/_PPP/L.html





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