domenica 25 gennaio 2015

Pasolini, Lotta Continua - Di fronte al »tribunale speciale... il processo.

"ERETICO & CORSARO"

Le immagini che seguono nel post, sono immagini del  n. 5, anno III,
18 marzo 71 di Lotta Continua, con Pier Paolo Pasolini direttore.

Per collaborare con loro ammise di aver messo a tacere parte della sua coscienza.

Dal primo marzo 1971 Pasolini risulta ufficialmente direttore responsabile del periodico "Lotta Continua", organo di un gruppo extraparlamentare dell'estrema sinistra. Ciò è dovuto alle leggi italiane che impongono che ogni pubblicazione debba avere un direttore iscritto al ruolo dei giornalisti professionisti. Così gli esponenti di Lotta Continua chiedono agli intellettuali italiani iscritti all'albo dei giornalisti, di assumere a rotazione la carica di direttore del loro periodico. Pasolini accetta, pur non condividendo la linea politica di Sofri e compagni, è quindi direttore di "Lotta Continua" dal 1 marzo al 30 aprile 1971.
 
Il 18 ottobre 1971, la corte d'assise di Torino processa Pasolini insieme agli altri esponenti di Lotta Continua per aver svolto propaganda antinazionale e per il sovvertimento degli ordinamenti economici e sociali costituiti dello Stato; e di avere, quindi, pubblicato e istigato a commettere delitti. Il 18 ottobre 1971, la Corte d'assise di Torino sospende il processo e rinvia a nuovo ruolo.




Il rapporto tra Pier Paolo Pasolini e il collettivo di Lotta continua fu dall'inizio burrascoso ma possibile perchè basato sulla massima sincerità intellettuale. Così, messe da parte contestazioni e sputi, il regista e il collettivo realizzarono il documentario 12 dicembre sullo stato della lotta ad un anno dalla bomba di piazza Fontana.
Le prime riserve rispetto all'intellettuale friulano nacquero quando nel '68 uscì su l'Espresso la poesia "Il Pci ai giovani!": comunque la si voglia mettere il movimento di contestazione si era trovato un altro nemico da combattere. Eppure, secondo Adriano Sofri, Pasolini «aveva una voglia matta di essere riconosciuto dai ragazzi del '68 ma era troppo orgoglioso per poterlo chiedere esplicitamente, non li avrebbe mai adulati. Allora usò i suoi mezzi, e ingaggiò come sempre un corpo a corpo che era foriero poi di una riconciliazione». Il corpo a corpo ci fu durante il Festival di Venezia del '68, dove il regista presentava Teorema mentre il movimento aveva occupato Ca' Foscari. Decise di avventurarsi in territorio nemico, ben sapendo che sarebbe stato deriso e attaccato ferocemente. Così fu: si prese gli sputi, le offese e poi fu cacciato fisicamente dai ragazzi in assemblea. E mentre usciva dal palazzo, incrociandolo con lo sguardo, Sofri ricorda che Pasolini lo fulminò con una frase che lo fece sorridere:

«Tu però mi ami!».





La riconciliazione tuttavia non tardò ad arrivare. Già all'inizio del '70 c'era stato un riavvicinamento tra il poeta e questo collettivo che «dà il primo posto alla passione, al sentimento», come si trovò a definirli. Si inizia a discutere e lavorare al documentario 12 dicembre: l'idea è di raccontare lo stato della lotta in Italia ad un anno esatto dalla strage di piazza Fontana a Milano. Ne viene fuori un ritratto in parte drammatico. Perchè si vedono certo gli operai e le masse proletarie che un po' ovunque - dalle grandi fabbriche del triangolo industriale alle disperate città del sud - prendono coscienza della possibilità di sovvertire finalmente l'ordine borghese e patronale che li sta schiacciando. Ma è anche lampante come la prima Repubblica, una giovane appena ventenne, stia vivendo un conflitto sanguinoso che incide nel corpo vivo della società.

Il documentario, autoprodotto, fu pronto per l'inizio del '72 e nonostante gli screzi che ne nacquero - si arrivò al compromesso di scrivere "da un'idea di Pier Paolo Pasolini" - per intercessione del regista friulano ebbe la sua visibilità passando anche al festival di Berlino (dove lui portava I racconti di Canterbury). Lo stesso anno Pasolini si prese anche due denunce, per istigazione alla disobbedienza delle leggi dello Stato, istigazione a delinquere e apologia di reato, in quanto prestava generosamente la sua firma di direttore responsabile (oltre alle sovvenzioni in denaro) per il giornale Lotta continua.

Il grosso del girato di 12 dicembre fu opera di Giovanni Bonfanti, che insieme a Goffredo Fofi lo aveva anche sceneggiato. Il taglio è quello del documentarismo militante che in quegli anni era diffusissimo. Si filmano i compagni, li si fanno parlare cercando di evitare le domande. Nasce un affresco della realtà operaia degli anni settanta: da Carrara, dove si muore "inavvertitamente" schiacciati dai massi di marmo bianco alla Montecatini Edison, la Pirelli e la Fiat di Torino. Le facce degli operai in assemblea mostrano preoccupazione ma anche una lucida consapevolezza: non si muore solo di fumi nocivi ma anche di alienazione dopo otto ore passate a ripetere lo stesso movimento. E ancora, nel '70 Reggio Calabria come Belfast. Nella città in rivolta contro l'assegnazione di capoluogo di regione a Catanzaro, si intravede il prologo di una possibile rivolta di classe. Alcuni ragazzi ammettono che negli scontri con l'esercito si sono infiltrati elementi poco chiari «mentre i padroni si godevano la battaglia dal balcone». Ma è lampante la condizione di miseria indicibile dei baraccati filmati alle porte della città e la loro frustrazione riversata per le strade contro le forze dell'ordine, l'unico avamposto di Stato che abbiano conosciuto.

Le parti girate da Pasolini, ad un occhio attento, sono facilmente individuabili. Partecipò all'episodio iniziale, quello di Milano, intervistando la famiglia Pinelli e l'avvocato di Lotta continua Marcello Gentini. Poi è la volta del tassista Luciano Paolucci, che convinse il collega Cornelio Rolandi a rivolgersi alla polizia dopo essersi accorto che quel giorno aveva accompagnato in auto l'uomo con la valigetta carica di esplosivo. Paolucci racconta di essere stato più volte contattato dalla polizia allarmata del fatto che potesse conoscere i particolari della vicenda. Rolandi invece morì in circostanze anomale nel dicembre del '71.

 



Ma fu soprattutto nelle riprese all'Italsider di Bagnoli che venne fuori la distanza di cifra stilistica e di senso che divideva Pasolini dal collettivo di Lotta continua. Perchè lui che fu un regista di corpi e di volti cerca una metafora violenta, scomposta, primordiale, per denunciare lo stato di malessere di tanti disoccupati napoletani. La trova nel gesticolare sgraziato, nello sforzo inutile di esprimersi di un handicappato che non riesce a trovare parole comprensibili ma colpisce emotivamente con tutta la sua rabbia. Poi filma una specie di controcanto alle immagini del lungo corteo che apre il documentario, una carrellata di persone che scandiscono slogan senza che si possano distinguere le facce. Pasolini, anche con un po' di ironia rivolta ai compagni del collettivo (e a tutti i ragazzi del movimento di contestazione), passa in rassegna uno per uno i volti di un gruppo di bambini napoletani che sorridenti, con il pugno chiuso, intonano Bandiera rossa. Un omaggio a chi ancora era nel pieno della lotta (che forse avrebbe potuto vincere), da parte di chi sentiva di aver perso molte sue battaglie.

Prima Fonte:
http://www.archivio900.it/it/articoli/art.aspx?id=6539




Di fronte al »tribunale speciale il processo Lotta Continua


Pio Baldelli, Roberto Roversi, Marco Pannella, Piergiorgio Bellocchio, Gianfranco Pintore, Pierpaolo Pasolini, insieme alla sbarra del Tribunale civile e penale di Torino per aver "firmato" come direttori responsabili, il quotidiano "Lotta Continua", e altre pubblicazioni e volantini come "L’opposizione nell’Esercito", "Comunismo", "Vedo Rosso", "Proletari in divisa"; e quindi per avere, attraverso queste pubblicazioni, "istigato militari a disobbedire alle leggi, a violare il giuramento prestato e i doveri derivanti dalla disciplina militare", e fatto "apologia ed esaltazione di fatti contrari alle leggi"; per aver svolto propaganda per il sovvertimento violento degli ordinamenti economici e sociali costituiti nello stato" e per aver "istigato a commettere delitti facendo anche pubblicamente l’apologia degli stessi".




Per il carattere esemplare del processo, e che coinvolge le leggi che vanificano la libertà di stampa e l’utilizzazione delle norme del codice penale Rocco, i compagni che, pur non aderendo a "Lotta Continua", hanno accettato di dirigerne l’organo di stampa, rispondono a tre domande: per quale motivo hanno assunto la direzione di Lotta Continua; che significato acquista per loro l’essere incriminati; quale sarà l’atteggiamento di difesa che s’intende promuovere. 





CITAZIONE DIRETTISSIMA


Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale Civile e Penale di Torino

Visti gli atti a carico di:

BALDELLI Pio, nato a Perugia il 23-1-1923: res. ivi, via Beatrice 27;

ROVERSI Roberto, nato a Bologna il 28-12-1923; res. ivi, via Maiano 2;

PANNELLA Marco, nato a Teramo 2-5-1930; res. Roma, via Collalto Sabino 40;

BELLOCCHIO Pier Giorgio, nato a Piacenza il 15-12-1931; res. Milano, via Poggioli 14;

PINTORE Gianfranco, nato a Irgoli (NU) il 31-8-1939; res. Roma, via dei Giornalisti 38;

PASOLINI Pierpaolo, nato a Bologna il 5-3-1922: res. Roma.



IMPUTATI

"a) del reato p. e p. degli artt. 81 cpv. 110, 112 n. 1, 226 I· p. e cpv. 1· e 3· n. 1, 2 e 3 C.P. in relaz. agli artt. 1 e 21 L. 8-2-1948 n. 47, perché in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive di un unico disegno criminoso, nella qualità di organizzatori o aderenti al movimento estremista denominato »Lotta continua pubblicamente e cioè attraverso la stampa e la diffusione del periodico »Lotta Continua pubblicato su autorizzazione del Tribunale di Torino del 15-11-1969 n. 2042, dei quali si succedevano come direttori responsabili dal luglio 1970 e fino al 18 maggio 1971 il Bellocchio, il Baldelli, il Pannella, il Pasolini, il Roversi, ed il Pintore, attraverso la stampa e la diffusione di innumerevoli circolari e volantini, indicati quali supplementi a numeri del predetto periodico e comunque attribuiti alla predetta organizzazione e attraverso la redazione, la stampa e la diffusione di altre pubblicazioni »L’opposizione nell’Esercito , »Comunismo , »Vedo Rosso», Proletari in divisa , anch’esse diffuse quali supplementi del medesimo periodico, ed, infine, attraverso cartelloni, manifesti, scritte murali e striscioni affissi od esposti nel corso di pubbliche manifestazioni, grida e slogans lanciati e diffusi nel corso delle stesse attraverso altoparlanti ed altri mezzi di diffusione meccanica o attraverso riproduzioni fonografiche, tutte dirette a militari in servizio, istigavano i militari a disobbedire alle leggi, a violare il giuramento prestato i doveri derivanti dalla disciplina militare, e tutti gli altri doveri inerenti al loro stato di militari, facendo anche con gli stessi mezzi tra i cittadini opera di apologia ed esaltazione di fatti contrari alle leggi, al giuramento, alla disciplina ed agli altri doveri militari, tra l’altro accuratamente teorizzando, predisponendo ed attuando capillare opera di penetrazione e di disgregamento nell’esercito, definito »strumento del capitalismo, mezzo di repressione e di lotta di classe , opera di continua denigrazione nei confronti del principio di subordinazione e di gerarchia, di indiscriminato e premeditato attacco nei confronti degli ufficiali, come tali perché definiti, per altro: »porci, servi e cani da guardia del sistema e presentati ai militari ed ai cittadini quali »ruffiani, ladri e prevaricatori , incitando in ogni modo, anche con cortei organizzati dinanzi alle caserme, i militari a disobbedire agli ordini a ribellarsi alla disciplina, a contestare qualsiasi ordine ed autorità, a prender pretesto da qualsiasi avvenimento o semplice incidente per scardinare la disciplina, a disertare, affermando, infine, tra l’altro »sputtaniamo l’autorità dei superiori, di questa gerarchia di ladri, è un buon inizio per smantellare il potere di questi nostri nemici e sfruttatori , »organizziamo la disobbedienza , »all’esercito dei padroni si risponde signor no , »tutti uniti disobbediamo agli ordini e frasi del genere.

Fatti commessi dal luglio 1970 al 18-5-1971 in Torino, Nocera Inferiore, Udine, Bergamo, Casale Monferrato, in altre imprecisate località e per ultimo ancora in Torino.

b) del reato p. e p. dagli artt. 81 cpv. 110, 112 n. 1, 272 C.P. in relaz. agli artt. 1 e 21 L. 8-2-1948 n. 47, perché in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive di un unico disegno criminoso, nella medesima qualità, con i mezzi e nelle circostanze di tempo e di luogo di cui al capo a), svolgevano propaganda per il sovvertimento violento degli ordinamenti economici e sociali costituiti nello Stato, tra l’altro sostenendo pubblicamente »che in questa società ladri, delinquenti e truffatori prosperano protetti dalla Polizia , »non fermarsi dinanzi alla polizia, di fronte alla legge ed a tutti gli strumenti che i padroni usano per combatterci; oggi si lotta con lo sciopero, la propaganda il sabotaggio domani dobbiamo essere pronti ad affrontare la polizia in piazza e ad organizzarci in modo clandestino, un giorno combatteremo armi in pugno contro lo Stato, come già ora nel Vietnam , »lotta di classe, armiamo le masse e frasi del genere.

c) del reato p. e p. dagli artt. 81 cpv., 110, 112 n 1, 414 1· p. n. 1 e ult. comma C.P. in relazione agli artt. 1 e 21 L. 8-2-1948 n. 47, perché in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive di un unico disegno criminoso, nelle qualità, con i mezzi e nelle circostanze di tempo e di luogo di cui ai capi precedenti, pubblicamente istigavano a commettere delitti, facendo anche pubblicamente l’apologia degli stessi, tra l’altro sostenendo che »oggi si lotta con lo sciopero, il sabotaggio e la propaganda, domani dobbiamo essere pronti ad affrontare la polizia in piazza ed a organizzarci in modo clandestino, un giorno combatteremo armi in pugno contro lo Stato, come già nel Vietnam, in America Latina, fino in fondo, fino alla nostra liberazione dai padroni e dallo sfruttamento , »blocchiamo tutto per la strada e le ore perdute le vogliamo tutte , »nessuno di noi deve pagare l’abbonamento , »prendiamoci tutto quello di cui abbiamo bisogno, prendiamoci i paesi e le città sono nostre, le hanno costruite i nostri padri proletari è l’unico modo per pigliarci anche la scuola , »la prossima volta possiamo arrivare sino alla palazzina in corteo e buttare fuori i dirigenti , »se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andarci a riprendere quello che ci hanno rubato, se è vero che la Gescal sono dei ladri, è giusto non pagare l’affitto e così via , »le case le facciamo e poi le prendiamo , facendo ancora l’esaltazione del delitto di lesioni e di violenza privata avvenuto a Trento, pubblicandone anche la foto con la dicitura, »gogna proletaria per i fascisti ed infine, con la condotta di cui al capo a), istigavano i cittadini a commettere il reato di cui all’art. 266 C.P.

d) del reato p. e p. dagli artt. 81 cpv. 110, 2 e 17 L. 8-2-1948 n. 47 perché, con più azioni esecutive di un unico disegno criminoso, nelle loro qualità di cui ai capi precedenti diffondevano numerosi ciclostilati, volantini e pubblicazioni varie, prive delle indicazioni del luogo e data della pubblicazione, del nome e domicilio dello stampatore, del proprietario e direttore responsabile.

Visti gli artt. 502 e seguenti Codice procedura penale


ORDINA

citarsi l’imputato innanzi questa Corte D’Assiste, via San Domenico 13, per l’udienza del 18 ottobre 1971, (Corte Assise 1· grado), per rispondere dei suddetti reati"




Una dichiarazione di intellettuali
"Al procuratore della repubblica, tribunale civile e penale di Torino. Noi sottoscritti intendiamo renderle per iscritto la seguente dichiarazione:
1) abbiamo integrale conoscenza della sua citazione direttissima in data primo giugno ‘71, di 42 cittadini, nonché di imputazioni da lei formulate a loro carico.
2) Riteniamo che questi cittadini siano soltanto colpevoli di aver esercitato con la stampa e con altri mezzi di espressione un loro diritto: proporre una interpretazione della società e dichiarare la necessità di trasformarla. Che questa interpretazione sia classista e che quella trasformazione sia rivoluzionaria non è motivo di imputabilità né materia di giudizio. Pretenderlo significa legalizzare la repressione e attentare alla libertà.
3) Quando questo avviene - e questo sta avvenendo anche per sua mano, signor procuratore della repubblica - è dovere di ogni cittadino prendere posizione, è dovere di ogni intellettuale rendere non equivoca testimonianza.
4) Testimoniamo, pertanto, che quando i 42 cittadini da lei imputati affermano che in questa società »l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione delle lotte di classe noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono »se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andarci a riprendere quello che hanno rubato lo diciamo con loro. Quando essi gridano »lotta di classe armiamo le masse lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a »combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato come già ora in Vietnam, in America Latina, fino in fondo, fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento , ci impegniamo con loro.
5) Dichiariamo, quindi, di riconoscere come nostre le azioni e le parole che sono motivo di imputazione per i 42 da lei convocati in giudizio il 18 ottobre e le chiediamo di recedere dalla sua accusa o di estenderla anche a noi per tutti gli effetti conseguenti.
Enzo Paci, Giulio Maccacaro, Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Marino Berengo, Umberto Eco, Paolo Portoghesi, Vladimiro Scatturin, Alberto Samonà, Lucio Colletti, Tinto Brass, Paolo Pernici, Giancarlo Maiorino, Francesco Leonetti, Manfredo Tafuri, Carlo Gregoretti, Giorgio Pecorini, Michele Canonica, Paolo Mieli, Giuseppe Catalano, Mario Scialoia, Saverio Tutino, Giampaolo Bultrini, Sergio Saviane, Serena Rossetti, Franco Lefreve, Elio Aloisio, Alfredo Zennaro, Renato Izozzi, G. B. Zorzoli, Cesare Zavattini, Bruno Caruso, Mario Ceroli, Franco Mulas, Emilio Garroni, Nelo Risi, Valentino Orsini, Giovanni Raboni, Luciano Guardigli, Franco Mogni, Giulio Carlo Argan, Alessandro Casillin, Domenico Porzio, Giovanni Giolitti, Manuele Fontana, Giuseppe Samonà, Salvatore Samperi, Pasquale Squitteri, Natalia Ginzburg, Tullio De Mauro, Francesco Valentini".
Seconda Fonte:
http://www.radioradicale.it/exagora/di-fronte-al-tribunale-speciale-il-processo-lotta-




16.04.71 Torino. Denuncia contro Pasolini nella sua qualita' di direttore di "Lotta Continua" per istigazione a disobbedire alle leggi e per propaganda antinazionale.

03.06.71 Siena. Denuncia contro Pasolini (nella sua qualita' - presunta - di direttore di "Lotta Continua") da parte dell'Avv. Arturo Viviani per istigazione a delinquere e apologia di reato.


05.06.71 Questione "Lotta Continua" di Siena. Rapporto-denuncia della questura.


18.10.71 Questione "Lotta Continua" di Torino. Udienza in corte d'assise.

  
11.07.72 Questione "Lotta Continua" di Siena. Notifica della comuicazione giudiziaria.

  
06.09.72 Questione "Lotta Continua" di Siena. Notifica del mandato di comparizione da parte del giudice istruttore.

  
22.09.72 Questione "Lotta Continua" di Siena. Interrogatorio davanti al giudice istruttore.

 
20.12.72 Questione "Lotta Continua" di Siena. Notifica dell'avviso di deposito della sentenza del G.I.
  
18.01.73 Questione "Lotta Continua" di Siena. Notifica del decreto di citazione a comparire davanti al tribunale di Siena.


23.02.73 Questione "Lotta Continua" di Siena. Udienza in tribunal e sentenza. 
























 
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PERCHÉ PASOLINI DISTURBA ANCORA? - Di Gianni D’Elia

"ERETICO & CORSARO"



PERCHÉ PASOLINI DISTURBA ANCORA?
Gianni D’Elia
L'Unità, martedì 5 giugno 2001

Riapriamola, se volete, questa polemica: culturale, non personale.
Mi chiedo quale sia davvero il motivo di tanta insofferenza di una parte consistente della critica letteraria verso la poesia di Pasolini. E anche verso quelli che, questa poesia, la sentono e la difendono.

Recentemente, un importante critico italiano (Pier Vincenzo Mengaldo, il cui silenzio sulla nostra generazione è tombale) ha voluto chiudere i rapporti con me, perché ho risposto a mio modo (da autore, facendo un discorso di poetica, più che di critica) alla demolizione in corso del Pasolini poeta: e non ingannino le lodi, di volta in volta, al teatro-cinema-critica... Sull’ultimo numero della rivista «Clan-Destino», ho dato dei «professori» a questi critici, che da anni parlano male della poesia pasoliniana. Non capisco perché non si riservi lo stesso trattamento di severità verso altri poeti, tuttora viventi e scriventi.

Chiedo scusa a Mengaldo, non volevo offendere, ma discutere. Una volta si diceva che il privato era politico, e anche una lettera ricevuta è un segno della cultura della città. In tanti anni di lavoro letterario, non ho mai ricevuto un rigo, da questo importante critico. L’unico biglietto che posseggo è questo che mi scomunica, perché ci sarebbe un’offesa: quel «professori», che ho impiegato, certo non visceralmente, per definire l’atteggiamento scolastico nei confronti delmai promosso Pasolini in versi. Sì, continuano a dare i voti, a fare i professori.

Eio preciso lamia critica: insisto a dire che si tratta di liquidazione «estetica», «idolatrico-linguistica », dell’arte poetica di Pasolini.
Ho capito la critica che, da Mengaldo a Sanguineti a Raboni ad altri, si rivolge a Pasolini: una critica che si vorrebbe etico-politica, ma che in realtà si dimostra soltanto estetica, addirittura estetistica, di gusto.
Dunque, mi rispondo che il vero motivo di questa insofferenza, è politica, con le stesse parole che Pasolini usa per definire (in Descrizioni di descrizioni, parlando del poeta Attilio Lolini) l’isolamento di Leopardi e del modello ginestresco:

«La scarsità del sentimento civile e
rivoluzionario dei letterati italiani,
la loro inettitudine all’entusiasmo
e all’amarezza, all’illusione e alla
rabbia».


Una volta, si diceva che nella letteratura, nella poesia perfino, si rispecchiavano modi diversi di leggere il mondo, la storia, le idee. Che c’erano le idee rivoluzionarie, e quelle reazionarie, anche nell’arte. Se riporto il discorso su Pasolini poeta, è perché non sarà indifferente il modo in cui lo leggeranno i più giovani. Già, perché se aprono un vecchio «Corriere» (1998) e leggono che «qualcuno continua perfino a credere che sia un grande poeta, Pasolini», aggiungendo che si tratta di una poesia «manierista » fin dai versi friulani (e che, dunque, non resta niente, neppure il poeta fino alla Religione delmiotempo, come in passato almeno si sanzionava), ecco che potrebbero stare a sentire solo la campana di Mengaldo, che è professore e critico emerito, ma su Pasolini poeta non ci prende proprio. E sono offese anche queste.

Certo, Pasolini (in versi) ha molti nemici anche nella neoavanguardia e postavanguardia da Facoltà, oltre che nelle tradizioni del Grande Stile novecentesco. E, in fondo, sono opzioni coincidenti, perché privilegiano il linguaggio su tutto il resto, il feticcio metrico o il metonimico informale, negando addirittura la piena artistica e la spinta sperimentale-esistenziale, nella pratica della contraddizione tra corpo e storia, istinti e ragione politica. Dico cioè che questa demolizione «estetica» di Pasolini è una demolizione politica, che tende a ignorare la novità del messaggio (non solo letterario) di Pasolini. Il rapporto rivoluzione-tradizione, in poesia come nell’ambito sociale, è stato uno dei nessi forti, che ci possono aiutare nella confusione di oggi.
Comunità e diversità sono stati i temi di Pasolini, anche nelle poesie. Ègrazie al suo canto, al suo messaggio così paradossale (tutto senso, ma, anche, tutto suono) che fa ingresso la storia della sinistra nella poesia italiana. Tra Gramsci e il sentire singolare, tra la ragione storica della liberazione e l’amore diverso, si instaura un dialogo, che è anche un dialogo e un appello al lettore e al cittadino: parlare in prima persona, dire che quello che si sente è centrale. Come è lontana la massima di Pasolini:

«Adulto, mai».


Oggi, invece, domina la retorica del padre, del figlio di famiglia, dell’anticonformismo del conformismo (ciò che mi allontana dal film di Moretti, che non ho ancora visto); una generazione filiale, la cui paternità non può essere che retorica, fa il paio con quei padri che non hanno voluto esserlo, negando l’eredità. Penso che noi (anni 50 e 60) non abbiamo avuto padri, ma patrigni; siamo stati figliastri, rifiutati e ignorati, non figli.Questo vale in politica, come in letteratura: itagliana. Hanno fatto fuori due generazioni, tra il ’68 e ’77, e hanno dovuto dimostrare che, anche in poesia, non ne poteva venire nulla di buono. Credo sia un atteggiamento inconscio, da parte dei padri-patrigni, ma non meno carico di conseguenze. L’isolamento della poesia dalla cultura è totale. Domina, infatti, una critica stilistica molto bassa, che sui giornali diventa estetistica, ignorando i nodi storici e politici dei testi, la loro forza d’urto antiaccademica Guardate chi scrive di poesia: sono i poeti stessi, segno dell’isolamento critico della poesia italiana contemporanea, abbandonata a se stessa dalla critica specialistica (che è ancora petrarchistica, montaliana e tardosimbolistica, o vecchissimo-avanguardistica). Eper questo odia Pasolini, che è già oltre il Novecento; anche lui, come Leopardi, e prima ancora Dante, esule e figliastro non accetto dalla Città, non cittadino, giovane per sempre, maestro fraterno. E per questo il nostro maggior poeta del secondo Novecento, già nel 1963, aveva potuto dirne molto peggio: «Professori del ca.», in Progetto di opere future, che indica, appunto, un’antica rottura della poesia con la critica letteraria itagliana.
Oppure, uno deve tradire, mettersi nella logica dei padri, diventare ilmassimo del conformismo (e allora verrà premiato, magari non in poesia, ma nel cinema: vedi il trionfo di Nanni Moretti, che, anche su Bertinotti, ha detto la cosa più banale, quella che tutti noi ci siamo tenuti dentro, perché troppo semplice). Siamo in piena restaurazione (di sinistra, con Moretti) che continua a dire cose di destra spacciandole per sinistra. Per cui abbiamo molto più bisogno di un sentire diverso che normale. E Pasolini vedeva e sentiva l’arrivo di un nuovo potere totale, che oggi è sotto gli occhi di tutti e ha la faccia del capo di Arcore. È da questo sentire, storico e singolare, che nasce il nuovo pensiero critico degli Scritti corsari, l’ideologia della mutazione antropologica, e cioè la visione dell’Italia consumistica ed edonistica dello sviluppo e dei delitti globali. In questo senso, Pasolini ha saputo ascoltare e parlare: è stato un grande ideologo (stranamente ignorato da Bobbio, nel suo Profilo del ’900) e poeta, anche in prosa. Esarebbe ora di finirla di fargli gli esami estetici, accettandone la carica artistica fenomenale.

Non c’è nessun poeta a lui coetaneo, in Italia, che sia stato poeta più di Pasolini, cioè più generoso, e anche geniale. Basterebbe, per negare a nostra volta la negazione accademica, prendere La poesia della tradizione (1971), che è uno dei testi più importanti per capire lo scacco culturale della generazione del ’68, la sua inettitudine alla poesia, al rapporto tra sentire e ideologia... A un ragazzo (1957) parla della memoria esistenziale dentro la storia, ed è uno dei più bei testi sulla delusione della Resistenza. Una disperata vitalità (1964) è un film-documento metrico sulla crisi della sinistra e di un poeta rivoluzionario, dentro il boom italiano. Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo, tutte le poesie friulane, di gioia e di guerra, ci offrono la vera svolta (come fu per Leopardi) della poesia italiana antisimbolistica, che già aveva dato Saba e Penna. Il mio amico Bernard Simeone, poeta e traduttore eccellente di cose italiane, mi dice che in Francia è possibile amare Pasolini e Fortini allo stesso tempo, senza problemi. Sono due poeti diversi, ma dentro lo stesso rovello della contraddizione epocale. Poesia incivile, più che civile, allora. Poesia della non cittadinanza, che chiama alla cittadinanza per tutti gli esseri umani, nell’epoca dell’immane raccolta di merci.

Poesia non fine a se stessa. Quando saranno finiti gli esami, allora comincerà il tempo della poesia di Pasolini, così chiara, così necessaria, se confrontata con la crisi e l’incertezza di non pochi poeti del presente, critici e professori.

Gianni D’Elia



 
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