lunedì 26 gennaio 2015

Pasolini ci direbbe... di Gianni D'Elia

"ERETICO & CORSARO"
 
 

Pasolini ci direbbe...
di Gianni D'Elia
"l'Unità" 11 novembre 2008

Forse, l’unico modo per ricordare Pasolini e il suo delitto del 2 novembre 1975, è quello di chiederci che cosa oggi egli direbbe e farebbe, in questa Italia. L’unico modo davvero pasoliniano sarebbe continuarne l’ossessione politica, che negli ultimi anni il poeta concentrò sulla radice stragista dello Stato, su quella economia politica delle stragi, che riempie le carte postume di Petrolio, il romanzo incompiuto uscito nel 1992, nonché gli Scritti corsari e luterani. L’Italia del 2008 presenta ancora la «questione democratica» come centrale, nel succedersi degli scandali economici, finanziari, sportivi, bancari, di spionaggio politico e fiscale, di dossieraggio, come ai tempi del Sid privato di Cefis e del generale Miceli: non è cambiato il modo di fare politica oscura e dietro le quinte di pubblici poteri civili e militari e di cartelli economici e industriali, con raccolta di dati attraverso la manipolazione informatica e lo smistamento politico criminale, al servizio segreto delle varie fazioni in lotta. Forse, Pasolini ci direbbe che non basta la riforma dei Servizi Segreti di oggi, ma che occorre abolire il Segreto di Stato di ieri, perché finalmente gli italiani sappiano la verità, o semplicemente perché la dicano finalmente delle parole ufficiali: gli italiani non sanno ancora niente né del delitto Mattei, né del delitto De Mauro, né del delitto Pasolini, né delle stragi da Piazza Fontana a Bologna, eccetera. Senza un moto di opinione generale, di discussione nazionale, questa riforma dei Servizi calerebbe sempre dall’alto, senza memoria e soprattutto senza fedele rendiconto del passato, di ciò che è veramente accaduto dopo il delitto di Moro, davvero dimenticato e offeso dalla esaltazione morale degli ex amici e senatori a vita, come Andreotti e Cossiga, quando di essi Moro ci ha lasciato un ritratto impietoso e mai lavato dai dubbi e dai sospetti di feroce cinismo e autoassolvimento ipocrita. Tolto il segreto, tutti questi delitti collegati squillerebbero, come telefoni nel vuoto dei misteri (e ministeri). Forse, Pasolini ci parlerebbe anche del proprio delitto, confermando la ritrattazione di Pino Pelosi (7 maggio 2005), che si era accusato dell’assassinio sotto minaccia e ricatto dei veri assassini, un gruppo di fascisti e di mafiosi mai ricercati e mai trovati. Un delitto politico, su mandato politico dei potentati economici e politici, a cui dava molto fastidio il lavoro in corso del poeta. O forse Pasolini ci mostrerebbe semplicemente il suo corpo straziato e ci direbbe: non vi pare la strage di un corpo solo? Non vi pare la perizia e il referto di un corpo esploso, anche se soltanto selvaggiamente bastonato e schiacciato? Non vi pare che il mio corpo parli degli anni '70 e delle stragi più di qualunque discorso? Non potrebbe essere il corpo dell’ultima vittima di Piazza Fontana, il mio, o il primo segnale della strage di Bologna? Eccolo, il mio corpo sbranato dai bombaroli: il cuore scoppiato; il fegato lacerato in due punti; dieci costole fratturate, fratturato lo sterno; un’orribile lacerazione tra il collo e la nuca; ferite sulle spalle, sul torace, sui lombi, con il segno dei pneumatici della mia macchina sotto cui sono stato schiacciato; le orecchie tagliate a metà, e quella sinistra divelta, strappata via; il naso appiattito deviato verso destra; la mascella sinistra fratturata; le dita della mano sinistra fratturate e tagliate; nerolivide e rosse di sangue anche le braccia, le mani; la faccia deformata dal gonfiore, nera di lividi, di ferite; i capelli impastati di sangue, sulla fronte escoriata e lacerata; quando questo corpo venne ritrovato, giaceva disteso bocconi, un braccio sanguinante scostato e l’altro nascosto dal corpo... Forse, Pasolini ci direbbe: quanti morti d’Italia, a causa dell’Italia segreta, sono stati trovati così e non hanno avuto ancora giustizia? Quanti corpi uccisi dal segreto? Forse, Pasolini, come Socrate, indicherebbe il segreto politico come il male del passato nel presente della città. Il paradosso italiano è questo: il passaggio politico e economico è chiaro erede dei responsabili di quella «sconfitta democratica», di quella «questione democratica», che portò all’utilizzo del terrorismo per fini restaurativi, alle stragi e al depistaggio, alla eliminazione fisica e dissimulata degli oppositori di quel «piano di rinascita» nazionale”, che Gelli e Ortolani ereditarono da Cefis, che passa per Tangentopoli e arriva al piduismo mafioso già al governo della Seconda Repubblica. Forse, Pasolini ci ricorderebbe la continuità di quel progetto, e certo chiederebbe di nuovo il Processo: storico, pubblico, collettivo, perché la verità delle stragi italiane e del paesaggio politico-economico che le ha prodotte e «incassate» venga fuori. Questo non escluderebbe il riaprirsi dei procedimenti giudiziari, sullo stesso delitto di Pasolini, che già un giudice come Vincenzo Calia ha collegato al delitto Enrico Mattei: non ci sarebbe più il segreto di Stato, e forse Calia potrebbe riaprire l’inchiesta archiviata nel 2003, e proprio per questo motivo: il «muro di gomma» del segreto, sugli affari di Cefis e dei suoi amici... Probabilmente, Pasolini, scrivendo un articolo dei suoi, costringerebbe intellettuali e politici a schierarsi, a iniziare una campagna d’opinione forte su tutti i giornali democratici, perché una cosa ragionevole e dunque sacra come questa si potesse realizzare: la pulizia di questo paesaggio inquinato, riformare i Servizi Segreti, abolire il segreto di Stato; e forse riunire tutte le Commissioni parlamentari (Mafia, P2, Terrorismo) in una Commissione del Perdono sulle Stragi, come in Sudafrica, perché la confessione dei delitti almeno implichi per le vittime e per tutti gli italiani l’acquisizione del bene prezioso della verità politica, per rifondare su questa la pratica politica di un futuro civile. 




 
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Pasolini: "Faccio cinema senza speranza"

"ERETICO & CORSARO"



"Faccio cinema senza speranza"
di Pier Paolo Pasolini
Un brano dell’intervista filmata da Gideon Bachman
sul set di Salò durante le riprese finali del film
.

Salò è preso dalle 120 giornate di Sodoma di De Sade, ma è ambientato durante la Repubblica di Salò, cioè nel ‘44-’45. Quindi, c’è molto sesso, ma il sesso presente nel film è il tipico sesso di De Sade, la cui caratteristica è esclusivamente sado- masochistica, in tutta l’atrocità dei suoi dettagli e delle sue situazioni. 
[...] Nel mio film tutto questo sesso assume un significato particolare: è la metafora di ciò che il potere fa del corpo umano, è la mercificazione del corpo umano, la sua riduzione a cosa, che è tipica del potere, di qualsiasi potere. Se io, al posto della parola “Dio”, in De Sade metto la parola “potere”, viene fuori una strana ideologia, estremamente attuale. [...] Un altro elemento d’ispirazione del film è la rievocazione di quei giorni che ho vissuto, i giorni della Repubblica di Salò. [...] Io non stavo a Salò, ma in Friuli. Il Friuli era diventato una regione tedesca, era stato annesso burocraticamente alla Germania. Si chiamava il “Litorale adriatico”. C’era un Gauleiter, che era una specie di governatore, dall’8 settembre ‘43 fino alla fine della guerra. Quindi, ho passato giornate spaventose in Friuli. Intanto, c’è stata una delle più forti lotte partigiane e mio fratello ci è morto. [...] Fra l’altro, il Friuli era continuamente bombardato dagli americani e vi passavano le formazioni delle fortezze volanti che andavano a bombardare la Germania. Rastrellamenti, paesi deserti, bombardamenti quasi inutili, di pura crudeltà. 

La lezione del film

[...] Non m’illudo di essere capito dai giovani perché con loro è impossibile instaurare un rapporto di carattere culturale perché vivono nuovi valori con cui i vecchi valori, nel nome dei quali io parlo, sono incommensurabili. Sembra che si mettano d’accordo! Parlano, ridono e si comportano allo stesso modo, fanno gli stessi gesti, amano le stesse cose, montano le stesse moto.
[...] La cosa orrenda della cultura italiana è che i giovani siano liberi, siano privi di complessi, siano disinibiti, vivano una vita felice. Tutta la borghesia italiana è convinta di questo. Anche tutta la sinistra, sì.
[...] Non capiscono, non vedono. Perché non li amano! Chi non ama i contadini non capisce la loro tragedia. Chi non ama i giovani se ne frega di loro. «Ma sì, sono contenti, sono disinibiti!» [...]

Padri e figli

Tutti i miei libri e le mie opere narrative parlano di giovani: li amavo e li rappresentavo. Adesso non potrei fare un film su questi imbecilli che ci circondano. A volte mi vengono letteralmente le lacrime agli occhi quando vedo il figlio di Ninetto [Davoli ndr], che ha un anno. Mi vengono le lacrime agli occhi per la pietà per il suo futuro.
[...] Nelle grandi città industrializzate la gioventù è diventata odiosa, insopportabile. I loro padri, in fondo, cos’hanno fatto, quelli che hanno quaranta-cinquant’anni? Cos’hanno fatto perché questi figli non fossero così? Niente! I padri che hanno dei figli dai quindici ai vent’anni ormai oggettivamente non possono più insegnare niente, perché non hanno fatto esperienza del tipo di vita dei loro figli. [...] 

Sesso e libertà

Durante le età repressive il sesso era una gioia, perché avveniva di nascosto ed era un’irrisione di tutti gli obblighi e i doveri che il potere imponeva. Invece, nelle società tolleranti, come si dichiara quella in cui viviamo, il sesso è necrotizzante perché la libertà concessa è falsa e soprattutto è concessa dall’alto e non conquistata dal basso. Quindi, non si tratta di vivere una libertà sessuale, ma di adeguarsi a una libertà che viene concessa. Allora, a un certo punto, uno dei personaggi del film dirà proprio questa frase: «Le società repressive reprimono tutto, quindi gli uomini possono fare tutto». Ma ho aggiunto questo concetto che per me è lapidario: le società permissive permettono qualcosa e si può fare solo quel qualcosa. Che è terribile! In Italia oggi si può fare qualcosa. Prima non era concesso niente, in realtà. Le donne erano quasi come nei paesi arabi. Il sesso era nascosto: non si poteva parlare, non si poteva mostrare neanche mezzo seno nudo in una rivista. Adesso concedono qualcosa, concedono foto di donne nude, non di uomini però! La coppia è un incubo
Poi, c’è una grande libertà nei rapporti della coppia eterosessuale, una libertà per modo di dire perché dev’essere quella, e poi è obbligatoria. Siccome è concesso, è diventato obbligatorio, perché un ragazzo, visto che è concesso, non può non approfittare di questa concessione. Quindi, si sente obbligato a stare sempre in coppia e la coppia è diventata un incubo, un’ossessione, anziché una libertà.
[...] È una coppia completamente falsa e insincera, di un’insincerità spaventosa. Vedi i ragazzi che, presi da chissà quale slancio romantico, camminano tenendosi per mano, un ragazzo e una ragazza, oppure tenendosi abbracciati. «Cos’è quel tipo di romanticismo?», ti chiedi. Niente. È la loro coppia rilanciata dal consumismo perché questa coppia consumistica compra. Tenendosi per mano va alla Rinascente, alla Upim. [...] 

Il potere

Ognuno odia il potere che subisce. Quindi, io odio con particolare veemenza il potere di oggi, 1975. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione di Himmler o Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono alienanti e falsi. Sono i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti. [...] 

Mangiare merda

Un vecchio contadino tradizionalista e religioso non consumava delle sciocchezze preconizzate dalla televisione. Bisognava fare in modo che invece le consumasse. In realtà, i produttori costringono i consumatori a mangiare merda. Il brodo Knapp è merda! Danno delle cose sofisticate, cattive, le robioline, i formaggini per bambini, tutte cose orrende che sono merda. Se facessi un film su un industriale milanese che produce biscotti, li reclamizzassi e li facessi mangiare a dei consumatori, verrebbe fuori un film terribile, sull’inquinamento, la sofisticazione, l’olio fatto con le ossa delle carogne. Potrei fare un film così, ma non posso! Come faccio a stare lì un anno prima a pensarci e poi a girare? Sarebbe più utile, nel senso diretto, pratico della parola, farlo proprio così com’è. Ma chi me lo fa fare? Sarebbe autolesionismo.

La sottomissione al consumismo

[...] L’unico sistema ideologico che ha davvero coinvolto anche le classi dominate è il consumismo perché è l’unico che è arrivato fino in fondo, che dà una certa aggressività perché quest’aggressività è necessaria al consumo. Se uno è puramente sottomesso, segue l’istinto puro della sottomissione come un vecchio contadino che chinava la testa e si rassegnava, cosa sublime come l’eroismo. Adesso questo spirito di rassegnazione, di sottomissione non c’è più, perché altrimenti che consumatore è uno che si rassegna e accetta un suo stato arcaico, retrogrado e inferiore? Deve lottare per elevare il suo stato sociale. «Io chino la testa in nome di Dio» è già una grande frase. Mentre adesso il consumatore non sa affatto chinare la testa, anzi crede stupidamente di inchinarla e avere i suoi diritti. Anzi, è sempre lì a pretendere i suoi diritti, a crederci, invece è un povero cretino.
[...] Non credo ci sarà mai un tipo di società in cui l’uomo sia libero. Quindi, è inutile sperarci. Non bisogna mai sperare in niente. La speranza è una cosa orrenda, inventata dai partiti per tener buoni i suoi iscritti.

Scrivere per il cinema
 
Non scrivo più come prima, il che equivale a dire che non scrivo più. In principio, quando ho cominciato a fare cinema, ho pensato che fosse solo l’adozione di una tecnica diversa, direi quasi di una tecnica letteraria diversa. Poi, invece, mi sono reso conto, pian piano, che si tratta dell’adozione di una lingua diversa. Quindi ho abbandonato la lingua italiana, con cui mi esprimevo come letterato, per adottare la lingua cinematografica. Ho detto varie volte, per protesta, contestazione totale, che avrei voluto rinunciare alla nazionalità italiana. Facendo del cinema ho rinunciato alla lingua italiana, cioè alla mia nazionalità. Ma la verità è un’altra, forse più complicata e profonda: la lingua esprime la realtà attraverso un sistema di segni. Invece, il regista esprime la realtà attraverso la realtà. Questa è forse la ragione per cui mi piace il cinema e lo preferisco, perché esprimendo la realtà come realtà opero e vivo continuamente a livello della realtà. Le parole «fiore», «petalo», le vado a prendere dal nostro linguaggio di uomini che stiamo comunicando. Non importa niente a noi della poesia. Usiamo la parola «fiore» perché ci serve nei nostri rapporti umani. Le immagini, invece, su quale altro linguaggio si fondano? Si fondano sulle immagini dei sogni e della memoria. Noi quando sogniamo e ricordiamo, giriamo dentro di noi dei piccoli film. Allora, il cinema ha le sue fondamenta, le sue radici su un linguaggio completamente irrazionale, irrazionalistico.
[...] In fondo, quando uno ha visto un film, gli pare di aver sognato.

Perché faccio cinema

Se io credessi che il mio cinema fosse del tutto integrato da una società che vuole anche il tipo di cinema che faccio io, allora forse non lo farei.
[...] La società borghese digerisce tutto: amalgama, assimila e digerisce tutto. Però, in ogni opera in cui l’individualità, la singolarità si afferma con originalità e violenza, c’è qualcosa di inintegrabile.
[...] Ho questa fiducia nella libertà umana, che non saprei rendere razionale. Però mi rendo conto che, se le cose continuano così, l’uomo si meccanizzerà, si alienerà talmente, diventerà così antipatico e odioso che questa libertà andrà completamente perduta. Continuerei a fare cinema lo stesso anche se la libertà fosse solo da parte mia e si esaurisse con l’espressione. Continuerei a farlo lo stesso perché ho bisogno di farlo. Mi piace farlo e lo farei. O mi suicido o lo faccio.
[...] Io penso che l’artista in nessuna società è libero. Essendo schiacciato dalla normalità e dalla media di qualsiasi società dove egli viva, l’artista è una contestazione vivente. Rappresenta sempre l’altro di quell’idea che ogni uomo in ogni società ha di se stesso. Un margine anche minimo, magari non lo si può neanche misurare, di libertà, secondo me, c’è sempre. Non so dirti fino a che punto questa sia libertà o non lo sia. Ma, certo, qualcosa sfugge alla logica matematica della cultura di massa, ancora per adesso.



 
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Sofri, «Noi di Lotta continua e il nemico-amico Pasolini» - Di ADELE CAMBRIA

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SOFRI, PASOLINI E LOTTA CONTINUA
ADELE CAMBRIA
L'Unità, lunedì31 ottobre 2005


Sete e fame di Pasolini? Del suo «corpo mistico», distribuito, a trent’anni dal suo assassinio, in frammenti, quasi particule eucaristiche? Lo chiedo ad Adriano Sofri, nel suo studiolo della Normale di Pisa, una stanzuccia affollata di carte, con un vaso di azalee rosse fragranti sul davanzale della finestra.
Nella mia prima domanda, per l’intervista da realizzare come «contributo» alla tavola rotonda del prossimo 3 novembre ad Arezzo, avevo accennato all’incipit dei versi de Le ceneri di Gramsci: 

«Lo scandalo del contraddirmi/
dell’essere con te e
contro te/con te nel cuore/in luce,
contro te nelle buie viscere…».

Era per parlare della contraddizione in Pier Paolo Pasolini: «Un dato perenne» osserva Sofri «della sua personalità».
«Pasolini» continua «è stato un grande mitologo.
Io penso che abbia inventato, da par suo, una mitologia dell’Italia perduta, l’umile Italia, circostanziandola in tutti i dettagli: l’anno, il mese, il giorno, l’ora, in cui la sua Italia, amabile e amata, era scomparsa…» E poi, transitando dal Pasolini «mitologo» al mito (sacro) di Pasolini, che gli propongo, Sofri puntualizza:

«Per creare un mito, bisogna esserne all'altezza…

Pasolini è una personalità molto presente ed ingombrante, e questo è un bene. È diventato una specie di idolo, è avvenuta, anche per lui, una transustanziazione da maglietta per adolescenti, dal Che a Pier Paolo… Ma questa commemorazione come dici tu “eucaristica”, ha una sua ragione ineliminabile: l’incarnazione di un pensiero-poetico, letterario, profetico e così via- in una persona capace di usare il proprio corpo come forma di espressione. Pasolini ha fatto del suo stesso corpo l’elemento cruciale del suo linguaggio».
«E siccome il suo corpo è stato precocemente martirizzato, in una specie di sacrificio finale che non a caso piace alla gente,fino a dare credito a teorie ridicole di complotti, che non stanno in piedi… La teoria del complotto» ribadisce Sofri «è falsa e da respingere,specie se combinata con quella che Pier Paolo sia andato deliberatamente incontro alla morte. È un oltraggio che gli si fa: lui non è andato a farsi ammazzare ma a fare l’amore,come in tante altre notti della sua vita». «Detto questo» e qui il tono della voce di Adriano si fa più incisivo «resta il dato reale di una società che oggi fa di Pasolini
un feticcio sacro, ma l’aveva perseguitato in tutta la sua esistenza, perché era un omosessuale».

Ed un intellettuale scomodo… Anche trent’anni fa si poteva essere omosessuali, ma non un omosessuale ribelle…
«Attenzione! Pier Paolo, negli ultimi anni, come saggista e polemista, scriveva sul Corriere della Sera, la vetrina più prestigiosa del giornalismo italiano, dove avevano scritto o scrivevano Moravia, Montale, Calvino.
Ma la sua firma, su quel giornale, era tutta un'altra cosa. Non solo per le cose che scriveva, ma perché era uno che poteva rivendicare, in qualunque discussione con gli altri:

“Voi scrivete, io vivo le cose che voi scrivete”.

Che ci fosse, sul Corriere della Sera, qualcuno come Pier Paolo che, secondo me, con una grandissima efficacia, (sono imparagonabili i suoi articoli sul Corriere con i suoi romanzi romani), scriveva quello che scriveva… è stato qualcosa che eccede qualunque tradizione italiana, prima e dopo di lui. Quegli articoli erano firmati da una persona conosciuta da tutti come omosessuale, con un passato addirittura giudiziario, vicende con i ragazzi, espulsione e riammissione in un grande partito, notti randagie…
Eppure lui scriveva non solo di essere contro l’aborto, pur ammettendo che una legge fosse indispensabile, ma anche che bisogna mettere in discussione il coito eterosessuale… E ,sia pure con l’alibi di prevenire la catastrofe del pianeta per eccesso di popolazione, in pratica lanciava un appello che esprimeva il nucleo essenziale della sua vita: nessun Padre, solo madri e figli disperati, e solo figli disperati che amano altri uomini…»

Adriano- gli chiedo - che cosa pensavi di Pasolini, quando, tanti anni fa, facevi i blocchi stradali davanti alla Fiat?

«Non posso dirti che non avevo mai pensato a Pasolini… Certo che quando facevamo i blocchi stradali, e ne ho fatti molti prima del ‘68… c’era in noi un'alterigia, una voglia di prendere il mondo per il bavero senza curarci di tutto ciò che era venuto prima… Insomma era difficile per noi prendere sul serio non dico Pasolini, ma chiunque. Poi a Venezia, a fine estate del ‘68, lui è venuto a cercarci. C’era la Mostra del Cinema, contestata dai registi e dagli autori, e lui e gli altri vennero a Ca’ Foscari dove era in corso una assemblea come se ne facevano in quegli anni, di tutto il movimento studentesco. Per Pasolini non era certo un buon momento per venire in mezzo a noi, dopo la famosa brutta poesia che aveva deliberatamente scritto sull’occupazione a Valle Giulia, contro gli studenti figli di-papà …Naturalmente, quando lo videro arrivare tutti si misero a sghignazzare, ad insultare i registi contestatori, ma il bersaglio era lui… Uscii nel cortile, perché non volevo partecipare alla canea, e Pasolini mi fermò e guardandomi mi disse:

”Tu erò mi ami”.

A me veniva da ridere, ma lui era serio, e così, scherzando, replicai:”

Amarti proprio no!”.

Dopo ci siamo frequentati, e, da parte di lui, con la passione di capire, di capirci… Era enormemente generoso con Lotta Continua, ha assunto la direzione del quindicinale, ha in parte realizzato per noi il documentario 12 dicembre, ci aiutava quando avevamo l'acqua alla gola per i soldi, ed allora io glieli chiedevo. In quanto al discorso politico, lui ci rimproverava di dilapidare la nostra intelligenza, noi gli rinfacciavamo che quello era il momento di fuoco, che bisognava lanciarsi nella mischia. Poi i nostri rapporti si sono diradati, per ragioni pratiche, come succede, ma anche politiche. Lui dava- precocemente, secondo me- per esaurita la nostra “buona ragione” di militanti, e conservava un rapporto molto stretto, ed a volte di fedeltà eccessiva, con il Pci. E poi le sue analisi sul primo e sul secondo fascismo italiano, quello del dopoguerra, che Pasolini riteneva fosse stato il vero corruttore del popolo italiano “innocente”, coincidevano con le analisi dei radicali, di Pannella. Io ad ogni modo sono lusingatissimo perché all’epoca Marco Pannella mi faceva addirittura erede di Parri, parlando dell’antifascismo obsoleto, o qualcosa del genere, della linea Parri-Sofri!»



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