giovedì 29 gennaio 2015

Pasolini - La mia provocatoria indipendenza

"ERETICO & CORSARO"


 
La mia provocatoria indipendenza
Il caos - l’Unità/Editori Riuniti, 1991



Quando queste pagine usciranno, cioè nella prima settimana del 1969, forse io avrò cambiato umore, e la stessa situazione mi si presenterà sotto un diverso segno. Si tratta della mia situazione, e il segno sotto cui ora mi si presenta è quello del terrore. Scrivo queste righe in uno di quei momenti in cui forse sarebbe necessario tacere. Anche perché un artigiano sa bene che il suo oggetto non può essere costruito con le mani tremanti.

Infatti, mi tremano le mani.

Non c'è nessuna ragione precisa che giustifichi questo mio tremare, questo mio sentirmi come una bestia braccata, che ha perso ogni dignità, e si irrigidisce nello scrivere un pezzo settimanalmente obbligatorio per un giornale. Ci sono delle ragioni impalpabili, e in fondo quotidiane. Tuttavia, c'è in esse un sapore, che io ben conosco... Le elenco:

1) la Questura non ha dato ancora il permesso di ritirare le copie sequestrate di "Teorema".

Il mio produttore, Franco Rossellini, è disperato. Ciò è per lui di un danno incalcolabile.

Il lettore non è tenuto a saperlo, e può pensare: "Son cose che succedono ai produttori, che del resto se le meritano...".

Fatto sta che le vendite all'estero e le conseguenti uscite son tutte bloccate; e che quindi la situazione economica è disastrosa per un giovane produttore che non ha altre carte da giocare.

Perché non viene dato il permesso di dissequestrare il film e rimetterlo in circolazione?
Non è stato assolto?
Non abbiamo fatto salti di gioia quando abbiamo saputo la sentenza del tribunale di Venezia?

Sono quattro mesi che il film è in quarantena; un'intera stagione. Nel frattempo un altro film è stato denunciato, sequestrato, giudicato, assolto, dissequestrato e rimesso in circolazione; in una quindicina di giorni.

"Teorema" è ancora allo stesso punto.

Il confronto rende chiaro che si tratta, nei miei confronti, di una precisa volontà di persecuzione (ecco fatta la terribile parola): e se questa volontà c'è, che cosa mi aspetta ancora?

E se c'è, dov'è?

In quale settore del Potere?

Chi io offendo particolarmente e con chi mi misuro? (Come il lettore vede, si tratta di una situazione che, se appena un po' metaforizzata, diviene quella tipica dei personaggi di Kafka).

Sono qui, come un verme schiacciato, che mi dibatto, e non so chi mi ha schiacciato, e chi vuole schiacciarmi ancora. Ora, questo discorso non lo farei, se io appartenessi a una regolare "opposizione", appartenessi alle file dei "nemici del potere":

invece, anche lì, sono un irregolare. Anche nel "potere contrario al potere", ci sono dei settori (altrettanto oscuri e imprecisabili) che cercano volontariamente di colpirmi, di eliminarmi... (continua la terminologia delle sindromi persecutorie: da cui, però, io non sono oggettivamente affetto).

Infatti:

2) ho saputo dal mio stesso produttore che un amico autorevole, una specie di mago, gli ha detto:

"Ma sì, ma sì, è inutile aiutare Pasolini, tanto prima o poi lo metteranno in prigione. Lui non li sa fare i film, che faccia lo scrittore".

É una boutade ma terrorizzante, per chi si ricorda che quella stessa persona, potente e magica, una decina di anni fa gli aveva detto:

"Stai attento, sei pedinato, vogliono farti del male",

e sono seguiti poi tutti i processi atroci, che mi hanno torturato fino a due o tre anni fa.

3) Io volevo fare a tutti i costi un film sulla vita di San Paolo, da anni. La sceneggiatura era già pronta. La fantasia già in moto, disperatamente. Ora non posso più farlo. Non dico come e perché (1).

4) Ho saputo per caso stamattina, da una persona che mi dà sempre brutte notizie, che un regista (appartenente all'intelligenza dell'opposizione) mi ha violentemente attaccato. Non è che un ennesimo attacco: ma c'è sempre l'attacco che va al di là della sopportazione, proprio per un puro e semplice fatto numerico. Una certa quantità di dispiacere può essere sopportata: oltre un certo limite non può più essere sopportata.
Ora, all'inizio di un nuovo anno (il caso vuole che questo esame della mia situazione coincida con l'inizio di un nuovo anno) che cosa devo propormi di fare? Io sono completamente solo. E, per di più nelle mani del primo che voglia colpirmi. Sono vulnerabile. Sono ricattabile.

Forse, è vero, ho anche qualche solidarietà:

ma essa è puramente ideale.

Non può essermi di nessun aiuto pratico.

É chiaro che, nella lotta contro il potere, bisogna opporre una certa forma di potere:

se non altro come prestigio.

In questo momento, grazie a Dio, mi aiuta, in tal senso, miserando, il successo delle mie opere all'estero: "Edipo Re" in Francia, "Teorema" in Germania, "Una vita violenta" e così "Teorema" libro in Inghilterra, ecc'. Più il prestigio persistente del "Vangelo" qua e là per il mondo: specie ancora negli Stati Uniti.

Ecc. ecc'.

É tremendo dire, pubblicamente, queste cose:

ma si tratta di fare dei calcoli meschini, per vedere come preventivare una certa sicurezza contro meschine ma atroci "persecuzioni".

Fatti questi calcoli, se tornano, potrò conservare la mia indipendenza:

la mia provocatoria indipendenza.

É questa infatti (molto più che l'invidia per non so che miei eccessivi successi, per non so che mia capacità di lavoro - come mi dicono gli amici - ma io non so immaginare l'invidia come qualcosa di reale, qualcosa da prendere in considerazione) che fa nascere contro di me tante ostilità.

La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza.

Odio - come ho tante volte detto - l'indipendenza politica.

La mia è quindi una indipendenza, diciamo, umana.
Un vizio.
Non potrei farne a meno.
Ne sono schiavo.
Non potrei nemmeno gloriarmene, farmene un piccolo vanto.
Amo invece la solitudine.
Ma essa è pericolosa.
Di essa potrei fare gli elogi, e cullarmi nella gioia che mi proviene nel farne indefinitamente gli elogi.
Forse è una nostalgia della perfetta solitudine goduta nel ventre materno.
Anzi, sono quasi certo che è questo.
Ma ditemi voi, come può, un feto, vivere tra gli adulti?
Avrei potuto, agli inizi di un anno, disegnarmi un programma di lotta ideologica, oggettivamente coraggiosa (come del resto, più o meno, oggettivamente, sarà).

Ma in cosa consiste il coraggio di una lotta ideologica, poi?
Rinunciare a qualche guadagno?
Dover pagare gli avvocati?
Rischiare qualche mese di prigione?
Qualche accusa infamante?
Qualche persecuzione ricattatoria e razzistica?

Sì, è tutto qui. Ripeto, non c'è poi molto da gloriarsi. Sono semplicemente i diritti di un'esistenza che vanno a farsi benedire. Ma in cose come queste consistono poi le vere tragedie. Scusami, paziente lettore, per questi stupidi lamenti. 


Tempo illustrato, n. 2 a. XXXI, 11 gennaio 1969


 
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Pier Paolo Pasolini, Il caos

"ERETICO & CORSARO"



Pier Paolo Pasolini, Il caos
Roma, l’Unità/Editori Riuniti, 1991, 253 pp.



Dall’agosto del 1968 al gennaio del 1970, Pasolini scrive per il periodico Tempo una rubrica che ha come oggetto diversi temi: dalla politica, alla cultura, al costume contemporaneo; ma anche recensioni, risposte ai lettori e appunti di viaggio. Il caos è la raccolta di questi scritti che l’Editore ha voluto pubblicare, nel 1991, ordinando i testi scelti secondo la loro successione cronologica e raggruppandoli per annate.



Pasolini stesso ci spiega le ragioni che lo spingono ad accettare questo incarico e lo fa nel suo primo articolo: «la necessità “civile” di intervenire, nella lotta spicciola e quotidiana, per conclamare […] una verità affermativa» [p. 18]. La verità di Pasolini presuppone, innanzitutto, il rifiuto di comportarsi da persona pubblica. L’autorità produce, infatti, terrore perché si basa su un insieme di comandamenti negativi o, più semplicemente, su divieti cui lo scrittore non intende sottomettersi. Per questa ragione il titolo della rubrica, Il Caos, si contrappone al terrore violando, in un certo senso, questi divieti che accomunano – nel mondo borghese – tanto la destra quanto la sinistra. È interessante notare che, in questa occasione, Pasolini non si riferisce, come potrebbe sembrare, al terrorismo staliniano, quanto piuttosto allo «snobismo estremistico di certi adepti del PSIUP» [p. 19]. 

La libertà di Pasolini non è determinata dal suo essere indipendente ma, ci dice lo stesso scrittore, dal suo essere solo. È proprio la solitudine ciò che garantisce allo scrittore la libertà di essere cinico con tutti, persino col suo editore capitalista. Ma, del resto, ci ricorda lucidamente e provocatoriamente l’autore, se possiamo leggere Marx e Lenin lo dobbiamo agli editori capitalisti e borghesi che li hanno pubblicati [p. 20]. 

La rubrica è permeata fortemente da tutti i temi essenziali che hanno contraddistinto la ricerca e le opere di Pasolini, primo tra tutti la profonda trasformazione del tessuto sociale italiano e, in particolare, il passaggio dalla civiltà contadina a quella del benessere e del capitalismo. Feroce, in tal senso, la critica che egli muove al Natale, festa che, di anno in anno, manifesta sempre più apertamente il forte embrassons-nous tra la Religione e la Produzione: «la Chiesa è ancora più asservita di prima al Capitale […] il Capitale strumentalizza la Chiesa solo per abitudine, per evitare guerre religiose, per comodità» [p. 96].

Inevitabile, dunque, che il bersaglio principale del suo discorso settimanale diventi la borghesia che, per Pasolini, non è una classe sociale ma una «vera e propria malattia» [p. 21] che ha finito per contagiare, contaminandole, anche quelle classi sociali che si sono sempre poste come obiettivo il combatterla. 

Il Caos è una rubrica volutamente provocatoria, per certi versi anche aggressiva, nei confronti di tutti coloro i quali, intellettuali “di sinistra” inclusi, dimostrano di essere complici del degrado culturale della contemporaneità. In essa vi sono anche pagine di estremo dolore e solitudine. Colpisce, da subito, il senso di estrema oggettività nel descrivere la realtà: non è forza e nemmeno qualunquismo, non è indifferenza: è la solitudine che rende il poeta indipendente: «se sono indipendente lo sono con rabbia, dolore e umiliazione: non aprioristicamente, con la calma dei forti, ma per forza» [p. 19]. Gli anni della rubrica sono quelli dello scontro col PCI e del dissenso con il movimento studentesco: Pasolini rifiuta di allinearsi alle posizioni ufficiali e resta un intellettuale contro e pertanto scomodo. In occasione del sequestro delle copie di Teorema, chiaro è il riferimento al suo essere sempre e comunque un irregolare. Anche il suo opporsi presuppone indipendenza perché, ci dice, «anche nel “potere contrario al potere” ci sono dei settori (altrettanto oscuri e imprecisabili) che cercano volontariamente di colpirmi, di eliminarmi…» [p. 99]. 

Ora, dinanzi a questo Potere, qual è il ruolo dell’intellettuale? Se per circa un ventennio, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, l’egemonia culturale era stata detenuta dal PCI, negli anni ’70, quando cioè Pasolini scrive questa rubrica, quella stessa egemonia è passata nelle mani dell’industria. Ciò determina ovviamente lo svilirsi della figura dell’intellettuale, prima guida e vate nazionale, oggi ridotto invece a strumento nelle mani della borghesia e del mercato. Ciò accade perché il sistema borghese è in grado di assorbire ogni contraddizione, o meglio «crea esso stesso le contraddizioni per sopravvivere, superandosi» [pp.21-22].

Sono diversi i temi affrontati da Pasolini nella sua rubrica a corredo dei fatti di cronaca di quegli anni. Il razzismo, in primo luogo, in relazione alla guerra tra Israele e gli arabi. Di questo terribile problema lo scrittore ci dice che, nel tempo, esso è destinato ad aumentare a dismisura, a causa della «polverizzazione della collettività» la quale, frantumando la società, determinerà odio tra le diverse parti. Certo quest’odio si è oggi modificato, Pasolini lo aveva quasi previsto, ma la sostanza di questo sentimento non muta. Il povero, il diverso, l’altro continuano a provocare fastidio, insofferenza e a volte, dice lo scrittore friulano, persino “ripugnanza” [p. 29].

In secondo luogo, emerge con tutta la sua forza, la grande e più che mai attuale questione della democrazia reale che, in Pasolini, acquista una valenza molto particolare, in relazione alle sue idee sul Potere, sulla partecipazione, sui soggetti propulsori del cambiamento e della decisione. Secondo lui l’Italia avrebbe vissuto pienamente la democrazia reale soltanto durante gli anni della Resistenza e nel corso del ’68, in occasione del diffondersi del Movimento Studentesco. Tanto la Resistenza quanto il ’68 sono, infatti, due esperienze che furono trainate dall’idea del socialismo. In tale ottica, il tema del decentramento del potere, cui Pasolini dedica, direttamente o indirettamente, una parte molto importante della sua rubrica, e più in generale di tutta la sua opera letteraria, appare, oggi più che mai, di un’attualità sconcertante, anche in virtù dell’ampio dibattito, apertosi recentemente, sul futuro dell’attuale sinistra e sul declino della rappresentatività. Tutto ciò rende quindi queste pagine così vicine al nostro vissuto che sembra siano state scritte ieri. Autogestione implica responsabilità e il popolo italiano non sembra essere pronto, abituato com’è, da sempre, «al culto dell’autorità e del potere»[p. 43]. Chissà cosa penserebbe oggi Pasolini del presidenzialismo in discussione in questi giorni; del Movimento 5 Stelle o di una nazione che, oggi come ieri, continua ad essere «ignorante, provinciale, volgare, riduttiva, vecchia, terroristica, ingiusta» [p. 162]. 

Il Caos è preludio indispensabile alla lettura del Pasolini “corsaro” di qualche anno dopo. Il suo atteggiamento cinico può risultare oltremodo pungente e suscitare, persino, una feroce antipatia. Ma del resto è proprio questo il rischio-beneficio dell’essere veramente liberi: la schiettezza rende Pasolini un personaggio al contempo “scomodo” per la ferocia della sua analisi ma, nondimeno imparziale nel giudizio. 

Ciò che non dobbiamo però dimenticare e che emerge, con forza, dalla lettura di queste pagine è che a questa libertà Pasolini arriva con dolore e sofferenza, perché dissentire ha un prezzo: quello di essere sempre impari. 

La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza [p. 100].

Impossibile, dunque, leggere Pasolini senza aver ben chiara la sofferenza di questa drammatica solitudine.


Alessandra Mangano
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Fonte:


 

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Pasolini sotto il segno di Paolo. Dialogo con Michael Hardt

"ERETICO & CORSARO"

 
 
Pasolini sotto il segno di Paolo. Dialogo con Michael Hardt
di Marco Dotti
 
Ad anniversari alterni, torna a suscitare clamori a mezzo stampa l’ipotesi di una riapertura dell’inchiesta sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Ogni volta, il discorso pubblico si ripiega inesorabilmente sul privato e, in un modo o nell’altro, ricolloca Pasolini in un «mondo piccolo» che non gli compete.

Il sogno e la cosa

Proviamo a aprire un altro discorso, partendo dal giorno dopo la sua morte. Intendiamola come dies a quo, non ad quem. Come inizio, non come termine.
 
Michael Hardt: La mia ipotesi è che Pasolini sia guidato da ciò che potremmo chiamare un comunismo del fuori. È un’idea che nasce già nel suo periodo friulano, quando Pasolini scopre sia il desiderio sessuale, sia il comunismo come lotta che esiste solamente fuori. All’epoca, questa lotta era possibile nell’area contadina friulana, non solo come lotta fuori dal capitale – pensiamo alle lotte del 1948, ad esempio – , ma anche fuori da tutta la società borghese.
 
Questo fuori è evidente, soprattutto nel Sogno di una cosa, scritto tra il 1949  e il 1950, ma pubblicato solo nel ’62. In particolare, pensiamo alle descrizioni del tentativo di forzare il fuori, penetrando nelle casa signorili, per rivendicare il rispetto del Lodo de Gasperi, che prevedeva una distribuzione equa delle terre.
 
Michael Hardt: Infatti, soprattutto nella prima parte del libro, che fa riferimento al 1948. Questo comunismo si sovrappone a un desiderio che funziona solamente fuori: è in questa dinamica che io leggerei tutta l’opera di Pasolini. Un’opera che è la costante ricerca di questo fuori: dall’universo contadino friulano, al sottoproletariato di Roma fino al Terzo mondo. Il fuori è, beninteso, anche un fuori mistico-cristiano, mistico-greco.
 
Pensiamo ai suoi film: Teorema è la costruzione del fuori mistico cristiano, Medea quello del mistico greco. Attraverso questa dinamica è possibile ricostruire il percorso del pensiero italiano dell’epoca, anche in negativo.
 
Per Pasolini, però, un comunismo di ciò che è dentro – le lotte operaie dentro il capitale o dentro il nucleo delle città borghese –  viene escluso da principio. Nei dibattiti che, all’epoca, si svolgevano tra gli intellettuali e i militanti del PCI e gli operaisti, Pasolini aveva una posizione chiara, precisa, netta e persino innovatrice. Però, quando arriviamo a Petrolio le cose si complicano. Si complicano, perché la società postmoderna e il correlativo potere che sta tentando – con la scrittura e la carne – di afferrare non hanno più un fuori. Questo è sia la crisi, sia l’importanza della sua ricerca letteraria. La sua ricerca letteraria e politica, in Petrolio, è racchiusa in questa domanda: come capire un potere fluido, decentrato, e quindi di nuovo tipo, che non lascia un fuori? Come trovare un’alternativa individuale, affettiva, sentimentale, ma anche alternativa sociale a questo potere? Da quest’ottica, Petrolio diventa un’opera centrale dell’opera di Pasolini. Centrale ma centrata su un centro vuoto..

Il centro vuoto del potere

Una «orgia di cinismo» ideale mista a «brutalità pratica». Pier Paolo Pasolini il potere lo descriveva e lo vedeva così, sottolineando fino a che punto il groviglio – parole sue – di «compromesso, conformismo, glorificazione della propria identità nei connotati di massa, odio per ogni diversità, rancore teologico senza religione» che andava montando nella società del «progresso privo di sviluppo» mostrasse tratti sempre più simili a quelli di una melma nera, vischiosa e cruenta come un mare invaso dal petrolio. L’immagine stessa del petrolio rimanda a un materialmente confuso e denso, difficile da afferrare con i soli strumenti di una ragione politica che, al contrario, nel potere scorgeva e scorge unicamente forme o istituzioni ineffabili o procedure chiare. La figura del petrolio segna un’impasse, produttiva però, nel percorso pasoliniano: non è più il potere definito dalla doppia spazializzazione Palazzo-Piazza, o dentro-fuori, ma una disseminazione contaminante, del potere stesso, un rapporto osmotico se vogliamo, tra dominati e dominanti, così come in Salò o le 120 giornate di Sodoma il rapporto vittima-carnefice era segnato, e confuso, dalla doppia e reciproca erotizzazione…
 
Michael Hardt: Pasolini riconosce la fine di una certa ideologia e la necessità di fare i conti con il nuovo potere e la nuova società. Mi piacerebbe capire, purtroppo la sua vita si è fermata lì, “cosa” o  quale alternativa sociale avrebbe trovato, se fosse vissuto, dentro questa società. Perché spesso  Pasolini sbaglia, secondo me. Sbaglia, ad esempio, quando dice che il nuovo potere è un potere di omogeneizzazione.
Sbaglia?

Michael Hardt: Secondo me sì. Soprattutto sul potere omogeneizzante. Le sue ricerche sono varie in questo campo, soprattutto sulla lingua, una omogeneizzazione nazionale della lingua e la scomparsa dei dialetti, ma, anche a livello mondiale, l’estinzione delle culture africane, del Terzo mondo. Secondo me anche l’immagine del potere in Petrolio è diversa, perché dentro si ritrova  una diversificazione nel potere e nella società, per il potere non è più necessaria l’unità e l’omogeneità. È più difficile da leggere, perché il potere è diventato diversificazione, una produzione di differenze. Se il potere fosse soltanto il “Palazzo” che domina con un’unica legge si potrebbe facilmente immaginare un’alternativa, una risposta la troveremmo. Leggere questa immagine di un potere globale o globalizzante decentralizzato e con differenze interne, un potere che regge proprio attraverso le differenze, è la sfida che ritrovo in Petrolio, nel romanzo, e corrisponde anche a ciò che a me interessa riguardo alla ricerca sul potere globale.
Potremmo ritornare all’immagine di un mondo interamentre inscritto dentro il capitale. Forse per questo, non trovandolo più, Pasolini cerca ci costruirsi un fuori, mitizzando un mondo che non c’è: dall’universo contadino, all’Africa. Falso, fittizio quanto si vuole, ma la produzione di differenze messa in campo da questo potere diventa un problema per lui. Come e dove trovare una differenza non “indifferente”?
 
Michael Hardt: Esiste la possibilità di alternative che nascono dentro la società dominante… Per anni,  gli operai industriali, le lotte operaie gli sono sembrate non un’alternativa al capitale, ma una specie di riproduzione interna delle logiche di questo capitale. Io la leggo così la difficoltà di Pasolini, anche rispetto ad altri poeti del tempo tipo Fortini o Balestrini. Poeti che non hanno vissuto l’esperienza contadina di Pasolini, ma hanno vissuto la dimensione operaia di una creazione dentro il capitale, in maniera completamente marxiana, nel concepire l’idea che l’alternativa più potente al capitalismo nasce dal suo punto più centrale, più interna, non dal fuori.

La carne o il termometro del divenire

Il capitale produce differenze, ma produce anche desiderio. Come sottrarsi a questa logica perversa?  È una domanda chiave, in Petrolio, laddove Pasolini mette in gioco continue metamorfosi. Per lui il problema non è come “liberare” il desiderio, ma come  desaturarlo attraverso continui spiazzamenti. Fortini individuava una costante pasoliniana nella sineciosi, figura retorica con la quale di uno stesso soggetto si affermano due contrari. Potremmo sostenere che è l’oscillazione tra due contrari, continua, spiazzante la chiave che gli compete…Questo spiazzamento, oscillazione inesausta, oxymoron, contraddizione è lo scandalo-Pasolini. Ecco, scriveva in una lettera a Marco Bellocchio, «c’è dunque uno scandalo che si dà ma non si vuole dare. C’è qualcosa che scandalizza per il fatto stesso che è come è. È la sua natura che scandalizza: perché, per una ragione o l’altra, è una natura “diversa”» [Pier Paolo Pasolini, Uno scambio epistolare Pasolini-Bellocchio, in Marco Bellocchio, I pugni in tasca, Garzanti, Milano 1967, p. 21]. Questa diversità è «decentramento / ottenuto nello spazio delle teste, in luoghi per pochi, / privilegio rovesciato in rivolta, partecipazione in carne e ossa» [Pier Paolo Pasolini, Medea, Garzanti, Milano 1970, p. 127]. Carne e ossa. E la carne, scrivevano Deleuze e Guattari, «non è che il termometro di un divenire».
 
Michael Hardt: Divenire donna e divenire animale come lettura deleuziana-guattariana del romanzo. Questa mi sembra una prospettiva molto promettente. Perlomeno nell’ottica di trovare un’alternativa al potere-petrolio. Stavo pensando, mentre tu parlavi del desiderio, che già formalmente questi eventi sessuali con venti ragazzi…questo in sé non mi sembra qualcosa di nuovo nell’opera pasoliniana. Certamente c’è l’elemento dello shock, scandalistico, ma questo fa parte dell’opera pasoliniana di quel periodo. Invece, il punto di divenire, la trasformazione interna di Carlo stesso, questa mi sembra una mutazione del desiderio molto più importante, e quindi non l’estinzione del desiderio nell’omogeneità del potere, ma, piuttosto, il divenire e la trasformazione dentro un potere polimorfo.
 
Forse è in questo divenire una delle chiavi di volta del problema-Petrolio? In Salò è chiaro: siamo in un mondo in cui tutto è ridotto a oggetto. Ma in Petrolio, per parafrasare le parole di Sade, al lettore è chiesto di più. Non gli è concesso uno scenario piatto. Per questa ragione, non c’è solo lo sdoppiamento tra i due protagonisti (Carlo di Polis e Carlo di Tetis),  ma anche il tentativo di cambiare sesso, di lottare per questo cambiamento e per questa differenza dentro, non solo fuori di sé. L’Appunto 51 di Petrolio racconta il cambiamento di sesso di Carlo di Tetis: «II petto di Carlo si appesantì. Era un peso innaturale, un cumulo che lo schiacciava lievitando. Nel tempo stesso, il basso ventre si alleggerì e si svuotò. Cadde la coscienza del membro che in Carlo era un “basso continuo”, una nota senza fine. Mai, per un solo istante, mai, egli dimenticava quella carne in cui urgeva come una bolla che non può evaporare: il desiderio, miscuglio di dolcezza, sfinimento, bruciore: un cerchio indefinibile nella carne molla intorno alla glande, che aveva continuamente bisogno di carezze, di stringimenti, di tiramenti, per ottenere un sollievo che naturalmente non avrebbe mai ottenuto.[…] Andò dritto in camera e si spogliò, guardandosi al grande specchio disadorno dell’intimità virile. Subito vide che cosa era successo di lui. Due grandi seni gli pendevano – non più freschi – nel petto; e nel ventre non c’era niente: il pelame gli scompariva tra le gambe, e solo toccandola e allargandone le labbra, Carlo, con lo sguardo lucido di chi ha imparato da un’esperienza di bandito la filosofia del povero, vide la piccola piaga che era il suo nuovo sesso». È un mostro, per la società.
 
Michael Hardt: La nascita di un mostro, un mostro capace di una bellezza alternativa, un mostro che esce dal grottesco. L’idea di nuovi mostri potenti. Abbiamo dunque due alternative nella logica pasoliniana. La prima è data un potere omogeneizzante centrale, capitalistico-fascista, e l’unica opposizione a questo potere è il fuori. Nella topografia dell’ultimo periodo, invece, il potere è polimorfo, fluido, espansivo. Un potere dove non c’è più un fuori e però c’è un’alternativa che nasce dentro, un divenire, una metamorfosi, una produzione di mostri, di tumori. Questa osservazione mi sembra molto bella e produttiva per Pasolini stesso nell’ultimo periodo della sua vita.

Povertà come potenza

In fondo, è quanto con una temporalità dilatata di nove anni, successe a Jean Genet, scomparso nel 1986. Le bozze corrette del suo Un Captif amoureux furono ritrovate sul comodino della sua stanza d’albergo. Vergato a mano, un esergo che diceva: «Mettere tutte le immagini del linguaggio al riparo e servirsene, poiché si trovano nel deserto in cui vanno cercate». Noi conosciamo il significato del deserto, in Pasolini. In Teorema il richiamo è esplicito, fin dal rimando iniziale: «Dio fece quindi piegare il popolo per la via del deserto» (Esodo, 13,18). Il deserto è proprio ciò di cui non si conosce il fuori… Per chi sta dentro, il fuori è solo un miraggio…
 
Michael Hardt: Anche il rapporto tra l’ultimo Genet e l’ultimo Pasolini è molto interessante. L’ idea di gettare il corpo nella lotta è presente in entrambi. Ma dove gettare il proprio corpo, se attorno hai solo sabbia, solo deserto?. Complessivamente mi sembra che la tua lettura ponga Petrolio come punto di svolta, di trasformazione in Pasolini, di cui, certo, manca il risultato, ma che possiamo provare a leggere nelle tracce di quest’opera di cui purtroppo ci manca la conclusione. Vorrei tornare a quando tu parlavi della vocazione paolina dell’ultimo Pasolini. Non mi ricordo più dove in quegli anni, i primi anni Settanta, forse in un articolo sul Corriere, Pasolini ha scritto alcune parole positive su Potere Operaio come movimento paolino. Non mi ricordo dove, ma questo mi ha molto colpito. Come al solito, però, Pasolini non spiega. Come dici tu, quella sua sensibilità paolina legata ai poveri, non più il sottoproletariato, non più il mondo contadino, ma povertà come potenza. Questo sì, sarebbe da pensare meglio, ma mi sembra comunque una prospettiva molto ricca.
 
«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo», ammoniva il Paolo della Lettera ai Romani (12,2).  Il contrario del conformarsi, del conformismo è la trasformazione, che Paolo evoca subito dopo: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto». La povertà è anche spogliarsi e abbandonare l’abito, cambiare status. Essere altrove, mai in un posto solo… Nel suo progetto per un film su San Paolo, Pasolini scrive che: “Paolo ha demolito rivoluzionariamente con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo e soprattutto lo schiavismo”. Fin qui nulla di nuovo, ma poi Pasolini apre il discorso al tema della santità e della sua dimensione, chiamiamola così, mondana. Annota infatti che “il mondo della storia, [che] tende, nel suo eccesso di presenza e di urgenza, a sfuggire nel mistero, nell’astrattezza, nel puro interrogativo; e il mondo del divino, che, nella sua religiosa astrattezza, al contrario, discende tra gli uomini, si fa concreto e operante”  La pratica è in questo rovesciamento divino-umano, è l’abiura…
 
Michael Hardt: «Compio un ennesimo atto di viltà, rientro nell’ordine», scrive in Trasumanar e organizzar. Uomo del tradimento. Mi fa pensare ancora a Genet. Ci sto pensando perché avevo l’idea di una certa fedeltà…ma, certo, è pur sempre una fedeltà ambigua, anche nelle poesie più famose, Le ceneri di Gramsci…dice da una parte sono con loro, dall’altra…Ecco, quindi, qui si può leggere questa ambiguità in chiave di fedeltà/tradimento. Secondo me, l’intuizione, presente per molti anni nel lavoro di Pasolini, che il consumismo e il capitale funzionino per omogeneizzare,  è sbagliata. Sbagliata nel senso che non riconosce la grandezza del nemico, e invece abbiamo detto che negli ultimi anni della sua vita legge la nostra situazione molto più chiaramente. Da un lato, la faccia negativa: non c’è più fuori e il potere funziona con un corpo polimorfo. Dall’altro lato, la faccia positiva: in questa situazione, che sembra la fine di tutto, non soltanto delle lucciole, ma di tutte le possibilità, anche in questa situazione, vorrei dire soprattutto in questa situazione, il divenire, la mutazione, una produzione molteplice di soggettività diventa la vera lotta alternativa, la vera lotta. Lì credo che Pasolini colga molto chiaramente e con grande profezia la nostra situazione attuale e le possibilità del futuro.
 
È come se la speranza rinascesse, ma solo a patto e solo dopo che ogni speranza sia stata prima consumata.  È una certezza disperante, ma nel momento di massima incertezza, la sera prima della sua morte – in un’intervista apparsa su Tuttolibri della Stampa, il 9 novembre 1975 –   quando avverte «siamo tutti in pericolo», forse è questo che voleva dire: siamo al culmine, siamo al limite, siamo arrivati a consumare anche l’ultima speranza. Il pericolo che tutto si perda è così grande, proprio ora è richiesta la massima attenzione. Per chiudere e cambiare, in uno stesso movimento, impercettibile, chirurgico, delicato. «Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione».
 
Michael Hardt: Questo mi sembra giustissimo. Quando lui dice che non c’è più speranza, bisogna aggiungere c’è solamente lotta, e c’è questa lotta in cui noi buttiamo i nostri corpi, gettare il corpo nella lotta. Se la speranza è borghese, gettare il corpo nella lotta è comunista.
 
Con tutte le dissonanze del caso – «tra il corpo e la storia, c’è questa / musicalità che stona, / stupenda» leggiamo nella Religione del mio tempo – anche di questa nostra lettura.

Michael Hardt: Con un grande autore come Pasolini dobbiamo scegliere una via per leggere tutte le cose che dice. Sceglierla e continuare. Non abbiamo paura delle dissonanze. Per concludere leggiamo una sua poesia, si tratta di Versi buttati giù in fretta – questo il titolo:
 
Non sanno vedere
la trasformazione
degli operai, perché
non hanno alcun interesse per gli operai.
Non si accorgono
delle facce dei ragazzi
perché non hanno alcun interesse
per i ragazzi (non hanno neanche
occasione di vederli).
Spesso mi sento stringere
il cuore di fronte alla santità
della gente: in fondo
accontentarsi di mille lire di più
in saccoccia, è una forma
di santità. Ma mi sento
anche stringere il cuore
di fronte alla paura
degli intellettuali comunisti
a essere anche un poco,
o solo idealmente, disobbedienti.
Guardano con uno spavento
misto di ammirazione o odio
chi osi dire qualcosa di opposto
all’opposizione istituita.
Mi chiedo che cosa temono.
Si tratta dell’antica paura
di essere lasciati indietro dal branco?
Si tratta di umiltà?
 
[da “Mutazioni e antropologie di una crisi: omaggio a Pasolini”, a cura di Marco Dotti, Communitas, n. 49, 2010]
 
 
Michael Hardt è professore associato nel dipartimento di letteratura alla Duke University. Tra i suoi libri: Gilles Deleuze, un apprendistato in filosofia (A-change, Milano 2001). Con Toni Negri ha pubblicato: Il lavoro di Dioniso. Per la critica dello Stato postmoderno (Manifestolibri, Roma 2001), Impero (Rizzoli, Milano 2002), Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale (Rizzoli, Milano 2004), Comune. Oltre il privato e il pubblico (Rizzoli, Milano 2010).
 
Fonte:
http://tysm.org/pasolini-sotto-il-segno-di-paolo-dialogo-con-michael-hardt/



 
 
 
Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito 
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