venerdì 20 febbraio 2015

Pier Paolo Pasolini, l’inchiesta infinita di una morte annunciata - di Simona Zecchi

"ERETICO & CORSARO"  

 
Pier Paolo Pasolini, l’inchiesta infinita di una morte annunciata
Pubblicato il 4 novembre 2014 da in Misteri italiani 
 
 
Una volta, un noto estremista di destra che avrebbe poi confessato la sua partecipazione ad alcuni eventi efferati che stavano insanguinando il Paese, confidò a un suo intimo amico: «Se non trovano niente nei primi 10 giorni non scopriranno più la verità». E’ quella delle indagini confuse, mescolate e senza logica, infatti, una delle caratteristiche che contraddistinguono la vicenda giudiziaria sul massacro perpetuato a Pier Paolo Pasolini.
Restando fedeli alla massima estremista poco fa espressa, basta allora tornare già alle prime quarantott’ore dopo il delitto, quarantott’ore scandagliate subito da L’Europeo il 21 novembre 1975 con un elenco preciso e puntuale di tutti gli errori fondamentali (almeno 6) iniziali. Il settimanale proseguirà poi in una lunga contro-inchiesta a firma di Oriana Fallaci e del suo collaboratore morto in strane circostanze molti anni dopo, nel 1989 (Mauro Volterra):

1. ad accorrere sul luogo del delitto in quella che era una stradina sterrata sputata sul mare di Ostia, due Giulia della polizia che non pensa nemmeno lontanamente di allontanare la folla accalcatasi intorno al corpo martoriato, inquinando così sin da subito quella scena criminis tanto dipinta e raccontata negli anni avvenire.

2. Nessuno ha tracciato sul foglio allora apposito degli inquirenti, i punti esatti dei vari ritrovamenti “di solito contraddistinti da lettere dell’alfabeto” come sottolinea il giornalista Gian Carlo Mazzini quel 21 novembre.

3. Dalla domenica del ritrovamento fino al giovedì successivo, la macchina di Pasolini è rimasta sotto una tettoia nel cortile di un garage, aperta e senza sorveglianza (è poco noto inoltre e quindi è anche bene ricordarlo qui, che quella stessa Alfa GT che Pasolini voleva destinare comunque a Ninetto Davoli, dopo la sua morte, un suo desiderio espresso in un foglietto, è stata fatta rottamare dallo stesso Davoli senza minimamente pensare che poteva essere un corpo di reato ancora da analizzare).

4. Alla scomparsa delle tracce già inquinate, subito dopo l’omicidio, si aggiunge anche la lenta adempienza degli investigatori che a parte il sopralluogo all’alba di quel 2 novembre faranno ritorno sul luogo del delitto soltanto il lunedì successivo, 3 novembre,quando ormai la strada era solcata da buche profondissime tanto era stato il traffico in quei due giorni.

5. Contrariamente a quanto fatto da Furio Colombo la mattina stessa del ritrovamento del corpo, che intervistò un pescatore del posto, il quale sin da subito nel racconto parla di più persone e dello stesso grido (“Mamma mamma m’ammazzano”) che anche Pelosi nelle interviste successive tra rimandi e dinieghi e qualche verità aveva da un certo punto in poi, 2005, cominciato a raccontare, gli investigatori cominciarono a interrogare gli abitanti di quelle che allora si chiamavano “baracche” e i frequentatori della stazione Termini dove, dice la vulgata e una ricostruzione ormai labile, “per la prima volta” si incontrano Pelosi e Pasolini solo molti giorni dopo mentre quel pescatore non fu mai sentito.

6. Infine, sul luogo del delitto non è mai stato chiamato il medico legale. E’ come quando in certi casi insomma si nega l’esame autoptico perché si pensa che la persona sia morta d’infarto: con Pasolini è stato cosi. La certezza di avere già degli elementi e di trovarsi di fronte a un “omicidio nel mondo del vizio”, come qualcuno scrisse già nel marasma di giudizi e preconcetti sul terribile evento, ha creato dei precedenti che da subito ha macchiato d’incertezza e oscurità quella dinamica così complessa secondo i testimoni e gli aneddoti emersi poi negli anni, che ormai districarsi per chi non segue ogni rivolo giudiziario diventa una scommessa.



Nel 2010, dopo un tamtam politico-mediatico senza precedenti, battuto per primo da Marcello Dell’Utri in occasione di una mostra del libro antico a Milano e alcune testimonianze che l’avvocato Stefano Maccioni, insieme alla criminologa Simona Ruffini nel 2009 hanno portato alla conoscenza del magistrato titolare delle indagini preliminari tuttora aperte, Francesco Minisci, la procura di Roma decide di riaprire le ricerche fino ad arrivare nel dicembre del 2013 a prelevare il  Dna di decine di persone sospettate e a sentire 120  testimoni.
Nonostante le nuove testimonianze, pure molto importanti di cui parleremo nella seconda parte, e un’inchiesta giornalistica pubblicata nel 2008 da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Profondo Nero, Chiarelettere) il vero incentivo a riaprire il caso è stato appunto quello politico. Dopo le esternazioni di Dell’Utri che riferivano novità sul famoso “Appunto 21″, l’appunto cui Pasolini stesso in Petrolio si riferisce con un titolo Lampi su Eni, infatti, Walter Veltroni cominciò a pungolare l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano per la riapertura del caso, fino a che non ottenne una risposta. Quel pungolo arrivò anche alla procura la quale alla fine si decise.
Succede purtroppo quando un caso diventa motivo di indignazione o visibilità spesso al limite della speculazione (guarda il recente caso Cucchi, ndr) con al centro di tutto non la ricerca della verità ma l’esaltazione mediatica o il tornaconto di qualcuno (Dell’Utri in quel momento, marzo 2010, già condannato per mafia era in attesa del verdetto della cassazione e nei giorni successivi tra pentimenti sulle esternazioni e rimandi continui ha riempito i giornali nazionali). Il 5 dicembre 2011, poi, Dell’Utri fu interrogato dai pm di Palermo su ciò che avrebbe visto a Milano durante quella mostra, ossia alcune veline di quell’appunto o capitolo senza però cavarne granché. La familiare più stretta ed erede di Pier Paolo Pasolini, Graziella Chiarcossi, a ogni riferimento sospinto al riguardo fa scudo e sottolinea che quell’appunto non esiste. Lo ha fatto anche in un recente articolo apparso sulle pagine del Domenicale de Il Sole 24 Ore in risposta a un semplice excursus sul fatto.
E’ cosi che le parole di quell’estremista tornano cocenti e vere come non mai in questa storia. Non sono i soli “errori” disseminati e qui ricapitolati, posto che gli errori possono sempre sussistere, a complicare tutto sin dall’inizio, a imbrogliare le carte, ma molto altro in un’inchiesta infinita che ancora non permette di leggere Pasolini senza più quel corpo martoriato davanti agli occhi.




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Caso Pasolini, parla l’ex generale del Ris Luciano Garofano - di Simona Zecchi

"ERETICO & CORSARO"


 
Ciao Eretico
nella ricostruzione della storia di questo Cold Case non si può omettere la richiesta di archiviazione sottoscritta il 28 gennaio 2015 dal P.M. Minisci.
Visto l'articolo 415 c.p.p. viene in sostanza affermato che non ha senso continuare ad indagare, che non è possibile rinviare alcuno a giudizio, e che nulla di nuovo è venuto fuori in 5 anni di indagini.
Noi non siamo stati d'accordo. Per molti motivi. E ti spiego perché.
Leggendo la richiesta di archiviazione per intero e l'intero faldone con 5 anni di indagini, abbiamo potuto constatare che i Carabinieri hanno svolto un lavoro eccellente. Deve per noi essere approfondito.
Per la prima volta sono stati eseguiti accertamenti tecnici sui reperti al RIS di Roma e molte cose sono venute fuori. Tante altre però abbiamo chiesto che venissero espletate.
Molte piste sono state seguite. A nostro avviso andrebbero ancor più circoscritte.
Per questo abbiamo lavorato, e l'Avvocato Maccioni in ciò ha fatto un lavoro straordinario, per preparare la nostra istanza di opposizione alla richiesta.
Non si archivia una vita così.
Simona Ruffini criminologa.

 
 

Caso Pasolini, parla l’ex generale del Ris Luciano Garofano
  Il cold case sull’assassinio di Pier Paolo Pasolini ha attraversato gli sprazzi ampi di due secoli, 1975-2015. Quarant’anni non sono pochi, eppure il caso ogni volta non cessa di lasciare innumerevoli interrogativi, anche quando le azioni giudiziarie che lo riguardano sembrano avere il crisma del rigore. L’archiviazione delle indagini richiesta dal procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e dal pm Francesco Minisci di Roma deve ancora vedere apposta la parola "fine" sul fascicolo. Secondo ciò che è trapelato il 6 febbraio scorso, si sarebbe arrivati alla richiesta d’archiviazione a causa dell’impossibilità di attribuire le identità dei 5 profili genetici individuati dal Ris sui reperti esaminati.

Nel corso dei 5 anni di indagini preliminari, gli elementi apportati come eventuali indizi su cui indagare sono stati diversi; diversi anche i nuovi testimoni che si sono avvicendati, alcuni molto attendibili; persino l’omicida ufficiale Pino Pelosi (che per la prima volta aveva deciso di collaborare con le autorità giudiziarie) ha fatto la sua parte. Sarà ora il Gip (Giudice per le indagini preliminari) a proferire l’ultima parola: se continuare a indagare ed eventualmente arrivare a un processo attraverso dei rinvii a giudizio, oppure mettere un sigillo giudiziario definitivo ai fatti avvenuti la notte fra il 1° e il 2 novembre del 1975, quando il corpo massacrato dello scrittore e poeta fu rinvenuto all’alba all’Idroscalo di Ostia.

Intanto l’avvocato Stefano Maccioni che rappresenta un familiare di Pasolini, il musicista Guido Mazzon, nella denuncia presentata per riaprire il caso, ha depositato l’istanza per l’opposizione all’archiviazione. Lo ha annunciato sul suo profilo Facebook la criminologa Simona Ruffini che insieme all’avvocato Maccioni, nel 2009, depositarono la richiesta di apertura delle indagini lavorando su nuovi elementi.

Intervistato da Lettera35, Luciano Garofano, l’ex generale del Reparto investigazioni scientifiche dell’Arma, racconta la sua esperienza in merito alla consulenza da lui svolta per il Comune di Roma.

 
Generale Garofano quando ha iniziato a occuparsi del caso?
«Io e la dottoressa Cinzia Gimelli, psicologa giuridica, ci occupammo della morte di Pier Paolo Pasolini nella fase iniziale della riapertura delle indagini preliminari promosse dalla Procura di Roma nel 2010, come consulenti dell’avvocato Guido Calvi» (allora nominato dal Comune di Roma come legale di parte civile ndr).

 
Quali sono state le vostre prime attività?
«La nostra attività investigativa e scientifica è stata purtroppo breve perché sin da quando il legale di allora, Guido Calvi, lasciò l’incarico perché nominato consigliere laico al CSM non fu più possibile proseguire il lavoro. Sino a quando era presente l’avvocato Calvi svolgemmo delle riunioni per decidere come affrontare il caso e partecipammo ai primi rilievi e alle prime ispezioni fatte dal RIS di Roma sulle tavolette di legno, presenti tra i reperti e i corpi di reato custoditi sino ad allora dal Museo Criminologico di Roma».

In tutto due sono i pezzi di legno esaminati da Garofano e dalla Gimelli. Si tratta in un caso del pezzo di legno usato come insegna per una via dell’Idroscalo (Via dell’Idroscalo, 93), nell’altro di una tavoletta sempre di legno con su scritto un cognome (Buttinelli A.): al tempo gli abitanti che avevano delle case sullo spiazzo in cui avvenne l’omicidio vi apponevano i loro cognomi indicarne la "proprietà".

 
Cosa successe, perché non vi fu possibile proseguire?
«Purtroppo dopo l’avvicendamento del legale, non riuscimmo più a interloquire con il nuovo avvocato e dunque anche a seguire l’attività investigativa svolta successivamente ed i risultati degli esami effettuati dal RIS. Non riuscimmo insomma a proseguire nelle indagini (procedere allo studio delle carte e a svolgere un ulteriore lavoro investigativo e scientifico sui fatti). Attualmente, inoltre, risulta ancora aperto un contenzioso con lo stesso Comune di Roma poiché nonostante noi fummo nominati come consulenti per il caso, non ci è stato mai riconosciuto alcun rimborso per tutte le attività e le spese sostenute allora. Per cui, poi, non abbiamo avuto più modo di conoscere né esiti degli esami né i successivi elementi di indagine».

 
Cosa riusciste a fare in quel breve lasso di tempo?
«Durante quelle attività preliminari seguimmo l’apertura dei plichi contenenti i reperti e partecipammo alle prime ispezioni sulle tavole, ai prelievi delle tracce biologiche da avviare alle analisi del DNA (come sa, date le ultime notizie relative alla richiesta di archiviazione pare siano stati individuati almeno 5 profili genetici) e anche ad esami concernenti l’individuazione di impronte digitali. Ritenevamo che il progresso scientifico potesse consentire interessanti sviluppi sia in ambito genetico che dattiloscopico, con la speranza di individuare i veri colpevoli, pur con le difficoltà legate alla mancanza di una banca dati del DNA attraverso la quale effettuare i confronti dei profili genetici. (E’ possibile effettuare tali confronti solo se esistono dei sospettati o degli imputati, ndr) . Esisteva pur sempre una banca dati delle impronte digitali con la quale confrontare i frammenti papillari eventualmente evidenziati».

 
Nel provvedimento i pm affermerebbero che oltre alla impossibilità a dare una paternità ai codici genetici individuati è anche impossibile collocarli temporalmente, ossia sembra non sia possibile determinare con certezza se quelle tracce siano esattamente databili a quella sera del delitto. E’ così?
«Certo le confermo che c’è sempre la difficoltà, nonostante i mezzi odierni, di datare la formazione di una macchia di sangue o un’impronta sulla scena del crimine. Vi erano naturalmente molti altri atti da esaminare e dai quali trarre ulteriori spunti di interesse investigativo, ma come le ho detto non è stato possibile».

Nel libro scritto nel 2008 dal titolo Delitti e misteri del passato, nel capitolo riservato a Pasolini, l’ex generale del Ris aveva spiegato come la tecnica del Bpa in particolare (la Bloodstain Pattern Analysis) che permette lo studio della distribuzione e delle caratteristiche morfologiche delle macchie di sangue, si potesse associare all’esame del DNA. Insieme all’omicidio Pasolini, Garofano e gli altri due co-autori Giorgio Gruppioni e Silvano Vinceti avevano analizzato dei misteri del passato arcaico come i delitti di Giulio Cesare e di Pico della Mirandola. Il delitto Pasolini, non un mistero arcaico ma un caso sempre attuale difficile da risolvere questo si, veniva definito nel libro "un caso da riaprire", oggi si potrebbe scrivere invece un capitolo sul "caso risolto". Il calcio finale ora spetta al Gip.

 Fonte:
http://www.lettera35.it/garofano-caso-pasolini/
 


 
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