martedì 16 giugno 2015

Sandro Penna: «Un po' di febbre» - (Tempo, 10 giugno 1973)

"ERETICO & CORSARO"


Pasolini, attacco al potere
Ovvero, processo alla DC.
I post che formeranno quella che è un' analisi di quanto è accaduto tra il 1974 e la notte tra il l'1 e il 2 novembre del 1975, sono un lavoro collettivo fatto dagli editori della pagina facebook 


Indice del lavoro > Qui


( Man mano che i post si aggiungeranno a formare l'insieme di questo lavoro, verranno aggiunti qui - probabilmente alla fine del lavoro sarà necessario creare una pagina indice.)

Sandro Penna: «Un po' di febbre»
(Scritti Corsari Editore Garzanti, 1975)

Che paese meraviglioso era l'Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo!
La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent'anni non è più cambiata: non dico i suoi valori - che sono una parola troppo alta e ideologica per quello che voglio semplicemente dire - ma le apparenze parevano dotate del dono dell'eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, ché tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata.
Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che le città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati: sarebbero giustamente migliorate soltanto le loro condizioni economiche e culturali, che non sono niente rispetto alla verità preesistente che regola meravigliosamente immutabile i gesti, gli sguardi, gli atteggiamenti del corpo di un uomo o di un ragazzo.
Le città finivano con grandi viali, circondati da case, villette o palazzoni popolari dai «cari terribili colori» nella campagna folta: subito dopo i capolinea dei tram o degli autobus cominciavano le distese di grano, i canali con le file dei pioppi o dei sambuchi, o le inutili meravigliose macchie di gaggie e more.
I paesi avevano ancora la loro forma intatta, o sui pianori verdi, o sui cucuzzoli delle antiche colline, o di qua e di là dei piccoli fiumi. La gente indossava vestiti rozzi e poveri

(non importava che i calzoni fossero rattoppati, bastava che fossero puliti e stirati);

i ragazzi erano tenuti in disparte dagli adulti, che provavano davanti a loro quasi un senso di vergogna per la loro svergognata virilità nascente, benché così piena di pudore e di dignità, con quei casti calzoni dalle saccocce profonde; e i ragazzi, obbedendo alla tacita regola che li voleva ignorati, tacevano in disparte, ma nel loro silenzio c'era una intensità e una umile volontà di vita (altro non volevano che prendere il posto dei loro padri, con pazienza), un tale splendore di occhi, una tale purezza in tutto il loro essere, una tale grazia nella loro sensualità, che finivano col costituire un mondo dentro il mondo, per chi sapesse vederlo.
E' vero che le donne erano ingiustamente tenute in disparte dalla vita, e non solo da giovinette. Ma erano tenute in disparte, ingiustamente, anche loro, come i ragazzi e i poveri. Era la loro grazia e la loro umile volontà di attenersi a un ideale antico e giusto, che le faceva rientrare nel mondo, da protagoniste.
Perché cosa aspettavano, quei ragazzi un po' rozzi, ma retti e gentili, se non il momento di amare una donna?
La loro attesa era lunga quanto l'adolescenza - malgrado qualche eccezione ch'era una meravigliosa colpa - ma essi sapevano aspettare con virile pazienza: e quando il loro momento veniva, essi erano maturi, e divenivano giovani amanti o sposi con tutta la luminosa forza di una lunga castità, riempita dalle fedeli amicizie coi loro compagni. Per quelle città dalla forma intatta e dai confini precisi con la campagna, vagavano in gruppi, a piedi, oppure in tram: non li aspettava niente, ed essi erano disponibili, e resi da questo puri.
La naturale sensualità, che restava miracolosamente sana malgrado la repressione, faceva sì che essi fossero semplicemente pronti a ogni avventura, senza perdere neanche un poco della loro rettitudine e della loro innocenza. Anche i ladri e i delinquenti avevano una qualità meravigliosa: non erano mai volgari. Erano come presi da una loro ispirazione a violare le leggi, e accettavano il loro destino di banditi, sapendo, con leggerezza o con antico sentimento di colpa, di essere in torto contro una società di cui essi conoscevano direttamente solo il bene, l'onestà dei padri e delle madri: il potere, col suo male, che li avrebbe giustificati, era così codificato e remoto che non aveva reale peso nella loro vita.
Ora che tutto è laido e pervaso da un mostruoso senso di colpa - e i ragazzi brutti, pallidi, nevrotici, hanno rotto l'isolamento cui li condannava la gelosia dei padri, irrompendo stupidi, presuntuosi e ghignanti nel mondo di cui si sono impadroniti, e costringendo gli adulti al silenzio o all'adulazione - è nato uno scandaloso rimpianto; quello per l'Italia fascista o distrutta dalla guerra. I delinquenti al potere - sia a Roma che nei municipi della grande provincia campestre - non facevano parte della vita: il passato che determinava la vita (e che non era certo il loro idiota passato archeologico) in essi non determinava che la loro fatale figura di criminali destinati a detenere il potere nei paesi antichi e poveri.
Nel libro Un po' di febbre di Sandro Penna, si rievoca questa Italia. Il trauma è grande.
Non si può non essere sconvolti. Leggendo queste pagine prende un'emozione che fa tremare.
E fa venire anche una certa voglia di andarsene da questo mondo, con quei ricordi.
Infatti non è un cambiamento di epoca, che noi viviamo, ma una tragedia. Ciò che ci sconvolge non è la difficoltà di adattarsi a un nuovo tempo, ma un immedicabile dolore simile a quello che dovevano provare le madri vedendo partire i loro figli emigranti e sapendo che non li avrebbero visti mai più. La realtà lancia su noi uno sguardo di vittoria, intollerabile: il verdetto è che ciò che si è amato ci è tolto per sempre.
Nel libro di Penna quel mondo appare ancora in tutta la sua stabilità ed eternità, quando era «il» mondo, e nulla avrebbe mai fatto sospettare che sarebbe cambiato. Penna lo viveva avidamente e totalmente. Aveva capito che era stupendo.
Niente lo distrae da quella meravigliosa avventura che si ripete ogni giorno: svegliarsi, andare fuori, prendere a caso un tram, camminare a piedi là dove vive il popolo, fitto e chiassoso nelle piazze, disperso e intento ai suoi quotidiani lavori nelle lontane periferie lungo i campi; o col sole che tutto protegge con la sua luce silenziosa, o sotto una sublime impalpabile pioggia primaverile; o all'alitare del primo, esaltante buio di una lenta sera; e infine incontrare - ché questa apparizione non manca mai - un ragazzo amato subito per la innocente disposizione del suo cuore, per l'abitudine a una obbedienza e a un rispetto non servili, per una sua libertà dovuta alla sua grazia: per la sua rettitudine. Sembra che mai Penna potesse esser tradito nelle sue speranze di tali incontri, che davano all'esistenza quotidiana, già per sé esaltante la miracolosa gioia della rivelazione, ossia della ripetizione.
Nelle pagine di questi suoi brevi racconti - scritti con una abilità narrativa che non ha niente da invidiare al Bassani dell'Odore del fieno o al Parise di Sillabario - e lo dico perché Penna narratore è una novità e una sorpresa - è contenuta tutta la realtà di quella forma di vita, in cui la gioia, promessa e ottenuta, era diventata una forma ossessiva. Tanto che è difficile parlare di Un po' di febbre come di un libro: esso è un brano di tempo ritrovato. E' qualcosa di materiale.
Un delicatissimo materiale fatto di luoghi cittadini con asfalto e erba, intonaci di case povere, interni coi modesti mobili, corpi di ragazzi coi loro casti vestiti, occhi ardenti di purezza e innocente complicità. E com'è sublime il completo, totale disinteresse di Penna per ciò che accadeva al di fuori di questa esistenza tra il popolo. Niente è stato più antifascista di questa esaltazione di Penna nell'Italia sotto il fascismo, vista come un luogo di inenarrabile bellezza e bontà. Penna ha ignorato la stupidità e la ferocia del fascismo: non l'ha considerata esistente. Peggiore insulto non poteva - innocentemente - inventare contro di esso.
Ché Penna è crudele: non ha pietà per ciò che minimamente non è investito dalla grazia della realtà, figurarsi per ciò che n'è fuori o contro.
La sua condanna - non pronunciata - è assoluta, implacabile, senza appello.
Nella sua ristrettezza di motivi e di problemi, nel minimo spazio che si consente, questo libro in realtà è colmo di un sentimento immenso, straripante della vita.
La gioia vi è così grande da essere dolorosa. Un dolore sconfinato vi è a malapena contenuto come presentimento di perdere quella gioia. Questa illimitatezza sentimentale, fa intravedere in questo poeta, che (forse con Bertolucci) è realmente il più grande poeta italiano vivente - anche quel poeta che egli non è stato: un poeta al di fuori dei limiti che egli si è imposti con commovente e purissimo rigore. Un poeta che può perdere il suo humour delizioso e disperato, lacerare i limiti della forma, espandersi nel cosmo, delirare (vedi pagg' 88, 89, 90). Il lettore mi scusi, se impostato così il discorso, non entro più criticamente nel merito del libro, analizzandolo letterariamente. Esso è fuori dalla letteratura, essendo qualcos'altro, ripeto, che un libro (o un libro unico). Non che io polemizzi contro la letteratura. Anzi la considero una grande invenzione e una grande occupazione dell'uomo. E Penna, a sua volta, è un grande letterato. Ma preferisco lasciare il mio referto sospeso sull'emozione che questo libro mi ha dato col semplice mezzo di una poeticità quasi ovvia (aggettivi proposti ai sostantivi, qualche inversione, esclusione di parole prosaiche, riadottate solo in qualche caso, per improvviso bisogno di realismo o espressionismo): esso lascia il lettore tutto piagato d'un bruciore di lacrime, benché non sia sentimentale mai, in nessun momento.
(Tempo, 10 giugno 1973)



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
Blog creato da Bruno Esposito 
Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti - Qui:
Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog
.

Ero io la maestra di Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"



Ero io la maestra di Pier paolo Pasolini


La donna che ha ispirato «Atti impuri», il racconto autobiografico di Pier Paolo Pasolini, esiste. La Dina dello scrittore friulano è viva ma ha un altro nome. Si chiama Pina, Pina Kalc . E nata ad Opicina, frazione carsica del comune di Trieste, ed ora risiede in Jugoslavia, a Fiume, dove nel 1977 è andata in pensione dopo aver fatto parte per un trentennio dell'orchestra del locale teatro Ivan Zajc.
Pina Kalc — diplomatasi nel 1936 in violino a Trieste — si trasferì a Maribor dove insegnò per alcuni anni alla scuoia di musica suonando nell'orchestra dell'Opera e nella Filarmonica.
Allo scoppio della guerra ì nazisti invasero la Stiria e Pina si trasferì in Friuli, a Casarsa della Delizia. È qui che conobbe Pasolini. La storia è stata ora raccontata dalla stessa anziana musicista che, rompendo un lungo silenzio, ha voluto finalmente parlare in un'intervista al periodico della minoranza italiana di Fiume dei suoi rapporti con lo scrittore, presentandoli nel loro giusto quadro, cancellando tutte le impressioni inesatte su un rapporto di amicizia breve quanto intenso tra la «maestra» e l'allievo. 

«Eravamo ambedue giovani — ricorda la Kalc — ci accomunava l'amore per la musica e la poesia e fra noi due nacque subito una affettuosa amicizia che si andò via via trasformando in un fecondo sodalizio artistico, interrotto solo nel 1945 quando mi unii alla Orchestra filarmonica triestina che stava per trasferirsi in blocco in Jugoslavia».

Molti sono gli elementi che rendono possibile un accostamento fra la Kalc e la Dina del racconto pasoliniano: le lezioni di violino, le suonate di Bach, ma, afferma la donna,

«io nego categoricamente di essere Dina. Ed aggiunge: Desidero anzi sgombrare il campo da eventuali equivoci che potrebbero sorgere dall'identificazione completa della protagonista pasoliniana con la mia persona».

Secondo la Kalc Dina è un personaggio romanzesco, inesistente e "Atti impuri", pur essendo un racconto autobiografico, è assai poco veritiero...

Io ho amato Pier Paolo, gli ho sempre voluto bene, anche quando non eravamo più vicini, ma il mio è sempre stato unicamente un sentimento fraterno, mentre la Dina del libro è e una ragazza disperatamente innamorata di lui, che soffre per non essere corrisposta e che non potrà mai esserlo a causa delle particolari tendenze sessuali della persona amata, che lei però non afferra».

l comune amore per la musica è stato il vero motivo della Singolare amicizia tra Pina Kalc e Pasolini. Pier Paolo, che "da bambino aveva studiato violino, volle approfittare dell'incontro per approfondire la conoscenza dello strumento.
Pina divenne così la sua «maestra» anche se — come ricorda ora la donna —

«in verità le nostre non furono mai lezioni di tipo tradizionale, bensì qualcosa di confidenziale, informale, senza impegni e programmi precisi».

Pasolini imparò abbastanza da eseguire con la «maestra» dei duetti, ma «mai tanto quanto io speravo». Secondo la donna Pasolini «era ben superiore in altri campi e il suo fu più un giocare con il violino che altro. Si stancava subito e diceva:

Ma dai, Pina lasci perdere.

Prenda lei il violino e suoni Bach.

Mi esegua Siciliano».

Pasolini imparò a conoscere Bach al punto di amarlo e dedicargli due originalissimi scritti che la Kalc conserva e che a tutt'oggi sono inediti: uno «Studio sullo stile di Bach» ed un'analisi del «Siciliano», che è il terzo tempo della suonata n°1 in Sol minore. - Durante la sua permanenza a Casarsa Pina Kalc diresse un coro giovanile sorto per idea di Pasolini che «era un precursore— ebbe una straordinaria capacità di intuizione anche in campo musicale» e conobbe anche Giovanna Bemporad — all'epoca ancora studentessa, ma già brava poetessa —. ma non le risulta che Pier Paolo fosse innamorato di lei come si è detto:

«penso che la loro fu solo un'affettuosa amicizia ».

Ma quella che ha colpito particolarmente Pina Kalc è stata la personalità della madre dello scrittore:

«tra i due vi fu un rapporto molto più intenso di quello che può esserlo uno naturale tra madre e figlio; così singolare da apparire, a momenti, morboso. Sono convinta infatti che la eccessiva adorazione e considerazione della madre gli sarebbero state comunque d'impedimento a scegliersi una .compagna della vita».

Quando Pier Paolo morì, la signora Susanna soffrì moltissimo e non venne mai a sapere la tragica verità sulla sua scomparsa. La donna durante la guerra era stata fortemente provata dalla morte di Guido, il secondogenito. Racconta ancora la Kalc: Ricordo le sue sofferenze e il suo dolore quando Guido si unì ai partigiani della brigata "Osoppo".

Aveva solo diciotto anni e lei aveva una tremenda paura, quasi un presentimento, che gli potesse succedere qualcosa.
Fui anzi proprio io ad accompagnarla sulla montagna affinché potesse rivederlo. Camminammo per lunghe ore, alla fine lo trovammo. L'incontro fu commovente e brevissimo, quasi fulmineo ed anche l'ultimo, subito dopo. Guido cadde vittima di una resa di conti tra formazioni partigiane».
Finita la guerra Pasolini e la Kalc si separarono per non rivedersi mai più. le loro strade divergevano. Non ebbero più nessun contatto diretto, né personale, né epistolare. «Comunicavamo — confida l'anziana violinista — solo attraverso sua madre, della quale rimasi grande amica fino alla sua morte avvenuta alcuni anni fa. Lo ho comunque sempre ricordato con piacere e gratitudine per tutto ciò che ho imparato da lui*.
Silvano Goruppi

L'UNITÀ / GIOVEDÌ 10 GENNAIO 1985
 
 
 
 
 
Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito 
Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti - Qui:
Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.

 

Pier Paolo Pasolini - Storia burina

"ERETICO & CORSARO"



Storia burina
Pier Paolo Pasolini
(da Alì dagli occhi azzurri, Milano, Garzanti, 1975)



PROLOGO. 

Un terzo della carne che si mangia a Roma ogni giorno, entra in città, come dice il termine d'uso, clandestina mente. Per una bestia uccisa e venduta, clandestinamente, il guadagno è di circa duecentomila lire (tra il '56 e il '59) Se condo le carte di Cid Burete  a cui abbiamo attinto per il nostro racconto - gli stessi mercanti di carne che si servono di solito al macello, pagando regolarmente quello che va pagato (macellazione, dazio, ecc.), hanno quasi sempre un'attività il legale.

Una cricca di questi mercanti - associati nella macellazione clandestina...

TUSCANIA, GREMBI DI PIETRA, BESTIAME, RE ROMANICI, FAMIGLI NEOREALISTI:... 
una cricca di questi mercanti, battono un giorno l'agro. Cercano pure un garzone; lo trovano, si mettono d'accordo. Famiglio nella razza umana, re in quella dei famigli: una madre profetica gli ha messo nome Romano.

Cade la notte, sui colli e i castelli di Tuscania.

Qualche bestia è ammazzata subito, alla chiarina, dietro la rovina di una chiesa. Romano è sporco di sangue fino ai gomiti. Sangue e mercia. Fino alla prima luce del giorno. Alla prima luce del giorno, le altre bestie vengono caricate sul camion - alla prima luce del giorno d'estate. Le vitelle cioccano. Per far tacere le più di sperate, Romano gli infila un dito in bocca, come un ciuccio. Non c'è una nuvola insin'a Roma.

ROMA. SANGUE. GIOCO DI SOCIETÀ. 

E’ la prima volta che viene a Roma. Ma non è Roma, è Testaccio, che brucia sotto il sole: con le fogne, sotto la terra, intasate di sangue e merda. Le vie perpendicolari - il monte nudo e spelato in mezzo - la riva del Tevere, un immondezzaio tra il bianco dei muretti e il giallo del fiume - l'Ammazzatore; tutto per Romano, che è lì dopo diciott'anni di vita tra i fiori.
I casoni dove vengono portate le bestie per la « soluzione finale »; i recinti dove aspettano per giorni e giorni il loro turno, dimagrendo e piangendo. I secondini paraguli o nati stanchi.

(NOTA. Questa gente è stretta  come ci testimonia Cid Burete - da una specie di senso corporativo e insieme di omertà. Non entra a lavorare al macello chi non è figlio o nipote di chi già ci lavora. È gente « cattiva »: e tutti hanno abbastanza moneta, perché, per tradizione non scritta, tutti possono ru bare ogni giorno un po' di carne. E a questo va aggiunta la lotta clandestina, fuori dal Macello, in cui tutti sono implicati. Adesso pure Romano è nel Gioco. È legato a Zenobi, che è l'organizzatore della macellazione che l'ha assoldato; e Zenobi è le gato a lui, che, del suo lavoro, è testimone, oltre che complice).

Romano arriva a Roma a testa bassa, cieco e testone come un figlio di toro. Ha sogni limitati, non ha paura di nessuno. 

(Il sole che arrostisce Testaccio rende tutti uguali, tra i casoni della morte. Come il terrore di una bestia portata a morire è solo supposto, così lo è la timidezza di Romano.)

Ma la Roma così conosciuta è proprio oggettivamente cattiva. Cinque minuti, a spingere giù le vitelline piangenti: e in-torno c'è già « quello che è Roma ». Che Romano però mica vede; con le tempie, l'attaccatura dei capelli, la bocca feroce di un toro giovane: non vede per non esserci. Per esserci solo come cosa. Come pianta ripiantata su altra terra, che succhia ciecamente. Nella nausea che dà l'odore del sangue, Roma è un ragazzo dell'età di Romano - per ora. Che gli altri ragazzi chiamano Romano. È nudo, tiene solo un po' di azzurro striato di bianco, con qualche frittella di sangue, al posto della foglia di fico; una cova, un abitacolo, che solo per eleganza, poi, sotto, fascia anche la gamba, fino al piede feroce e scalcagnato. E anche la testa è vestita. Da ricci polverosi. Il resto, nudo, è soltanto forza: ma non inconscia, come quella del primo Romano e dei tori. Anzi, la coscienza di quella forza è la maschera di Roma, che si finge altra nel disprezzo, nell'ironia, nella paciosità, nella buffoneria, nella crudeltà, nella finta sventatezza, nello sguardo « clinico » per le cose, nel non impicciarsi nella recita o moina della distrazione, nel « sapere tutto », nel la discrezione d'onore, nel canto solitario della propria disponibilità. Un leone sonnacchioso al sole, con la pupilla sveglia come uno spadino. Pugile? Come no? La palestra è giusto dal l'altra parte dei casoni della soluzione finale, una casetta sul l'antichissima strada del '6oo o dell'8oo miserabile, che stringe in un anello di baracche e muriccioli sbrecciati il monte dei Cocci, lungo l'Ammazzatore. Da lì sono usciti i campioni di Roma. A Romano la stella del campione brilla in fronte.

(N.B. Chiameremo per chiarezza Romano il Burino il primo, Romano il Paino il secondo.)

Il Romano Burino che spinge giù dal camion per il culo le vitelline entra nella grammatica. E fa da soggetto. Viene messo in mezzo. La sfottitura è così sottile, così impalpabile e raffi nata, si vale di tali reticenze, silenzi e finezze, che il Romano nuovo manco se n'accorge, e continua il suo dialogo con le vitelle. Non viene dalla Sicilia né dall'Arabia. E neanche dalla Toscana ma da Tuscania. Pesante e nero sabino; quando s'accorge d'essere preso per il culo, si butta come un cane, dolce dolce, e morde con l'innocenza dei forti. Due poveri ragazzi coi calzoni americani rotolano sulla terra battuta del macello lorda di sangue e budella ma pulita da un sole così forte che macera e secca tutto come il gelo: e la sporcizia macerata e leggera come paglia trita, vola intorno, davanti alle bocche de gli altri che urlano come lupi con le fauci ben disegnate della gioventù. Li divide Zenobi, con le mani del padre. 

(N.B. Il suo occhio « cli-nico » ha allumato in Romano il Burino un al tro con la stella in fronte. Una nuova buona ragione, oltre l'omertà nel reato delle vitelle, per tenerlo sotto la sua ala.)

ANCORA SOLE, INIZIAZIONE, LA MODA DI QUEST'ANNO. 

La pianta ha messo radici. La terra fetente e purificata dal sole come da una tremenda medicina, non è quella di Roma, ma di Testaccio. Zenobi sistema come un cane nella cuccia Romano il Buro dentro uno sgabuzzino della palestra (senza nemmeno una finestrella), e lo fa imboccare al Macello come una guardia svizzera, con tutto che sia senza il tesserino. Lo allena, la sera, come una madre che non fa tanti complimenti.

L'iniziazione di Romano il Burino alla nuova vita è rapida. Passano le settimane, i mesi. Egli si trasforma. Impara il romanesco; perde presto la calata campagnola. Impara la grammatica, le reticenze, i silenzi, le finezze; le belle iperboli. Riconosce la bellezza di una maglietta e di un paio di scarpini a punta. Cambia capello.

Modello di questa trasformazione è Romano il Paino. Romano il Burino, insomma, si ricostruisce pezzo per pezzo, sostituendo i vecchi pezzi con quelli di Romano il Paino. Lo sanno tutti che quando due cominciano col fare a botte poi diventano amici. Diventano amici e si rassomigliano perfino di faccia. Ma la faccia di Romano il P. ha qualcosa di ineguagliabile: la mancanza di ogni fede. La mancanza di cre dito che il mondo ha in lui. Il mondo che gli si presenta, corrompendogli gli occhi, come una specie di nulla. Infatti davanti agli impressionanti progressi di Romano il B. nel pugilato, Ro mano il P. non è geloso, non gliene frega niente.

I VANTAGGI DI UN CASALE A CIAMPINO. LA NATURALEZZA DELLA GRANA. 

Zenobi allarga la sua impresa. Affitta in un posto qualunque, che potrebbe essere in Tunisia, un casale mezzo diroccato (si riconosce, da lontano, Ciampino, oltre mandracce di casette costruite a mano, bianche, tra i vigneti tramortiti). Lo maschera da osteria, e, dentro le cantine, fa un piccolo ammazzatore. Anziché’ ammazzarle dove si trovano, alla chiarina, ora le bestie le portano lì, nel casale, dove non solo le ammazzano, ma le squartano e le preparano per il trasporto in città, dai compari compratori. L'oste - e il cantiniere - lo fa una vecchia zimara, uno zoppaccio, vecchio amico di Zenobi, vissuto da sempre accanto a lui, ruga su ruga, zella su zella; colica su colica, cotica su cotica; i due Romani, loro, giovani come il mondo, sono i razziatori; ammazzano; squartano.
Molta grana in berta. Ma proprio tanta. Romano il B. ci compra, a rate, una Harley Davidson. Romano il P., invece, e questo è il punto, spende e spande, butta tutto quello che ha, con gli amici e con le mignotte, come se ricco fosse stato sempre.

Vanno sempre in palestra. Il primo è ai suoi primi incontri, che sono tutte vittorie. Il secondo, che di vittorie vecchie è pie no come di ricci, sta per portarsi via il campionato laziale, ma si sa che chi non ha carità non ha né fede né speranza; e chi non ha né fede né speranza non ha vittoria (ma le vittorie con la fede passano, le vittorie senza fede restano, e costituiscono l'intera vita).

NADIA, E TUTTO QUELLO CHE NADIA, AMMUSATA, RAPPRE SENTA. 

Quindi è il disordine, che è il profondo ordine della vita, a guidare i gesti e le azioni del Paino. Ha una ragazza, è vero, di nome Nadia, sua vicina di casa a Via Zabaglia, che conosce da tanti anni. La tiene per pigrizia. Lui sta sempre con gli amici. Le donne va a rimorchiarle con una macchina a nolo piena di amici a Caracalla, o a Viale Tiziano, o, se è giorno, sul raccordo anulare. Con la famiglia ha poco da spartire. La madre urla sempre come una sciammannata, e dice, urlando, quello che dice Nadia, stando zitta. Il padre, ch'è stato alle elementari con Zenobi, e è stato con lui balilla e poi un fedele della DICAT, scrive una lettera anonima al commissariato, dove si viene così a sapere del casale di Ciampino. Zenobi è a sua volta informato da qualche anima buona, carnivora, del commissariato stesso, e si dà da fare. Si salva, ma il casale col suo zoppaccio diventa quello che era la sua apparenza una vecchia osteria micragnosa per neni e zampognari. Così i due Ro mani tornano alla legalità e allo stipendio dell'Ammazzatore.

Romano il Burino si salvicchia, perché ha messo da parte cento sacchi. Ma Romano il Paino è a terra - e ha fatto ormai troppo l'abitudine alla libidine. A casa sua è un casino. Una sera fa quasi a coltellate col padre, e se ne va fuori casa.

Va da Nadia, ma manda aff... pure lei. Va al baretto della Pugnalata, con quattro alcolizzella e due malandrini tubercolosi. S'ubbriaca di Stock e di Vecchia Romagna. A dormire va nella cuccia della palestra di Romano il Burino, che lo ospita senza tanto gonfiarsi, come l'altro avrebbe certamente fatto al posto suo sotto traccia. Il bello è che da lì a qualche giorno Romano il Burino e Romano il Paino avrebbero dovuto incontrarsi alla Romana Gas, in un match decisivo, in fondo, per tutti due: perderlo, per il Burino, voleva dire addio al diritto di considerarsi un vero Dio, per il Paino voleva dire compro mettere i campionati, screditarsi come Dio.

Eh, ma non bisogna dirle, queste cose. Scherzarci, fingere di niente; scherzare con quelli che attizzano o sfottono. Una dolce, tenera, tramortita luna viene a visitare la palestra, stendendosi qua e là, sul pavimento acido di polvere, su un po' di corda arrotolata, lungo l'orlo delle porticelle delle docce, sventrate. Prima di dormire i due rivali si mettono in slip, zozzi, e fanno un po' a guanti, con un occhio allo specchio; sudano; vanno a pisciare insieme nella doccia; fumano una svampa; vanno a dormire, nello sgabuzzino senza luna.

Passa una mezzoretta, e Romano il Burino dorme come un cavallo. Mentre lui dorme, l'altro riapre gli occhi. Sta con gli occhi aperti un pezzo, a pensarci. Poi si alza, e va a smucina-re nel giaccone di cuoio, nei calzoni di Romano il Burino; non trova niente. Cerca sotto il guanciale. I cento sacchi stanno lì. Li preleva. Si rinfila i calzoni americani, la maglietta; va fuori a prendere l'Harley Davidson, buona buona lì dove il suo padrone l'ha trascinata, dietro la palestra; la spinge a mano per un centinaio di metri con da una parte l'ombra del Monte dei Cocci, e le bicocche, dall'altra lo sbarbaglio della luna nella sperduta del cielo. Poi zompa sul sellino, e parte sparato, cioccando come un trimotore.

L'ONTOLOGIA DEL COMPORTAMENTO DI VITA. MECCHE. SPA RATE. LOCALI. 

Va dritto, oltre la Via Ostiense (con la luna), per l'Aventino (senza luna), a Caracalla (con la luna), fino a Por la San Sebastiano (senza luna). Trova Maria Domenica, occhialuta (con la luna), la carica sul sellino e la porta a bere un Stock a San Giovanni (senza luna). Poi vanno a mangiare a Termini (con la luna). Poi a ballare alla Pighetti, che sta per chiudere (senza luna). Sono ubbriachi, lei con la cosa al vento (con la luna), lui col coso agghiacciato (senza luna), e vanno Luna Park dell'Eur (con la luna). Una bottiglia di veleno vinta al tirassegno poco prima che chiuda (senza luna); e via sulla rombante agli Orti di Cesare tra catacombe e catapecchie (con la luna). Lusso e portieri che fiutano come cani zozzeria e miseria (senza luna), Romano si inginocchia sotto la luna e tappezza di fogli da diecimila i gradini dell'ingresso (con la luna) Entra nel locale con la mecca e spende tutto (senza luna). La mattina (con il sole), lo trovano mezzo morto a pancia sotto s'una fratta (senza sole), in un immondezzaro all'Acqua Santa (con il sole, con il sole.)

ANCORA NADIA CHE, AMMUSATA, RAPPRESENTA IL DOVERE COME SOGNO DELLA VITA PERBENE DISPREZZATA. 

Romano il Burino ha per la ragazza dell'amico, Nadia, una oscura simpa tia, che gli si manifesta soltanto perché, quando le è accanto, Giggetto sotto si risente: ma non è ammessa.
È Nadia che si presenta a lui, la mattina dopo la notte brava del Paino.
Cattiva per il nuovo dolore come per un raffreddore, col moccio e lo sguardo nemico dei trasporti funebri, viene a raccomandarsi di non denunciare il Paino (e chi ci pensava?) e di perdonarlo (che? è roba che se magna?): promettendogli che lei stessa avrebbe fatto in modo che un po' alla volta gli restituisse i cento sacchi.
Romano dice: « Vabbè, vabbè. » È la prima volta che parla con la ragazza. Anzi, è la prima volta a Roma che parla con una ragazza  che non sia Maria Domenica l'Occhialuta o Burganda la Sconosciuta. Assicura (come facesse un contratto al mercato del paese) che lascerà perdere Romano. (Tanto, il giorno dopo c'era il match alla Romana Gas, e gliel'avrebbe fatta fare piccola la magra, rompendogli il grugno davanti a tutta la cricca dell'Ammazzatore.) Lei lo ringrazia, cogli oc chi immalinconiti e lontani, persi nel suo lutto (lui è li vicino, col fratello piccolo, sotto, che gli s'è svegliato, come a un ca vallo, e fortuna che tiene il sospensorio).

LA GLORIA E' NUDA. 

Suonano i cessati allarmi, piano piano, un mese, quindici giorni, una settimana. La vita riprende. Il fu turo torna a sorridere. E’ passato il momento delle vacche vegetariane, e torna quello delle vacche cannibali. Zenobiri prende i due mori, che, tra di loro, c'è sangue cattivo, e hanno occhi, pugni, calzoni pieni di dinamite, e una specie di malattia addosso che si attacca  e ripartono per la grande razzia.
Travagliano tutta notte, a caricare e scaricare vitelle, tra i monti della Sabina, neri e teneri e ognuno col suo Sabino e la sua stalla; all'alba sgozzano e squartano, dentro un grottone coperto da un muraglione e da una baracca, sulla Prenestina, do ve lo zoppaccio s'è fatto la tana come un barbone; col sole alto della mattina vanno a dormire; dormono tutto il giorno - e la sera si incontrano nella concalla della Romana Gas.
Nudi di fronte ai compagni e ai maestri, nel fumo ardente e nell'odor di stracci bagnati, ché fuori piove; nel chiasso degli incontri precedenti della riunione, passata nell'attesa del loro. Tutta la gioventù dell’Ammazzatore, quella brutta e quella bel la, quella di primo pelo e quella già stagionatella, coi primi peli bianchi, i fanelli e i vecchi scarpari; quattro mogli dei capoccia, e del resto tutti maschi; con un odore di panni bagnati cotti dal fumo delle sigarette, che accora.
La loro nudità è il loro vestito. In fondo, di sé e degli altri non sanno nulla, se non ciò che fa essere il comportamento sociale: il comportamento è l'unica pianta cresciuta e perfetta in un orto dove tutte le altre piante sono secche, l'amore, le idee ecc. ecc. Anche l'onore non è nulla se non uno dei rami di quella pianta folta e completa. Solo per un estraneo, quell'odore ha odore di canfora e di sangue.
Contrariamente alla violenza del combattimento che è il combattimento di due nemici che si odiano per ragioni che sanno solo loro due, la vittoria è ai punti. Questi punti sono per Romano il Paino, che si batte con una eleganza che fa rabbia: il serpente vince il toro. Tiene alta la sua vecchia stella, offusca quella dell'avversario, nascente.

GIORNO DI MACELLAZIONE, GIORNI DI MACELLAZIONE. 

Venerdì fiesta all'Ammazzatore. Passano, passano, vacche magre trasparenti, passano vacche secche come alici, passano in fila trasparenti come l'osso, buone buone, con la morte negli occhi, come ubriachi che tornano la mattina accecati dal sole bianche come uccelli della neve, e con le croste dello sterco sull’ossa che bucano la pelle tirata come la seta, passano masticando, masticando come per fare le indifferenti, ma sapendo bene quello che le aspetta, passano, passano come ombre cinesi bianche, come grandi pipistrelli bianchi che hanno preso la strada dell'inferno, mentre il sole non passa mai, nero come un toro sopra il monte di Testaccio.
E i cavalli vecchi? E i pulledri, che non hanno mai avuto gioventù?
I due Romani son dentro un casone della morte. Con le punte degli scarpini su uno scolatoio dove passano sangue e zella, e i tacchi tra le teste e gli zoccoli ancora freschi. I sanguinari; i tripparoli; i facchini; la caciara, la fiesta. Cochi, Zella e il Guillone hanno cantato: all'orecchio del Paino - una cantata de core  col core della fiesta - Nadia e il Buri no si sono visti - la sera - quando la luna spunta - e Ro ma non fa la stupida.
(Al Paino non gliene importa niente. Il suo destino è così segnato che non c'è alternativa. Nadia è superata, come una canzonetta dell'anno prima, che nessuno, mai, in nessun luogo, a nessuna ora, canta veramente più, nessuno, mai, in nessun luogo, a nessuna ora. Ci sono dei cuori che non possono più tornare indietro. Ma che cosa fa un ragazzo - non importa chi  - se la sua ragazza  non importa quale - va con un altro ragazzo - non importa come? Tutto ciò fa parte della vera vita, che, si sa, si serve della vita non vera per i suoi pretesti.)
I due Romani si attaccano, rotolando sugli scolatoi: in un minuto, dal ciuffo ai pedalini, son rossi di sangue, due fiammate calde, strette. Gli schizzi di sangue merdoso, giungono fin dentro le bocche aperte, le fauci belle di gioventù, dei mandruconi e dei mini che li attizzano come cani. L'incontro non era finito la sera prima! Il sangue di Romano il Paino, quello del naso e delle gengive, e del sopracciglio, brilla fresco sul sangue vecchio delle bestie, una goccia di sangue rosso, su una bandiera di sangue nero, senza guantoni, senza gong, è il Burino che fa la rapina, come Caino. (Così cominciano i giorni della macellazione. Romano il Paino resta disteso accanto a uno scolatoio, con le gambe divaricate, i calzoni americani celeste-fumo, bianchi sul grembo, sono una bandiera di sangue nero. Romano il Burino è in piedi sopra di lui, come il pistolero, con la pistola a frecce che ha trapassato un testone innocente da tempia e tempia, come il pistolero che sta sul corpaccio della bestia ancora caldo, divenuto, con la morte, bambino.)

NOTA. 

Ora, lì, all’Ammazzatore, ormai il più forte è lui; or-mai del burino non ha più niente. Ha imparato veramente lutto quello che doveva imparare, è diventato un ragazzo del Testaccio. Come il Paino, che è stato il modello del mondo che ha conquistato come in un romanzo, è incosciente, sprezzante, ironico, crudele, allegro, pigro, spietato, spiritoso, carogna, cattivo. Si è aggiunto al Paino, l'ha ripetuto e l'ha sostituito, come un figlio il padre. Parla come si deve il linguaggio dei dritti, sa fare il campione al momento giusto, ma sa anche fare il modesto; sa mettere in mezzo i soggetti, ma sa anche lasciar perdere, abbozzare; sa fare il balordo e l'umano.
Con la sua avanzata irregolare in graduatoria nella carriera di bocchissiere, e per la sua vecchia fedeltà di cane buro, è diventato il favorito di Zenobi e del suo CLN.
L'altro Romano invece piano piano scende la china delle ambizioni che è la scesa verso ambizioni più profonde. Perdendo ogni passione, realizza la vita senza passioni: una vita filosofica. Addio campionato laziale e addio boxe perde qualche incontro, e un po' alla volta rinuncia. Le sue mire sono quelle di una perdizione seria. Così come un buon borghese a un certo punto smette di fare dello sport per dedicarsi interamente alla sua carriera) allacciando e estendendo relazioni, eleggendo a vita intera una scelta della vita. Il buon borghese Romano il Paino comincia la sua vita « seria », superando il breve orizzonte della cricca dei macellari; le sue relazioni si sono allargate a donne e uomini meno barbari ma più realisti. Gioventù di altri rioni, vecchi coatti che la sanno lunga, che non fanno a stecca d'un pezzo di carne.
Se n'è andato da Testaccio. Nadia non l'ha neanche salutata. La sua vita vera si svolge con Burganda la Sconosciuta.
Tuttavia ha ancora una prima vita, che gli serve da alibi, e continua il lavoro, staccato come un Angelo, all'Ammazzatore grande e all'Ammazzatore piccolo, con l'altro Romano.

CONTINUA LA NOTA.

Tra i due Mori e Zenobi & Compari, il rapporto è leale in apparenza. Sotto c'è il ricatto reciproco. E naturalmente i mori, abituati a fregare la carne all'Ammazzatore Grande, la fregano pure, quando possono, all'Ammazzatore piccolo. La libidine... il polpastrello del pollice che soffrega ripetutamente e allusivamente i polpastrelli dell'indice e del medio, a mezz'aria... non manca, ma non è mai abbastanza.

STORIA D'AMORE. POESIA D' AUTORE. 

Nadia e la sua famiglia vanno ad abitare a San Basilio.
C'è un grande prato scintillante come una piscina, dove a splendere non sono acque ma cocci.
In fondo al mare di quel prato c'è una fila di case d'avorio contro i castelli.
A destra c'è un altro prato, con la sua schiuma ghiacciata o bruciata dal sole.
Intorno a questo prato si alzano, a spina di pesce, altri pa lazzi come astri.
Suonano come organi del chiasso della povera gente.
Un chiasso lontano lontano: e come piccoli rifiuti leggeri e strani lasciati dal mare sulla rena, quel chiasso d'altro mondo depone lungo i prati e le strade coperte d'erba, alcuni esemplari di quella povera gente, ragazzini incappottati, donne vecchie colpite dal vento della sera.
Dietro a quei due prati dove le ombre scendono per prime, e dove restano le luci per ultime, ci sono altri prati, con greche di palazzi d'avorio falso per sottoproletari, dove le luci dardeggiano come dolci nostalgiche spade, con la quiete delle notti estive sui lungomari delle città coloniali.
Nadia sta oltre il terzo o quarto prato, in fondo a una gran-(le discesa, in una casa isolata con tutte le sue luci come un astro dimenticato (con le porte sul fango).

NOTA. 

Romano il Burino - adesso che Nadia, anche se non ufficialmente, è libera - si sente autorizzato a coltivarla. Una sera le dà appuntamento sotto il monte di Testaccio - dove lei continua a fare la camiciaia, partendo la mattina presto da San Basilio. E lei ci viene - prima di imbarcarsi sul primo dei quattro autobus che la portano laggiù, nella sua reggia rosa. La scusa per andare all'appuntamento è che c'è già stato, tra i due, un rapporto d'affari. Nadia insomma ha degli obblighi con Romano, non c'è niente da fare. Non ha potuto mantenere la parola di fargli restituire i cento corpi, e per questo è in svantaggio.
Camminano malinconici lungo il Monte dei Cocci.
La seta dopo camminano malinconici sul Prato dei Barattoli, sotto le ombre nere dei colli lontani.
La terza sera ancora lungo il Monte dei Cocci, coi suoi orinali e il suo odorino di sangue.
La quarta sera a San Basilio, con lontano il Supermarket che apre la bocca dentata e luminosa come una conchiglia di ma dreperla, indiana, sul prato pieno d'aria e di voci.
La quinta sera, sotto le falde del Monte dei Cocci, con quattro cavalli dentro una rovina, che aspettano la morte, mentre uno zingaro fuma.
La sesta sera da una catena di case in bilico su uno sprofondo verso una valle di fango, con tutte le luci accese in fila, rosa sul mondo turchino, verso il Leocine.
La settima sera, per la stradina che gira intorno al Monte dei Cocci, sotto una bella luna di carnevale. Ma stavolta piano piano Romano guida la mecca verso la palestra, dove ancora dorme. Piano piano, come tutti due stessero sognando, senza fretta, la fa entrare nello sgabuzzino privo di finestrelle: qui lei dà calci, pugni e morsi, ma non c'è niente da fare, lui le fa la festa e le rompe tutto.
L'ottava sera entrano insieme nell'ultima casa di San Basilio, coi belati delle pecorelle che dal fango della valle guardano lagrimose verso le luci di madreperla, e Romano fa lunghi discorsi col padre e la madre di Nadia, che fanno lunghi di scorsi anche loro, e nasce tutta un'attaccatezza.
Nadia, con tutte le mortificazioni della sua vita di poverella  - e l'amore sfortunato dell'altro Romano - che l'hanno fatta diventare dura e pallida come una mignotta, è, nel fondo del cuore, dolce come una di quelle pecorelle che belano laggiù dalla parte di Settecamini. E Romano torna all'ovile. Un ovile però, ha il valore pratico di Lit. 1.000.000 in contanti, più Lit. 8ooo mensili, e si presenta sotto forma di un appartamento a Ponte Mammolo, in una palazzina appena passata di calce, ancora senza intonaco e senza tetto, individuata dal padre di Nadia, che già ne parla col rispetto degli affari combinati, dei grandi miraggi realizzabili nella vita. Per rendere effettivo, in somma, il ritorno all'ovile, occorre procurarsi subito, se non altro, la somma in contanti. La strada c'è, il compare pure.

LA PUREZZA. 

A questo punto le carte di Cid Burete presentano una lacuna, e purtroppo fino alla fine. Non si sa poi che fine abbia fatto lui, Cid Burete, ma tutto lascia supporre che Franco l'abbia mandato alla garrota, in seguito allo sciopero dei sanguinari e dei tripparoli della Mancia. Noi conosciamo il resto della storia da testimonianze orali.
Dunque, pare che i due compari, abbiano accroccato da soli, liberi e indipendenti, una stragetta di vecchie vacche sa bine. Per farlo, avevano dovuto comprarsi prima con qualche millante, perché si tenesse la cica, lo Zoppetto agonizzante al grottone tra la Prenestina e la Casilina, tra la borgata Angela e le cave dove Attila aveva aspettato papa Leone, curandosi i calli e cantando vecchie canzoni cispadane. E poi avevano dovuto noleggiare un camioncino, pronto, in fila cogli altri, sotto la piramide Cestia, dipinto di verde come un cessetto ai bagni di Ostia: dentro ci stavano, come due perle dentro una stessa ostrica, un certo Ciro Lo Coco, detto Droga, e un certo Pippo Recchiabella, detto Spago - detto così non si capisce perché, poi, dato ch'era già abbastanza dirlo Recchiabella - secondo l'osservazione del testimone, ch'era un intenditore. Questi due erano il conducente del camioncino e il suo aiutante (che aveva una fortissima tendenza ad aiutarlo specialmente quando dormiva). Ecco come sono le fatalità. E’ stata proprio la scelta di quel camioncino che, per una serie di circostanze, anzi, per una circostanza sola, tradì le speranze dei due Romani.
Se ne tornavano, i quattro compari, dalla Sabina, col camioncino pieno di vacche, con la pelle colore del mattino ancora lontano, quando, puf, una gomma davanti del camioncino si sgonfiò, e il camioncino andiede a sbattere il grugno contro un cartello dove c'era scritto «Borgo Ciufega» o «Borgo della Fame Arretrata» o qualcosa così. E lì si sbragò. Droga e Spago, con tutta quella madama che girava la notte tra la Prenestina e la Casilina, e lì proprio che c'era un pratone dove sgommavano e smontavano le macchine picchiate, tra i canti delle allodole, dissero tutti tesi agli altri due, tagliate, andatevene, smammate, lasciatece qua soli, portateve via le vostre vacche, che qua sennò so' ca... nostra ecc. ecc. Per la grotta dello zoppo c'erano da lì un cinque sei chilometri. Il Burino e il Paino, presero, e a bastonate sulle chiappe da schiodarle, spinsero via per stradelli, viottoli e solchi di grano le loro vac che: che, davanti a loro, nel buio, erano tutto un palpitare di lombi, come un volo di farfalloni bianchi, come lenzuoli gonfiati dal vento della notte. Ma si sa che le vacche son deboli di budella, ciànno, si sa, la cagarella eterna! E chi poteva tenerle? Infatti aprivano ogni momento quel coso che avevano sotto la coda, largo come un secchio, li mortacci loro, e pluàf, bluàf, rovesciandolo come un guanto con gli orletti rossi di sangue, pluàf, bluàf, 'ste chiavicone, mo l'una mo l'altra, lasciavano sul prato il ricordo di quel loro passaggio.
Madama si fermò, che se ne sentiva proprio la mancanza, una mezzoretta dopo accanto al camioncino acciaccato sulla Prenestina. Nel millecento c'era un brigadiere, di quelli fini, nato e cresciuto, si vede, tra zappe, vanghe e gallinari, e fu forse per nostalgia, che smicciò subito il primo segno della prima vacca oltre il ciglio della strada sul prato. Restò un po' col naso su quel segno, ci pensò su un pochetto, e dedusse che ce ne doveva essere un altro un po' più avanti: camminò così gobbo sul prato, e infatti, dopo un po', lo puntò: eccolo là. Basta, seguito dal brigadiere e dalla sua compagnia picciola, di ricordo in ricordo, sparì nella notte.
Che intanto era turbata da qualcosa di tremendo: come un grande esercito misterioso che si presenti, ai terrorizzati guardiani notturni, sulle montagne, l'alba ammassava le sue forze piene di verginità lungo le colline, e, come una puzza meravigliosa, portata dal venticello che aveva cambiato rotta e velocità, annunciava che qualcosa di straordinario stava per succedere: fra poco i camion che salivano dal Sud, carichi di biete e carciofoli per i Mercati Generali, non sarebbero stati più i soli a percorrere la Prenestina e la Casilina.
Il Burino e il Paino se lo dovevano immaginare, che non era il caso d'insistere. Probabilmente, ognuno di noi, che pure non ha mai rubato, e non sa da che parte si cominci a macellare clandestinamente una vacca, avrebbe capito, con l'intelligenza e l'esperienza che si attribuiscono agli intenditori, che  sarebbe stato assurdo star lì a finire un'impresa che ormai aveva preso una così brutta piega. Nella faccia religiosa dello zoppo era ormai segnato tutto il prossimo destino: l'alba che va a male, il primo solicello cattivo, l'arrivo dei carubba, l'arresto, o il tentativo di fuga, o magari la sparatoria. Ma noi siamo borghesi, e quindi abbiamo innato il senso della prudenza, della preoccupazione per la nostra salute, della capacità a rimandare a domani quello che non possiamo fare oggi, del rispetto per ciò in cui la vita si consolida, si ordina e si fa opinione pubblica e buon senso. La nostra esistenza si svolge come una pagina di prosa: gli strappi e i momenti poetici che sovvertono il diabolico e meschino calcolo della grammatica, avvengono a nostra insaputa, e poi magari ci lavoriamo e ci ricamiamo so pra per anni, ne facciamo dei grandi casi con gli amici. Siamo, anche i più rivoluzionari di noi, conservatori di nascita, e in fondo non dimentichiamo mai quello che la madre innocentemente borghese ci ha insegnato da bambini: il rispetto per un mondo che è nostro, e quindi il senso del risparmio, del dovere, del sapere, e soprattutto l'idea che la vita è sicura e lunga. Ma Romano il Burino e Romano il Paino, erano incoscienti co me uccelli che la mattina si svegliano, storditamente e felice mente lontani dalla preoccupazione dei cacciatori o di altri pericoli, e cominciano di buona lena a volare e a cantare.
(1956-65)

 
 
Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito 
Seguici anche su Facebook, siamo già in tanti - Qui:
Eretico e Corsaro
Grazie per aver visitato il mio blog.