sabato 5 settembre 2015

Pasolini - Le ceneri di Gramsci

"ERETICO & CORSARO"

 

Le ceneri di Gramsci
 
 
Pubblicata nel 1957, questa raccolta di poesie rappresenta il punto piu' alto della poesia pasoliniana. Consiste in undici poemetti: L'Appennino, Il canto popolare, Picasso, Comizio, L'umile Itailia, Quadri friulani, Le ceneri di Gramsci, Recit, Il pianto della scavatrice, Una polemica in versi, La terra di lavoro.

Le ceneri di Gramsci costituisce, nel panorama letterario del Novecento, un'opera fondamentale che rifiuta i toni della poesia novecentesca. Anticipando e negando le neo-avanguardie, Le ceneri di Gramsci si rifanno a una tradizione precedente, anche nella forma metrica, costituita da poemetti in terzine.Un'opera di impegno civile e sperimentalismo formale in cui il poeta rappresenta in tutta la loro drammaticita' le contraddizioni, consapevolmente vissute, del proprio pensiero.
"C'e' del carduccianesimo, senza dubbio, in Pasolini: nell'enfasi troppo frequente del discorso, nello stesso piglio populistico e giacobineggiante. Ma si tratta di un carduccianesimo generalmente filtrato attraverso la lezione di Giovanni Pascoli, un poeta verso il quale Pasolini dimostra di avere piu' di una conoscenza umana e letteraria
(......)

L'umile Italia e' composta in strofe di dieci novenari. La famosa La mia sera e' composta di strofe di sette novenari, piu' un senario di chiusura, che rima con il penultimo novenario. Altre analogie ci permettono in questo caso di pensare ad un rapporto ancora piu' stretto, ad una lettura diretta del testo pascoliano. Nell'umile Italia troviamo: "leggera e' la gioia" (e sembrerebbe espressione tipicamente pascoliniana); ne La mia sera: "una gioia leggera". In Pascoli: "Che voli di rondini intorno! che gridi nell'aria serena!"; in Pasolini il motivo delle rondini volanti e stridenti sulle piazze italiche e' ripreso e ampliato nella terza e quinta strofa".(1)

Con queste parole Alberto Asor Rosa nel suo Scrittori e popolo in riferimento all'"eccesso di tensione" presente nei primi componimenti dell'opera: L'Appennino, Canto popolare, Umile Italia, e i riferimenti letterari di Pasolini.

Ma e' sul presunto populismo di Pasolini che si incentra l'anilisi di Asor Rosa:

"E' da osservare, innanzi tutto, che il populismo pasoliniano fa ora un altro passo innanzi verso una coerente completezza. Se la fase dei primi poemetti aveva rappresentato per lo scrittore il passaggio da un populismo istintivo a un populismo cosciente, ora il populismo comincia a caricarsi di un preciso significato politico. Dietro l'ideologia del populismo si profila la presenza di una cultura, che si fa garante e in un certo senso testimone oggettiva, storica della visione pasoliniana di popolo. Si fanno i nomi di Croce e Gobetti, quasi a testimoniare la comparsa di una dimensione morale; si fa, soprattutto, il nome di Gramsci, e dietro o in Gramsci s'individua la funzione attiva, rivoluzionaria, di un'ideologia marxista".(1)

Alle accuse di populismo cosi' Pasolini risponde su Vie Nuove:

"[....] Salinari mi chiama, senza mezzi termini, senza appello, 'populista'. Ebbene, se egli usa questo termine nel senso in cui lo usa Lenin, in una concreta situazione storica, per definire un concreto movimento storico (quello che vedeva la rivoluzione come un prodotto delle classi contadine, al di fuori della guida delle aristocrazie operaie), rifiuto natuaralmente di essere definito 'populista'. Sarei un imbecille se pensassi che la Rivoluzione si puo' fare a Melissa, senza Modena. Ma se Salinari usa il termine populista, nel senso che ormai la parola ha preso correntemente, cioe' nel senso di 'marxista che ama il popolo di un amore preesistente al marxismo, o in parte al di fuori di esso', allora potrei anche accettare tale definizione"(7)

"I campi del Friuli (con questo titolo il poemetto Quadri friulani apparve su "Officina") si aprono sotto il segno della mitologia friulano-materna "amata con dolcezza e violenza, torbidamente e candidamente", del "regresso" all'"incantevole paesaggio" dell'adolescenza, "oggetto di accorata nostalgia". Ma quella mitologia originaria - secondo un processo che si segue lungo tutto il curriculum pasoliniano - tende subito a svilupparsi in una serie di reincarnazioni: che tuttavia sono ancora, qui, le piu' tenere ed elusive. Riaffiora cioe' l'antico nesso tra "religione" della giovanile "passione", intenerimento pascoliano e simpatia evangelico-populista per gli umili, che era stato al centro della prima fase dell'Usignolo della Chiesa Cattolica (comprendente poesie scritte tra il 1943 e il 1949, ma pubblicato nel 1958). E si delinea una mitica civilta' contadina segnata da un miracolo irripetibile, che attraverso la raffinata e sapiente esegesi dei colori e delle immagini di Zigaina, ricostituisce un intatto mondo estetico-viscerale.

Sara' nella seconda meta' del poemetto, all'insorgere del constrasto con la storia, che Pasolini attingera' alla dolorosa consapevolezza della sua grande stagione: l'incapacita' a scegliere una nuova "misura", l'angosciata impotenza che trova sbocco solo nei "sorgivi sogni dell'esistenza", la sensazione crescente della loro vanita', la problematica insomma del poemetto delle Ceneri di Gramsci torna qui a riaprire ferite profonde. Ma ormai Pasolini non tenta neppure una estrema difesa di quei sogni, e guarda con una tensione sterile e disperata al "sicuro" mondo di valori razionali e storici dei quadri di Zigaina, nei quali la mitica civilta' friulana si trasforma alla fine in una societa' di "uomini interi", inserita con il suo lavoro e le sue lotte in uno sviluppo storico dal "sereno futuro". E anche se il poemetto torna a perdere la forza nel finale (limitando i vasti echi del conflitto pasoliniano), la ristorante consapevolezza della vanita' di quel mito e della propria incapacita' di conversione alla storia, approda a pensieri di morte che sembrano segnare il passaggio dalle Ceneri di Gramsci alle poesie del 1956, dalla penetrazione del proprio "dramma irrisolto" alla penetrazione della propria disperazione come unico modo di sopravvivere. Certo, Pasolini aspira a una "purezza" e a una "vita" che denunciano pur sempre il suo tenace mondo originario, e rovescia sostanzialmente la mitologia friulano-adolescenziale in un'altra mitologia, quella di una maturita' inattingibile (motivo dominante di tanti versi dell'Usignolo della Chiesa Cattolica) Ma qui e altrove va colta soprattutto la crisi che il mondo esterno, il "grande mondo", la storia, aprono nella sua coscienza, e che egli accetta di vivere senza elusioni".[8]


Le ceneri di Gramsci e il poemetto centrale dell'opera; composto nel 1954 ne rappresenta il punto piu' alto.
Cosi' Pasolini nelle note alla fine del volume:

"Gramsci e' sepolto in una piccola tomba del Cimitero degli Inglesi, tra Porta San Paolo e Testaccio, non lontano dalla tomba di Shelley. Sul cippo si leggono solo le parole: 'Cinera Gramsci', con le date"(4)

Il poemetto si apre con un inizio lento con ritmo cadenzato. Vi e' contrasto tra il laico cimitero in cui e' sepolto Gramsci e lontano battere delle incudini, dal quartiere popolare di Testaccio, non lontano da li', ma gia' un altro mondo, un'altra vita. Il Gramsci di quel cimitero non e' quello della prigionia, della lotta, ma "non padre, ma umile fratello"(2), quindi indifeso e solitario. E' riscontrabile in questa idealizzazione di Gramsci la figura del fratello partigiano assassinato: anch'egli giovane e indifeso. Ma il centro del poemetto si sposta sulla figura del poeta, mentre Gramsci viene "preso, ripreso e abbandonato piu' volte con un ritmo spezzato quasi a testimoniare la difficolta' di una precisa definizione.(....) Come se il poeta, volgendo lo sguardo direttamente su di se', acquistasse maggior forza, maggior interesse".(1)

Il popolo assume una valenza di sincerita', quasi religiosa:

"Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere
con te e contro di te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;
del mio paterno stato traditore
- nel pensiero, in un'ombra di azione -
mi so ad esso attaccato nel calore
degli istinti, dell'estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, e' per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; e' la forza originaria
dell'uomo, che nell'atto s'e' perduta,
a darle l'ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro piu'
io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia.."(2)

Gramsci rappresenta una dimensione storica, a cui il poeta si riferisce, ma che non intende come portatrice di progresso, che vede esclusivamente nella vitalita' prorompente del popolo.
Il pianto della scavatrice e' un lungo pometto in cui si fondono il ricorrente tema del tormento interiore del poeta, e il dramma di una societa' aberrante. Il pianto della scavatrice e' l'emblema di uno sviluppo che e' anche, e soprattutto, sofferenza per un futuro che si compie attraverso la lacerazione del passato. Un progressivo sviluppo che non avra' mai fine, portatore, quindi, di nuove ferite e nuove sofferenze. La scavatrice lancia il suo urlo quasi umano; ma in realta' e l'urlo del passato che muore.
"La notizia di cui si parla in questi versi, e che ne costituisce il trauma, e' l'annuncio, datomi da Attilio Bertolucci, della denuncia "per oscenita'" del mio romanzo Ragazzi di vita".(4)
Con queste parole lo stesso Pasolini spiega nelle note finali del volume il poemetto Recit.

"Mi aspettava nel sole della vuota piazzetta
l'amico, come incerto... Ah che cieca fretta
nei miei passi, che cieca la mia corsa leggera.
Il lume del mattino fu lume della sera:
subito me ne avvidi. Era troppo vivo
il marron dei suoi occhi, falsamente giulivo....
Mi disse ansioso e mite la notizia.
ma fu piu' umana, Attilio, l'umana ingiustizia
se prima di ferirmi e' passata per te,
e il primo moto di dolore che
fece sera del giorno, fu pel tuo dolore".(3)

In Comizio Pasolini ricorda il fratello Guido, assassinato in circostanze particolarmente tragiche e laceranti durante la lotta partigiana.

"Mio fratello Guido, dopo un anno di eroica lotta partigiana nelle file della "Osoppo", e' caduto sui monti della Venenzia Giulia nel febbraio del 1945"(4)

"E in questo triste sguardo d'intesa,
per la prima volta, dall'inverno
in cui la sua ventura fu appresa,
e mai creduta, mio fratello mi sorride,
mi e' vicino. Ha dolorosa accesa,
nel sorriso, la luce con cui vide,
oscuro partigiano, non ventenne
ancora, come era da decidere
con vera dignita', con furia indenne
d'odio, la nuova storia: e un'ombra,
in quei poveri occhi, umiliante e solenne....
Egli chiede pieta', con quel suo modesto,
tremendo sguardo, non per il suo destino,
ma per il nostro.... Ed e' lui, il troppo onesto,
il troppo puro, che deva andare a capo chino?
Mendicare un po' di luce per questo
mondo rinato in un oscuro mattino?"(5)

In La terra di lavoro il motivo centrale e' rappresentato dalla condanna degli "operai, che muti innalzano, nel rione dell'altro fronte umano".(6) Questo distacco, questa impossibilita' di comunicare e' anche innocenza di quella coscienza popolare che in questi versi viene esaltata:

"Gli e' nemico chi straccia la bandiera
ormai rossa di assassini,
e gli e' nemico chi, fedele,
dai bianchi assassini la difende.
Gli e' nemico il padrone che spera
la loro resa, e il compagno che pretende
che lottino in una fede che e' ormai negazione
della fede".(6)

Per Quadri friulani, come scrive lo stesso Pasolini: "questi versi sono stati scritti per una mostra del pittore Giuseppe Zigaina a Roma"(4)

Una polemica in versi:

"Sul n. 6 della rivista Officina usciva un mio scritto intitolato "La posizione", dove, quasi a concludere, si leggeva: "Quanto al posizionalismo, per cosi' dire, tattico dei comunisti, o nella fattispecie dell'Unita' o de Il contemporaneo, sarebbe atto da Maramaldo, in questo momento, infierire. La crudezza e la durezza ideologico-tattica di Salinari e altri era viziata da quello che Lukàcs - in una intervista concessa a un inviato appunto dell'Unita' durante i lavori del congresso del PCUS - chiama prospettivismo. L'ingenua e quasi illetterata (e anche burocratica) coazione teorica derivava dalla convenzione che una letteratura realistica dovesse fondarsi su quel prospettivismo; mentre in una societa' come la nostra non puo' venire semplicemente rimosso, in nome di una salute vista in prospettiva, anticipata, coatta, lo stato di dolore, di crisi, di divisione." Questo passo ha suscitato una reazione, certo sproporzionata presso la redazione de Il contemporaneo, che con illazioni poco generose (a cui generosamente, poi, si e' assunto l'incarico di rispondere Calvino, su Il contemporaneo stesso) mi ha attaccato in una sua rubrica polemica".(4)

"Una polemica in versi sembra spostare nettamente, fin dall'inizio, il tono e l'oggetto del discorso: essa nasce nel clima dei drammatici fatti che seguirono al "Ventesimo Congresso", tra l'estate e l'autunno del 1956. Non ha caso la critica, all'apparire della raccolta delle Ceneri di Gramsci che comprendeva tutti questi componimenti, cosi' come aveva assimilato tout court I quadri friulani (questo il nuovo titolo dei Campi del Friuli in volume) alla fase che precede le poesie del "dramma irrisolto", lasciandosi ingannare dalla collacazione della raccolta stessa; analogamente aveva considerato Una polemica in versi come l'esempio piu' tipico di una discussione ideologica e di una polemica politica che restano che restano al di qua di un discorso poetico. Commettendo in tal modo (dai vari e diversi punti di vista) un duplice errore. Giacche', se in una parte di questo poemetto prevale un tono troppo scopertamente e talora enfaticamente sentenzioso, ragionato e polemico nei confronti del partito comunista, in generale affiorano al di la' di cio' alcuni motivi fondamentali della ricerca poetica pasoliniana: in primo luogo, la reincarnazione della sua mitologia originaria in una mitologia popolare (l'"allegro" e tragico sottoproletariato dei romanzi) tutta intrisa di privata "passione". Ed e' questo semmai il vero limite. Ma ancora una volta Pasolini riesce a superarlo (in piu' punti del poemetto) nella visione doloroso di un "popolo oppresso" abbandonato a se stesso con le sue aspirazioni nascenti, che sembra preludere alla disperata visione di un mondo popolare ormai perduto e irrimediabilmente respinto fuori dalla storia, con la sua rivolta cupa e silenziosa (anche quando e' festosa e gridata): motivo gia' affiorato in precedenti pagine narrative e poetiche, che ispirera' tuttavia in modo piu' intimo La terra di lavoro. Un altro livello, cioe', di quella progressiva crisi delle mitologie originarie e delle loro reincarnazioni, che si approfondisce nel progressivo misurarsi del poeta con il "grande mondo".

Nelle poesie del 1956, in generale, la "svolta" del "Ventesimo congresso" e i tragici fatti che lo seguirono, inducono Pasolini a un riesame profondo di se stesso, complicando - tra cadute e arricchimenti - la poetica del "dramma irrisolto", della contraddizione "implacata", della condizione di "segnato" e "diviso" tra vecchio e nuovo mondo (privato e storico). Il 1956, in sostanza, dopo avergli dato luminose speranze, finisce per rendere la sua disperazione assoluta, totale, insanabile, ma non lo porta a ripiegarsi su se stesso, bensi' ad una sempre piu' acuta penetrazione della sua stessa disperazione e della sua crisi irreversibile che attraversa le sue mitologie.

Ma un discorso particolare va condotto sulla originalissima operazione linguistica e metrico-stilistica delle poesie raccolte nelle Ceneri di Gramsci; operazione in cui la poetica del dentro-fuori si manifesta con tutta la sua carica innovativa, esprimendosi a tutti i livelli della scrittura nel segno dell'antitesi, della contraddizione, della "sineciosi".

Estetismo novecentesco ed estetismo della "cattiva prosa", immagini squisistamente miniate e immagini crudemente naturalistiche, parole preziosi e termini di derivazione popolare-gergale, sperimentazioni postermetiche e sperimentazioni neorealistiche, descrittivismo paesistico e discussione ideologica, sfogo atuobiografico e contemplazione abbandonata della realta' "poeticismo" e "impoeticita'", tentazione lirica e "impegno" narrativo, struttura chiusa del poemetto e del verso di tradizione prenovecentesca (la terzina, l'endecasillabo, la rima) e irrazionale disfrenamento che ne rompe l'ordine: ecco i termini estremi di una sperimentazione arditissima che, presi separatamente, possono essere considerati egualmente "ritardati" o "inautentici", frutto di tradizioni esaurite o di un programmatico volontarismo, ma che arrivano a creare una "miscela" dirompente e nuova laddove Pasolini, sotto la spinta della sua contrastata tensione razionale e gramsciana, sappia penetrarli e viverli come momenti in un autentico dramma"..[8]

 
(1) Alberto Asor Rosa - Scrittori e popolo - il populismo nella letteratura italiana contemporanea - Einaudi
(2) Pier Paolo Pasolini - Le ceneri di Gramsci - Garzanti
(3) Pier Paolo Pasolini - Recit - Garzanti


(4) Pier Paolo Pasolini - Note al volume Le ceneri di Gramsci - Garzanti
(5) Pier Paolo Pasolini - Comizio - Garzanti
(6) Pier Paolo Pasolini - La terra di lavoro - Garzanti
(7) Pier Paolo Pasolini - da un articolo su Vie Nuove del 9 novembre 1961 intitolato "una polemica su politica e poesia", raccolto in Le belle bandiere - Editori Riuniti
(8) Gian Carlo Ferretti - "Officina", cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta - Einaudi

 

Fonte:
http://pigi.unipv.it/_PPP/Lec.html




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Pasolini - L'usignolo della Chiesa Cattolica

"ERETICO & CORSARO"

 

L'usignolo della Chiesa Cattolica

Sotto il titolo L'usignolo della Chiesa Cattolica Pasolini raccolse e pubblico' nel 1958, presso l'editore Longanesi, un gruppo di poesie, in lingua italiana, datate 1943-1949. Il nucleo centrale della raccolta e' rappresentato dal magma di contraddizioni che si sviscera nell'anima di Pasolini.
L'origine delle liriche della raccolta, quindi, va ricercato nella scoperta, da parte del poeta, del dissidio individuale e interiore che lo travaglia, un dissidio non anocora interrotto dalla delusione cocente di una societa' che manifesta la sua falsita', il suo vuoto e la sua mancanza di coscienza. Questo dissidio, nella pagina lirica, si cela nella parola pura, dolcemente poetica: in una parola che cerca un estremo termine di paragone e una straziato parallelo nelle forme e nelle manifestazioni del mondo natuarale. Le tensioni dell'anima si snodano cosi' in un effluvio di contemplati odori che portano il poeta a un'immedesimazione, non solo d'immagini, ma concreta, con i protagonisti del mondo agreste friulano.

La figura dell'usignolo che appare nel titolo e' chiaramente emblematica ed e' anche la chiave di lettura dell'intero libro. Il piccolo uccello infatti e', per Pasolini, il vivente simbolo dei campi, della rugiada e delle colme sere friulane, ed e' anche, al contempo, l'alter ego dello scrittore, la sua immagine immedesimata. Di fatto, nell'ottavo dialogo della poesia L'usignolo, la giovinetta gli si rivolge dicendogli: "Povero uccelletto, dall'albero, tu fai cantare il cielo. Ma che pena udiriti fischiettare come un fanciullino!". Queste poche righe racchiudono in se' il senso che regge l'intera raccolta: la contraddizione esistente tra il volgere lo sguardo questuante all'infinito, nel gesto di "far cantare il cielo" e il ricadere entro il limite di un "fischiettare" tutto umano, quasi rabbrividito dentro "una pena" incolmabile.

Nella raccolta, il dissidio che si crea nell'uomo tra la tensione celeste e la condizione umana e' raffigurato da Pasolini in una serie di dialoghi che cantano lo splendore della terra e della natura, quasi che questi elementi, nella potenza di verita', avessero il privilegio della parola. Cosi' il poeta concede la voce e l'atto del "parlante" anche alle albe e ai cardellini, alle sere e alle primule: essi, solo essi, sono i veri compagni della solitudine dell'uomo.

Ma Pasolini in questi versi ricerca anche se stesso attraverso una tensione mitica che lo faccia pervenire alla cognizione della trascendenza. Si spiega cosi' l'altro tema dominante di L'usignolo della Chiesa Cattolica, ovvero l'inesausta preghiera dell'uomo Pasolini "all'immoto Dio". Il poeta, infatti, si rivolge a Dio chiedendogli di manifestarsi e offrendogli il dolore che gli viene dal continuo dissidio tra "carne e cielo" che lo travaglia, insomma, anela alla protezione del Padre, affinche' si plachino in lui il senso del peccato e il rovello per la castita' che ha violato con i suoi desideri sessuali: chiede che"L'Occhio di Dio" ritorni su di lui, nonostante "l'amore sacrilego" che lo pervade.
La figura del Cristo negli istinti ultimi della Passione diviene termine di confronto di questo nuovo centro tematico. Nel Cristo crocefisso Pasolini ricerca la parte buona di se', il suo esasperato bisogno di essere figlio di fronte all'occhio vigile del Padre. Si rivolge, infatti, a Cristo dicendo:

Cristo alla pace
del Tuo supplizio
nuda rugiada
era il Tuo sangue.
Sereno poeta,
fratello ferito,
Tu ci vedevi
coi nostri corpi
splendidi in nidi
di eternita'!
Poi siamo morti.
E a che ci avrebbero
brillato i pugni
e i neri chiodi,
se il Tuo perdono
non ci guardava
da un giorno eterno
di compassione?[*]
 
Per il poeta la morte ha origine nella lotta coi sensi e col sesso, ma l'infinito amore divino, tramite il perdono, riporta l'uomo nella sfera dell'"immoto Dio". Secondo Pasolini, anzi, sarebbe vana la passione di Crito se il Divino non dedicasse agli uomini e ai loro errori "un giorno eterno di compasssione".

La raccolta si compone di sette parti. La prima, datata 1943, porta il titolo L'usignolo della Chiesa Cattolica e raccoglie composizioni poetiche di intensa religiosita' in cui vengono liricamente rivissute le immagini di vita di Cristo e le preghiere della tradizione cattolica: Pasolini ricostruisce l'evento della Passione, il dialogo dell'Annunciazione tra l'Angelo e Maria e le Litanie della Madonna.
Particolarmente intese risultano le otto parti del poemetto L'usignolo, in cui si alternano struttura dialogica e prosa poetica. In prosa poetica, appunto, e' redatta l'ottva parte del poemetto, dove per la prima volta l'autore accenna a uno dei temi fondamentali del suo pensiero, non solo poetico, ma anche saggistico: la religione cattolica. Il poeta individua una netta separazione tra la figura di Cristo e la Chiesa come istituzione: la Chiesa dovrebbe essere esempio, memoria e mimesi di Cristo, ma in essa "di Cristo e' rimasto solo il respiro", perche' "la Chiesa ferita si e' aperta le piaghe con le Sue mani e un lago di sangue le e' caduto ai piedi. Ed essa prima di morire ha fatto in quel lago uno specchio, e un lampo ha illuminato la Sua immagine dentro il sangue".

La seconda parte della raccolta che, datata 1946, porta il titolo Il pianto della rosa, sviluppa tematiche interiori e vede al centro dell'evocazione lirica il dissidio del poeta. La scoperta del sesso e la coscienza del peccato divengono l'occasione per evocare il sorgere di un senso di malinconia nel felice mondo friulano. I ragazzi corrono "umili e violenti" e il poeta che assiste alle loro corse si sente intriso della loro felicita', ma e' escluso dalla loro naturalita'. Un desiderio impazzito lo divora: quello di bruciare l'innocente verginita'. Scrive, infatti: "Ma l'odiata purezza / e i peccati sognati / erano il fresco sguardo / dei miei occhi bruciati". Dio si allontana, e' un puro vuoto "che non da' vita". A Dio, pero', Pasolini ritorna sempre con nostalgia: e se dapprima afferma di non conoscerlo e di non amarlo, poi lo evoca pregandolo di invaderlo col fiato che rigenera alla vita: "O immoto Dio che odio / fa che emani ancora / vita dalla mia vita / non m'importa piu' il modo".

In Lingua, che costituisce la terza parte del libro e porta la data del 1947, si acutizza, in maniera drammatica l'aut-aut che il poeta pone a Dio, tanto che Pasolini chiama gli angeli a far da intermediari alla sua inesausta preghiera: "Andate angeli, e dite al Signore / che al fulmine della sua redenzione / nascondo, ahime', il bersaglio del mio cuore".

La quarta parte, Paolo e Baruch, datate 1948-49 e formata da quattro liriche, si presenta come il nucleo piu' maturo della raccolta. Nella lirica Memorie il poeta ripercorre, attraverso la felicita' del ricordo, la sua infanzia solare e si sofferma sul perduto gioco degli amori di cui ora e' preda: "Mi innamoro dei corpi / che hanno la mia carne / di figlio - col grembo / che brucia di pudore - / i corpi misteriosi / d'una bellezza pura / vergine e onesta....". Lettera ai Contini, poi, e' una particolarissima esegesi degli scritti di San Paolo, che divengono anch'essi parte integrante del testo poetico: sono passi brevi, scelti dal poeta, e racchiusi in parentesi tonde, e a ogni passo corrisponde un'interpretazione personale, quasi una confessione straziata, concepita come una risposta alle sollecitazioni poste alla parola di San Paolo. Sullo stesso schema si fonda la lirica Baruch che, con Lettera ai Contini e con la seguente Crocifissione, forma un trittico di riflessione morale tesa al disvelamento della parola divina. Le domande che in essa il poeta si pone, sconvolgono nella loro naturalezza. "Perche' Cristo fu ESPOSTO IN CROCE?". In che cosa consiste la dedizione dell'uomo al Crocefisso? Che senso ha? E la risposta non e' semplice ne' univoca:

Bisogna esporsi (questo insegna
il povero Cristo inchiodato?),
la chiarezza del cuore e' degna
di ogni scherno, di ogni peccato
di ogni piu' nuda passione...
(questo vuol dire il Crocefisso?
sacrificare ogni giorno il dono
rinunciare ogni giorno al perdono
sporgersi ingenui sull'abisso).[*]
 
La quinta parte della raccolta, L'Italia, scritta nel 1949, e' un poemetto che segue il primo apparire di una struttura che fara' capo a Le ceneri di Gramsci. In esso Pasolini non giunge ancora alle grandi tematiche civili, ma gia' si premura di costruire una sorta di "sogno" in cui la penisola giace immersa. La fonte del raggio inebriante che benedice L'Italia, da Trieste all'Appennino, da Bellagio alle rive del Po, e' Casarsa. Il paesaggio italiano diviene cosi' oggetto di adorazione e la parola si fa strumento di una ebbrezza che trova il culmine del suo mistico e sensuale fervore quando il poeta giunge al centro del luogo sacro, il luogo che genera l'idea stessa della bellezza. Quel luogo e' Casarsa e il Pasolini assiste "al miracolo del paese notturno / che la prima luna del creato inargenta".
La sesta parte e' composta dalle poesie di Tragiques, redatte tra il 1948 e il 1949 e percorse dall'influsso della poesia di Rimbaud. La muta supplica del "timido ribelle" in cui il poeta si riconosce diviene grido soffocato e disperato: appunto, "tragico". "Dio, mutami!", implora Pasolini e poi inveisce, s'accanisce contro il muro che lo separa da Dio, tanto d'arrivare a supplicare: "E allora, o Genitore, uccidimi....".

Un altro poemetto, datato 1949 e intitolato La scoperta di Marx, chiude il volume. In esso Pasolini ripercorre, colmo di maturita' meditativa, il rapporto col mondo in cui si sente "figlio cieco e innamorato". Ogni dissidio del poeta sembra stemperarsi entro una naturale accettazione. La folgore dei sensi non e' piu' una colpa da subire. Rivolgendosi alla madre, infatti, afferma: "M'hai espresso / nel mistero del sesso / a un logico Creato".

In tutta la raccolta il mondo evocato da Pasolini e' ancora quello friulano. Cio' che muta, rispetto alle poesie contemporanee di La meglio gioventu', redatte in dialetto, e' l'atteggiamento del poeta di fronte alla materia espressiva. Il mondo friulano ora rivive in forza di moti interiori del poeta e risulta sviluppato in funzione di una vicenda esistenziale. In La meglio gioventu' il mondo contadino e agreste rappresentava il centro ideale sopra il quale intessere lo sviluppo della parola, e attraverso quel mondo la poesia assumeva la funzione di una esaltazione epica delle gesta dell'uomo. In L'usignolo della Chiesa Cattolica protagonista della raccolta e' lo stesso poeta coi suoi turbamenti esistenziali, mentre il mondo contadino si staglia sullo sfondo. Il confronto tra le due raccolte poetiche mette in rilievo il passaggio da un "esterno contemplativo" in cui il paesaggio geografico e umano sfolgora in tutta la sua bellezza e naturalezza ad un "interno meditativo" che L'usignolo della Chiesa Cattolica assume come parte celebrante e parlante di se'.

Ora pasolini scruta la propria solitudine all'interno di un mondo che e' memoria del grembo materno e sua raffigurazione, non solo concettuale. Di quel mondo il poeta inscena l'istanza cattolica che piu' stride con la cognizione della propria diversita', ma che, comunque, accetta. Il sentimento religioso, in L'usignolo della Chiesa Cattolica, si scontra insomma con la felicita' panica degli istinti amorosi: sacro e profano cercano di conciliare la pace dell'essere, al fine di condurlo a una sorta di verita', non solo umana ma anche trascendente.

La meglio gioventu' e' il libro della purezza e della felicita' completa e totale; L'usignolo della Chiesa Cattolica e' un libro d'ombre, corroso dal dolore e dalla cognizione del peccato: una patina di malinconia offusca la solare felicita' del poeta, fino a farlo precipitare in una zona buia, entro la quale al vita rivela tutta la sua tragicita'.

Fulvio Panzeri, Guida alla lettura di Pasolini - Mondadori 1988

[*] Pier Paolo Pasolini, L'usignolo della Chiesa Cattolica, Longanesi 1958

Fonte:
http://pigi.unipv.it/_PPP/L.html






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