lunedì 2 novembre 2015

Pasolini il maestro Eretico e Corsaro - Il Film.

"ERETICO & CORSARO"

 











Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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Intervista a Pier Paolo Pasolini - Il futuro è già finito

"ERETICO & CORSARO"




Intervista. Il futuro è già finito
Intervista di Massimo Conti


 

La storia, allora ‘va avanti a forza di esagerazioni’?


Certo. Di esagerazioni, di scandali, di tensioni.



Lei dunque diceva che ci sono molti punti di contatto fra nazifascismo e gauchismo. Vuol spiegarci meglio questo concetto?


Lo spiego esistenzialmente: oggi il fascista non ha bisogno di mentire fino in fondo, per ritrovarsi con i gauchisti. Basta che menta su alcuni punto. Per tutto il resto (l’atteggiamento, i miti che ha in testa, il linguaggio) l’identificazione non è difficile. Fascismo e gauchismo sono fondati sugli stessi principi filosofici (non, badi bene, ideologici e politici!). Si tratta di principi filosofici di carattere irrazionale-pragmatico.



Che vuol dire?


Che postulano obiettivi rigorosi, totali, assoluti, e, nel tempo stesso, danno il primato all’azione nei confronti del pensiero. La contropartita dell’irrazionalità è il mito dell’organizzazione. I nostri giovani mistici della politica sono anche formidabili organizzatori. Basta pensare alle loro manifestazioni di piazza, negli anni scorsi. Non si era mai visto nulla di simile, in passato. Il dato rivelatore dell’irrazionalismo sostanziale dei giovani è il verbalismo.



E quali sono le caratteristiche del verbalismo?


Le caratteristiche del verbalismo dei giovani sono un’assoluta scorrevolezza d’eloquio, una assoluta capacità di appianare qualsiasi difficoltà di pensiero. Qualsiasi concetto, anche il più complicato, si trasforma immediatamente, nei loro interventi, orali o scritti, in parole che lo semplificano, l’agevolano, lo rendono parlabile. Il lessico è tutto preso dalla sociologia.



L’altra caratteristica del verbalismo è la stereotipia. Tutti i giovani usano le stesse frasi, come se dicessero a memoria un testo.


Capelli lunghi e verbalismo. C’è un rapporto diretto tra i due fenomeni?


I capelli lunghi sono un linguaggio inarticolato e ontologico, attraverso cui i giovani si esprimono nel modo più irrazionale possibile: cioè attraverso il silenzio. Il verbalismo non è che l’altra faccia del silenzio. Esso infatti scarica sulle parole il valore che dovrebbero avere le idee o i fatti o la ragione: in tal senso è l’equivalente del silenzio dei capelli. Nominalismo e dogmatismo si danno la mano.



Lei, Pasolini, insiste molto sull’irrazionalismo dei giovani. Ma che c’è dietro?


Uno stato di incertezza esistenziale, profondamente radicato, che sfiora un tragico senso di impotenza. Nel momento che i giovani depongono il loro invadente, violento e, in fondo, repressivo linguaggio, e li si coglie di sorpresa, appaiono estremamente smarriti. Non ho mai visto giovani così bisognosi del padre come i giovani di questa generazione. Quando non si sorvegliano, il loro sguardo si volge intorno mendicando aiuto.



L’incertezza è il dato dei nevrotici. Allora i giovani…


È quello che stavo per dire. Fino a dieci anni fa la nevrosi era riscontrata in individui, giovani o anziani, nell’enorme maggioranza appartenente alla borghesia. Adesso, invece, praticamente la nevrosi è dipinta nel viso di tutti. Non c’è viso di giovane che non ne mostri i segni deprimenti.



E non soltanto i giovani borghesi. No. Questi pallori e queste precoci rughe che sono segni di complessi, di impotenza, di snobismi inespressi, di angosce arrivistiche senza meta, di sentimento categorico del dovere, si vedono anche nei proletari e nei sottoproletari. In uno studente, col padre avvocato o banchiera, questa nevrotica ribellione contro i padri (manifestata anche attraverso i capelli lunghi) aveva, almeno alle origini, ripeto, una forma di razionalità e di pensiero. Ma vada al Quarticciolo e si spieghi perché i ragazzi prendano quegli atteggiamenti, portino i capelli lunghi, si mascherino anch’essi e si travestano. Non è possibile che quei ragazzi siano in polemica con i loro padri, che fanno i muratori, i manovali, gli spazzini. Evidentemente la molla del fenomeno qui è l’imitazione. Una forma infima di bovarismo, che sta dilagando nelle periferie e nel mondo operaio.


Del resto, l’umanità tende a diventare omogenea. Viene livellata dal nostro modo di vita, dal progresso…


Ecco, arriviamo al punto. Il Quarticciolo, come tutto il mondo periferico, aveva in passato una propria cultura. La gente aveva dei propri principi, un suo modo di percepire il bene e il male, una sua moralità. Esprimevano quindi un loro modello umano. Quando un ragazzo di periferia andava al centro di Roma, era socialmente un modello che si opponeva al modello espresso dal centro borghese della città. Era orgoglioso di essere tale, adottava il proprio atteggiamento ‘malandrino’, da dritto, da bullo di borgata, e con questo si sentiva molto forte, si considerava innocentemente autorizzato a giudicare gli studenti degli ‘stronzi’.



I ‘ragazzi di vita’ di cui ho parlato nei miei romanzi erano chiaramente un prodotto della cultura sottoproletaria romana. Ora invece fra centro e periferia, per via del progresso (auto, motoretta e televisione, che hanno ridotto o annullato le distanze) è caduta ogni barriera. E queste culture periferiche sono scomparse.


Ed è una perdita grave?


Eh sì, perché ogni cultura originaria, e particolare, è autentica. Insieme a tale cultura, i ‘ragazzi di vita’ hanno perduto tutto; la loro sicurezza, il loro linguaggio. I ragazzi di Roma non hanno più un gergo; non hanno più le loro belle invenzioni linguistiche; non sono più spiritosi. Dicono sempre delle cose ovvie, banali; parlano in modo disadorno, spoglio, grigio.



I giovani, dunque, sono irrazionali, perché incerti, incerti perché nevrotici, nevrotici perché dissociati, culturalmente repressi. Abbiamo forse toccato il fondo del problema?


Il fondo della questione è, appunto, la distruzione sistematica di tutte le culture diverse dalla cultura borghese. Se chiudo gli occhi, e penso alla storia della borghesia, vedo che tale storia si configura in un disegno coerente. Come in una tragedia greca. C’è un Nous, una Mente che crea, trasforma e distrugge le forme di vita a seconda dei propri bisogni.



Una Mente borghese, dunque. Ma che significa per lei borghese?


Non vorrei apparire qui in veste di filosofo. Sono uno scrittore che ha delle fantasie, che inventa schemi di favole. Quando parlo di Mente borghese, mi riferisco a un tipo di civiltà materialistica che oramai sta dando la sua impronta a tutto il mondo. Il mio discorso, poco ortodossamente classista, riguarda l’intera umanità.



Anche l’umanità del mondo comunista?


Anche. Io sono uno di quelli che accusano la Russia di essere uno Stato piccolo borghese.



E la Cina?


Anche la Cina. Benché essa sia l’unico Paese che per un momento, durante la rivoluzione culturale, ha preso coscienza di quel disegno della Mente volto, nel caso della Cina, a trasformare i contadini in piccolo borghesi. Ma la rivoluzione culturale è finita.



Dicevo, dunque, che la Mente compie una serie di operazioni su scala mondiale che tendono ad assorbire tutte le culture ‘altre’, che sono poi le culture popolari, nel grande flusso della cultura borghese. Ciò serve a farle rientrare economicamente nel giro della produzione e del consumo. Luckàs dice che la borghesia deve rinnovarsi continuamente e condurre una continua critica su se stessa. La Mente borghese, quindi, è sempre ala ricerca di opposizioni e di ricambi. Anzi, se li crea continuamente.


Un esempio?


Hitler. La borghesia ha creato questo tipo di eroe sterminatore perché, a un certo punto aveva bisogno di espiare le colpe di destra attraverso una rivolta di estrema destra. Espiazione da cui, poi, infatti, è nata una borghesia più moderna, antifascista. E che, naturalmente, ha portato avanti i valori borghesi. Il nazismo è stato insomma una rabbia borghese rivolta contro la borghesia.



Di questi esempi di rinnovamento anche violento dei valori dentro l’entropia – rinnovamento voluto dalla Mente borghese – se ne danno molti. A un certo punto della nostra storia poi è cominciata l’applicazione della scienza su vasta scala. Sono cambiati, per conseguenza, i mezzi di produzione. È nato un rapporto diverso tra produzione e consumo. Si sono sviluppate le tecniche dell’informazione. Si tratta stavolta non di un rinnovamento, ma di una vera e propria rivoluzione economica che sta scuotendo il mondo alle radici. Allora la Mente borghese della nostra favola ha dovuto creare all’interno del sistema non più una rivolta, ma un processo rivoluzionario.


Che specie di rivoluzione?


La contestazione giovanile, con tutti i suoi simboli. Che cosa voleva, in fondo, la borghesia? Voleva spazzare via tutto ciò che ostacolava i nuovi rapporti di produzione-consumo, cioè le impalcature e gli istituti della tradizione: la cultura, l’arte, il mondo artigianale, il mondo agricolo dei piccoli possidenti, la Chiesa stessa. Tutte cose di cui non aveva più bisogno. Ora la borghesia estetizzante, tradizionalistica e religiosa, non poteva compiere quest’opera da sola. Ha creato così una generazione di giovani contestatori. E i giovani hanno fatto quello che la mente comandava.




Ma la contestazione ha minacciato, a un certo punto, l’esistenza stessa degli stati borghesi: in Francia, in Germania, in Italia…
Sì, ci sono state effettivamente delle violenze, nella contestazione, che erano davvero pericolose per la borghesia. Ma la Mente è troppo intelligente. Sa che, a un certo punto, bisogna anche rischiare.



Quando lei scrisse una poesia contro i ragazzi dell’ultra sinistra che bastonavano i poliziotti sulle piazze di Italia, l’accusarono di essere contro i giovani. L’accusa si è ripetuta quando, di recente, ha scritto un articolo sulla degenerazione del linguaggio dei capelli. Anche tutto ciò che lei ci ha detto in quest’intervista ha un gusto polemico. Possiamo concludere che lei non crede ai giovani.


Non credo neanche ai vecchi. Il mio giudizio è negativo su tutta l’umanità, giovani e vecchi. Sentimentalmente bisogna avere comprensione, e sia pure fraterna pietà, per i giovani. Questa loro fondamentale sofferenza e incertezza nevrotica li rende vittime; attraverso la tragedia, li nobilita, e l’ansia ridà loro quell’innocenza che hanno perduto con l’allegria.



Da che cosa deriva questo abissale pessimismo?


Non amo il nuovo tipo di civiltà borghese, in cui mi tocca vivere, non amo l’applicazione della scienza, questo serrato, inesorabile, ciclo di produzione e consumo, non amo l’uomo trasformato in consumatore. Come non amo la scomparsa della cultura, dell’arte, dell’artigianato, del contadino, della religione… Quando i contadini erano soli nei campi e alzavano la frasca di ulivo per scongiurare il temporale, rappresentavano una forma autentica, reale, della vita umana. Era cultura, anche se sotto forma di un’oscura, rustica, religiosità.



Si dice che la ribellione giovanile abbia anche una componente religiosa, mistica, addirittura. Lei è d’accordo su questo giudizio?


Nei secoli passati gli asceti rifiutavano il mondo come regno del Diavolo. Ai nostri tempi gli ascetici capelloni che vagano nelle Americhe rifiutano il mondo come dominio della Produzione e del consumo. Anche il loro è un rifiuto mistico.



E anche la ricerca religiosa dei capelloni, degli ‘hippie’ degli ‘yippie’ e degli ‘zippie’ americani rientrava nel disegno della Mente?


Forse quella no. Perché se quella ricerca religiosa fosse arrivata alle estreme conseguenze, sarebbe stata la fine della civiltà borghese. Essa è perciò deviata immediatamente. Così i principi più rigorosi, culturali in senso profondo, ascetici, del movimento giovanile sono diventati moda, droga, India, sottocultura. La ricerca mistico-religiosa è parsa subito pericolosa alla Mente. Più ancora dei disordini nei campus americani.



Perché più pericolosa?


Perché essa sì sarebbe stata una rivolta totale. Avrebbe colpito alle radici la civiltà razionalistica e materialistica che comprende, come ho spiegato, anche il mondo comunista.



Di lei hanno anche detto che ha tendenze mistico religiose. È vero?


Una ricerca mistico-religiosa non l’ho mai vissuta. Ho fatto, al contrario, una ricerca razionale. Appunto perché tendevo a forme religiose, cominciai a considerarle un pericolo. Tutto ciò che si ha in eccesso costituisce sempre un pericolo.



Arriviamo alle conclusioni. I giovani non hanno contribuito a lenire il suo pessimismo di fondo sul conto dell’umanità. Non c’è proprio possibilità di salvezza?


Ci sarà, ma non mi interessa. Perché dal momento in cui uno dice che c’è possibilità di salvezza, mette a tacere la propria coscienza.



Intervista di Massimo Conti, «Panorama», 8 marzo 1973.




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La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia - Le nostre vecchie conoscenze

"ERETICO & CORSARO"



La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia
Reportage di Wu Ming 1, scrittore

Indice:


  1. Quel bastardo è morto
  2. Il giornalismo libero 
  3. Come mai? Non potranno mentire in eterno
  4. Distruggere il Potere Un infame mantra 
  5. Propaganda antinazionale
  6. Le nostre vecchie conoscenze


"Le nostre vecchie conoscenze"


L’ultima stagione, quella "corsara" e "luterana", è segnata dalla reiterata, implacabile richiesta di un grande processo alla Democrazia cristiana, ai suoi dirigenti e notabili, ai complici delle sue politiche.

Dopo Il Pci ai giovani, sono alcune formule-shock del Pasolini 1974-’75 a detenere il primato delle decontestualizzazioni e delle letture strumentali.

Per esempio, si estrapolano paradossi come "il fascismo degli antifascisti" per difendere le adunate di estrema destra, guardandosi bene dal dire che Pasolini usava l’espressione per attaccare l’ipocrisia del cosiddetto arco costituzionale, l’insieme dei partiti al potere, quelli che – dice in un’intervista del giugno 1975 – "continueranno a organizzare altri assassinii e altre stragi, e dunque a inventare i sicari fascisti; creando così una tensione antifascista per rifarsi una verginità antifascista, e per rubare ai ladri i loro voti; ma, nel tempo stesso, mantenendo l’impunità delle bande fasciste che essi, se volessero, liquiderebbero in un giorno".

Senza il contesto cosa rimane? Una manciata di immagini – le lucciole, la fine del mondo contadino, i corpi omologati dei capelloni – ridotte a cliché e rese innocue. Rimane il "mito tecnicizzato" di uno pseudoPasolini light e lactose-free, propinato dalla stessa cultura dominante che perseguitò Pasolini, dagli eredi giornalistici dei suoi diffamatori e dagli eredi politici di chi lo aggrediva per strada.

L’8 ottobre 1975, sul Corriere della Sera, Pasolini commenta la messa in onda di Accattone da parte della Rai. Nel suo film d’esordio, scrive, metteva in scena due fenomeni di continuità tra regime fascista e regime democristiano: "Primo, la segregazione del sottoproletariato in una marginalità dove tutto era diverso; secondo, la spietata, criminaloide, insindacabile violenza della polizia".

Nella polizia fascista di Madrid e Barcellona, scrive Pasolini, rivediamo la nostra polizia

Riguardo al primo fenomeno, scrive Pasolini, la società dei consumi ha "integrato" e omologato anche i sottoproletari, le loro abitudini, i loro corpi. Ergo, il mondo rappresentato in Accattone è finito per sempre.

È trascorso poco tempo, ma quelle parti di Roma sono cambiate. Pasolini le attraversa e dietro ogni incrocio, dietro ogni edificio, dietro ogni capannello di giovani vede – in una sovrapposizione lievemente sfasata – com’erano l’incrocio, l’edificio e quei giovani solo poco tempo prima. Tutto è in apparenza simile, ma la tonalità emotiva è alterata, la nota di fondo è irriconoscibile. Per un potente resoconto psicogeografico su tale "doppiezza" rimando alla passeggiata del Merda in Petrolio, Appunti 71-74a.

Ma cosa dice Pasolini del secondo fenomeno di continuità tra regime fascista e regime democristiano? "Su questo punto c’intendiamo subito tutti", scrive, e sa di essere provocatorio. Sta parlando ai lettori del Corsera, è implausibile che tutti siano d’accordo nel ritenere "spietata" e "criminaloide" la violenza della polizia.

Ma l’autore è adamantino: "È inutile spendere parole. Parte della polizia è ancora così". Segue un riferimento alla polizia spagnola, la guardia civil del regime franchista. Riferimento oggi incomprensibile, se non si sa cosa accadeva in Spagna in quei giorni. Ecco un titolo da l’Unità del 5 ottobre 1975: "Tortura a Madrid. / È stata usata dalla polizia franchista in modo sistematico contro non meno di 250 baschi. – Le conclusioni di un’inchiesta di Amnesty International – Testimonianze agghiaccianti".

Il passaggio è rapido, ma non superficiale. Ci mostra un altro "doppio mondo" sfasato. Nella polizia fascista di Madrid e Barcellona, scrive Pasolini, rivediamo la nostra polizia, "le nostre vecchie conoscenze in tutto il loro squallido splendore".

L’uomo che sorride

Tre settimane dopo, la notte tra il 1 e il 2 novembre, il corpo di Pasolini giace nel fango di Ostia, massacrato, ridotto a un unico cencio intriso di sangue.

Ora, per chiudere, prendo in prestito le parole di Roberto Chiesi:

Se guardate tra le terribili foto del ritrovamento del cadavere di Pasolini, ce n’è una, forse la più terribile, che mostra il corpo rovesciato e martoriato, con intorno alcuni inquirenti e poliziotti seduti sulle ginocchia. In particolare c’è un poliziotto seduto accanto al cadavere di Pasolini, che sorride. La foto lo mostra in maniera inequivocabile: è un sorriso di scherno, di disprezzo. Questa immagine può essere presa a campione di tutta un’Italia deteriore, da rifiutare, condensata in quell’immagine in bianco e nero, apparsa sulle prime pagine di tanti giornali dell’epoca.

Pasolini continuava a essere contro la polizia, la polizia continuava a essere contro Pasolini.


Fonte:http://www.internazionale.it/reportage/2015/10/29/pasolini-polizia-anniversario-morte







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La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia - Propaganda antinazionale

"ERETICO & CORSARO"



La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia
Reportage di Wu Ming 1, scrittore

Indice:


  1. Quel bastardo è morto
  2. Il giornalismo libero 
  3. Come mai? Non potranno mentire in eterno
  4. Distruggere il Potere Un infame mantra 
  5. Propaganda antinazionale
  6. Le nostre vecchie conoscenze

Propaganda antinazionale


Nell’agosto 1968, due mesi dopo la polemica su Il Pci ai giovani, Pasolini partecipa alla contestazione contro la Mostra d’arte cinematografica di Venezia, occupa il palazzo del cinema al Lido, subisce lo sgombero poliziesco e si prende l’ennesima denuncia. Sarà processato insieme ad altri registi, con l’accusa di aver "turbato l’altrui pacifico possesso di cose immobili". Verrà assolto nell’ottobre 1969.

Sulla rivista Tempo numero 39, anno XXX, del 21 settembre 1968, la rubrica Il Caos tenuta da Pasolini contiene una "Lettera al Presidente del Consiglio", che in quei giorni è Giovanni Leone, non ancora "quirinato" né impeached. Lo scrittore accusa il capo del governo per la repressione a Venezia. Quanti credono che Pasolini fosse contro il ‘68 e i contestatori trasecolerebbero leggendo questo passaggio (corsivo mio):

Nel ’44-’45 e nel ’68, sia pure parzialmente, il popolo italiano ha saputo cosa vuol dire – magari solo a livello pragmatico – cosa siano autogestione e decentramento, e ha vissuto, con violenza, una pretesa, sia pure indefinita, di democrazia reale. La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.

Leone risponde arzigogolando, Pasolini continua a mirare diritto e sul numero 41 del 5 ottobre 1968 ribadisce: "Io ero presente, quella notte. E ho visto coi miei occhi le violenze della polizia".

Per chiedere – e il più delle volte ottenere – il sequestro delle opere di Pasolini agiscono in prima persona membri delle forze dell’ordine

Due mesi dopo, sul numero 52 del 21 dicembre 1968, Pasolini commenta l’ennesimo eccidio per mano poliziesca – due braccianti crivellati di colpi ad Avola, in Sicilia – e sostiene la proposta, fatta da un Pci ancora lontano dall’appoggio alle leggi speciali, di disarmare la polizia:

Disarmare la polizia significa infatti creare le condizioni oggettive per un immediato cambiamento della psicologia del poliziotto. Un poliziotto disarmato è un altro poliziotto. Crollerebbe di colpo, in lui, il fondamento della ‘falsa idea di sé’ che il Potere gli ha dato, addestrandolo come un automa.

In una puntata della rubrica rimasta inedita e ritrovata da Gian Carlo Ferretti, Pasolini risponde a una lettrice di destra, tale Romana Grandi, che gli ha inviato un volantino dell’Msi-Dn pieno di ingiurie nei confronti suoi e di altri intellettuali: "Un piccolo sforzo potrebbe pur farlo, visto che scrive e riscrive di essere una lavoratrice: non si è accorta che coloro che sono colpiti dalla polizia sono i lavoratori (e gli studenti che lottano accanto ai lavoratori)?".

L’autunno del ’69 – il cosiddetto autunno caldo – è una stagione di grandi lotte e vittorie operaie. Il 12 dicembre, per tutta risposta, esplode la bomba in piazza Fontana. A ruota, parte la montatura per colpire gli anarchici, le sinistre e il movimento operaio. Il 15 dicembre muore Giuseppe Pinelli. Il 16 dicembre, l’inviato del Tg1 Bruno Vespa comunica a milioni di persone che "Pietro Valpreda è il colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano". L’anarchico Valpreda diventa il mostro.

Pasolini, Moravia, Maraini, Asor Rosa e altri intellettuali firmano un appello "contro l’ondata repressiva". Sul Borghese del 28 dicembre 1969, Alberto Giovannini coglie la palla al balzo e scrive:

Tra gli arrestati, oltre al Valpreda, uso a voltare la schiena non solo all’odiata borghesia ma anche agli amati giovinetti, vi sono molti ‘travestiti’ e ‘checche’; e il fatto non può lasciare indifferente P. P. Pasolini, che dei capovolti di tutta Italia è, di certo, il padre spirituale, visto che la natura ingrata […] non gli ha consentito di esserne la madre.

Sul numero 2, anno XXXII, di Tempo, del 10 gennaio 1970, Pasolini si rivolge al deputato socialdemocratico Mauro Ferri e scrive:

L’estremismo dei gruppi minoritari ed extraparlamentari di sinistra non ha portato in nessun modo (è infame solo pensarlo) alla strage di Piazza Fontana: esso ha portato alla grande vittoria dei metalmeccanici. Prima che Potere Operaio e gli altri gruppi minoritari extra-partitici agissero, i sindacati dormivano.

Dal 1 marzo 1971, per due mesi, Pasolini si presta a fare il direttore responsabile del giornale Lotta Continua, accettando il rischio di essere inquisito, rinviato a giudizio e processato per i contenuti del giornale. Cosa che succede il 18 ottobre dello stesso anno, per avere "istigato militari a disobbedire le leggi […], svolto propaganda antinazionale e per il sovvertimento degli ordinamenti economici e sociali costituiti dallo Stato [e] pubblicamente istigato a commettere delitti". Pena massima prevista dal codice: 15 anni di reclusione. Testimoni per l’accusa: ufficiali, sottufficiali e agenti della pubblica sicurezza e dei carabinieri.

Dopo questo rinvio a giudizio, in spregio a qualsivoglia presunzione d’innocenza, la Rai blocca la messa in onda del programma di Enzo Biagi Terza B: facciamo l’appello. Oggi è una delle più famose apparizioni televisive di Pasolini, ma molti non sanno che fu censurata e andò in onda solo dopo la sua morte, cinque anni dopo essere stata registrata.

Nel frattempo, per chiedere – e il più delle volte ottenere – il sequestro delle opere di Pasolini agiscono in prima persona membri delle forze dell’ordine. A Bari, l’ispettrice di polizia Santoro segnala l’oscenità "orripilante" del film Decameron. Ad Ancona, contro la medesima pellicola sporge denuncia l’ispettore forestale Lorenzo Mannozzi Torini, secondo Wikipedia un "pioniere della tartuficoltura".

Certamente provato ma per nulla intimidito, Pasolini finanzia e gira insieme al collettivo cinematografico di Lotta continua (Lc) un documentario-inchiesta su piazza Fontana e sullo stato delle lotte in Italia. Sceneggiato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, il documentario esce nel 1972 con il titolo 12 dicembre e la dicitura "Da un’idea di Pier Paolo Pasolini".

Ancora nel novembre 1973, quando il rapporto con Lc è teso e sull’orlo della rottura, Pasolini dichiara: "I ragazzi di Lotta continua sono degli estremisti, d’accordo, magari fanatici e protervamente rozzi dal punto di vista culturale, ma tirano la corda e mi pare che, proprio per questo, meritino di essere appoggiati. Bisogna volere il troppo per ottenere il poco".



Fonte:
http://www.internazionale.it/reportage/2015/10/29/pasolini-polizia-anniversario-morte







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La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia - Distruggere il Potere - Un infame mantra

"ERETICO & CORSARO"



La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia
Reportage di Wu Ming 1, scrittore

Indice:


  1. Quel bastardo è morto
  2. Il giornalismo libero 
  3. Come mai? Non potranno mentire in eterno
  4. Distruggere il Potere Un infame mantra 
  5. Propaganda antinazionale
  6. Le nostre vecchie conoscenze

Distruggere il Potere

Ecco il senso dell’avverbio "ovviamente", usato da Pasolini per rafforzare una premessa che ritiene importante. È del tutto ovvio che PPP sia contro l’istituzione della polizia.

Ancora più ovvio il verso che segue: "Ma provate a prendervela con la magistratura, e vedrete!". Quella magistratura che tanto ha perseguitato, continua e continuerà a perseguitare Pasolini, anche dopo la morte.

È a partire da questa posizione che l’autore della poesia Il Pci ai giovani affida a un mucchio di "brutti versi" – definizione sua – una riflessione confusa, che deraglia subito e diventa uno sfogo, un’invettiva antiborghese. Come scriverà poco dopo: "Sono troppo traumatizzato dalla borghesia, e il mio odio verso di lei è ormai patologico".

Ma per quanto l’invettiva possa essere brutta sul piano formale e carente di focus nei contenuti, dopo averla letta tutta (tutta intera, non solo i 4-5 versi estrapolati e branditi come randelli da questo o quello scagnozzo) è difficile concludere che "Pasolini stava con la polizia".

Pasolini descrive i poliziotti che si sono scontrati con gli studenti a Valle Giulia come "umiliati dalla perdita della qualità di uomini / per quella di poliziotti". L’istituzione della polizia disumanizza. Per questo gli studenti – "quei mille o duemila giovani miei fratelli / che operano a Trento o a Torino, / a Pavia o a Pisa, / a Firenze e un po’ anche a Roma" – sono comunque "dalla parte della ragione" e la polizia "dalla parte del torto". Se non si capisce questo, non si coglie l’intento paradossale di Pasolini. Il paradosso gli serve a precisare che la vera rivoluzione non la faranno mai gli studenti, perché sono figli di borghesi. Al massimo potranno fare una "guerra civile", in questo caso generazionale, in seno alla borghesia. La rivoluzione, dice Pasolini, possono farla solo gli operai, ai quali la grande stampa borghese non leccherà mai il culo, come invece – nell’iperbole pasoliniana – sta facendo con gli studenti. Sono gli operai il vero pericolo per il potere capitalistico, dunque saranno loro a subire la repressione poliziesca più pesante: "La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte dentro una fabbrica occupata?", si chiede retoricamente l’autore. Quindi, è proprio là che dovranno trovarsi gli studenti, se vogliono essere rivoluzionari: tra gli operai. "I Maestri si fanno occupando le Fabbriche / non le università". Ma soprattutto, gli studenti devono riprendere in mano "l’unico strumento davvero pericoloso / per combattere contro i [loro] padri: / ossia il comunismo". Pasolini li invita a impadronirsi del Pci, partito che ha "l’obiettivo teorico" di "distruggere il Potere" (quell’estinzione dello stato che Marx pone a obiettivo finale della lotta di classe e del socialismo) ma è finito in indegne mani, le mani di "signori in modesto doppiopetto", "borghesi coetanei dei vostri stupidi padri". Occupare le federazioni del Pci, dice Pasolini, aiuterebbe il partito a "distruggere, intanto, ciò che di borghese ha in sé".

Questa esortazione occupa tutta la seconda metà del testo, ma – guarda caso – non viene mai citata.

Lo so, ti gira la testa. Ti avevano detto che Il Pci ai giovani parlava bene della repressione poliziesca. Hai sentito versi di questa poesia citati da pubblici ministeri mentre chiedevano pene pesantissime per i No Tav. Li hai uditi dalle labbra di Belpietro. Li hai letti nei comunicati del Sap e del Coisp

Un infame mantra

Il Pci ai giovani fu attaccata subito, e non solo dagli studenti che criticava. Franco Fortini riempì Pasolini di insulti. Sotto il cumulo di quegli insulti, le critiche erano giuste. Pasolini provò a spiegarsi, cercando di non rimangiarsi il paradosso. Quei versi erano "brutti" perché non erano bastati "da soli a esprimere ciò che l’autore [voleva] esprimere". Erano versi "’sdoppiati’, cioè ironici, autoironici. Tutto è detto tra virgolette". Parlò di "boutade", di "captatio malevolantiae", ma non arretrò mai dal punto che aveva scelto e deciso di difendere: l’invito agli studenti a "operare l’ultima scelta ancora possibile […] in favore di ciò che non è borghese".

Ma ormai la frittata era fatta e sarebbe rimasta a fumigare in padella per i cinquant’anni e passa a venire, per la gioia di "postfascisti", ciellini, sindacati gialli, teste da talk-show, scrittori tuttologi esternazionisti, commentatori pavloviani.

Ogni volta che si manifesta il conflitto sociale e la polizia interviene a reprimerlo riparte, come lo ha chiamato un cattivo maestro, "l’infame mantra" su Pasolini che stava con la polizia e i manganelli. Con quel mantra si è giustificato ogni ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine. Bastonate, candelotti sparati in faccia, gas tossici, l’uccisione di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz di Genova, la solidarietà di corpo agli assassini di Federico Aldrovandi eccetera. Periodicamente, frasi decontestualizzate sui manifestanti "figli di papà" e i poliziotti proletari sono usate contro precari, sfrattati o popolazioni che si oppongono alla devastazione del proprio territorio.

Ho però il sospetto che il mantra si sia imposto solo a partire dagli anni novanta, insieme a certe "appropriazioni" del pensiero di Pasolini. Sicuramente, nel periodo 1968-75 nessun detentore del potere, nessun membro del blocco d’ordine lesse quei versi come davvero apologetici della repressione. Basti vedere come proseguirono i rapporti tra Pasolini, la polizia e la magistratura, e come si evolsero quelli tra Pasolini, il movimento studentesco e le sinistre extraparlamentari.


Fonte:http://www.internazionale.it/reportage/2015/10/29/pasolini-polizia-anniversario-morte







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La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia - Il giornalismo libero

"ERETICO & CORSARO"



La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia
Reportage di Wu Ming 1, scrittore


Indice:

  1. Quel bastardo è morto
  2. Il giornalismo libero 
  3. Come mai? Non potranno mentire in eterno
  4. Distruggere il Potere Un infame mantra 
  5. Propaganda antinazionale
  6. Le nostre vecchie conoscenze



Il giornalismo libero


"Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia".

L’uomo che nel giugno 1968 scrive questo verso ha già sulle spalle quattro fermi di polizia, 16 denunce e undici processi come imputato, oltre a tre aggressioni da parte di neofascisti (tutte archiviate dalla magistratura) e una perquisizione del proprio appartamento da parte della polizia in cerca di armi da fuoco. "Appena avrò un po’ di tempo", scrive in un appunto inedito, "pubblicherò un libro bianco di una dozzina di sentenze pronunciate contro di me: senza commento. Sarà uno dei libri più comici della pubblicistica italiana. Ma ora le cose non sono più comiche. Sono tragiche, perché non riguardano più la persecuzione di un capro espiatorio […]: ora si tratta di una vasta, profonda calcolata opera di repressione, a cui la parte più retriva della Magistratura si è dedicata con zelo…". E ancora: "Ho speso circa quindici milioni in avvocati, per difendermi in processi assurdi e puramente politici".

Oggi è difficile, quasi impossibile cogliere la portata della persecuzione subita ogni giorno da Pasolini in 15 anni. La mostra Una strategia del linciaggio e delle mistificazioni, inaugurata nel 2005 e da poco riallestita alla sala Borsa di Bologna, restituisce appena tenui riverberi. Non può che essere così, per capire bisognerebbe calarsi nell’abisso come ha fatto Franco Grattarola, autore di Pasolini. Una vita violentata (Coniglio, 2005) – e ripercorrere la sfilza dei pestaggi a mezzo stampa. Toccare con le dita un’omofobia da sporcarsi solo a immaginarla. Soppesare l’intero corpus fradicio di articoli, denso come un grande bolo di sterco e vermi.

Tra i quotidiani si fa notare soprattutto Il Tempo, ma è la stampa periodica di destra a tormentare Pasolini in maniera teppistica e ininterrotta. Rotocalchi come Lo Specchio e Il Borghese si dedicano alla missione con entusiasmo, con reporter e corsivisti distaccati a tallonare la vittima, a provocarla, a colpirla in ogni occasione, con titoli come "Il c..o batte a sinistra" e lo stile inconfondibile oggi ereditato da Libero – per citare una sola testata.

Sulle pagine del Borghese si distinguono nel killeraggio il critico musicale Piero Buscaroli e il futuro autore e regista televisivo Pier Francesco Pingitore, fondatore del Bagaglino. Altre invettive giungono dallo scrittore Giovannino Guareschi e, in un’occasione, dal critico cinematografico Gian Luigi Rondi, ma la regina dell’antipasolinismo è senza dubbio Gianna Preda, pseudonimo di Maria Giovanna Pazzagli Predassi (1922-1981), poi cofondatrice – indovinate – del Bagaglino.

Celebrata ancora oggi su un blog di destra come "la signora del giornalismo libero", "fuori dal coro", "mai moralista né oscurantista" e via ritinteggiando, Preda coltiva nei confronti di Pasolini un’autentica ossessione omofobica, sessuofobica e – ça va sans dire – ideologica. Sovente si riferisce allo scrittore/regista chiamandolo "la Pasolina". Per gli omosessuali, descritti come artefici di loschi complotti, conia il termine "pasolinidi". Va avanti per anni – proseguendo anche dopo la morte di PPP – a scrivere cose del genere:

[Pasolini] ha potuto, con immutata disinvoltura, continuare a confondere le questioni del bassoschiena con quelle dell’antifascismo […] Una segreta alleanza […] fa dei ‘capovolti’ il partito più numeroso e saldo d’Italia; un partito che, attraverso i suoi illustri esponenti, finisce sempre col far capo o col rendere servizi al Pci […] Il ‘capovolto’ sente, a naso, quel che gli conviene e dove deve appoggiarsi, se non vuole rendere conto all’opinione pubblica di quello che essa giudica ancora un vizio […] Così nasce un nuovo mito… [A celebrarlo] pensano poi i giornali di sinistra, che riescono a camuffare da eroismo la paura segreta di questo o quel ‘capovolto’ clandestino. Luminose saranno le sorti dei pasolinidi d’Italia. Già si avvertono i segni delle fortune di coloro che hanno scoperto troppo tardi il vantaggio d’esser pasolinidi […] Se avremo, dunque, nuovi scontri con i marxisti […] prima di pensare a coprirci il petto, preoccupiamoci di coprirci le terga…

Il "metodo Boffo" giunge da lontano. E anche i complottismi sulla malvagia "teoria del gender".

L’equivalente di Gianna Preda sullo Specchio è lo scrittore ex repubblichino Giose Rimanelli, celato dietro il nom de plume A. G. Solari. Com’è ovvio, attacchi forsennati a Pasolini giungono anche dal Secolo d’Italia, ma un lavorìo più subdolo e influente di character assassination ha luogo sulla stampa popolare nazionalconservatrice, quella di riviste come Oggi e Gente.

Si va molto più in là, purtroppo. Pasolini sembra essere la cartina di tornasole del peggio. Nel 1968 il regista Sergio Leone, interpellato dal Borghese, sente l’urgenza di commentare così le polemiche sul film Teorema: "Sono convinto che tanti film sull’omosessualità hanno fatto diventare del tutto normale e legittima questa forma di rapporto anormale". Perfino su Il manifesto si trovano battute omofobe: "La tesi [di Pasolini] ridotta all’osso (sacro) è molto chiara…" (21 gennaio 1975). Come ha scritto Tullio De Mauro:

I fiotti neri finiscono con l’inquinare anche acque relativamente lontane. Il linguaggio verbale non è fatto solo di ciò che diciamo e udiamo. È fatto anche di ciò che, nella memoria comune, circonda e alona il detto e l’udito. Il non-detto pesa accanto al detto, ne orienta l’apprezzamento e intendimento. Chi legge nell’Espresso del 18 febbraio 1968 il pezzo Pasolini benedice i nudisti con foto di giovanotto ciociaro nudo a cavallo di violoncello, è coinvolto dagli effetti del fiotto nero d’origine fascista, gli piaccia o no e lo volessero o no i redattori del settimanale radical-socialista.

È una vasta campagna a favorire, o meglio, istigare non solo le azioni poliziesche e giudiziarie, ma anche le aggressioni fisiche da parte di fascisti. Fascisti mai toccati dalla magistratura, che poi finiranno in diverse inchieste sulla strategia della tensione, come Serafino Di Luia, Flavio Campo e Paolo Pecoriello.

Il 13 febbraio 1964, davanti alla Casa dello studente di Roma, una Fiat 600 cerca di investire un gruppo di amici di Pasolini che difendevano quest’ultimo da un agguato fascista. A guidare l’auto è Adriano Romualdi, discepolo di Julius Evola e figlio di Pino, deputato e presidente del Movimento sociale italiano (Msi). L’episodio è riportato con dettagli e fonti in tutte le biografie di Pasolini, mentre è assente dalla voce che Wikipedia dedica a Romualdi.

Pasolini non querela, né per le diffamazioni a mezzo stampa né per le aggressioni fisiche. È una scelta meditata: non vuole abbassarsi al livello dei suoi persecutori. Inoltre, se querelasse non farebbe che aumentare la già enorme quantità di tempo che trascorre in tribunale.




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La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia - Come mai? - Non potranno mentire in eterno

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  1. Quel bastardo è morto
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  3. Come mai? Non potranno mentire in eterno
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  6. Le nostre vecchie conoscenze


Come mai?

Come mai una simile persecuzione? Perché era omosessuale? Tra gli artisti e gli scrittori non era certo l’unico. Perché era omosessuale e comunista? Sì, ma nemmeno questo basta. Perché era omosessuale, comunista e si esprimeva senza alcuna reticenza contro la borghesia, il governo, la Democrazia cristiana, i fascisti, la magistratura e la polizia? Sì, questo basta. Sarebbe bastato ovunque, figurarsi in Italia e in quell’Italia.

Pasolini, ha scritto Alberto Moravia, scandalizzava quella "borghesia italiana che in quattro secoli ha creato i due più importanti movimenti conservatori d’Europa, cioè la controriforma e il fascismo".

La borghesia italiana si è vendicata e, in modi più obliqui, continua a vendicarsi. La fandonia di "Pasolini che stava con la polizia", ripetuta dai fascisti, dai perbenisti e dai falsi anticonformisti di oggi, prosegue la révanche dei fascisti, dei perbenisti e dei falsi anticonformisti di ieri.

Anche l’apologia postuma di un Pasolini semplificato, appiattito, lucidato e ridotto a santino fa parte della révanche.

"Non potranno mentire in eterno"

Nel marzo 1960 Fernando Tambroni, già ministro dell’interno e poi del bilancio, diventa capo di un governo monocolore Dc. L’esecutivo si forma grazie ai voti dei parlamentari missini. Appena quindici anni dopo la liberazione, una forza neofascista si avvicina all’area di governo. Proteste e disordini esplodono in tutto il paese. Il 30 giugno, decine di migliaia di manifestanti si scontrano con la polizia a Genova, città operaia e partigiana scelta dall’Msi per il suo congresso. Il 7 luglio, a Reggio Emilia, polizia e carabinieri sparano su una manifestazione sindacale uccidendo cinque persone. Il 19 luglio, Tambroni si dimette.

La rivista Vie nuove – su cui Pasolini tiene una rubrica dove dialoga con i lettori – produce all’istante un disco sull’eccidio di Reggio Emilia. Si tratta della registrazione della sparatoria. Su Vie nuove numero 33, anno XV, del 20 agosto 1960, Pasolini commenta: "Quello che colpisce […] è la freddezza organizzata e meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la voluttà distratta di un divertimento".

Sono i giorni del processo al criminale nazista Eichmann, e Pasolini collega le due storie:

Egli uccideva così, con questo distacco freddo e preveduto, con questa dissociazione folle. È da prevedere che le giustificazioni dei poliziotti […] saranno del tutto simili a quelle già ben note… Anch’essi parleranno di ordini, di dovere ecc. […] La polizia italiana… si configura quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito? […] Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno.

Nel 1961 Pasolini gira il suo primo film, Accattone. In un paese dove si legge pochissimo, il cinema è potenzialmente più pericoloso della letteratura.
La riprovazione borghese, la censura e la repressione scatenate dai film di Pasolini (tutti, nessuno escluso) saranno incommensurabilmente maggiori di quelle scatenate dai libri e dagli articoli. Se poi in un film riemerge la storia di come morì Marcello Elisei…

Nel 1962, il finale di Mamma Roma – film che scatena violenze fasciste ed è subito proibito dalla censura – mostra il giovane Ettore che muore in prigione, gemente, febbricitante e invocante la mamma, legato in mutande e canottiera a un letto di contenzione. "Aiuto, aiuto, perché mi avete messo qua?… Non lo faccio più, lo giuro, non lo faccio più… So’ bono, adesso… Mamma, sto a mori’ de freddo… Sto male… Mamma!… Mamma, sto a mori’… È tutta notte che sto qua… Nun je ‘a faccio più…".

Il 31 agosto 1962 il tenente colonnello Giulio Fabi, comandante del gruppo carabinieri di Venezia, denuncia Mamma Roma per oscenità e si premura di aggiungere: "Si fa presente che l’autore e regista Pasolini e uno degli interpreti, il Citti, dovrebbero avere precedenti penali presso il tribunale di Roma". Tra coloro che seguono e apprezzano Pasolini circola l’ipotesi che a irritare l’arma sia stato il finale del film.

Da qui in avanti, Pasolini è investito da un’onda d’urto censoria e repressiva che non ha corrispettivi nella carriera di altri artisti italiani.




Fonte:http://www.internazionale.it/reportage/2015/10/29/pasolini-polizia-anniversario-morte







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