sabato 30 gennaio 2016

Pasolini - Nota sull’odierna poesia - Inedito del 1942.

"ERETICO & CORSARO"



Pier Paolo Pasolini, 
Nota sull’odierna poesia, 
«Gioventù italiana del Littorio. Bollettino del Comando federale di Bologna», 
aprile 1942, p. 6.

Si tratta del primo scritto pubblicato da Pasolini, che nell'articolo sostiene l'importanza della conoscenza dei poeti del Novecento.
Un articolo sulla poesia contemporanea, pubblicato da Pasolini nell'aprile del 1942 su «Gioventù italiana del Littorio. Bollettino del Comando federale di Bologna», che non risulta citato in alcuno studio o bibliografia, e che rappresenta il primo articolo in assoluto di Pasolini, che nello stesso numero della rivista pubblica anche due suoi disegni.


(Biblioteca Universitaria di Bologna, collocazione 2118/PER. 10220. )








 A Bologna la rivista della GIL risulta attualmente posseduta dalla Biblioteca Universitaria, a partire dal primo numero del maggio 1941 fino all’ultimo del novembre del 1942, con le lacune dei mesi di agosto, settembre e ottobre, anche se, data la mancanza di numerazione, non vi è la certezza che tali fascicoli siano stati pubblicati. La Biblioteca dell’Archiginnasio possiede solo il numero di marzo del 1942. Pasolini in Nota sull’odierna poesia invita i giovani della GIL alla scoperta della poesia contemporanea, osteggiata dai tradizionalisti che guardano con disprezzo "la poesia di coloro che vivono, quasi le Muse si fossero rifugiate nel polverone degli Archiginnasi", e consiglia dunque la lettura di Montale, Ungaretti, Betocchi e Penna per formarsi una sensibilità e una cultura moderna. Si tratta dunque di un breve saggio di critica militante, forse in risposta ad altri interventi apparsi sulla rivista della GIL, in cui si ridimensionava l’importanza della poesia del Novecento. Così ad esempio in I giovani e la poesia di Augusto Pancaldi, che nel novembre del 1941 attacca con decisione la poesia futurista, ermetica e surrealista.
Pasolini firma anche due disegni, un autoritratto al cavalletto e un ritratto maschile, che compaiono nello stesso fascicolo alle p. 4 e 5. Mentre l’autoritratto, datato 1941, è presente in un catalogo di suoi disegni (cfr. Pier Paolo Pasolini. I disegni 1941-1975, Milano, Scheiwiller, 1978, op. n. 2), il ritratto maschile non compare nei principali cataloghi sino ad ora pubblicati. Si tratta probabilmente dei primi disegni pubblicati da Pasolini, che anticipano le 12 riproduzioni di sue opere che compariranno su «Il Setaccio». 


Pier Paolo Pasolini, Ritratto maschile, «Gioventù italiana del Littorio. Bollettino del Comando federale di Bologna», aprile 1942, p. 4.


Pier Paolo Pasolini, Autoritratto al cavalletto, «Gioventù italiana del Littorio. Bollettino del Comando federale di Bologna», aprile 1942, p. 5.


Si tratta dei primi disegni pubblicati da Pasolini, che anticipano le 12 riproduzioni di sue opere che compariranno su «Il Setaccio».

Biblioteca Universitaria di Bologna, collocazione 2118/PER. 10220.

Progetto a cura di Maurizio Avanzolini (Biblioteca dell'Archiginnasio).

I documenti digitalizzati appartengono alle raccolte di:
Biblioteca dell'Archiginnasio
Biblioteca Universitaria di Bologna
Centro studi-archivio Pier Paolo Pasolini - Bologna
Archivio storico dell'Università di Bologna
Biblioteca Cantonale di Lugano  



 Fonte:
http://badigit.comune.bologna.it/mostre/pasolini42/index.html 
Creative Commons Attribuzione 3.0.


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venerdì 15 gennaio 2016

E' morto Franco Citti - Eretico e Corsaro lo ricorda.

"ERETICO & CORSARO"



"Lui era un po' come un padre. Aveva una grande paura di me. Gli potevo sparire da un giorno all'altro, senza finire il film. E' successo mentre facevamo Mamma Roma con la Magnani. Ho avuto una disavventura con la polizia. Ho litigato con una guardia e m'hanno arrestato per oltraggio. Mi sono fatto una ventina di giorni e poi sono uscito".
Franco Citti


Da anni bloccato sulla sedia a rotelle a causa di tre ictus, Franco Citti si è spento il 14 gennaio 2016, nella sua Fiumicino luogo che aveva scelto per viverci:


"Sono andato via da Roma innanzitutto perche' cominciavano a sparire le borgate e con loro i miei amici. E quando non hai piu' le borgate ti rifugi al mare. E' per questo che sono venuto a vivere a Fiumicino. C'e' un senso di morte, qui intorno, che mi piace. Forse io sono gia' morto, qui, in questa solitudine che amo e che mi mette allegria. Anzi, io sono vivo perche' sto a Fiumicino. Forse se stavo a Roma ero gia' morto"
Il suo incontro con il Poeta avvenne all'inizio degli anni '50 quando Pasolini, lasciata Casarsa con la madre, insegnava a Roma in periferia e si circondava di un gruppo di ragazzi-poeti di strada:
Ho conosciuto Pasolini tramite mio fratello Sergio, in una pizzeria di Torpignattara. Lui mi ha detto: 'A Fra', te presento 'no scrittore, 'n amico mio. In quel periodo scriveva delle poesie in friulano, quelle cose dei primi tempi. All'inizio ho creduto addirittura che fosse analfabeta. Faceva il maestro elementare a Ponte Mammolo. Mio fratello m'ha detto. E' 'no scrittore, magnamose 'na pizza assieme. Io ero tutto sporco di calce perche' lavoravo come muratore con mio padre. Ci siamo conosciuti li' e abbiamo cominciato a frequentarci.


Il suo essere anima libera senza compromessi o cedimenti, fecero di Franco il personaggio ideale per le narrazioni di Pasolini, che lo volle protagonista del suo primo film da regista, Accattone:
Ancora cucciolo, timidissimo, con gli occhi d'angoscia della timidezza e della cattiveria che deriva dalla timidezza, sempre pronto a dibattersi, difendersi, aggredire, per proteggere la sua intima indecisione: il senso quasi di non esistere che egli cova dentro di sé. Per contraddire questa sua ingiusta incertezza d'esistenza, egli non ha altri strumenti che la propria violenza e la propria prestanza fisica: e ne fa abuso. (...)
P.P.P.
Il suo volto inquieto e sofferto, la sua fisicità e la sua umanità, che nonostante la degradazione del mondo in cui viveva, conservavano una intatta e inattesa innocenza, fecero di lui il personaggio ideale per raccontare quel mondo violento e contraddittoriamente ricco di umane speranze:
Come tutti coloro la cui psicologia è infantile, Franco ha un profondo senso della giustizia. Sente profondamente la propria colpa quando commette qualcosa di ingiusto e non sa ammettere che altri compiano qualcosa di ingiusto. Questa consacrazione, avvenuta nella sua infanzia, di un fondamentale senso di giustizia, e quindi di colpa, fa sì che tutta la sua vita sia pervasa da qualcosa di mitico, di rigido, di immodificabile (come in tutte le consacrazioni). Ha dovuto costruirselo da sé questo senso di giustizia (nelle strade della Maranella, negli istituti di educazione), e l'ha fatto male. (...)
P.P.P.
Franco fu il volto che Pasolini volle per mostrare un'umanità, che dal degrado e dalla sofferenza, riusciva a trasmettere la sua carica vitale:
Lui e Accattone sono la stessa persona. Accattone naturalmente è portato ad un altro livello, al livello estetico di un "grave estetismo di morte" come dice il mio amico Pietro Citati ma in realtà Franco Citti e Accattone si assomigliano come due gocce d'acqua. (...)
Franco Citti è uno di quegli uomini che devono combattere contro il serpente grande. La sua enorme carica vitale lo costringe ad una lotta incessante contro se stesso, a un tipo di vita eccezionale, speciale, fuori dalla norma - che io fra l'altro comprendo benissimo. È la lotta contro questa carica vitale che coloro che devono combattere contro una carica vitale piccolissima condannano. I signori che passano le loro serate davanti alla televisione a vedere gli ambigui sorrisi perbene delle presentatrici o la barba ricattatrice di Padre Mariano, sono coloro che combattono contro una carica vitale poco più grande di un vermiciattolo ed è quindi per loro facile condannare chi perde ore e ore del suo giorno e della sua notte a combattere contro la dolce violenza della tentazione».

(da Diario al registratore, a cura di Carlo di Carlo, maggio 1962).


Io penso che se Pasolini fosse stato in vita i giovani di oggi non sarebbero stati cosi'. Lo avrebbero amato e lui avrebbe amato la gioventu' di oggi, gli avrebbe dato un insegnamento nella scrittura e nel cinema. Ho letto pochissime cose di Pier Paolo, ma l'ho conosciuto bene ed e' stata la persona piu' umana che abbia incontrato. Lui era il padre di tutti noi, delle borgate, ed e' stato molto amato. Per noi era il Baggio della situazione, quello che risolveva tutto. Faceva l'elemosina ai poveri, quando ha incominciato a fare due lire andavamo sempre a mangiare, invitava tutti. Era una famiglia allegra. Ed io sono sicuro che rimarra' per sempre, anche per quelli che non l'hanno mai letto".
Franco Citti.



Filmografia

  1. Accattone, regia di Pier Paolo Pasolini (1961)
  2. Una vita violenta, regia di Paolo Heusch e Brunello Rondi (1962) 
  3. Il giorno più corto, regia di Sergio Corbucci (1962) 
  4. Mamma Roma, regia di Pier Paolo Pasolini (1962) 
  5. Parigi proibita, regia di Marcel Carné (1963) 
  6. Requiescant, regia di Carlo Lizzani (1967)
  7. Edipo Re, regia di Pier Paolo Pasolini (1967) 
  8. Seduto alla sua destra, regia di Valerio Zurlini (1968) 
  9. Ammazzali tutti e torna solo, regia di Enzo G. Castellari (1968) 
  10. Una ragazza di Praga, regia di Sergio Pastore (1969) 
  11. Gli angeli del 2000, regia di Hanil Ranieri (1969) 
  12. Il magnaccio, regia di Franco De Rosis (1969) 
  13. La legge dei gangsters, regia di Siro Marcellini (1969) 
  14. Porcile, regia di Pier Paolo Pasolini (1969) 
  15. Ostia, regia di Sergio Citti (1970) 
  16. Il Decameron, regia di Pier Paolo Pasolini (1971) 
  17. Dirai: ho ucciso per legittima difesa, regia di Angelino Fons (1971) 
  18. Il padrino, regia di Francis Ford Coppola (1972) 
  19. I racconti di Canterbury, regia di Pier Paolo Pasolini (1972) 
  20. Roma, regia di Federico Fellini (1972) 
  21. Storie scellerate, regia di Sergio Citti (1973)
  22. Ingrid sulla strada, regia di Brunello Rondi (1973)
  23. Macrò, regia di Stelvio Massi (1974)
  24. Storia de fratelli e de cortelli, regia di Mario Amendola (1974)
  25. Il fiore delle Mille e una notte, regia di Pier Paolo Pasolini (1974)
  26. Colpita da improvviso benessere, regia di Franco Giraldi (1975)
  27. Puttana galera!, regia di Gianfranco Piccioli (1976) 
  28. Chi dice donna dice donna, regia di Tonino Cervi (1976) 
  29. Uomini si nasce poliziotti si muore, regia di Ruggero Deodato (1976) 
  30. Roma: l'altra faccia della violenza, regia di Marino Girolami (1976) 
  31. La banda del trucido, regia di Stelvio Massi (1977) 
  32. Todo modo, regia di Elio Petri (1977) 
  33. Il gatto dagli occhi di giada, regia di Antonio Bido (1977) 
  34. Casotto, regia di Sergio Citti (1977) 
  35. Yerma, regia di Marco Ferreri - Film per la TV (1977-1978) 
  36. L'albero della maldicenza, regia di Giacinto Bonacquisti (1979)
  37. La luna, regia di Bernardo Bertolucci (1979) 
  38. Eroina, regia di Massimo Pirri (1980) 
  39. Ciao marziano, regia di Pier Francesco Pingitore (1980) 
  40. Il minestrone, regia di Sergio Citti (1981) 
  41. The Black Stallion Returns, regia di Robert Dalva (1983) 
  42. Sogni e bisogni, serie televisiva, regia di Sergio Citti (1985) 
  43. La coda del diavolo, regia di Giorgio Treves (1986) 
  44. Rosso di sera, regia di Beppe Cino (1988) 
  45. Kafka - La colonia penale, regia di Giuliano Betti (1988) 
  46. Il segreto, regia di Francesco Maselli (1990) 
  47. Il padrino - Parte III, regia di Francis Ford Coppola (1990) 
  48. Appuntamento in nero (1991) 
  49. El infierno prometido, regia di Juan Manuel Chumilla (1992) 
  50. La chance, regia di Aldo Lado (1994) 
  51. Il sindaco, regia di Ugo Fabrizio Giordani (1996) 
  52. I magi randagi, regia di Sergio Citti (1996) 
  53. Il miracolo di Sant'Oronzo, regia di Luca Verdone (1997) 
  54. Cartoni animati, regia di Franco e Sergio Citti (1997) 
  55. E insieme vivremo tutte le stagioni, regia di Gianni Minello (1999)

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lunedì 11 gennaio 2016

Pier Paolo Pasolini, Uccellacci e uccellini . Primo soggetto su Vie nuove.

"ERETICO & CORSARO"



1965,Pasolini su "Vie nuove" numero 17, 18 e 19, rispettivamente del 29 aprile e del 6 e 13 maggio, pubblica  il primo  soggetto per il film Uccellacci e uccellini.
Il soggetto pubblicato su Vie nuove, se pur rivisto successivamente in alcuni punti, rappresenta la fedele struttura di quello che poi sarà il film.
(questo soggetto prevedeva tre episodi, mentre l'opera realizzata prevede un unico episodio con un film nel film).
Uccellacci e uccellini, primo soggetto





L'aigle


Magari come epigrafe potremmo usare una frase di Mao che in una intervista dice pressappoco:
«La Francia? Cosa vuole da noi la Francia? Appartiene forse al Terzo Mondo, ai popoli affamati? Ebbene, se è così accettiamo molto volentieri la sua amicizia...» 

Il fondo della favola è la critica della crisi del liberalismo occidentale, e, nella fattispecie, del razionalismo parigino.
M. Cournot è il domatore di un famoso circo francese, sceso a Roma. Sta dando una intervista a dei giornalisti italiani, che naturalmente disprezza (magari non a torto...): che cosa annuncia? L'inizio di una impresa sensazionale: l'addomesticamento di un'aquila.
Eccola là, l'aquila, ancora muta e selvaggia, in un angolo del circo che pare un Pantheon: tutt'intorno ci sono le effigi dei «grandi» francesi, messe in ordine, secondo l'importanza: Sartre come Mauriac, Claudel come Camus. In una grande parete di fronte all'aquila, l'immagine di De Gaulle.
M. Cournot ha una moglie, una specie di Monica Vitti parigina, laica, intellettuale, ecc., e ha un piccolo aiutante, Ninetto, di Giando e di sora Maria, abitante al borghetto Prenestino.
Cominciano così giorni memorabili al Grand Cirque de France. M. Cournot ha una tattica tutta speciale nell'affrontare l'educazione delle bestie. Prima fa, pedagogicamente, finta di niente. Si limita a dare esempi di buona educazione in loro presenza (l'aquila è là): pranza, fuma, legge il giornale. La cavia è Ninetto, l'assistente la moglie. Poi comincia piano piano, come se niente fosse, a rivolgersi alla bestia, con molta cortesia e molto tatto, ignorando educatamente il suo stato di bestialità. Insomma egli propone direttamente alla bestia come modello l'uomo parigino, (non ha sospetto della possibilità di altri modelli, nota dell'Autore).
Egli comincia così a impartire all'aquila, nel Pantheon delle gerarchie isocefale dei Grandi, lezioni dirette di comportamento civile.
A tu per tu con l'aquila. Due grandi concezioni antitetiche della vita che si affrontano. 

L'aquila tace, M. Cournot parla una lingua perfetta. 

L'aquila continua a tacere, e M. Cournot comincia a impazientirsi. 

L'aquila pare votata a un definitivo silenzio, e M. Cournot comincia ad asciugarsi il sudore e a sentire vacillare la propria dignità (da una parte la moglie, dall'altra l'animaletto italiano, Nino del Prenestino). 

L'aquila non lo fila proprio per niente (espressione di Ninetto), e M. Cournot è all'esasperazione. 

L'aquila pare perduta in sogni inattingibili, e M. Cournot scoppia: «Rispondi almeno! Di' una parola! Cosa pensi, cosa fai!» e giù improperi furenti, rimproveri degni di un accademico di Francia, pronunciati con rabbia elegante degna di un XXXXXXXX: egli non è in grado di concepire quel silenzio, quello sciopero di ogni sentimento e di ogni idea, quella lontananza, quella sordità morale, quellaindifferenza al reale, quell'introversione pazzesca, quella irrazionalità. 

Ma l'aquila tace. 

Tace travolta da interessi interni intatti. 

Tace. 

M. Cournot ha allora una trovata pedagogica estrema. Fa portare nel Pantheon tutte le gabbie dove abitano gli animali addomesticati. Un leone del Mali, un serpente della Guinea, una tigre del Vietnam (la gabbia dell'Algeria è vuota; M. Cournot si raschia la gola, ehm, ehm) ecc. ecc. Ecco, lo vede, l'aquila? Tutti gli animali del Terzo Mondo (compreso Ninetto del Prenestino), parlano, e parlano educatamente, civilmente: la tigre, per esempio, non dice «Ho fame», ma «Ho un po' di appetito». 

Ma l'aquila tace. 

«No, no, no, tu devi metterti in rapporto con me, e questo rapporto deve essere un rapporto dialettico!» urla M. Cournot, fuori di sé, ai limiti dell'infarto; e infatti brancola, vacilla e cade, fra le braccia della moglie che vomita ingiurie contro l'aquila (ingiurie francesi, molto istituzionalizzate: Merde, enfin!), e di Ninetto, che invece si rivolge pietoso all'aquila, nel suo dialetto che stabilisce subito un'omertà «tra poveracci», cercando di convincerla a parlare («E daje! e fa' 'sto sforzo!»). 

Su M. Cournot mezzo morto, si sente allora alzarsi una voce stridente e potente:
«Volete proprio sapere cosa faccio?».


Tutti guardano l'aquila, che si è decisa a parlare.
«PREGO!».

M. Cournot rimane profondamente scosso da quella rivelazione. 

Ed è così che comincia una seconda fase d'avvicinamento «dialettico» all'aquila. Comincia a leggerle dei testi religiosi.
Pascal: no, pare che Pascal non vada bene... Forse dei poeti più moderni... a loro modo religiosi... Rimbaud... La Pacem in terris, infine... 

Durante queste letture, che M. Cournot cerca di fare con calma, con amorevolezza pedagogica verso la bestia, benché ogni tanto esploda il suo furente stato di indignazione per lo «scandaloso rapporto dialettico» della bestia con la ragione, succede però qualcosa di strano, che non sfugge all'occhio attento di Ninetto.
Vogliamo dire che ogni tanto, M. Cournot si fissa a guardare la bestia, e rimane lì fissato, come in una specie di trance: muto anche lui.
Ma c'è di più: quasi meccanicamente, a metà di una frase di Pascal o dell'Enciclica, M. Cournot non solo si incanta e si fissa, ma prende inavvertitamente per qualche istante lo stesso atteggiamento, e oseremmo dire, la stessa espressione dell'aquila.
Questi, che sono momenti rapidi e fugaci, quasi inavvertibili a un occhio che non sia quello sottoproletario di Ninetto, si fanno sempre più frequenti e insistenti. Non è raro infine che succeda di vedere l'aquila e M. Cournot appollaiati una davanti all'altro, in silenzio, con la stessa espressione, con gli stessi gesti... 

Che cosa medita M. Cournot in quei lunghi silenzi regressivi? 

Un bel giorno di scatto egli esce dal Pantheon, invano trattenuto dalla signora che ora ha verso di lui l'indignazione che si ha verso le bestie e i matti e i poveri: ma M. Cournot non la sente nemmeno, se ne va, muto. Solo Ninetto, poverello, impressionato e pietoso (benché ogni tanto gli scappi di ridere) gli va appresso.
M. Cournot prende un treno, e Ninetto dietro. Il treno parte. M. Cournot non resiste a un violento impulso, e sale sul tetto del treno, appollaiandovisi, con l'espressione remota dell'aquila. Il treno arriva in vista del Gran Sasso. M. Cournot scende, con Ninetto svociato e afflitto alle tacche, che non smette di dire battute romanesche sulla pazzia del suo principale. In mezzo a una valle sotto le cime nevose, M. Cournot si raccoglie un momento, e poi ecco che spicca un gran volo su, verso l'azzurrità dei cieli.
Egli si libra, si libra, fatto aquila, su verso le alte vette, mentre inutilmente dalla valle, facendosi sempre più piccolo, Ninetto strilla: «A messié Cournot 'nda'annate? A messié Cournot, ma che state a ffa! che state a ffa!». 

P.S. Ci siamo dimenticati di un particolare (a causa della fretta con cui abbiamo buttato giù questa storia, ad uso dei noleggiatori e degli esercenti, e quindi redatta in uno stile facile, convenzionale e un po'  volgare: che non si ottiene se ci si mette più di mezz'ora ogni tre cartelle). Il particolare è questo: M. Cournot è pieno di tic: sociali (quelli cioè tipici dei francesi, la pernacchietta espressiva che fanno a metà di un discorso ecc. ecc.) e personali (che sono una mezza dozzina tra i più buffi e inquietanti): ebbene, tali tic scompaiono man mano che M. Cournot regredisce allo stato irrazionale di aquila.   


II°
Faucons et moineaux


Non abbiamo presente una frase della famosa intervista di Mao, che si riferisca ai problemi della Chiesa o delle Chiese di fronte alla lotta di classe: ma pensiamo tuttavia che non sarà difficile trovarla, magari sotto forma allusiva o metaforica. Perché è proprio a questi problemi della Chiesa di fronte alla lotta di classe che, forse un po' arcaicamente, la nostra seconda storia si riferisce. 

E ben noto come San Francesco abbia parlato agli uccelli, e, pare, con successo. 

Ebbene, ecco San Francesco, con alcuni dei suoi frati, fra cui Fra' Marcello e il novizio Fra' Ninetto, proprio sotto il boschetto della Porziuncola, presso Assisi, dove la tradizione vuole che egli abbia predicato agli uccelli. Sta meditando. A lungo, naturalmente nel silenzio rallegrato, appunto, da canti di uccelli. Poi alza gli occhi, e li punta su Fra' Marcello e Fra' Ninetto: per incaricarli dolcemente ma inappellabilmente, con la cocciutaggine dei Santi,di continuare la evangelizzazione degli uccelli. Cominciando magari da due categorie di uccelli molto diverse fra loro, per esempio i falchi, forti e prepotenti, e i passeri, indifesi e miti. 

È una parola. Intanto, Fra' Marcello e Fra' Ninetto non sono mica santi che possono parlare con gli uccelli in italiano e questi li capiscono lo stesso. Sono loro, che per poter predicare agli uccelli, devono cominciare a imparare le lingue uccellesche. E non si è mai saputo che un uomo abbia potuto compiere un'impresa simile. Ma chi non è nato santo deve cercare di diventarlo coi pochi mezzi che come uomo ha a disposizione. Fra' Ninetto è uno stupidello, nato solo per cantar litanie e andar alla questua: e poi è ancora un ragazzino. Ma Fra' Marcello è adulto, ha scarpe grosse e cervello fino. Non ha studiato, è vero, nella sua terra ciociara, ma se avesse studiato, testone e fino com'è, avrebbe potuto anche diventare uno scienziato, magari piccolo piccolo, ma scienziato. 

Con pazienza francescana e scientifica insieme, e con Ninetto storditello alle tacche, egli attraversa Assisi, e sale in cima alla rocca. Dove stridono i falchi. 

Ai piedi della rocca Fra' Marcello e Fra' Ninetto si accampano, e lì Fra' Marcello comincia le sue osservazioni. Passa l'estate, viene l'inverno, torna l'estate. E Fra' Marcello è pronto. Va in cima ad una balza, si fa il segno della croce, si raccoglie, poi comincia a stridere, a stridere. Ninetto come una scimmietta, lo imita: gli scappa da ridere, ma vince la tentazione, e con devozione aiuta il suo frate principale. 

Da principio i falchi non capiscono, poi un po' alla volta si rendono conto della novità, e stridendo, rispondono ai richiami. È tutto uno stridere, insomma, nel cielo di Assisi. (Delle didascalie sullo schermo, tradurranno i dialoghi per gli spettatori, nota dell'Autore). I falchi più di buona volontà cominciano a radunarsi intorno, e Fra' Marcello comincia a evangelizzarli. 

Fondu 

I falchi sono evangelizzati, conoscono ora la parola di Cristo e, falchescamente, come possono, rientrano nella grande famiglia della Chiesa Cattolica apostolica romana. Tutti contenti per il successo. Fra' Marcello e Fra' Ninetto pensano ora alla seconda parte della loro missione: ai passeri. 

I passeri non è difficile trovarli, vai per strada ed eccoli lì. 

I due frati scendono dalla rocca, e arrivano sulla piazza davanti alla Chiesa di San Francesco (non importa anche se c'è un evidente anacronismo, le favole non se ne sono mai curate, nota dell'Autore): dove saltellano dei passeri allegri e affamati. Fra' Marcello comincia le sue osservazioni. Passa l'estate, viene l'inverno, torna un'altra estate. E Fra' Marcello non ci ha ancora capito niente.
Egli, è vero, ha imparato a cinguettare su tutti i toni. Prova a cinguettare, ma questo lascia indifferenti i passeri. Anche Ninetto cinguetta, molto abilmente e graziosamente. Ma i passeri niente. Continuano a saltellare, tic tic tic, tac tac tac, per i fatti loro.
Come tuttavia spesse volte è accaduto, è il caso ad aiutare la scienza. Ed è l'innocenza il veicolo del caso. Ninetto un bel giorno, storditello com'è, ragazzino com'è, è preso dalla ruzza, e si mette a saltellare, imitando i passeri. E Fra' Marcello è fulminato dalla scoperta. Ecco! I passeri non parlano cinguettando, ma saltellando! Ma sì! I loro saltelli sono regolari, tic, tic, tic, tic, tic. Bisogna studiare i loro ritmi (una specie di alfabeto Morse, insomma, nota l'Autore). E in capo a poche settimane Fra' Marcello ha capito il linguaggio ritmico dei passeri. 

Va in mezzo alla piazza, si fa il segno della croce in raccoglimento, e comincia, saltellando, la predicazione:
tic, tic, tic, tac tac tac. E Ninetto dietro a lui, imitandolo come una scimmietta, o come quando uno che non sa ballare, impara dei nuovi passi di ballo.

Tic tic tic, tac tac tac. Qualche passero comincia a capire l'antifona e si accosta.

Tic tic tic, fa saltellando, e vuol dire «Che volete?»

Tic, tic, tac, tac, tic, tic, risponde saltellando Fra' Marcello e vuol dire: «Portarvi la buona novella».


Tanti passeri di buona volontà si radunano intorno, e l'evangelizzazione è così una danza, un po' buffa, se vogliamo, ma molto innocente e quindi gradita al Signore.

Fondu 

Anche i passeri sono evangelizzati, anch'essi conoscono la parola di Cristo, e anch'essi, passerescamente, come possono, rientrano nella grande famiglia della Chiesa.
Tutti contenti, Fra' Marcello e Fra' Ninetto lasciano Assisi, e vanno a cercare San Francesco attraverso l'Umbria per raccontargli il loro grande successo.
Camminano per bei boschetti, tra ruscelli e castelli. E, per la lietezza, Fra' Marcello, come sa, come può, lui che non è un umbro elegante, ma un ciociaro un po' buffo, inventa una preghiera al Signore, limitandosi a dire tutto quello che si vede intorno, come se fosse la faccia di Dio, e anche se c'è qualcosa che non va, un ragazzino che ruba le mele, o una donna che litiga col marito, pazienza. La bellezza e la grandezza di Dio è tanta, che comprende tutto.
Ma ecco che mentre camminano tutti lieti, e un po' esaltati dalla preghiera, vedono un falco che si precipita su un passerotto, e lo uccide.
I due fraticelli restano senza fiato, istupiditi. Poi Fra' Marcello scoppia in pianto, e piange, piange come un vitellino, come una donnicciola, e benché a Fra' Ninetto scappi da ridere a vedere il frate principale piangere a quel modo, piange pure lui. 

Poi tra le lacrime Fra' Marcello cade in ginocchio e si rivolge direttamente a Dio:

«Ecco, come San Francesco mi aveva comandato, io ho evangelizzato i falchi, e ho evangelizzato i passeri, i falchi in sé ti onorano, e cosi i passeri i passeri in sé ti onorano. Ma perché un falco non riconosce in un passero un falco? Perché ci sono queste classi dei falchi e dei passeri, e c'è questa lotta fra loro? Cosa posso farci, io, povero fraticello, Dio, nel tuo nome?».


III
Le corbeau


La «voce» giusta, aggiornata, onesta, anche profonda, o almeno profondamente comprensiva, dell'ideologia, è la voce del corvo: egli appartiene e non appartiene alla vita, comprende la vita con un distacco che è anche esclusione: ha esperienza di una vita che in fondo egli non ha, e questo lo mette in una posizione imbarazzante, povero animale parlante, di cui ha coscienza e ciò dà ancora più umanità alle sue parole, alla sua partecipazione, al suo impegno. 

Il giorno è uno di quei giorni di sole, né primavera né estate, che si fanno godere dagli uomini quasi inconsapevolmente. Il sereno, la luce, l'arietta di mare ci sono, ma è naturale che ci siano. E il mondo intorno è quello dei poveri, com'è naturale che sia. Acilia, Vitinia, le campagne verso i Castelli o verso il mare, le casette, le baracche, i lotti, i casali rustici, i ponticelli, le siepi, le radure scottate dal sole.
Marcello e suo figlio Ninetto vanno, vanno, in quel bel giorno di sole. Vengono da un luogo povero e vanno in un altro luogo povero, a fette, cavallo di San Francesco; oppure, di tanto in tanto, con un vecchio autobus scassato. Vanno. 

Il corvo si aggiunge a loro, come un compagno di strada, irrichiesto, un po' gratuito, imbarazzato: ma subito amico e comprensivo. Indovina subito, per scherzo, su di loro tante cose, i loro guai, le loro mire: non vuol farsi dire le ragioni di quella loro scarpinata, vuole indovinarle da solo: e ne dice tante, appunto, tutte reali; ma non azzecca, divertendosi molto, quella vera: essi vanno da una chiromante a farsi dare una medicina per far passare il verme solitario a Ninetto. Ah, ah, il corvo ride, con sua timida risata filosofica.
Presto i tre diventano buoni amici, benché i due uomini, il padre, Marcello, un uomo tosto e fantasioso, e il figlio Ninetto, un po' stupidello, tutto riso, come un arabetto, e sulla via di ingrassarsi e intostarsi come il padre, abbiano sempre un'ambigua riserva mentale, un dissimulato sospetto «qualunquistico» nei riguardi della bestiola tutta voce. Capiscono o non capiscono? Ascoltano o non ascoltano? Bene, un po' questo e un po' quello, come avviene nella vita.
Durante la lunga scarpinata per le campagne oltre la periferia, succedono tante piccole cose, tanti piccoli incidenti: che non son nulla, e insieme sono delle enormità. È il corvo che ogni volta, da ogni particolare, trae i significati: la loro portata ideologica. E lo fa con estremo pudore, poveretto, e con assoluta lucidità, che non esclude l'umanità: egli tiene sempre presente che parla con dei semplici e si adatta a loro. Sarebbe assolutamente ingiusto definirlo un «rompicojoni», eppure, in fondo, sì, in fondo, lo è. Ma no, in fondo in fondo, non lo è... 

Facciamo due o tre esempi, improvvisati (perché potremmo sceglierne anche degli altri). La mattina è avanzata, il luogo deserto. Ed ecco che padre e figlio avvertono certi stimoli, non piacevoli, per cui devono appartarsi dietro una grande siepe polverosa, perdendosi ognuno nella solitudine della sua privacy in una sorta di contemplativo raccoglimento.

Il corvo resta la di qua della siepe, pudicamente aspettando. Ma ecco che si sentono delle urla, che si avvicinano, e poi altre urla, più rauche, e poi le voci del padre Marcello e del figlio Ninetto, che rispondono, imbarazzate, offese... Il corvo vola oltre la siepe, giusto nel momento in cui padre e figlio si aggiustano l'ultimo bottone, e un energumeno capo, seguito da altri energumeni dipendenti, sta sopraggiungendo sul luogo. A farla breve: il padrone del campo, evidentemente esasperato per una lunga consuetudine, dovuta certo all'ubicazione solitaria e accogliente della sua proprietà, ce l'ha contro i due profanatori; li insulta; li minaccia; non solo, ma pretende da loro, che, con le loro mani, portino altrove ciò che vi hanno depositato. Marcello e suo figlio, per amore di pace, avrebbero magari anche abbozzato sugli insulti e le minacce, ma a quest'ultima pretesa, si sentono passare dalla parte della ragione, e cominciano a gridare insulti a loro volta ecc. ecc. Insomma, dopo le parole si viene ai fatti, Marcello e il figlio danno un sacco di botte al contadino, e ai due tre vecchietti che erano con lui, ma al sopravvenire dei figli giovani, uno armato di fucile, se la danno a gambe, e via a tutta callara per la campagna, sotto il sole, col fiatone, e due tre fucilate che echeggiano alle spalle dietro le siepi. Ecco, da questo episodio di violenza, le corbeau, che benché irrichiesto ha partecipato con imbarazzo e timida ironia alla deplorevole situazione, trova modo di fare molte osservazioni: la violenza nel mondo contemporaneo, la sua bestialità, ciò che ne dice Freud, ciò che ne dice Marx; l'esempio di Gandhi; il dialogo tra marxisti e cattolici fondato sulla non violenza ecc. ecc. 

Mentre egli, bonariamente e con grande semplicità di linguaggio, per farsi capire dai due semplici, dice queste cose, ecco che sulla strada bianca, tre sagome nere si danno da fare intorno a un grosso cassone che si può a stento chiamare automobile.
Sono tre napoletani illuminati negli occhi obliqui come profeti o tigri, con venti centimetri di gamba in meno, e un negro.
Marcello e Ninetto sono chiamati dal dovere civico a dare una mano a spingere il macchinone carico, e lo fanno, malgrado i calli, e la corsa di poco prima. Spingono, spingono per un chilometro, ma la macchina non parte.
Tutti accasciati si riposano sul ciglio della strada, e così si va sul discorso dei calli; neanche a farlo apposta i napoletani pare abbiano un rimedio infallibile, anche se un po' costoso, che fa sparire i calli per sempre ecc. ecc.
A Marcello, però, glielo potrebbero dare per mille lire. Il negro lo tira fuori, Marcello, pieno di speranza l'osserva, lo palpa e infine lo compra, coi soliti discorsi del burino che fa un affare ecc. ecc. 

Appena conclusa l'operazione, i napoletani e il negro montano in macchina, e questa, sia pure scricchiolando e scoppiettando, parte. Allora padre e figlio sul ciglio della strada si tolgono scarpe e pedalini, e cominciano a ungersi i piedoni con l'unguento miracoloso.
Ed ecco il corvo che fa la sua timida e un po' forzata risata filosofica. «Leggete» dice, indicando la scatoletta.
Ma i due ci sfangano poco a leggere: il padre incarica il figlio, che dopo molti sforzi riesce a dire a voce alta per intero una frase incomprensibile. È il corvo che ne spiega il significato: la pomata che si stanno dando ai piedi è un antifecondativo.
Che è questo «antifecondativo»? fanno i due. Che è il «controllo delle nascite»? (Marcello ha otto figli). 

E di qui gli ilari discorsetti del corvo; sul vero grande problema del futuro, l'eccesso di popolazione; questo problema attualmente in India, in Cina; e ancora, il problema morale che implica il controllo delle nascite; la posizione della Chiesa, il Concilio ecumenico...
Ma sotto le sue parole, seguite dalle facce di Marcello e di Ninetto che sono un poema di curiosità vera o falsa, di cortesia doverosa e di sguardi al cielo come di chi si sente le scatole proprio rotte, di sguardi ammiccanti, tra loro, e di sguardi carichi di reale e intrattenuto rispetto verso il compagno di viaggio - ecco altri fatti, fatterelli, cose e persone di ogni giorno, nei pomeriggi di sole, nella campagna intorno a una grande città: ragazzini, nozze, soldati, fabbriche nuove di zecca, latitudine; ed ecco infine - cosa che non manca mai - su un ponticello, una prostituta. (Presenza del sottoproletariato, squilibrio fra il vecchio mondo della fame e della miseria col nuovo mondo del neo-capitale ecc. ecc. Ce n'ha da parlare il buon corvo...) 

Una masnada di facce da galera in una macchina sta passando davanti alla donnaccia, ancora mal osservabile, sul suo muretto.
La investono con una bordata dei soliti insulti indistinti, a cui lei indistintamente risponde; poi, più vicino, la macchina dei gangster; si ferma accanto a dei giovanottelli bravi, per aizzarli contro la donna.
Dai mezzi discorsi, si ricostruisce una cosa enorme, e cioè: la battona è là, fa la vita, per mantenere dei gatti: l'esercito di gatti affamati che vive intorno al Pantheon o a largo Argentina.
I gatti insomma sono i suoi sostenitori, o i suoi figli, come meglio si preferisca pensare.
I ragazzetti seguono l'incitazione dei grandi, e vanno a tormentare la battona: che è un curioso spettacolo, enorme come la Soreghina, ma zoppa, con un viso bellissimo, ma da matta. È dolce certo coi gatti suoi papponi, di cui i papponi umani sono invidiosi, ma è terribile coi rompiscatole: e infatti mette subito in fuga i ragazzini. 

Tutto questo visto fugacemente dai tre che passano. Ma ecco che Marcello, poco più in là, accusa un terribile mal di pancia (i fagioli della merenda? l'aria freschetta del mattino?): il figlio lo guarda loffio.
Ma lui incurante si getta tra le boschine, riguadagna il posto della donna, la guarda, si mette d'accordo, vanno insieme sul posto.
Il corvo intanto fa col figlio considerazioni umoristiche e leggere sul problema della prostituzione su quella famosa frase di Fidel Castro: «No, noi non vogliamo sopprimere con la forza le prostitute dell'Avana: esse scompariranno da sole man mano che le condizioni di vita cambieranno»; e di qui delle considerazioni più vaste sulla trasformazione «naturale» di una società dopo un'eventuale rivoluzione, a seconda delle reali condizioni storiche...
Il padre torna, ma che è che non è, adesso è il Ninetto a essere preso da violenti attacchi di mal di pancia: devono essere stati proprio i fagioli, o la camminata mattutina sulla guazza.
Scappa reggendosi la pancia tra le mani in mezzo alle boschine. Raggiunge la donna, si mette d'accordo, va con lei sul posto. 

Poi i tre riprendono il cammino, col corvo che prende argutamente in giro padre e figlio; egli è escluso da quella e dalle altre cose del mondo, però comprende tutto, umanamente, e quindi con humour e quasi religiosa comprensione ecc. ecc.
Egli viene così a parlare, sempre con facilità e leggerezza, del problema del sesso nell'epoca moderna: sesso e morale arcaica o religiosa, sesso e morale reale, ovvero sesso e società contemporanea; il libero amore del primo comunismo, la rinuncia del comunismo a questa sua prima ipotesi; il moralismo marxista; lo stalinismo; la crisi del marxismo negli anni sessanta... 

«I MAESTRI SONO FATTI PER ESSERE MANGIATI IN SALSA PICCANTE» 

Cammina e cammina, a un certo punto, mentre il corvo continua a parlare, padre e figlio cominciano a rivolgersi delle occhiate.
Il padre, guardando con la coda dell'occhio il corvo, apre e chiude la bocca, facendo il gesto di masticare; il figlio non capisce e strizzando gli occhi esprime in silenzio la domanda «Che?»; il padre ricomincia ad aprire e chiudere la bocca; e così il dialogo continua a lungo con cenni e ammicchi; ma i due non si capiscono perché il corvo, pur continuando a parlare, potrebbe accorgersi della loro disattenzione.
Finché il padre si decide, chiede al corvo: «Permette?», si avvicina al figlio, e a bassa voce, come tra malandrini, gli comunica che ha fame, che si è rotto le scatole del corvo, e che gli è venuta l'idea di tirargli il collo e mangiarlo.
Il figlio, prima è tutto una profonda colorazione di stupore, poi è subito preso e affascinato dall'idea, ed è tutto una colorazione di felicità e di dritteria.
Detto fatto, si riavvicinano al corvo, poveretto, che questa volta non ha capito e continua, continua a parlare, gli tirano il collo, lo spennano e se lo mangiano.
Dopo averlo mangiato, riprendono la loro strada, e vanno, vanno, di spalle per la strada bianca, verso il loro destino come nei film di Charlot. 




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Pier Paolo Pasolini - Il padre selvaggio, progetto di un film.

"ERETICO & CORSARO"


E’ stato il processo alla «Ricotta» per vilipendio alla religione
che mi ha impedito di realizzare «Il Padre Selvaggio».
Il dolore che ne ho avuto ancora mi brucia dolorosamente.
Dedico la sceneggiatura del Padre Selvaggio
al pubblico ministero del processo
e al giudice che mi ha condannato...

(P.P. Pasolini, Il padre selvaggio, Torino, Einaudi, 1975; pag. 58)

Il padre selvaggio
di Pier Paolo Pasolini
 
Progetto di un film



Il racconto originale di Pier Paolo Pasolini de Il padre selvaggio, il film che il regista avrebbe dovuto girare dopo le fatiche di Mamma Roma (1962) e della Ricotta (1963)

Il padre selvaggio avrebbe dovuto essere il primo film ad affrontare realisticamente e con una precisa impostazione ideologica il dramma e la nascita della nuova Africa

(da Appendice a Il padre selvaggio,
in Pasolini per il cinema,
vol I, Meridiani Mondadori, MIlano 2001).
 

Capitolo I°
È bello uccidere il leone

Primi giorni di scuola, in un liceo africano, nella capitale di uno stato africano che ha acquistato da un anno l’indipendenza. Il liceo: quattro baracche a un piano su uno spiazzo di polvere rossa, tra i palmizi.
Nel licéo insegna un professore democratico, appena giunto nel nuovo Stato. Sta per cominciare la sua esperienza drammatica con la scolaresca africana, composta dei figli dei pochi impiegati e dei capi tribù dell’interno; la sua lotta contro il conformismo insegnato ai ragazzi dai precedenti professori colonialisti.
Tra gli scolari, uno, Davidson, è il più ostile di tutti alle novità di metodo e di cultura del nuovo insegnante: ed è il più ostile proprio perchè è il più intelligente e il più sensibile. Sono infatti gli intelligenti ed i sensibili che si appassionano alle cose con un attaccamento che può essere fazioso: anche alle istituzioni del conformismo e alla retorica.

La lotta è soprattutto, quindi, tra l’insegnante e Davidson.
Il nocciolo centrale di questa lotta è il problema della libertà, della democrazia, dei rapporti tra bianchi e negri.

Dai dialoghi diretti, e estremamente sinceri, del professore, viene fuori, esauriente, il quadro politico dello Stato africano appena libero. I rapporti con l’ONU, i rapporti con lo Stato ex colonialista, ecc.
Il metodo del nuovo insegnante, nel far capire le cose, appunto perchè è sincero e democratico, appare sempre «scandaloso» agli scolari, abituati alla supina accettazione, alla meccanicità dell’insegnamento autoritario.
Un giorno, per esempio, il professore dà agli scolari questo tema: «Descrivete la vostra vita vera nella tribù, a casa vostra, nella foresta». Ebbene, saltano fuori degli svolgimenti tutti retorici e mistificatori. E allora il professore fa rifare il tema: egli vuole che i suoi scolari affrontino coraggiosamente la vergogna, la miseria, la superstizione o lo stato tribale, da cui provengono. Cerca di spiegare loro che cosa è la cultura «magica», la ritualità, i tabù, il cannibalismo, ecc.
Dopo la terza o quarta volta, accade una specie di miracolo: Davidson svolge finalmente un tema molto sincero, e, per questo, scritto estremamente bene, quasi come autentica poesia. Egli racconta, con grande vivezza e fantasia di particolari, una tipica situazione tribale: l’obbligo che ha un giovane, per diventare uomo, di uccidere da solo un leone.
Il professore, stupito e felice, loda di fronte a tutti il tema, e commenta, dopo averlo letto, l’inutile crudele abitudine della tribù.
Gli scolari comprendono la critica rivolta dal professore all’arcaicità, ormai superata dalla storia degli stessi africani, della cultura tribale. Tuttavia, alla fine, Davidson non può fare a meno di dire, con la sua voce roca e dolce:

– Però è bello uccidere il leone!

Sì, è difficile staccarsi criticamente dal proprio mondo vitale. È questa vitalità istintiva che è la sede poi, a un livello superiore, della pigrizia intellettuale, e del conformismo.
Soprattutto nello studio della poesia, gli scolari si mostrano pigri e pieni di riserve mentali: non capiscono la poesia «moderna». Sono meccanicamente abituati al classico accademico.
Anche qui il professore deve affrontare lo «scandalo», e legge ai suoi scolari la difficile poesia di un poeta africano. Niger o altri: una poesia che ricorda i modelli europei più raffinati, Eliot o Dylan Thomas...
Gli scolari negri hanno la stessa reazione della maggior parte degli scolari bianchi, non capiscono, si distraggono, quasi ne ridono.
Piano piano il professore la spiega, la commenta con esempi immediati, concreti, che cadono sotto l’esperienza di tutti: rende chiari e lampanti i versi dapprima incomprensibili.
Ma Davidson non vuole capire.

(N.B. - L’aridità di questa prima parte è solo apparente, perchè tutte le discussioni specialmente politiche e culturali, sono illustrate da episodi visivi: documentari per quel riguarda la situazione politica dello Stato, i rapporti con l’ONU, ecc. Il tema scritto da Davidson sulla caccia al leone sarà tutto visto. E infine il commento della poesia difficile, fatto dal professore, sarà tutto vissuto visivamente in episodi e rapidi particolari di cui gli stessi scolari saranno protagonisti).

Capitolo II°
Tinte forti da tavolozza cubista

Gli ultimi giorni dell’anno scolastico sono simili a quelli di tutte le scuole del mondo: giorni di rimpianti e di speranze, di rimorsi e di allegrezza. I risultati sono quelli che sono, i miracoli non accadono mai, anche se molti progressi sono stati fatti, molte conoscenze acquisite, molte resistenze superate.
Ma proprio in questi ultimi giorni di scuola, in cui ci si dovrebbe sentire ottimisti per ciò che pur si è fatto con buona volontà o passione, c’è un’aria di vago, angoscioso, pessimismo.
Il nuovo Stato negro è inquieto, è ben lontano dall’aver raggiunto una reale indipendenza, una reale libertà. I colonialisti sono rimasti, con la faccia dei capitalisti sfruttatori privati e, per proteggere i loro interessi, non si fanno scrupolo di fomentare rancori e divisioni nel paese: e magari lotte civili.
Delle tribù si ribellano, lottano ferocemente contro altre tribù non secessioniste:  tanto che l’ONU deve inviare nuovi reparti per mantenere l’ordine nel paese.
In quest’aria di imminente, imprecisa tragedia si chiude il primo anno di scuola democratica.
Ma gli scolari, loro, covano in cuore l’antica gioia della vacanza, eguale in tutto il mondo: sono dei ragazzi...

Davidson partirà per l’interno, a trascorrere le vacanze nel suo villaggio: il giorno prima della partenza, va in giro per le strade della capitale, coi suoi compagni più cari, a divertirsi un po’. Ci sono intorno «i forti colori da tavolozza cubista», nel porto, nei locali variopinti dove ci si diverte, dove si mescolano bianchi, indiani, arabi, negri.
I caffè sono pieni di gente: allegra, vestita coi colori più vivaci, all’americana.
È in uno di questi caffè che Davidson incontra il suo professore: è la prima volta che s’incontrano nella vita privata. Il professore è con dei suoi amici bianchi, suoi compatrioti: sono dei giovanissimi «Caschi blu», biondi, allegri, un po’ ubriachi, pieni di spavalderia e gioventù... Uno, soprattutto, che è un conoscente del professore, della sua stessa città europea...
I giovani negri e i giovani bianchi fanno amicizia, presentati dal professore che del resto è abbastanza giovane anche lui...
Poi il professore se ne va, e i giovani restano insieme. Bevono, si ubriacano ancora di più: si abbracciano e vanno a donne.
Il gran sogno dei ragazzi negri è fare l’amore con una donna bianca: essi sanno  a memoria anche i versi di un poeta negro, su questo antico, disperato  desiderio...

La vanno a cercare, la donna bianca, per i quartieri allegri del porto... Ma per la strada, qualcosa ferma Davidson. È una ragazzetta negra con delle sue amiche... (È un episodio questo totalmente da inventare sul posto, secondo la psicologia e le abitudini africane). Davidson lascia la compagnia, con qualche scusa... Parla con la ragazza... Sta con lei. Se ne innamora. Dopo le vacanze...

Capitolo III°
La negra luce

Tutto quello che avevamo intuito attraverso la testimonianza dei ragazzi, nei loro temi, nei loro discorsi con il professore, tutto quello che avevamo capito razionalmente dai commenti scientifici del professore, ora lo vediamo davanti ai nostri occhi.

È il mondo preistorico dell’Africa, appena affiorato alla storia.
La vita tribale, i tabù, i riti, l’odio.

Siamo talmente dentro la vita negra che i personaggi potranno parlare nella loro lingua senza bisogno di traduzione, nè parlata, nè scritta; il mondo è totalmente loro e si esprime totalmente nella loro lingua. Ma le azioni, pur nel loro intraducibile mistero, sono assolutamente semplici, e possono, parlare atrocemente da sè.

Davidson è riprecipitato nel suo mondo, nel cuore dell’Africa.

Ora, nei momenti di tranquillità, di normalità, la sua «cultura storica», europea, potrebbe diffondersi nella sua famiglia, nei suoi coetanei del villaggio. Ma questo non è un momento di pace. La tribù fa parte di una regione dello Stato che ha proclamato la propria indipendenza. E si è giunti, nella foresta, a una vera e propria guerra.
E la guerra, col suo terrore, la sua contagiosa sete di uccidere, non può essere che regressiva: in essa tutto ciò che è storico, è civile, pare dissolversi, ridursi a puro meccanismo – oggetti che servono poi a uccidere: armi, jeeps, aeroplani.
Un po’ alla volta, il villaggio di Davidson diventa il centro del più feroce episodio della breve guerra.
Truppe bianche mercenarie, truppe dell’ONU, tribù africane si scontrano, in combattimenti selvaggi e inutili, spaventosi e senza senso; il caos politico coincide con l’antica furia bestiale degli uomini nati nella foresta.
Davidson, lentamente, ma necessariamente, cade nell’abiezione: abiura dalla sua co-scienza forse senza averne coscienza. Un po’ alla volta le ragioni della tribù diventano le sue; perchè sono quelle del padre, dei fratelli, dei consanguinei. Prende le armi, combatte al loro fianco. È  un contagio, una peste.
A combattere contro le tribù secessioniste ci sono anche truppe dell’ONU: tra cui i giovani «caschi blu» che Davidson aveva conosciuto nella capitale.
Alternativamente, in scene quasi mute, da racconto assolutamente poetico e docu-mentario, nella foresta più funeraria, magari sotto le piogge – seguiamo la storia dei «caschi blu», da una parte, dei negri e delle truppe mercenarie dall’altra. È un’azione di guerra, una delle tante vanamente feroci, intorno a un aeroporto perduto nell’interno.
I «caschi blu» con le loro nostalgie, il loro mondo di giovani europei, le loro allegrie di soldati e uomini d’ordine; i negri con la loro furia preistorica, i riti, le danze; i campi di concentramento; le fami collettive, le stragi.
Un gruppo di bianchi, tra cui i «caschi blu» amici di Davidson, sono fatti prigionieri. Portati nel villaggio. Ammazzati. Squartati.
Nella ferocia di altre epoche storiche, riaffiora il rito religioso del cannibalismo: una specie di folle vertigine. Due, tre immagini da incubo. Davidson è con gli altri della sua tribù a compiere il rito.

Capitolo IV°
Il sogno di una cosa

Ritorna la pace. Ritorna la scuola. È il primo giorno di scuola del nuovo anno. Gli scolari arrivano, pieni di eccitazione; non è come gli altri anni, quando la scuola era un dovere noioso. Adesso, col nuovo professore, le cose si presentano diversamente.
Così il professore, risiedendosi alla cattedra, ha la stupenda sorpresa di vedere che il suo insegnamento ha dato dei frutti insperati. E un’onda di commozione investe lui e i suoi scolari.
Scende dalla cattedra, fra i banchi, va tra i suoi ragazzi: sono amici che si incontrano, e, come amici, si parlano, si raccontano le loro cose.
Quando il professore si avvicina a Davidson, come al più caro dei suoi amici, Davidson lo guarda e, come un automa, scoppia in una specie di gemito terrorizzato.
Comincia così il «male » di Davidson: per tutti misterioso, perchè ignoto a tutti, e inimmaginabile, il trauma che ha prodotto la nevrosi.
Davidson fa ogni cosa meccanicamente: mangia, dorme, va a scuola: in certo senso riesce anche a studiare. Ma è come se fosse dissociato da sè, altro da sè.
Le nozioni le impara, i temi li scrive, alle domande scolastiche risponde: ma come se qualcosa lo separasse da ogni realtà, tenendolo relegato in un mondo di tenebre e di terrore.
Il professore va alla ricerca del suo Davidson, quello su cui aveva puntato tante speranze: e Davidson se ne rende conto, come si rende conto del suo «male»: capisce le lunghe e minute spiegazioni del suo insegnante sulla nevrosi: e cerca di collaborare con lui, che lo interroga, lo studia, lo aggredisce.

Dove va Davidson dopo la scuola? Cosa fa?

Il professore lo segue: Davidson non va in alcun luogo, gira come un automa. Evita i bianchi, ma come senza alcuna intima passione. Spesso va sul porto, in un certo luogo un po’ deserto.
Un giorno, in questo angolo del porto, mentre Davidson è lì, passa una ragazzetta negra, che si ferma, sorride, gli va incontro. Ma Davidson come impaurito, non le risponde, poi le volta le spalle e va via di corsa.

Va a piangere solo come una bestia ai margini della foresta, intorno allo spiazzo.

Non è tanto malato da dover esser dato per perduto: la sua nevrosi è piuttosto una crisi che lo paralizza, lo tiene in uno stato di assenza, di rifiuto ad essere.

Forse, il miracolo avviene casualmente. Talvolta la nevrosi crea da sè la guarigione...

Può apparire un Dio, un’immagine sacra... Ma anche un fantasma di altro ordine...

Un giorno, in classe, il professore rilegge la poesia del grande poeta africano che l’anno prima, i suoi scolari e soprattutto Davidson non avevano voluto capire. Tutti,  ora, la capiscono, e Davidson, ascoltandola, ha finalmente come un moto di vita... Il professore se ne accorge, e legge la poesia con tutta l’anima. Il moto di vita nell’occhio, nel volto di Davidson presto si cancella, ma non del tutto, non del tutto...
Mentre i ragazzi giocano al pallone, nella radura davanti alla scuola, Davidson sta seduto in disparte. Pensa... e, all’orecchio, come dettato da qualcuno, gli risuonano delle parole. Sono versi. Li ascolta, li ripete. Si alza. Va nella camerata, al suo tavolino, a scrivere. Sono versi tremendi, di totale disperazione, di morte: non solo sua, di Davidson, ma dell’intera razza negra.
Davidson, con quel nuovo segno di vita negli occhi, il giorno seguente, si presenta al suo professore, e timidamente, muto, gli fa vedere quello che ha scritto.
Sono versi bellissimi: e il professore glielo dice subito, stupito, felice. Gli dice addirittura che sono tanto belli, che li spedirà ad una rivista europea, perchè li pubblichi; e io abbraccia, pieno di speranza.
Davidson che aveva sempre collaborato col suo professore, nella impotente lotta contro il suo «male», ora, coi professore, si rende conto che qualcosa è accaduto.
Il «male» non è più su lui, come una forza maligna, che lo rende assente e atterrito; non è più un tutto insondabile e invincibile; è incrinato.
Esprimersi significa guarire. Non importa se l’espressione è confusa, e se la speranza in fondo all’espressione è solo il «sogno di una cosa», come dice Marx.
Con questa timida speranza in fondo al cuore, Davidson va a vagare, come ogni giorno solo, lungo il porto. È sempre cupo, angosciato.
Ed ecco, ancora, camminando, la voce: la sua voce interiore che gli dice altri versi, anch’essi disperati: negro, a che ti serve amare? A dar vita ad altri negri infelici come te?
E quando vede, con le compagne, tutta dolcemente allegra, camminare la sua ragazza, immemore, ignara, ecco che altri versi gli vengono in mente. Ma sono già più umani, già affiora in essi, più esplicita, la speranza, il «sogno di una cosa», di un futuro confuso ma felice, al cui pensiero, un leggero sorriso può biancheggiare nel fosco viso del ragazzo negro.




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domenica 10 gennaio 2016

Curzio Maltese : Il film-profezia di Pasolini, così nel '63 raccontò l'Italia d'oggi.

"ERETICO & CORSARO"


 
Il film-profezia di Pasolini, così nel '63 raccontò l'Italia d'oggi.
Curzio Maltese


La visione de "La rabbia", il film-saggio di Pier Paolo Pasolini finalmente ricomposto da Giuseppe Bertolucci, con la Cineteca di Bologna che presiede, nella versione pensata dall'autore, senza l'insensata aggiunta di Giovanni Guareschi, solleva un dubbio terribile. O Pasolini era davvero un profeta oppure l'Italia è tornata indietro di mezzo secolo, ai peggiori anni Cinquanta, tempi gretti, reazionari, impauriti.

Nel dubbio che siano vere entrambe le ipotesi, scegliamo per carità di patria la migliore. Pasolini ha capito per primo e più a fondo di chiunque altro la mutazione antropologica del popolo italiano all'impatto con una modernità feroce, che l'avrebbe riconsegnato a un fascismo sotto nuove forme. Per usare una formula che rimbalza in queste settimane da Famiglia Cristiana ai vertici della magistratura.

Il film è modernissimo nella forma, d'avanguardia per l'epoca. Sul materiale assai grezzo dei cinegiornali, Pasolini sovrappone un'orazione civile composta di sue poesie e prose affidate alle voci di Giorgio Bassani e Renato Guttuso. Senza altro filo narrativo che non sia una viscerale, acutissima visione dei conflitti sociali, l'opera viaggia dai funerali di Alcide De Gasperi alla morte di Marilyn Monroe, dalla rivoluzione cubana alla guerra di Corea all'indipendenza dell'Algeria. Ma la parte più sorprendente è certo quella dedicata "al mio paese, che si chiama Italia".

Il film doveva uscire nelle sale all'inizio del '63, dopo Accattone e Mamma Roma, ma il produttore Gastone Ferranti si spaventò, convinse l'autore a tagliarlo e volle a tutti i costi affidare una seconda parte "vista da destra" a Guareschi, il quale diede nell'occasione il peggio del proprio qualunquismo. Così snaturata, l'opera fu rinnegata da Pasolini e ritirata dopo pochi giorni, per rimanere nel buio quarantacinque anni.

Ora torna nella versione concepita dal poeta, grazie al lavoro di recupero e rimontaggio di Giuseppe Bertolucci, su un'idea di Tatti Sanguinetti. "La rabbia" sarà presentata alla Mostra di Venezia il 28 agosto e sarà distribuita nei cinema dall'Istituto Luce dal 5 settembre.

Per capire quanto sia attuale basta forse citare una piccola antologia dei testi. L'Europa: "Le piccole borghesie fasciste sono pronte all'unità d'Europa in nome della comune aridità". Le guerre in Medio Oriente: "In questi deserti comincia la nostra preistoria". Le giustificazioni della guerra: "Se comincia la guerra di chi è la colpa? Dei peccati della povera gente, naturalmente. Dio punisce le Sodome di stracci, le Gomorre della miseria".

I coreani all'epoca, oggi gli irakeni, gli afghani, i curdi, i popoli africani: "Eravate milioni di uomini come noi e per conoscervi abbiamo dovuto sapervi in guerra". Il nuovo Papa: "Ci saranno fumate bianche per papi figli di contadini del Ghana o dell'Uganda? Per papi figli di braccianti indiani morti di peste nel Gange, per papi figli di pescatori gialli morti di freddo nella Terra del Fuoco?".

La politica sull'immigrazione: "Dobbiamo accettare distese infinite di vite reali che vogliono con innocente ferocia entrare nella nostra realtà". Bush, Berlusconi, Putin eccetera: "La classe padrona della ricchezza, giunta a tanta dimestichezza con la ricchezza da confondere la natura con la ricchezza. Così perduta nel mondo della ricchezza da confondere la storia con la ricchezza. Così addolcita dalla ricchezza da riferire a Dio l'idea della ricchezza".

Si potrebbe continuare a lungo, ma almeno fino alla televisione, appena apparsa sulla scena. Quando lo speaker del cinegiornale annuncia trionfante che presto gli abbonati saranno "decine di migliaia", Pasolini lo corregge: "No. Saranno milioni. Milioni di candidati alla morte dell'anima. Il nuovo mezzo è stato "inventato per la diffusione della menzogna". "È la voce che contrappone il buon senso degli assassini agli eccessi degli uomini miti".

La voce di Pasolini è viva, attuale e urticante oggi come nel '63. Gli eccessi di uomo mite non gli sono stati mai perdonati, neppure dopo la fine straziante. Lui stesso ne era consapevole: "Dice Saba che ci sono animali che non fanno pena neppure quando vengono mangiati, perché volevano essere mangiati. Forse sono uno di questi animali". Bertolucci aggiunge nel finale alcuni esempi del linciaggio cui Pasolini fu sottoposto per tutta l'esistenza, da ogni parte. Si trova sempre "nel paese chiamato Italia" un buon compromesso bipartisan per annientare le voci critiche.

Quello che s'è perso per sempre da "La rabbia" ai nostri giorni non sono le parole, ma le immagini, anzi: le facce. I volti di quel popolo, testimonianza vivente e stupenda di un retaggio millenario. I ragazzi di vita delle borgate romane vivono ma non sono come i ragazzi di Scampia filmati da Garrone in Gomorra. Più poveri e meno miserabili, avevano facce e corpi prodotti dalla storia, questi facce da cronaca, corpi creati in palestra, indistinguibili da quelli dei borghesi di successo, dagli attori delle telenovelas, dai calciatori e dalle veline.

La rivoluzione antropologica ha funzionato come una pulizia etnica, cancellando i tratti di un'antica civiltà, di un'immensa bellezza. Negli anni de "La rabbia" un altro solitario, Ennio Flaiano, annotava nel diario notturno: "Fra trent'anni l'Italia non sarà come l'avranno fatta i governi, i partiti o i sindacati, sarà come l'avrà fatta la televisione".

di Curzio Maltese


 
 
 
 

Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro - Blog creato da Bruno Esposito
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