giovedì 25 febbraio 2016

Pier Paolo Pasolini - La Napoletanità

"ERETICO & CORSARO"
 
 
 
La Napoletanità
 
 
Napoli è stata una grande capitale, centro di una particolare civiltà ecc. ecc.; ma strano, ciò che conta non è questo. Io non so se gli «esclusi dal potere» napoletani preesistessero, così come sono, al potere, o ne siano un effetto. Cioè, non so se tutti i poteri che si sono susseguiti a Napoli, così stranamente simili tra loro, siano stati condizionati dalla plebe napoletana o l'abbiano prodotta. Certamente c'è una risposta a questo problema; basta leggere la storia napoletana, non da dilettanti o casualmente, ma con onestà scientifica. Questo io finora non l'ho fatto, perché non mi si è presentata l'occasione, o forse perché non mi interessa. Ciò che si ama tende a imporsi come antologico.

Io so questo: che i napoletani oggi sono una grande tribù, che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare. 

Questa tribù ha deciso - in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte - di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia, o altrimenti la modernità.

La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Beja (o fanno anche, da secoli, gli zingari}: è un rifiuto, sorto dal cuore della collettività (si sa anche di suicidi collettivi di mandrie di animali); una negazione fatale contro cui non c'è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perché questo rifiuto, questa negazione alla storia, è  giusto, e sacrosanto. 

La vecchia tribù dei napoletani, nei suoi vichi, nelle sue piazzette nere o rosa, continua come se nulla fosse successo, a fare i suoi gesti, a lanciare le sue esclamazioni, a dare nelle sue escandescenze, a compiere le proprie guappesche prepotenze, a servire, a comandare, a lamentarsi. a ridere, a gridare, a sfottere; nel frattempo, e per trasferimenti imposti in altri quartieri (per esempio il quartiere Traiano) o per il diffondersi di un certo irrisorio benessere (era fatale!), tale tribù sta diventando altra. Finché i veri napoletani ci saranno, ci saranno, quando non ci saranno più, saranno altri (non saranno dei napoletani trasformati) . l napoletani hanno deciso di estinguersi, restando fino all'ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili e incorruttibili.

Dichiarazione del 1971,
in A. Ghirelli, La Napoletanità,
Società Editrice Napoletana,
Napoli 1976.

Saggi sparsi, in Saggi sulla politica e sulla società
i Meridiani a cura di Walter Siti
Mondadori.



Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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Pasolini - Commento a un'antologia di Lirici nuovi - Il Setaccio numero 5

"ERETICO & CORSARO"



Commento a un'antologia di Lirici nuovi

di P.P.Pasolini 
Il Setaccio numero 5, pagine 8 - 9.



È certo che nelle lettere italiane qualcosa di relativamente nuovo e impreveduto si sta maturando. Un periodo di polemiche - cioè pochi anni della nostra vita, e pochi discorsi perduti ormai nel silenzio -, ci sembra terminare il suo ciclo. Insomma detrattori ed esaltatori delle lettere odierne che parevano ormai inesorabilmente chiusi nel la loro posizione, si spingono fuori dalle mura della loro fortezza, e si guardano intorno. Naturalmente nulla è ancora possibile precisare: per quel che riguarda i più giovani, un alto ingegno morale, un desiderio di onestà sembra predominare. Ma non ci lasciamo ingannare. Le contingenze civili della nostra vita, ci possono, è vero, spingere verso una più decisa ricerca di contenuto o di predominante struttura etica, ma non dobbiamo dimenticare la caducità di tali contingenze o per lo meno l'incapacità umana a una lunga sofferenza, che non sgorghi direttamente dal cuore. Ma dimenticheremo che un lungo seguito di esperienze, e quasi una nuova vita ci hanno fatto lasciare indietro molte posizioni, grosso modo, «anteguerra»? Non sarà certo la nostra generazione a interrompere l'uso di ribellarsi alla precedente. Anzi. Tuttavia, come abbiamo già scritto altra volta su questo foglio, un'esperienza non lontana ci ammaestra sulla vanità polemica o rivolta teorico-programmatica, e ci fa senz'altro preferire un silenzio umanamente denso, e poeticamente impegnato a una personale ricerca.

A questi pensieri è stata in parte pretesto, un' antologia di Lirici nuovi a cura di Luciano Anceschi (Hoepli, Milano).

L'aspetto di questo volume è il più invitante che si possa immaginare: uno sguardo all'indice ci rassicura per la precisione con cui la materia è disposta, la poesia incasellata, la bibliografia ordinata e, in più, l'ottima idea di premettere ai testi poetici la voce di un critico e un brano del poeta stesso intorno alla Poesia. Insomma, tutto fa prevedere una precisa, risolta, agevole presentazione del «sentimento poetico contemporaneo»; come poi, in parte, se ne resti delusi, diremo in seguito. Per ora, c'importa manifestare con tutta la cordialità possibile la nostra adesione per il testo anceschiano. Perciò lascieremo immediatamente indietro ogni polemica o appunto che si muovono d'uso verso questi tentativi, e ci limiteremo ad esaminare il volume, come un esemplare molto rappresentativo - e perciò quasi perfetto in sé del sentimento poetico odierno.

Cominceremo il commento dall'introduzione, che veramente significativa ci sembra sia nel tono generale che la regge e si manifesta scopertamente nel procedere serrato, classico e un po' vano della forma, sia in certi particolari ripensamenti di nozioni tradizionali, sia - e soprattutto - nell'enunciare gli attributi, il carattere ecc. della poesia nuova. Di Anceschi conosciamo studi intorno al'estetica odierna - la poetica dell'ermetismo -, almeno in apparenza, senz'altro più profondi e liberi di questa introduzione; nella quale certi concetti e certe nozioni - che ci sembravano in noi così salde e risolte -, messe ora a nudo davanti a un uditorio più vasto e innocente, rivelano inaspettate gracilità. Mi riferirò per farmi praticamente intendere, ad un esempio, cioè alle pagine che trattano la nozione di lirica; eccone un lungo passo: 

«Comunque, questa domanda vale anche per la lirica, per l'altro più raro dono che ha rinnovato in questi anni per noi il senso della propria nazione. Per noi la lirica è ancora certamente "storia del cuore dell'uomo". Ma una tale idea implica all'interno delle distinzioni convenienti: la "storia del cuore" non può essere "attuale", e neppure ha da essere risolta in diario o narrazione: nella lirica la parola fruisce di una franca condizione di canto in cui il suo senso logico giunge quasi al limite dell'annullamento: essa ha qui un uso particolare nel dare non so che prevalenza al libero gioco dei riflessi irrazionali e analogici, alla capacità di creare assolute vaghezze di atmosfera, in cui anche i silenzi, le pause, gli spazi bianchi entrano come necessarie urgenze espressive nella spirituale sintassi di periodi lirici che tutti, all'interno, nelle loro parti, e tra di loro, con gli altri, si richiamano e si sostengono secondo ragioni di tono e di durata».

Esaminato punto per punto tale passo, avvertiremo subito come quella storia del cuore che non può essere attuale e neppure ha da esser risolta in diario o narrazione, ci si presenti onestamente come una tra le nozioni più acquisite, risolte, e, direi, serene della nostra critica; per non dire d'altri mi riferirò a "Un'illusione platonica", dove Luzi, al di là di ogni diario o narrazione-sfogo o ripensamento - pone la risoluzione poetica di una catarsi, che ci darà la forma come ultima e purissima sopravvivenza della vicissitudine, o storia del cuore. (Diremo, tra parentesi, che tale rigoroso concetto di catarsi come assoluta abolizione di qualsiasi confessione-diario o sfogo, è ripetutamente ritrovabile nei testi crociani, non tanto nelle pagine specificatamente estetiche, quanto negli studi critici vedi ad esempio alcune pagine su Kleist, in "Poesia e non poesia"-; ed è significativo come, a somiglianza del libretto citato di Luzi, anche questa introduzione anceschiana si inizi agilmente come una stoccata all'«intollerante difensore del principio ideale dell'unità».)

Del resto - sempre a proposito del passo riportato non potremo che rimanere abbastanza dubitosi davanti a quella «non so che prevalenza del libero gioco dei riflessi irrazionali e analogici», a quella «assoluta vaghezza d'atmosfera» ecc.; tutti attributi bellissimi, ma di una gracilità che quasi sconforta. A parte il fatto che, qui, l'unica poesia allusa ci sembra .quella ungarettiana (e poi, in genere, quasimodiana), ci sembra che di Ungaretti, in fondo, non vi si affermi o definisca che una sua poesia minore, o anche, se si vuole, la sua «poetica»: ma, coi «riflessi irrazionali e analogici», con la «vaghezza di atmosfera», vorremmo sapere se non si usi un tradimento o almeno una tergiversione a quanto si diceva sulla storia del cuore: ci riferiamo qui, all'urgenza morale ungarettiana, alla sua pena, alla sua sofferenza d'uomo, insomma che è così nuda e viva nei versi che la ricompongono. Dovremo qui, allora, dar ragione; a quel giovane critico che mi diceva Ungaretti esser più ammirato che sentito, e quindi come dimenticato, dalla poesia più giovane, che orecchiandone il linguaggio, in fondo, ha fatto marcia indietro? Diciamo il vero - al di fuori di ogni analogica purezza, di ogni ineffabilità, proprie delle sue poesie, per così dire, minori - noi conserviamo un'immagine forte, cruda e sofferta di Ungaretti, la cui ricerca umana e morale ha trovato accenti di saggezza e distanza estrema; e si è purificata così, ma non obliata o consolata, nell'espressione verbale. (È ma da non questa obliata immagine o consola che noi saremmo partiti verso una definizione, anche se pur troppo non sempre oggettiva, della lirica nuova.)

E poiché siamo giunti a parlare di Ungaretti, indugeremo ora per un momento sulla scelta anceschiana della sua poesia; ecco, quella bellissima lirica che è L'isola (ma non sono presenti quelle che noi consideriamo quasi le sue liriche complementari, "L'inno alla morte" e "La madre"; e per un canto come "La pietà", forse la cosa più bella di tutta l'antologia, troppe poesie minori, benché tutte, s'intende, relativamente eccezionali). Ci sembra infine che per un'antologia che giunge in un momento abbastanza decisivo per la popolarità della nostra poesia, in cui molti ostinati avversari, per lo più anonimi, cominciano ad addolcirsi, l'immagine di Ungaretti risulti un po' sminuita: una scelta di Ungaretti più semplicistica, sarebbe stata qui più onesta.

Ma prima di passare a un esame che meno genericamente venga dedicato alla scelta, ancora una nota sull'introduzione. Un po' più avanti del passo citato, ecco un'altra frase che confermerà quanto ne abbiamo commentato: 

«Diversa dall'epica, la lirica è, infine, veloce e sintetica, e la parola - per la quale si è accennato solo a qualche possibilità e disposizione di musica - è il centro crepitante di una straordinaria potenza di vita, e ipotesi di universo, quasi vago anticipo sulla verità», 

giusto, e anche bello, ma debole. Per il seguito di questa introduzione un commento non potrebbe essere che favorevole - alcuni scorci di storia dell'odierna poesia, alcune note sulle antologie precedenti ecc., sono cose succosissime, precise e, insomma, veramente buone -; ma questo non verrebbe altro che a confermarci nella stima che già nutrivamo per Anceschi, come per uno fra i più preparati e appassionati intenditori della nostra poesia. E se ci siamo soffermati su certa «debolezza» della sua concezione poetica, volevamo riferirei, piuttosto che a lui, a tutta una generazione, e quindi a lui come pratico esemplare di essa. Insomma, non negheremo di pensare che la prossima antologia - importante, s'intende, e compilata da uno dell'ultima generazione - si differenzierà notevolmente da questa, e la sua scelta sarà avvenuta in seguito a una ricerca dovuta forse più a un rigoroso desiderio d'ordine, che ad un puro gusto letterario. E forse proprio in questo «puro gusto letterario» - che in Anceschi è ineccepibile, e, come esemplare, perfetto è da ricercarsi quella debolezza, che ci rende un po' scontenti e ci fa guardare amaramente queste pagine: è un'antologia che ricompone le forme della nostra odierna poesia, proprio secondo quel suo aspetto letterario e distaccato dall'umano che è uno fra i suoi aspetti più appariscenti, ma, infine, più innocui e più criticamente trascurabili; tuttavia è quello che meno avremmo voluto notare in un'antologia, con scopo riassuntivo e divulgativo.

Indice di questa debolezza o puro gusto letterario può essere la scelta della poesia di Sandro Penna. Approfondire il primo sentimento che la prima lettura di Penna ci consente, non è cosa agevole. Per lo più è facile cadere in una aggraziata definizione («candido prodigio» «grazia poetica»), che non è affatto, se non apparentemente un approfondimento critico. E così pure certe rapide analogie che trasferiscono la critica di Penna ad una sorta di ringraziamento o sensuale adesione: il suo «alessandrinismo», la «sua parentela con la prosa primesautière di Comisso, con l'ultima poesia di Saba, e la pittura di De Pisis» (Sergio Solmi), che mi sembrano una schematizzazione un po' meccanica, seppure, a una prima lettura, di giovamento sicuro. È una  poesia, questa di Penna, tutta disciolta nel suo candore, che, in definitiva è purezza poetica, la cui amoralità non depone affatto in suo sfavore, se è tutta densa e pregna di precedente pena umana, che solo la poesia momentaneamente conclude.

Ma ora a noi non importa approfondire, e finiremo proprio con Anceschi: «Penna non è uno di quelli, troppi, e veramente stucchevoli, che fanno dell'art après l'art». Così il suo «classicismo» non è letterario che per via indiretta, per una involuzione di sentimento e di linguaggio, che contribuisce direttamente, con l'aggiungere quel non so che di «avvenuto» malizioso e triste, al suo stile poetico. La purezza che invece sembra esser stata guida nella scelta anceschiana, è una purezza tutta di linguaggio che si riferisce molto direttamente a certi quasimodiani letterariamente neoclassici.


Del resto si può dire senz'altro che la poesia di Quasimodo può essere considerata come il comune denominatore di tutta l'antologia: ora, da una debolezza o puro gusto letterario di un critico preparatissimo, dovremmo risalire alla debolezza o puro gusto letterario di un preparatissimo poeta. Non lo faremo per amore di concordia: ma saremo considerati molto colpevoli se oseremo affermare che nella prossima - più sopra preveduta - antologia tale comune denominatore sarà assente? Noi, per conto nostro, ce ne rallegreremmo, dato che con esso verrebbero a mancare tante mediocri, brutte o pessime poesie, che purtroppo, anche se non in grande numero, sono ancora presenti in quest'antologia di finissimo gusto. (Non avremo timore di fare i nomi necessari: ecco Vigolo con insipide verseggiature come Andromaca, Mura, Antiope ecc.; Luzi con Allure; Sinisgalli con A mani aperte mi /a giorno; Bertolucci, con tutte le poesie scelte, tranne, probabilmente A/fratello e L'inverno; e, infine, tutto Dal Fabbro. Senza contare poi il non esiguo numero di poesie troppo medie per un florilegio, anche per poeti importanti come Campana, Montale, Saba ecc.)


Infine, che molti giovani - come noi - rimangano scontenti e un po' amareggiati dalla sua scelta, e si limitino ad accoglierlo con simpatia come un perfetto esemplare del gusto di una generazione, l' Anceschi dovrebbe, in fondo, rallegrarsene, solo che voglia scorgere in questa nostra scontentezza il segno di un'esigenza critica, che, almeno come forma, è un insegnamento diretto, appunto, della sua generazione.

«ll Setacci o», anno III, numero 5, marzo 1943


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martedì 23 febbraio 2016

Fascisti: padri e figli - da Le belle bandiere di Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"



Fascisti: padri e figli
di Pier Paolo Pasolini

Signor Pasolini, perché tante giovani menti vengono attratte dal pericolo dell’idea fascista? Vivendo in una società di giovani, noi ci poniamo questa domanda e non sappiamo rispondere. 

Michele Brucculeri, Daniele Squinzani - Torino



Le racconto un caso personale, un esempio.
Lei forse saprà o immaginerà come la mia vita sia funestata da una serie di doveri inutili. Un rispondere a vuoto a domande fatte a vuoto. Il vivere cioè in parte nel mondo della pseudo-cultura, o come dice più esplicitamente la mia amica EIsa Morante, dell’irrealtà.
Devo questo alla parte pubblica della mia vita: a quel tanto di me che non mi appartiene, e che è divenuto come una maschera da Nuovo Teatro dell’Arte; un mostro che deve essere quello che il pubblico vuole che sia. Io cerco di lottare, donchisciottescamente, contro questa fatalità che mi toglie a me stesso, mi rende automa da rotocalco, e finisce poi per riflettersi su me stesso, come una malattia. Ma pare che non ci sia nulla da fare. Il successo è, per una vita morale e sentimentale, qualcosa di orrendo, e basta.
Molti, troppi giornalisti hanno finito col rappresentare, un po’ alla volta, questo mondo nemico che vuole che i suoi personaggi siano come lui crede che siano. E, un po’ alla volta, ho finito col provare, verso di loro, una specie di rancore, di risentimento oscuro, di patologica irritazione; solo la vista di un’edicola, in certi momenti della giornata, può farmi star male.
Bene, questo è un preambolo. Avrei potuto tenerlo anche per me, è vero. Ma lei mi comprenda.
Munito di questa prevenzione, di questa avversione sorda e dolorosa, non avrei voluto farmi intervistare, alcune settimane fa, per un rotocalco molto diffuso. Ho resistito a lungo. Poi ho ceduto, un po’ per debolezza (non sono capace di ostinarmi a negare un favore), un po’ per ingenuità (mi illudo sempre che le cose possano andar meglio di quanto si prevede per esperienza). Così mi sono fatto intervistare da una giornalista: una signora ancora giovane, un po’ pallida, ma dura di lineamenti: una tipica donna che viene dalla provincia e vive sola, del suo lavoro.
Ne ho avuto un’impressione buona: e non potevo tradire il rispetto che provavo per lei, dandole un’intervista di maniera, calcolata, fredda. Ho chiacchierato come con un’amica. Era anche il mio primo giorno di vacanza, dopo il lungo lavoro del doppiaggio di Mamma Roma: ero abbastanza di buon umore. Sono andato a prenderla a casa sua, in un bianco e bruciante lungotevere, siamo corsi festosamente per la via del Mare, verso Ostia, abbiamo fatto il bagno, in quella pace che è quasi un frastuono dei giorni più puri dell’estate. E abbiamo chiacchierato, un po’ di tutto, di letteratura, di cinema, di noi. Per quanto mi consentiva la mia eterna timidezza, io cercavo di essere del tutto sincero con lei: e lo ero senza fatica, in realtà. Forse perché lei conosceva il suo mestiere, come un buon medico, un buon avvocato: che sanno ascoltare e farti dire, quasi col silenzio, quello che è necessario tu dica. Io me ne rendevo conto, e lo rispettavo, quel suo mestiere: era un titolo di merito, per lei, di fronte a me.
Anche lei, del resto, mi parlava di se stessa, dei suoi problemi: la storia del suo matrimonio, la storia del suo lavoro: e suo figlio.
Ecco, suo figlio, un adolescente di quattordici o quindici anni, nato da un matrimonio felice-infelice, e ora solo con lei: un figlio fascista.
Perché era fascista? Forse per protesta contro di lei: l’eterna polemica dei figli contro i genitori, quando i genitori, in qualche modo, sono oggetto di una elementare ed inconscia condanna morale. O forse perché abbandonato a se stesso per molti mesi, con una governante indifferente, in un quartiere perbene della città, con compagni di scuola ricchi e stupidi e, praticamente, tutti fascisti. Una serie di concomitanze. Per creare questo fatto assurdo, doloroso: da far stringere i pugni di rabbia, da far venire un nodo alla gola per l’esasperazione.
Lei, la madre, era preoccupata: come di un piccolo. dramma familiare e sociale. Mi diceva che stava lottando, col figlio, cercando di non prevaricare, di non ricattarlo in nome dell’autorità di madre o dell’esperienza. Era difficile, insomma. L’aveva portato a vedere All’armi siam fascisti [1], e, sperava, non senza qualche buon risultato. Il duce, almeno, era apparso al ragazzo come una figura un po’ pazzesca e ridicola.
Poi il discorso sul figlio cadde, secondo la souplesse mondana di colloqui del genere, e passammo ad altro.
Così quella ragazza dal volto nudo e duro, scomparve, con la prima giornata di vacanza dell’estate, dalla mia complicata esistenza.
Qualche settimana dopo, uscì il suo pezzo sul rotocalco. Era quanto di più offensivo si potesse scrivere nei miei riguardi: offensivo perché scritto non dal solito imbecille che mi detesta in nome dei suoi padroni reali o immaginari, ma da una persona educata, civile, a un livello giornalistico buono. Mi offendeva il fatto di veder ribaditi, da quella persona che mi era parsa rispettabile, tutti i luoghi comuni che persone indegne di ogni rispetto hanno accumulato su me, per farne quella maschera da Nuovo Teatro dell’Arte che dicevo: le «esperienze violente», la «poesia maudite», l’abilità affaristica, la gratuità dell’uso del dialetto e del gergo. Giudizi da provinciale e da ignorante, che, quasi per inerzia, la mia amica di un giorno ha ripetuto con l’ebbrezza che dà l’ammiccare attraverso il luogo comune con dei sordidi complici. 

Ecco un’operazione fascista: ma fascista nel fondo, nei ripostigli più segreti dell’anima. L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società. 
In fondo, il figlio è meno fascista della madre: o, almeno, nel suo fascismo c’è qualcosa di nobile, di cui egli stesso non può essere certamente conscio: una protesta, una rabbia. Nella sua onestà di adolescente, egli capisce che il mondo in cui vive è, nel fondo, atroce: e vi si scaglia contro, con la forza dello scandalo che dà a un ragazzo la sua idea del fascismo. Il fascismo della madre invece è cedimento morale, complicità con la manipolazione artificiale delle idee con cui il neocapitalismo sta formando il suo nuovo potere.
Confesso che ho provato un momento di rabbia quasi poetica, contro quella madre. E mi è venuto fatto di pensare che quel figlio fascista lei se lo meritava, era giusto: era una fatalità che aveva in sé un equilibrio perfetto tra il dare e l’avere. E anzi, mi è venuto anche l’impeto, subito represso, perché infine cattivo, di scrivere un epigramma; un epigramma con cui augurare ai miei nemici borghesi dei figli fascisti. Che vi vengano figli fascisti - questa la nuova maledizione - figli fascisti, che vi distruggano con le idee nate dalle vostre idee, l’odio nato dal vostro odio.

n. 36 a. XVII, 6 settembre 1962


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Le mura di Sana'a, di Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"

 (Le immagini utilizzate per questa composizione sono di Roberto Villa).

 
"In nome degli uomini semplici che la povertà ha mantenuto puri".

"In nome della grazia dei secoli oscuri".

"In nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato".
 
  
Un uomo sta su un altare in mezzo al campo e schiocca una frusta, tiene lontani i passeri che vogliono saccheggiare il raccolto. In questa immagine d’apertura delle "Mura di Sana’a", nella figura di questo spaventapasseri vivente a cui il documentario è dedicato, è racchiuso il messaggio del filmato del 1971. Con gli scarti di pellicola che gli sono rimasti Pier Paolo Pasolini fotografa la corruzione della modernità che sta intaccando il Medioevo che si è miracolosamente salvato nella capitale dello Yemen.
 

Le mura di Sana'a.



“Era l'ultima domenica che passavamo a Sana'a, capitale dello Yemen del Nord. Avevo un po' di pellicola avanzata dalle riprese del film. Teoricamente non avrei dovuto possedere l'energia per mettermi a fare anche questo documentario; e neanche la forza fisica, che è il requisito minimo. Invece energia e forza fisica mi son bastate, o perlomeno le ho fatte bastare.

Ci tenevo troppo a girare questo documento.

“Si tratterà forse di una deformazione professionale, ma i problemi di Sana'a li sentivo come problemi miei. La deturpazione che come una lebbra la sta invadendo, mi feriva come un dolore, una rabbia, un senso di impotenza e nel tempo stesso un febbrile desiderio di far qualcosa, da cui sono stato perentoriamente costretto a filmare [...] Ma è chiaro che se volessi veramente ottenere qualcosa, dovrei dedicare a questo scopo la mia intera vita. Son cose che qualche volta si pensano ma poi non si fanno. Frustrazione terribile, ma consolata dal pensiero che ci sono persone che, in realtà, per mestiere dovrebbero occuparsi di questi problemi e che dunque la responsabilità è dovuta a loro [...] “Ma intanto ogni giorno che passa è un pezzo delle mura di Sana'a che crolla o vien nascosto da una catapecchia 'moderna'. [...] È uno dei miei sogni occuparmi di salvare Sana'a ed altre città, i loro centri storici: per questo sogno mi batterò, cercherò che intervenga l'Unesco”.

P.P.Pasolini


Per contribuire alla difesa dello Yemen Pasolini realizzò nel 1971 il cortometraggio Le mura di Sana’a, documentario in forma di appello all’ Unesco.

Il filmato non è mai uscito nei circuiti commerciali; è stato trasmesso dalla Rai il 16 febbraio 1971 e replicato nel 1997". 

Girò inoltre in Yemen alcuni dei suoi momenti cinematografici più alti  come ad esempio Il fiore delle Mille e una notte.


 
L'appello


«Ci rivolgiamo all’Unesco perché aiuti lo Yemen a salvarsi dalla sua distruzione, cominciata con la distruzione delle mura di Sana’a. 

Ci rivolgiamo all’Unesco perché aiuti lo Yemen ad avere coscienza della sua identità e del paese prezioso che esso è. 

Ci rivolgiamo all’Unesco perché contribuisca a fermare una miseranda speculazione in un paese dove nessuno la denuncia. 

 Ci rivolgiamo all’Unesco perché trovi la possibilità di dare a questa nuova nazione la coscienza di essere un bene comune dell’umanità, e di dover proteggersi per restarlo.

 Ci rivolgiamo all’Unesco perché intervenga finché è in tempo a convincere una ancora ingenua classe dirigente che la sola ricchezza dello Yemen è la sua bellezza; che conservare tale bellezza significa oltretutto possedere una risorsa economica che non costa nulla, e che lo Yemen è in tempo a non commettere gli errori commessi dagli altri paesi.

 Ci rivolgiamo all’Unesco in nome della vera se pur ancora inespressa volontà del popolo yemenita, in nome degli uomini semplici che la povertà ha mantenuto puri, in nome della grazia dei secoli oscuri, in nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato».

P.P.Pasolini 

(Solo nel 1986 la capitale dello Yemen è stata dichiarata dall'Unesco Patrimonio dell'umanità).
 
Il Video:
 
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venerdì 19 febbraio 2016

Leonardo Sciascia - Il Salò di Pasolini

"ERETICO & CORSARO"


 
Il rapporto di stima e di amicizia tra Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini risale ai primi anni Cinquanta, quando l’uno e l’altro erano parimenti ignoti al grande pubblico. Il poeta friulano recensì su una rivista romana “La libertà” il primo libro del maestro di Racalmuto, le Favole della dittatura.
“Dieci anni fa queste favolette sarebbero servite unicamente a mandare al confino il loro autore. Quanti italiani sarebbero stati in grado di capirle? Adesso, con un fondo di amarezza tutta scontata, Sciascia condanna, nel ricordo, quei tempi di abiezione, e proprio con un gusto della forma chiusa, fissa, quasi ermetica, insomma: che a quei tempi era proprio uno dei rari modi di passiva resistenza”.
P.P.Pasolini 

 … da quel momento siamo stati amici. Ci scrivevamo assiduamente e ogni tanto ci incontravamo, nei dieci anni che seguirono, e specialmente nel periodo in cui lui lavorava all'antologia della poesia dialettale italiana. Poi la nostra corrispondenza si diradò, i nostri incontri divennero rari e casuali (l'ultimo nell'atrio dell'albergo Jolly, qui a Palermo: quando lui era venuto a cercare attori per Le mille e una notte). Ma io mi sentivo sempre un suo amico; e credo che anche lui nei miei riguardi.
C'era però come un'ombra tra noi, ed era l'ombra di un malinteso. Credo che mi ritenesse alquanto -come dire? - razzista nei riguardi dell'omosessualità. E forse era vero, e forse è vero: ma non al punto da non stare dalla parte di Gide contro Claudel, dalla parte di Pier Paolo Pasolini contro gli ipocriti i corrotti e i cretini che gliene facevano accusa. E il fatto di non essere mai riuscito a dirglielo mi è ora di pena, di rimorso. Io ero — e lo dico senza vantarmene, dolorosamente - la sola persona in Italia con cui lui potesse veramente parlare. Negli ultimi anni abbiamo pensato le stesse cose, detto le stesse cose, sofferto e pagato per le stesse cose. Eppure non siamo riusciti a parlarci, a dialogare. Non posso che mettere il torto dalla mia parte, la ragione dalla sua.
E voglio ancora dire una cosa, al di là dell'angoscioso fatto personale: la sua morte - quali che siano i motivi per cui è stato ucciso, quali che siano i sordidi e torbidi particolari che verranno fuori — io la vedo come una tragica testimonianza di verità, di quella verità che egli ha concitatamente dibattuto scrivendo, nell'ultimo numero del «Mondo», una lettera a Italo Calvino.

Da Nero su nero, Einaudi, 1980


*****
 
Leonardo Sciascia
Il Salò di Pasolini
 

[...] Ho visto una volta, per cinque minuti, un film pornografico. A differenza di Catone nell’epigramma di Marziale (tradotto da Concetto Marchesi: “Tu conoscevi il dolce rito della giocosa Flora /e l’allegria della festa e la libertà della gente / E allora perché sei venuto al teatro, o severo Catone? / O sei venuto solo per questo: per uscirne?”), non sapevo quali sarebbero state le mie reazioni di fronte a un simile spettacolo. Presumevo anzi mi sarebbe piaciuto, piacendomi la letteratura erotica e libertina. Mi sono invece trovato davanti a dei corpi umani ridotti a pura e triste meccanica e ho fatto l’immediata constatazione che di pornografico, in un film pornografico, ci sono soltanto gli spettatori. Se fossi rimasto oltre, mi sarei molto annoiato e un po’ vergognato.

Giorni addietro, a Roma, vedendo l’ultimo film di Pasolini mi sono trovato in una condizione del tutto diversa. Questo per dire subito che se sono arrivato a sperare che questo film lo vedano in pochi, ci sono arrivato da ben altra parte. Mentre le immagini scorrevano sullo schermo, non mi sono sentito pornografo ma vittima. Vittima del dovere di vederlo, vittima dell’attenzione con cui ho sempre seguito Pasolini, vittima - perché non dirlo? - del mio cristiano amore per lui, di un amore che forse sfiora il concetto - cristiano e cattolico - della reversibilità. Ho sofferto maledettamente, durante la proiezione. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a non chiudere gli occhi, davanti a certe scene: e nel buio diciamo fisico che si faceva in me, precario conforto a quell’altro, morale e intellettuale, che dilagava dallo schermo, disperatamente e come annaspando, cercavo nella memoria immagini d’amore. Poi venne, da una delle vittime, da una di quelle che anche nelle didascalie iniziali, coi loro nomi anagrafici, sono definite vittime - venne l’invocazione- chiave, l’invocazione che spiegò il senso del film e l’impressione che produceva in me: “Dio, perché ci hai abbandonati?”. Lo stesso grido di Cristo nel Vangelo di Marco: “Eloi, Eloi, lama sabactani?”. A questo punto, a spezzare provvidenzialmente l’effetto del film, mi affiorò il ricordo di una battuta di Jean Paulhan quando testimoniando a favore di Jean-Jacques Pauvert, imputato per la ristampa delle opere di Sade che veniva facedo, alla domanda del giudice: “Dunque lei non crede che le opere di Sade siano pericolose?”, aveva risposto: “Pericolosissime: conosco una ragazza che dopo averle lette si è fatta monaca”. Questa battuta, meno paradossale di quanto sarà parsa al giudice (nella migliore delle ipotesi: che è possibile l’abbia intesa a carico invece che a discarico di Pauvert), veniva a porre la questione del film di Pasolini in rapporto alla censura, e il problema stesso della censura, nei termini più esatti e più giusti. Il film di Pasolini è senza dubbio importante: importante come conclusione della sua autobiografia, importante per chi come me sente il bisogno di ricostruire la sua vita, di spiegarsela, di capirla con umiltà e insieme con pietà; di capire la sua scelta, di capire il suo “suicidio”. Ma a che serve, per la generalità degli spettatori; a che serve per le masse che lo consumeranno? Lasciando da parte i pochissimi che a vederlo possono sentirsi insorgere delle latenti perversioni o trovare una forma di appagamento a quelle coscienti, i più non ne avranno che nausea e dolore: e o sentiranno l’impulso di ripagare con la violenza tanta violenza (magari sfasciando il cinema) o sentiranno tanta disperazione e dannazione da trovarsi ad invocare Dio come nel film la vittima, come la ragazza di cui dice Paulhan che si è fatta monaca dopo aver letto Sade. Ora, decisamente, tanto per stare alla battuta di Paulhan, è appunto questo che non vogliamo: che le ragazze si facciano monache.

Facendo il film che ha fatto, Pasolini ci ha avvertito di questo pericolo. E anche morendo come è morto: di una morte in cui gli elementi “libertari” sono sovrastati e annichiliti dagli elementi “cattolici”. Ma noi dobbiamo difendercene. E non dico noi per questa società, questo Stato, tutto quello che Vittorini chiamerebbe morte e putredine - che hanno se mai non il diritto di difendersi ma il dovere di dissolversi; ma noi che ormai sappiamo quello che siamo e quello che vogliamo: anche se stretti tra le delusioni storiche nuove e le tentazioni metafisiche vecchie.
 
Di Leonardo Sciascia
(Rinascita, n. 49, 12 dicembre 1975)
 


 
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domenica 14 febbraio 2016

Pasolini, amo la vita ferocemente, disperatamente.

"ERETICO & CORSARO"
 
 

Pasolini intervistato da Louis Valentin
Intervista pubblicata su Lui, n. 1., giugno 1970.
di Louis Valentin



È stato detto che molte volte che lei ha tre ‘idoli’: Cristo, Marx e Freud… Che cosa ci risponde?

Che sono soltanto formule. La realtà è il mio unico idolo. Se ho scelto di fare il cinema, oltre che scrivere libri, è stato perché, invece di esprimere questa realtà con dei simboli come sono le parole, ho preferito servirmi di un altro mezzo, che è il cinema, per poter esprimere la realtà con la realtà.

Potrebbe esprimere con le parole, così come lei la percepisce soggettivamente, la realtà dei giovani d’oggi, che, a quanto sembra, l’appassiona?

La gioventù, se non altro una certa gioventù che rappresenta la maggioranza, la massa uniforme della società attuale, ha perso del tutto il desiderio di cultura. È ignorante e non vuole ammetterlo. E il pericolo sta nel fatto che essa trasforma la propria ignoranza in una ideologia, una barricata dietro la quale si nasconde scandendo i suoi slogan. Soltanto una minima percentuale di studenti ha letto Proust, Sartre o Marcuse. La cultura è arrivata al punto di saturazione. Ogni letteratura è una letteratura da ‘papà’.

Perché il rifiuto della cultura?

Perché la cultura coincide con il padre, la madre, la Chiesa, tutti i tabù della famiglia e della società. È sempre stato così. La gioventù ha sempre rinnovato la cultura a cominciare da quella del padre. Si opponeva al padre, il che implicava un sentimento di angoscia, un presagio di morte, un masochismo mitico. Uccidere il padre, anche sotto questa forma, rappresenta un masochismo assoluto, un costante senso di colpa. Oggi solo un’élite osa opporsi alla cultura del padre. Il suo sentimento di morte si è moltiplicato in questo mondo barbaro fatto di città-prigione, di autostrade implacabili, di cattivo cinema, di cattivi programmi televisivi, di informazioni false e povere di contenuto. La tecnica nega l’arte. Bisogna servirla, la tecnica, altrimenti è l’angoscia, la morte. Si impone, annienta ogni sentimento che non sia pronto a sottostarle. Uccide l’umanità, vale a dire l’umano nell’uomo. Fermarsi, rifiutare una situazione, cercare per altre vie, porsi degli interrogativi, in una parola educarsi, significa sottoporsi a una tale tensione, a una marcia controcorrente così faticosa che solo un’élite (e domani una superélite) potrà permettersi, accettando la morte, il retaggio sociale di affrontare il problema. Ecco perché la gioventù tace, si limita ad andare avanti con gli occhi fissi sulle tracce della macchina. Avanza al suono di una marcia fatta di cattiva musica, con l’attenzione requisita da una televisione retrograda, incoraggiata da un cinema spesso innominabile, da una sessualità anarchica. Non è musica d’arte o d’amore, questa, ma uno sterile balbettio che obbliga la gioventù a rifugiarsi nella produttività consumistica. Ecco perché la gioventù tace ed è lei, del resto, che scrive la storia.

L’amore potrebbe migliorare questa situazione drammatica?

La società non vuole più amore. Lo rifiuta, perché l’amore si oppone al lavoro e allenta i tempi di produzione. Era necessario infangare l’amore, la propria dignità, il rispetto di se stessi. Tuttavia anche l’amore può essere utilizzato, ma per aumentare la produttività. Si vendono macchine? No. Si vende l’immagine di una coppia che si abbraccia sui sedili: ecco che cosa mettono in mostra i manifesti, che cosa propone la pubblicità. Una donna nuda sul tetto di una macchina e noi compriamo l’automobile. Di che colore? Rosso! Non ci ricordiamo neppure della marca. Negli Stati Uniti, paese tecnicamente più progredito del nostro, i giovani protestano contro la tecnica per mezzo dell’antitecnicismo. E allora nascono il fenomeno hippy, i capelloni, la comunità che può divenire concentrazionaria, la rivolta rabbiosa manifestata con l’azione.

Dunque non è necessario far rivivere l’amore? Non si può tentare di esaltare la coppia?

E perché? Non ho mai visto la coppia così trionfante e così sublimata come oggi. Persino nei movimenti studenteschi, a Roma, Milano, Parigi, non ho mai visto per le strade così tanti contestatori dei due sessi marciare sotto braccio. E non ho visto affatto contestatori baciarsi, uomini far la corte ad altri uomini, donne ad altre donne. La gioventù è profondamente moralista. Riproduce il moralismo del padre, della società. L’eros libero, etero o omosessuale, anarcoide, esiste forse nell’alta borghesia, ma allora non è che una deviazione ipocrita.

Poiché per lei non esiste la coppia, pensa allora che sia meglio vivere soli o in gruppo?

È una falsa alternativa. Una trovata ipotetica, sulla falsariga dei modelli antichi. La solitudine rappresenta l’ascesi, la santità. Si tratta di una reazione feudale ed egocentrica, la paura di affrontare il problema. Vivere in gruppo è una forma di suicidio, spesso è la droga, questa specie di fittizia parete divisoria che si frappone tra te stesso e il prossimo; altra solitudine che serve a ritrovare la solitudine nella tomba, poiché non si è mai soli finché non si è morti.
Anche drogarsi significa rifiutare la cultura. I giovani si drogano per automatismo, per autodistruzione e per trovare attenuanti alla loro sottocultura. Anche Cocteau si drogava, ma lo faceva per la sua cultura. Per i giovani è diverso, la droga non li rende certo inclini alle cose migliori. Nel delirio dell’hascisc, della marijuana esaltano la cattiva pittura o il cinema scadente uscito dalle caves… l’unico consiglio che posso dar loro è quello di farsi una cultura: poi, se ne sono ancora capaci, prendano pure la droga. Ma non bastano blue-jeans e maglioni per diventare Sartre, né un pizzico di polverina per diventare Aldous Huxley…

E lei, che cosa faceva alla loro età? com’è stata la sua gioventù?

Dare delle spiegazioni, rifare il mondo parlando di me, scusarmi guardandomi alle spalle, molto indietro nel tempo, dire ‘nacqui’, ‘vissi così e così’, coniugarmi al passato remoto… no, non posso. Non ne ho né la forza fisica né quella morale necessarie. Bisognerebbe poter rivivere ogni secondo, riprovare le sensazioni di allora. Le autobiografie sono sempre false, perché compiacenti o suicide; le biografie, almeno una verità ce l’hanno: come si vuole far apparire gli altri (…)

Qual è la sua definizione dell’amore?

Quando manca l’amore la gente cessa di vivere. Viene annientata. È la malinconia, la fine di tutto. La società se n’è accorta ed ecco perché cerca tanto di esaltare l’amore. È una chiave della produttività. Senza l’amore l’uomo non può produrre. Però, nello stesso tempo, ogni tipo di società reprime il mondo sessuale, perché l’energia che l’uomo consuma nel fare l’amore non va a beneficio del capitale. Ogni società è innanzitutto puritana; noi crediamo di vivere in un periodo di piena libertà sessuale, è un’illusione. Il giorno in cui l’umanità avrà raggiunto la completa industrializzazione assisteremo all’avvento di un drastico moralismo pari a quello delle società più arretrate. Se hanno inventato le ore di lavoro straordinario non è stato per impedire i rapporti sessuali ma per regolamentarli secondo norme sociali. Così l’amore è diventato la ricompensa al lavoro fornito per lo sviluppo dell’industrializzazione.

Allora l’amore diventerà il simbolo del frutto proibito?

La società impedisce di conoscere la potenza dell’amore e di applicarla veramente. Insinua nell’individuo un concetto falso dei suoi desideri e della sua libido. Vuole che l’uomo abbia dell’amore un’idea sbagliata, come l’ha di se stesso.

Non pensa che l’uomo cerchi per disperazione di oltrepassare i propri limiti sessuali?

Chi vuole far questo si perde all’infinito. L’aldilà dell’amore è la follia. Fortunatamente esiste l’economia sessuale, un dispositivo di sicurezza, di correzione. Oltre un certo limite l’eros si autoblocca.

Può esserci amore senza rapporti sado-masochisti?

Nemmeno per idea. Ma chi ha cominciato per primo, Sade o Masoch? È la vecchia storia dell’uovo e la gallina. L’equilibrio di queste due forze è la risultante dell’equilibrio umano.

Nel realizzare i suoi film, specialmente Teorema, ha avuto l’impressione di fare un’opera utile?

Non mi interessa, non è questo il mio scopo. Io non voglio essere né paternalista, né pedagogo, né propagandista, né apostolo… Quando un’opera culturale diventa scienza, cessa di essere cultura. La psicoanalisi non è cultura, ma scienza applicata. Studiare l’energia atomica e costruire bomba H non è affatto la stessa cosa. Soltanto il contenuto interiore di un’opera è utile, per questo ogni opera autentica, più che utile, è terapeutica.

Lei afferma decisamente che la coppia non esiste più. Ma in senso fisiologico come è possibile negarne l’esistenza?

Certo, fisiologicamente non possiamo negare la coppia, l’accoppiamento. Ma considerata come nucleo familiare la coppia non esiste più. Il neocapitalismo non ha più bisogno della famiglia, come non ha più bisogno della Chiesa. Le lascia in vita, ecco tutto, e quelle sopravvivono. L’educazione dei figli oggi non avviene più nella famiglia, ma nel gruppo. Sì, credo proprio che la nostra generazione stia assistendo alla fine di un mondo. La base della società ha assunto altri valori, è divenuta un rapporto tra consumatore e produttore. Perché i giovani scappano da casa? Lo conosco bene il problema. Ne ho incontrati un sacco e ho parlato con tutti. Il movente è sempre quello di vent’anni fa: miseria, genitori che non vanno d’accordo, sempre le solite ragioni, classiche, anarcoidi, arcaiche, retrograde. Ma questi giovani non conoscono il proprio problema e nascondono la vera causa dietro simboli di avanguardia: libertà, ricerca di assoluto, contestazione. Ho conosciuto un ragazzo di vent’anni che era scappato di casa. Ha parlato con me e io l’ho ascoltato. Poi gli ho detto chiaramente: “Sei scappato di casa perché hai preso una cotta per la tua matrigna e volevi dare l’amore con lei”. È rimasto annientato, non voleva confessare la verità. Diceva che l’aveva fatto perché voleva venire a Roma a contestare con gli studenti. Nascondeva la sua rivolta freudiana dietro una rivoluzione sociale. E oltre a questo, la sua fuga aveva un motivo più attuale: voleva inserirsi nella vita di gruppo e riceverne un’educazione. Ogni ragazzo, per imporsi nel gruppo, contesta con e contro gli altri, e così facendo si porta dietro le vecchie abitudini: moralismo, utilitarismo. Ora, per un vero rivoluzionario niente è utile o inutile, quel che conta è l’azione. L’utilità è ancora una nozione borghese.

Qual è il suo atteggiamento davanti al fenomeno dell’omosessualità?

Ho già detto che la coppia, considerata come nucleo familiare, è ormai un’eresia, un’alienazione. Dal momento che la coppia è codificata si autodistrugge. La società rifiuta tutto ciò che non è codificato perché potrebbe mettere in crisi i suoi statuti. L’omosessualità minaccia la società ed è inconcepibile in qualsiasi organismo o comunità, anche tra i più conformisti. Pensiamo soltanto all’omosessualità alla Fiat. Perché dal momento in cui si accetta la nozione di non-coppia, di non-famiglia, si deve rifiutare l’amore verso l’altro, chiunque sia, di qualunque razza e sesso si presenti? Nella società la donna è stata sempre considerata un essere inferiore. Essa nasce con una sua precisa funzione prestabilita: fare figli. Se i nazisti non avessero avuto bisogno delle donne per questa funzione, se la società fosse stata completamente industrializzata, è probabile che essi avrebbero chiuso nei lager i polacchi, gli ebrei, gli zingari e le donne. Se non lo hanno fatto è stato per ragioni pratiche, per fabbricare figli: dico fabbricare, non mettere al mondo. La donna per loro esisteva in quanto macchina di riproduzione. Ma l’omosessuale, che è socialmente improduttivo? La sua sorte è ancora peggiore. È un respinto e per questa sua condizione dovrebbe o accettare la ripulsa, e soffrirne, o andare controcorrente, e soffrire lo stesso.
Normalità e anormalità sono ancora nozioni borghesi. L’unica anormalità che la società capitalistica tollera ancora è la donna. Raramente essa cerca o riesce a scuotersi di dosso la sua condizione di esclusa. La società fa di tutto per impedire alla donna di essere libera, e quando le permette di svolgere attività o professioni tipicamente da uomini, bisogna vedere di quali uomini si tratta e come vengono considerate le donne in questione. Basta guardare i programmi televisivi: vi sembra che possano emancipare la donna? L’unica libertà che le viene concessa è una libertà sessuale che in effetti è il contrario della libertà, è una forma di repressione sadica. La serie di film erotica lo dimostra a sufficienza. Essi servono, tutt’al più, a conservare i bassi istinti freudiani e nello stesso tempo a far prosperare la produttività nell’avvilimento, con le ore di straordinario, il risparmio, ecc.
La donna sarà la risultante di questo sistema di lavoro, il ricettacolo dei bisogni creati dalla società Ecco perché io cercherò sempre di indirizzare la donna per restituirla a se stessa senza nessun condizionamento. Per me una donna ha tutto il diritto di essere liberata, e pura, e idealizzata, come mia madre.


Ama la vita?


L’amo ferocemente, disperatamente. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza, con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro. 


 
 
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La rabbia raccontata da Pasolini

"ERETICO & CORSARO"
 
 
 
La Rabbia di Pier Paolo Pasolini
(in risposta ad un lettore che gli aveva rivolto alcune domande sul film),
apparso sul n. 38 del 20 settembre 1962 della rivista "Vie nuove".
è stato raccolto, insieme ad altri interventi, nel volume Le belle bandiere,
a cura di Gian Carlo Ferretti, Ed. Riuniti.


«E' un film tratto da materiale di repertorio (novantamila metri di pellicola: il materiale cioè di circa sei anni di vita di un settimanale cinematografico, ora estinto). Un'opera giornalistica, dunque, più che creativa. Un saggio più che un racconto. Per dargliene un'idea più precisa, le accludo il "trattamento" del lavoro: le solite cinque paginette che il produttore chiede per il noleggio. Tenga quindi conto della destinazione di questo scritto: una destinazione che implica da una parte una certa ipocrita prudenza ideologica (il film sarà molto più decisamente marxista, nell'impostazione, di quanto non sembri da questo riassunto), e dall'altra parte una certa goffaggine estetica (il film sarà molto più raffinato, nel montaggio e nella scelta delle immagini, di quanto non si deduca da queste affrettate righe).

Cos'è successo nel mondo, dopo la guerra e il dopoguerra?

La normalità. Già, la normalità. Nello stato di normalità non ci si guarda intorno: tutto, intorno si presenta come "normale", privo della eccitazione e dell'emozione degli anni di emergenza. L'uomo tende ad addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l'abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è.

E' allora che va creato, artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica. Ci sono stati degli avvenimenti che hanno segnato la fine del dopoguerra: mettiamo, per l'Italia, la morte di De Gasperi.

La rabbia comincia lì, con quei grossi, grigi funerali.

Lo statista antifascista e ricostruttore è "scomparso": l'Italia si adegua nel lutto della scomparsa, e si prepara, appunto, a ritrovare la normalità dei tempi di pace, di vera, immemore pace. Qualcuno, il poeta, invece, si rifiuta a questo adattamento.

Egli osserva con distacco - il distacco dello scontento, della rabbia - gli estremi atti del dopoguerra: il ritorno degli ultimi prigionieri, ricordate, in squallidi treni, il ritorno delle ceneri dei morti... E... il ministro Pella, che, tronfiamente, suggella la volontà dell'Italia a partecipare all'Europa Unita. E' così che ricomincia nella pace, il meccanismo dei rapporti internazionali. I gabinetti si susseguono ai gabinetti, gli aeroporti sono un continuo andare e venire di ministri, di ambasciatori, di plenipotenziari, che scendono dalla scaletta dell'aereo, sorridono, dicono parole vuote, stupide, vane, bugiarde.

Il nostro mondo, in pace, rigurgita di un bieco odio, l'anticomunismo. E sul fondo plumbeo e deprimente della guerra fredda e della Germania divisa, si profilano le nuove figure dei protagonisti della storia nuova.

Krusciov, Kennedy, Nehru, Tito, Nasser, De Gaulle, Castro, Ben Bella.

Finché si arriva a Ginevra, all'incontro dei quattro grandi: e la pace, ancora turbata, va verso un definitivo assestamento. E la rabbia del poeta, verso questa normalizzazione che è consacrazione della potenza e conformismo, non può che crescere ancora.

Cos'è che rende scontento il poeta?

Un'infinità di problemi che esistono e nessuno è capace di risolvere: e senza la cui risoluzione la pace, la pace vera, la pace del poeta, è irrealizzabile.

Per esempio: il colonialismo. Questa anacronistica violenza di una nazione su un'altra nazione, col suo strascico di martiri, di morti.

O: la fame, per milioni e milioni di sottoproletari.

O: il razzismo. Il razzismo come cancro morale dell'uomo moderno, e che, appunto come il cancro, ha infinite forme. E' l'odio che nasce dal conformismo, dal culto della istruzione, dalla prepotenza della maggioranza. E' l'odio per tutto ciò che è diverso, per tutto ciò che non rientra nella norma, e che quindi turba l'ordine borghese. Guai a chi è diverso! questo il grido, la formula, lo slogan del mondo moderno. Quindi odio contro i negri, i gialli, gli uomini di colore: odio contro gli ebrei, odio contro i figli ribelli, odio contro i poeti.

Linciaggi a Little Rock, linciaggi a Londra, linciaggi in Nord Africa; insulti fascisti agli ebrei.

E' cosi' che riscoppia la crisi, l'eterna crisi latente.

I fatti d'Ungheria, Suez.

E l'Algeria che comincia piano piano a riempirsi di morti.

Il mondo sembra, per qualche settimana, quello di qualche anno avanti. Cannoni che sparano, macerie, cadaveri per le strade, file di profughi stracciati, i paesaggi incrostati di neve. Morti sventrati sotto il solleone del deserto.

La crisi si risolve, ancora una volta, nel mondo: i nuovi morti sono pianti e onorati, e ricomincia, sempre più integrale e profonda, l'illusione della pace e della normalità'. Ma, insieme alla vecchia Europa che si riassesta nei suoi solenni cardini, nasce l'Europa moderna: il neocapitalismo; il Mec, gli Stati Uniti d'Europa, gli industriali illuminati e "fraterni", i problemi delle relazioni umane, del tempo libero, dell'alienazione.

La cultura occupa terreni nuovi: una nuova ventata di energia creatrice nelle lettere, nel cinema, nella pittura. Un enorme servizio ai grandi detentori del capitale. Il poeta servile si annulla, vanificando i problemi e riducendo tutto a forma.

Il mondo potente del capitale ha, come spavalda bandiera, un quadro astratto.

Così, mentre da una parte la cultura ad alto livello si fa più raffinata e per pochi, questi "pochi" divengono, fittiziamente, tanti: diventano "massa". E' il trionfo del "digest" e del "rotocalco" e, soprattutto della televisione. Il mondo travisato da questi mezzi di diffusione, di cultura, di propaganda, si fa sempre più irreale: la produzione in serie, anche delle idee, lo rende mostruoso. Il mondo del rotocalco, del lancio su base mondiale anche dei prodotti umani, è un mondo che uccide.

Povera, dolce Marylin, sorellina ubbidiente, carica della tua bellezza come di una fatalità che rallegra e uccide.

Forse tu hai preso la strada giusta, ce l'hai insegnata. Il tuo bianco, il tuo oro, il tuo sorriso impudico per gentilezza, passivo per timidezza, per rispetto ai grandi che ti volevano così, te, rimasta bambina, sono qualcosa che ci invita a placare la rabbia del pianto, a voltare le spalle a questa realtà dannata, alla fatalità del male.

Perché: finché l'uomo sfrutterà l'uomo, finché l'umanità sarà divisa in padroni e in servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui.

E ancora oggi, negli anni sessanta le cose non sono mutate: la situazione degli uomini e della loro società è la stessa che ha prodotto le grandi tragedie di ieri.

Vedete questi? Uomini severi, in doppiopetto, eleganti, che salgono e scendono dagli aeroplani, che corrono in potenti automobili, che siedono a scrivanie grandissime come troni, che si riuniscono in emicicli solenni, in sedi splendide e severe: questi uomini dai volti di cani o di santi, di jene o di aquile, questi sono i padroni.

E vedete questi? Uomini umili, vestiti di stracci o di abiti fatti in serie, miseri, che vanno e vengono per strade rigurgitanti e squallide, che passano ore e ore a un lavoro senza speranza, che si riuniscono umilmente in stadi o in osterie, in casupole miserabili o in tragici grattacieli: questi uomini dai volti uguali a quelli dei morti, senza connotati e senza luce se non quella della vita, questi sono i servi.

E' da questa divisione che nasce la tragedia e la morte.

La bomba atomica col suo funebre cappuccio che si allarga in cieli apocalittici è il futuro di questa divisione.

Sembra non esservi soluzione da questa impasse, in cui si agita il mondo della pace e del benessere. Forse solo una svolta imprevista, inimmaginabile... una soluzione che nessun profeta può intuire... una di quelle sorprese che ha la vita quando vuole continuare... forse... Forse il sorriso degli astronauti: quello forse, è il sorriso della vera speranza, della vera pace. Interrotte, o chiuse, o sanguinanti le vie della terra, ecco che si apre, timidamente, la via del cosmo.»


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