lunedì 1 febbraio 2016

Pier Paolo Pasolini, "Umori» di Bartolini" - Architrave.

"ERETICO & CORSARO"



«Umori» di Bartolini


Non voglio qui parlare della poesia in versi di L. Bartolini, e delle sue acqueforti, ma limitare il discorso alla sua prosa, o, meglio, alle sue prose migliori. Chi pensi «Bartolini» non può pensare subito che ad un avvenimento eccezionale, direi quasi privato, che di giorno in giorno accade nella nostra odierna letteratura: ed è proprio in suo diuturno accadere che si è venuta costituendo, anzi stratificando una prosa bartoliniana, staccata da qualsiasi intenzione o premeditazione: e quindi serenamente scioltasi dal timore di una possibile decadenza, espresso dal De Robertis, quando, in uno scritto del '30 su <<Passeggiata con la ragazza>>, si era chiesto: «s'accosterà un giorno (Bartolini) a temi più calmi, senza più quel tono improvviso, avventuroso, lirico a oltranza? E troverà i mezzi adatti, quel tanto di riposo mentale necessario a opere mature?».
Tutto questo è stato dal Nostro raggiunto, al di fuori di qualsiasi programma: e così, come il De Robertis rivendicò in quelle vecchie pagine del Bartolini un' «aria di gioventù», un «essere e parere giovani» non come «uno dell'ultima generazione», ed in questo indicò la sua presenza prepotente nell' «orto ben pettinato delle lettere» odierne, così noi ora ritroviamo il Nostro, intatto, fedele a sé stesso, anche se al posto della sua sanguigna, scontrosa, ribelle gioventù, c'è ora una maturità più attenta e sofferta, se non meno scontrosa e ribelle. E se «tra le tante sue facce» si fa «sempre più in luce quella del moralista», non ce ne dispiace affatto, anzi, per questo, forse, lo abbiamo più caro.

Bartolini non ha mai resistito alla tentazione di «scendere tra gli uomini»; e se dopo, mettiamo, aver contemplato le vecchie al mercato ( « ... portano non meno di tre sottane: la esterna e la seconda che è di roba turchina con righette orizzontali per orlo, orlo listato da un palmo di velluto nero sino ... Alzano le vecchie donne la prima e la seconda sottana e, se uno sta ad osservare bene, si vedono, se per sbaglio la vecchia s'alza un lembo della terza sottana, gambacce con le vene varicose e col "giudizio", ossia il sudiciume al ginocchio ... »), dopo averle così contemplate, dunque, vuol trarne una sua morale («E così fanno perché sono al limitare dell'esistenza; mettono da parte e tengono da conto per paura di perdere e non riavere; giacché sanno, da natura, che più nulla avranno. Sono come le piante che hanno più radice che fiore»), tanto meglio, per il piacere che abbiamo tratto da questa morale, che non è un concetto, ma una descrizione: e commoventissima. Del resto il giudizio o morale bartoliniana non è che una specie di «finale» o di «presto» strettamente unito, e sortito direttamente da quello che, più innanzi, chiamerò il suo «umore».

Così la prosa del Nostro, tutta affidata al proprio umore, alla luna buona e cattiva, dell'ilare o malo risveglio mattutino, si è venuta imponendo alla nostra attenzione, che si è, un po' alla volta, tramutata in vero e proprio affetto. E nient'altro che affetto, in noi, poteva corrispondere alla maschia confessione bartoliniana, uscita pudicamente, scontrosamente, dalla sua penna, quasi a denti stretti, talvolta; altra volta, come nei suoi primi libri (Passeggiata con la ragazza), gridata a voce alta e piena, sino a rivelarne il sangue e la carne, ma sempre con un sordo pudore, che, intervenuto nel discorso come un improvviso interrompimento, lo tramutava, lo accigliava, quasi accorandolo. In realtà, sempre, in fondo alla voce forte e burbera di Bartolini, trema un nodo di pianto: pianto umano, quasi fanciullesco. Si guardi <<Morte di Umano>> nel suo ultimo libro. E in questo fondo di pianto, niente affatto spleenetico o letterario e non nel senso generico di malinconia e tristezza, giace la parte più remota e forse meno nota di Bartolini: è da essa che risale alla superficie la gamma versicolore dell'umor suo, tetro e bizzarro, come una sorta di alterna vittoria e sconfitta, astio o benignità, avvenuta nel suo intimo più segreto, ed emersa poi nella pagina scritta.

Per questo, io credo, della sua prosa finora non è stata data una definizione critica, che, circoscrivendola, la ponga con una vera luce nell'ambito della nostra letteratura odierna. E tale definizione manca anche perché, dato il proprio modo di essere, il Nostro non ha in letteratura che nemici e amici: e sia gli uni che gli altri, per eccesso di vigore, non saranno in grado di studiarlo serenamente.

Non basterà chiamare la scrittura bartoliniana semplicemente «prosa», come si suole, in quanto non narrativa, ché questo sarebbe un porre ·la questione e non risolverla: «capitolo» anche è fu ori luogo per la pagina del Nostro, nata, è vero, nel pieno fiorimento di quello, e indubbiamente influenzatane, ché la prosa di Bartolini è lontana dal capitolo cecchiano, quanto da uno è lontano altro stile.

E se del vecchio racconto o abbozzo realistico è inutile anche fare il solo nome, come invece .avviene nella fascetta pubblicitaria del Ca ne scontento, d'altra parte se l'ispirazione bartoliniana è essenzialmente lirica, lo è al di fu ori da ogni liricità in quanto purezza o essenziale perfezione: Bartolini ha bisogno del molteplice e del prosaico, seppur come un padrone ha bisogno del proprio schiavo. Così, se da una parte la sua poesia in versi sembra un inasprimento, una estrema conclusione della sua prosa, la sua prosa è sempre sostenuta e tesa da un frasario vigorosamente poetico: e in un periodo, in una pagina basta trovare «sinistra mano» invece di «mano sinistra », perché tutto il senso ne sia stravolto e poetizzato. E allora vorrei riportarmi a quanto dicevo inizialmente, a quella foga di umori che, rinverginata di volta in volta dalla sua stessa condizione di umore, resta tutta chiusa, errata e perfetta nella pagina che da essa nasce. Allora, infine, prendendo lo spunto da una vecchia frase del De Robertis («Quell'umore che è, direi, il lievito all'arte di Bartolini ... diventa una forza viva e operante, e i paesi, perfino una pianta, un fiore, un filo d'erba ne son pieni, parlan per sé») , vorrei distinguere la pagina, il capitolo bartoliniano sotto il nome di «umore», mutando, quasi in una sorta di solidificamento, il senso di questa parola.

«Umore» che, in mezzo alla verità delle pagine, trova la sua unità di tono in quel fondo di pianto - che dicevo - ora domato ora vincitore, e, nell'arco di queste vittorie e sconfitte la sua ammirevole quantità di forme, che, dalla collera amorosa alla tetra bizzarria, dalla benigna serenità alla strafottenza, cerca la sua estrema liberazione in un acerbo moraleggiare.

L'orso, ed altri amorosi capitoli è il miglior indice di questi umori: la lucidità della propria visione poetica vi è matura, e sicura la propria condizione etica; nessun dubbio, nessun compromesso; c'è la certezza di sé, la potenza di sé con cui si costruiscono i capolavori.

Ora, avrei voluto soffermarmi, esaminare qua e là questo bellissimo libro, ma, avendolo aperto, sopraffatto dal piacere dei ricordi e dal soverchiare delle postille, ho dovuto cedere e rimandare ad altra data un particolare discorso sopra di esso: vorrei solo dire, qui, che non soltanto nell'arco ideale domina Passeggiata con la ragazza; col Cane scontento (che, pur contenendo cose bellissime, mi par opera di passaggio da una certezza e potenza di sé, ad un'altra, più distesa, serena, paterna) , esso, L'orso tiene un posto preminente e degno di lungo futuro.



Biblioteca Universitaria di Bologna, collocazione 2118/PER. 10220.
Progetto a cura di Maurizio Avanzolini (Biblioteca dell'Archiginnasio).
I documenti digitalizzati appartengono alle raccolte di:
Biblioteca dell'Archiginnasio
Biblioteca Universitaria di Bologna
Centro studi-archivio Pier Paolo Pasolini - Bologna
Archivio storico dell'Università di Bologna
Biblioteca Cantonale di Lugano  



 Fonte:
http://badigit.comune.bologna.it/mostre/pasolini42/index.html 
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