lunedì 30 maggio 2016

Pier Paolo Pasolini - Dino e Biografia ad Ebe, «ll Setaccio» III, 4 febbraio 1943, pag. 11 e 12.

"ERETICO & CORSARO"



Dino e Biografia ad Ebe


«ll Setaccio», III, 4, febbraio 1943, pag. 11 e 12.
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Terminati - agli effetti di una specie di evoluzione letteraria i cui risultati ultimi sono culturalmente e sentimentalmente i più interessanti - i cicli creativi della generazione di un Papini, di un Soffici, di un Cecchi, e poi di un Bonsanti, di un Gadda Conti, di un Barili, e poi ancora, o quasi, di un Zavattini o di un Vittorini, la narrativa italiana sembra ora continuare il suo moto dalle pagine di giovani e giovanissimi scrittori che «Rivoluzione», «Lettere d'oggi» etc., vanno pubblicando con discreta frequenza. Non avremo la pretesa di definire - cosa del resto ancora inattuabile - il modo di narrazione caratteristico della generazione più vecchia - potremo dire del la generazione della guerra '14-18 -; ad ogni modo tale maniera narrativa ci appare ormai come precisata dentro di noi, se non ancora con rigore critico, tuttavia con una certa buona approssimazione di gusto. Insomma, nessuno può esitare nel giudicare il tempo di un libro come <<Un uomo finito >>, o <<Kobilek >>, o <<Pesci rossi>>, o <<Tre croci>>, etc. fino - oserei dire - a <<Nome e lacrime>> o anche a <<Gli anni perduti>>; libri che, pur nella loro indubbia e geniale originalità, proseguono il filo delle esperienze che li hanno di poco preceduti, e in questo proseguimento trovano la loro immediata «classicità». Insomma, romanzi come i due ultimi citati, appena editi, entrano subito come in una zona di chiarezza e risoluzione critica; e il caso dell'autore- se mai ci debba essere un caso - sarà un caso di genio, non un caso di cultura. 

Ma al di fuori di questo filo della narrativa italiana i cui albori sono da far risalire al tempo della Voce, e il cui crepuscolo non e ancora determinabile - e che può, in poche parole, esser fissato sotto l'etichetta del <<capitolo>> o <<prosa d'arte>> - una nuova maniera sta maturando, anche se non è assolutamente lecito non far più il nome di «capitolo» o «prosa d'arte». Insomma - e ci atteniamo ai termini più semplici ed elementari della questione che ha sollevato tante discussioni e polemiche tra i critici italiani -, non si ha certamente - ora - una reazione ai modi narrativi di un Cecchi o di un Palazzeschi, per es.: anzi per quel che riguarda il modo di scrittura, il modo di mettersi a tavolino, mi pare che nessun mutamento sia intervenuto. La lunghezza quantitativa della narrazione, la ricerca verbale, l'interesse stilistico, sussistono, forse, pressoché immutati nella superficie. Qualcosa è mutato dentro, nell'intimo, nel cuore: quell'interesse stilistico che nei nostri Cecchi, Palazzeschi, Soffici etc., era derivato direttamente dalla loro onestà, dal loro vigore, dalla loro educazione anticontenutistica e antitradizionalistica, dalla loro esperienza parigina (che aveva qualcosa di garibaldino), dal loro entusiasmo che non esiterei a chiamare un po' ingenuo; quell'interesse stilistico che non è stato poi così esclusivo e necessario se ha dato, in una generazione di capitalisti, un Bacchelli, e che non è stato neppure così superficiale e aereo se conta, in quella stessa generazione, un Cardarelli; quell'interesse stilistico, insomma permane senz'altro in questi giovani e giovanissimi narratori; però - dicevo - qualcosa è mutato dentro - qualcosa resta fedele, ad orecchio, per cordialità d'educazione e quindi in un modo esterno di scrittura. Il grande cambiamento risulterà più evidente, evidentissimo, quando si scenda ad un particolare ed accurato confronto tra una vecchia pagina di capitolo (poniamo una pagina di <<Pesci rossi>> o del <<Sole a picco>>), e una modernissima, ancora fresca di stampa (poniamo <<Alla periferia>> e <<La malinconia>>), e si vedrà che se la vecchia etichetta è rimasta appiccicata al barattolo, il contenuto di quel barattolo - se non si può dire che è andato a male - è certamente cambiato. Noi vorremmo qui attenerci semplicemente ai risultati - una sorta di serena cronaca -; e una scorsa alle cause di cambiamento forse ci condurrebbe a considerazioni che esulerebbero da un'argomentazione puramente letteraria, verso profondi, inesatti, e talvolta gratuiti approfondimenti umani; i quali poi, non si limiterebbero a presentarsi o a precisarsi nei loro termini di private esperienze, ma ci richiamerebbero a larghe e sempre più profonde ragioni sociali, fino a porci di fronte all'evoluzione di un'intera «Civiltà». (Così una vita intensa, giovane, e vigorosa - donde quell'entusiasmo un po' ingenuo che dicevo - avrebbe caratterizzato la generazione che ci ha preceduto; al contrario una vita fiacca, inattiva e poco combattuta avrebbe invece dato argomento letterario all'ultima generazione. E a darmi ragione potrebbero intervenire certe proteste contro tale disposizione d'animo, apparse in uno degli ultimi numeri di «Primato».) Così, per tornare in sede di risultati puramente letterari, troveremo nel vecchio capitolo una serenità, che se deriva da una brillante ed agile ricerca di stile, trova le sue più profonde ragioni in una inclinazione d'animo che nella pagina scritta ottiene la sua distanza e il suo orgoglioso superamento e obliamento dei fatti umani. Tutto al contrario, nel nuovo capitolo una profonda e ostile tristezza punge sotto la pagina, un accoramento chiuso e irrisolubile, un rimpianto senza consolazione (e, quasi sempre, come in guarita nostalgia, l'infanzia), a cui la forma non dà sollievo, ma li acuisce, anzi, nello sforzo di rappresentare con un'evidenza traslucida, quasi sensibile o tattile. Ed è in tale sforzo di rappresentare quasi fisicamente gli avvenimenti perduti e tramontati nella vita che è necessario ricorrere piuttosto che alla fantasia, alla memoria. Ed è proprio in questo che cade la differenza tra la vecchia e la presente prosa d'arte: la differenza che corre tra il costruire e il rievocare.

Ma lasciamo interrotto per un momento tale esame, e ritorniamo sui nostri passi, a notare la presenza di un altro modo narrativo: la prosa - dirò subito - che proviene direttamente dai testi poetici, e critici, dell'ermetismo. Anche per questa maniera, non è ancora attuabile una definizione critica; ma anche per questa troveremo in noi un'approssimazione di gusto che ce la disegna; (basta pensare a certe pagine di «Prospettive», dove il surrealismo si è raffreddato, concentrato e tornito in una concinnitas quasi classica,  e dove certe prose di campaniana memoria si sono pacificate in un frasario che sconfina spesso con una distanza ed una aridità proprie della critica). È una prosa che «importa l'impegno di mettere irrimediabilmente l'eterno contro il quotidiano, di drammatizzare al'estremo ogni possibile connivenza col senso delle occasioni vissute» (M. Luzi, <<Un'illusione platonica>>). Così, in un certo senso, questa prosa «come affermazione media della propria presenza in un mondo morale nel quale si elabori» (M. Luzi, op. cit.), verrebbe ad essere come complementare ad una poesia, la quale, pur restando <<Storia del cuore non può essere attuale e neppure ha da essere risolta in chiaro o narrazione» (L. Anceschi, introduzione a Lirici nuovi); e insomma, non più la risoluzione suprema della vicissitudine - cioè forma -, e neanche più - per vanità e per eccessivo approfondimento critico - semplicemente diario o narrazione, ma, se mai, confessione, o, meglio ancora ricostruzione della vicissitudine stessa appunto nell' «impegno di drammatizzare all'estremo ogni possibile connivenza col senso delle occasioni vissute>>.

Se quindi avremo accolto, con una certa approssimazione critica, il capitolo della vecchia generazione (es. <<Pesci rossi>>) come una costruzione della fantasia, in cui l'interesse stilistico è un fine che non esclude affatto la frescura di affetti e premure e interessi umani, ritroveremo, ora, nella più recente prosa italiana, da una parte una maniera di scrittura come costruzione non tanto della fantasia quanto della memoria, cioè come rievocazione (es. <<Dino>>), in cui ogni affetto umano e virile sembra arrendersi in un cieco affidarsi al ricordo, consumandosi tutto nell'ultimo e unico sopravvivere della sua presenza, la forma; e ritroveremo dall'altra parte - infine - un modo di scrittura non costruttivo né rievocativo, ma ricostruttivo (es. <<Biografia ad Ebe>>).

Non vorremmo ora venire ad un giudizio più o meno polemico; certo, ad ogni modo, che il debole sia di una scrittura rievocativa, sia di una scrittura ricostruttiva, è facilmente reperibile, né mi sembra il caso di soffermarmici. (Del resto è un fatto che la poesia è raggiungibile attraverso qualsiasi mezzo o precedente teorico: vedi Bilenchi stesso, nel <<Conservatorio di Santa Teresa.)


Quello che, per concludere, mi interessa è un più diretto confronto fra i due testi (Dino e Biografia ad Ebe) che vengono a rappresentare in modo molto significativo i due più moderni modi di scrittura in prosa. Del resto basta riportare da ciascuno dei due libretti un passo caratteristico, e l'accorto lettore potrà da se stesso condurre a fondo il confronto, a conferma di quanto ho qui sopra analizzato e cercato di definire. Ecco un passo da Luzi: «Al piede dei meli la luce si era consumata e un serpe strisciava nell'interno di un rovo. Mia madre mi prese per mano e mi condusse via lungo il sentiero. Seguimmo il muro liscio come una traversa ideale dentro il cielo; poi essa aprì il portello dell'orto. La valle sottostante era prossima al golfo e ancora assai chiara. Crudamente le tamerici apparivano senza alcuna distanza, nello spiazzo vicino alla riva il tufo aveva uno splendore freddo e sotterraneo. Una barca era ferma e il mare animato da un immobile fermento. "Là" disse. Seguendo l'indice della mano, soltanto la luce rimandata dal mare batteva nel cielo silenzioso. Nel profondo un'impercettibile piaga luminosa scalfiva la tenebra ancora immatura, dietro la testa appena ingrossata la casa umida svaniva. Le guerci imbrunivano assorte in un cupo affanno e nell'aria l'odor dell'ozono saliva acremente». Qui l'avvenimento non ritorna - è chiaro - attraverso uno sforzo della memoria, e non è nemmeno un puro gioco della fantasia; piuttosto la fantasia vi è sollecitata dalla volontà, che va alla ricerca di alcune ragioni, quasi logiche, dell'esistenza o dei fatti umani, interpretandoli, e si riferisce a quel lontano evento dell'infanzia come a un necessario simbolo.

Per Bilenchi la scelta del passo è meno agevole, il tono rievocativo provenendo da un continuo e regolare sforzo della scrittura, più che da un luogo isolato, che si presenterà poco significante; tuttavia nelle seguenti righe: «Però non aveva pensato mai come in quel giorno al grano e all'erba verdi e teneri, e all'agnellino che li brucava e al babbo morto. Vagò per le strade piene di gente, per la strada solitaria, arrivò fino all'inizio dei campi. Era dicembre e il grano copriva leggermente la terra rossa», è avvertibile l'eco di quell'atmosfera crepuscolare e pungente; dove ogni parola («verdi», «teneri», «agnellino», «vagò», «inizio dei campi», «dicembre», «grano», «leggermente», «terra rossa»), corrisponde a un senso morto nella vita e non nella memoria, che la fa carica di una scottante e acerba nostalgia.

Pier Paolo Pasolini.
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Pier Paolo Pasolini, Eretico e Corsaro
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mercoledì 11 maggio 2016

Pasolini, una conversazione con Gideon Bachmann - Sviluppo ma non progresso

"ERETICO & CORSARO"





Intervista. Italia, sviluppo ma non progresso
Una conversazione con Gideon Bachmann
Pier Paolo Pasolini


Tu hai scritto un pezzo sul referendum suscitando molte polemiche. Vorrei che lo riassumessi.

Riassumendolo, un po’ lo tradisco e un po’ lo porto avanti... Ho analizzato il referendum italiano e ho detto che ha segnato la grande sconfitta del Vaticano e di Fanfani. Essi hanno perso perché non sono stati in grado di capire che l’Italia era cambiata. Non hanno capito una cosa ovvia: che avrebbero perso in maniera clamorosa, cosa che di fatto è avvenuta. Però a perdere è stato anche il Partito comunista, ed è questa affermazione che ha suscitato tutte le polemiche. Il Pci non ha perso le elezioni; ha perso perché non aveva previsto questa vittoria schiacciante. Non soltanto, ma non avrebbe neanche voluto fare il referendum, il che significa che nemmeno i dirigenti comunisti avevano compreso che l’Italia era enormemente cambiata. Gli sconfitti dunque sono due: le due forze tradizionali che dirigono l’Italia. Entrambe non hanno capito che l’Italia in questi sei-sette anni è andata avanti malgrado loro e al di fuori di loro. È andata avanti troppo rispetto a quello che il Vaticano o Fanfani desideravano. Evidentemente la Dc desiderava che gli italiani avessero un certo tipo di vita, un certo sviluppo; non certamente perché lo volessero loro, ma perché lo voleva il potere industriale che stava alle loro spalle, per cui loro non potevano far altro che appoggiare questo sviluppo. È accaduto però che gli italiani sono andati troppo avanti, hanno valicato il limite, sicché è stata la televisione che di fatto ha convinto gli italiani a votare «No» al referendum. D’altra parte gli italiani sono progrediti – uso questo termine in senso neutro per intendere che sono cambiati – anche al di fuori degli schemi del Partito comunista. Non sono andati avanti sulla via del progresso, ma sulla via dello sviluppo, che i comunisti accettarono illudendosi che esso coincidesse con il progresso. E invece questa identificazione non è avvenuta.

Ma non avviene da nessuna parte!

Nelle grandi nazioni borghesi questo in un certo senso avviene. Lo sviluppo ha una sua tradizione che è coincisa con una forma di progresso sociale. Là dove – come in Francia e in Inghilterra, o in Svezia e in Danimarca – gli ospedali funzionano, le scuole sono dotate di strumenti di studio, i vecchi hanno assicurata la loro vecchiaia, il verde delle città è rispettato e curato, là dove in generale tutte queste cose, che sono problemi dello sviluppo, sono risolte, ebbene lì si può parlare di uno sviluppo che implica anche un progresso. In Italia invece non si è avuto niente di tutto questo: c’è stato uno sviluppo folle, ma gli ospedali sono rimasti identici a quelli che erano prima – con i malati che dormono nei corridoi e nei cessi –, le scuole sono rimaste orrende – senza un gabinetto scientifico, una palestra – e il verde è quello che è. In Italia non si è avuto nessun progresso, ma solo un enorme sviluppo che è consistito nel consumare beni superflui: ora, se i beni necessari rendono necessaria la vita, i beni superflui la rendono superflua. Questo cambiamento introdotto dal referendum è solo parzialmente positivo. In senso profondo io dico che il cambiamento dell’Italia è negativo; e ciò perché è voluto dal potere, non conquistato dal basso. La tolleranza è falsa tolleranza, il benessere è un benessere che si riduce al consumo di beni superflui. Questo tipo di cambiamento ha diffuso tra gli italiani un’ideologia che io prima ho definito dell’edonismo consumistico, un’ideologia laica e razionale, ma stupida, miope, ristretta, edonistica. Questa è la reale ideologia delle masse italiane: per quanto inconscia, non ancora formulata ma comunque esistente, tocca tutti gli italiani, intellettuali compresi. Anch’io vi partecipo senza volerlo, anch’io tendo in un certo senso ai beni superflui perché mi piace avere la macchina o spingere un bottone per avere il riscaldamento. Però poi mi salvo – e in questo sono un privilegiato – attraverso la cultura. L’enorme massa degli italiani invece è caduta in pieno in questo meccanismo: la loro vera ideologia è questa, ed è uguale per tutti. Questo per dire che oggi non è più possibile, di fronte a una folla di gente, fare delle distinzioni, per esempio distinguere un operaio da uno studente. Ma soprattutto non è possibile distinguere più un fascista da un antifascista. Ed è questa la boutade che ha scandalizzato.

Ma perché questa distinzione non è chiara neanche nella mente della gente?

Nella loro mente essi si pensano diversi, è chiaro; ma poiché la loro scelta inconscia li accomuna, in pratica qual è la loro ideologia reale? Quella che hanno scelto o quella che vivono inconsciamente? È questo il punto.

Come definisci il cambiamento stesso?

Il cambiamento significa che sono caduti dei valori, dei modelli di comportamento, e ne sono subentrati altri. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma dal potere consumistico. La grande industria italiana plurinazionale voleva che gli italiani consumassero un certo tipo di merce, e per consumarla dovevano realizzare un nuovo modello umano. Un contadino un tempo non comprava le sciocchezze reclamizzate dalla televisione. Bisognava trovare il modo di farlo. Un altro esempio di questo cambiamento è la carenza di voti religiosi. Un tempo i figli dei contadini che non avevano mezzi economici per vivere – e magari anche perché ci credevano – andavano in seminario per studiare ed elevarsi socialmente. Altrettanto facevano le figlie, prendendo i voti monacali. Oggi i seminari sono vuoti perché i giovani dei contadini anziché andare in seminario preferiscono emigrare in Germania o a Torino.

E invece le figlie...

Altrettanto facevano le figlie, andavano a fare le monache.

Questo credi sia un regresso?

È un processo che contiene quell’ambiguità che dicevo prima. E che ha dei lati positivi, perché è chiaro che quei preti e quelle monache non erano depositari di valori reali, profondi e vitali, ma di valori codificati, reazionari. Quindi, in un certo senso, meglio che quel tipo di giovane emigri; solo che una volta emigrato cosa ne sarà di lui?

Con queste idee come puoi vedere le cose con un certo ottimismo?

Io non posso vedere le cose con ottimismo, per essere sincero! Posso vedere delle soluzioni: per esempio i democristiani stessi, di fronte al disastro della sconfitta, hanno fatto marcia indietro e più o meno sinceramente dicono che bisogna rifare certe cose: da una parte distruggere il parassitismo politico e il clientelismo, dall’altro ridimensionare l’agricoltura e soprattutto l’industria. Dare pertanto importanza alle industrie primarie e abolire le industrie terziarie, antieconomiche e antisociali, frutto di megalomania.

Per esempio?


Un qualsiasi prodotto inutile. Gli oggetti (gli arredamenti plastici, i regali…) che definiscono il tipo di vita che serve per il weekend e per il picnic. Questa è la soluzione da parte governativa. Poi c’è la soluzione che offrono i comunisti che è tipicamente riformistica, di tipo svedese. Fare veramente delle riforme, socializzare.

Lo stato sociale...

Quando parlano di compromesso storico, i comunisti intendono accettare il dato di fatto che la borghesia ha vinto e che il mondo è «borghesizzato». Marx nel 1848 diceva che la borghesia vuole assimilare tutto a se stessa, e piano piano questo è avvenuto anche nei paesi socialisti. Lì però permangono alcuni dati acquisiti attraverso la rivoluzione. Per cui se cammini in una città sovietica vedi che non c’è differenza di classe. È chiaro che c’è una classe dirigente che approfitta, ma quella non è una classe: è una casta. In Unione Sovietica hai l’impressione positiva di un interclassismo ottenuto attraverso la rivoluzione, un’uguaglianza di tutti i cittadini. Anche in Italia quando cammini vedi interclassismo, non vedi differenza di classe; ma l’interclassismo russo è positivo perché frutto della rivoluzione, e quindi è un dato di fatto acquisito – ci sono dei dati di fatto, sebbene forse ora siano traditi, mistificati, che possono essere un trampolino per il futuro –, mentre quello dell’Italia è un interclassismo concesso dal potere.

Pensi che la dialettica tra utilitarismo economico e mancanza di gusto per salvaguardare le cose che hanno un valore, esclusivamente estetico o storico, sia un tratto specificamente italiano?

No, secondo me la tragedia che sta vivendo adesso l’Italia, nazioni come l’Inghilterra e la Francia l’hanno già attraversata il secolo scorso.

Perché si sono industrializzate un secolo prima.

Appunto. E l’Inghilterra infatti è distrutta. [...] Tutte le città inglesi sono nate dall’industrializzazione violenta. In più, c’è un altro aspetto. Gli inglesi hanno costruito con più gusto, perché erano una nazione veramente ricca. Fin dal Seicento l’Inghilterra è una nazione ricca e potente, e quello che è stato fatto in quel periodo era guidato da un certo criterio e dal buon gusto, pur comportando la distruzione di quel che c’era prima, le aree medievali e rinascimentali.

Oggi sono molto coscienziosi: se volessi costruire senza un permesso un tetto, o cambiare la forma della casa, non potresti.

Certo. In Italia invece la trasformazione avviene in maniera brutale. Il neocapitalismo è ancora più brutale del primo capitalismo, anche per ragioni tecniche ed economiche, e si esercita su più grande scala, multinazionale, passando sopra tutto come un carro armato, molto più di quanto facesse il paleocapitalismo, che in fondo era rimasto a livello nazionale o provinciale. Il neocapitalismo sta facendo ora in Italia quello che il paleocapitalismo ha fatto in Inghilterra un secolo fa, ma con soluzioni peggiori. Inoltre i nuovi edifici costruiti in Italia, salvo rare eccezioni, sono miserabili. Edifici brutti, palazzine disgustose: quindi il nuovo non è neanche un bel nuovo.

In più ci sono sempre intrallazzi...

L’intrallazzo è un dato tipicamente italiano e latino. In Inghilterra forse non sarà andata così, però c’è stato il progressismo, la rivoluzione borghese, che forse ha prodotto esiti simili in buona fede: ha risanato e distrutto le vecchie case feudali e ha costruito quella che si credeva una nuova civiltà rivoluzionaria.

Però a fine Ottocento in Italia, oltre a Garibaldi, non c’è stata una figura assimilabile a William Morris.

Questo aspetto è incontestabile: l’Italia fino a dieci anni fa era una nazione ottocentesca.

Anche nell’accezione migliore?

Sia migliore che peggiore. L’Inghilterra, essendo una civiltà di livello molto più alto, non ha avuto rispetto per gli antichi monumenti poveri come l’ha avuto per quelli ricchi, che invece si sono salvati. Per esempio, il problema nello Yemen non sarebbe salvare le quattro moschee o i quattro palazzi più belli della città. Il problema è salvare l’intera figura della città. La città nella natura.

Forse il problema è il mantenimento di un equilibrio con la natura che viene distrutto inevitabilmente dal progresso.

Basterebbe che il progresso si ponesse il problema. Ti assicuro che se in Inghilterra ci fosse stata una regione esclusa dall’industrializzazione come l’alto Lazio – forse in Scozia c’è qualcosa di simile – il problema oggi verrebbe risolto in modo stupendo. Probabilmente una cittadina come Viterbo, con tutti questi villaggi e paesetti intorno, sarebbe rispettata proprio nel suo rapporto con la natura, e se dovessero fare qualcosa di nuovo lo farebbero distaccato. Non lo farebbero a ridosso.

Venendo quassù, Deborah diceva: «Se hanno bisogno di costruire tutte queste brutture, perché non le mettono in un unico posto, altrove?».

Una soluzione complicata, perché se uno possedesse un campo evidentemente costruirebbe la casa lì. Basterebbe un minimo di programmazione e interesse culturale da parte dei Comuni e si potrebbe ovviare. Viterbo può ancora fare questa proposta, i beni si possono ancora salvare come farebbero in Inghilterra.

Ci sono le leggi?

Ci sono ma non le conosco direttamente. Mi sembra che non si tratti di leggi che proteggano la città nel paesaggio, penso proteggano i monumenti.

Non sarebbe il caso di istituire delle leggi precise sulla salvaguardia su scala nazionale? […]

Con chi bruciasse una foresta io non avrei pietà. Se uno uccide un altro uomo in fondo lo si può capire, perché magari è mosso dalla passione: chissà cosa lo può aver condotto a quella scelta, una malattia o un trauma infantile... Non oserei giudicarlo. Ma uno che distruggesse una foresta sì, lo giudicherei. Per tornare al nostro discorso, occorrono leggi che proteggano in un modo più totale le antichità. Orte dovrebbe essere tutelata in quanto città, non solo per i singoli monumenti. Esiste una gerarchia. Un grande palazzo o una grande chiesa dovrebbero valere un muretto, un capitello, un tabernacolo, una loggia. Andrebbero tutelati anche questi. Un casale di contadini andrebbe difeso come se fosse una chiesa.

Ci saranno degli interessi economici. Per esempio, ho visto che ieri a Genova hanno confiscato un monastero edificato sopra una roccia protesa verso il porto: qualcuno aveva capito che sarebbe stato possibile costruire un albergo. All’ultimo momento, rendendosi conto dell’intento, il Comune ha agito. Quella situazione è particolare, perché il monastero è molto esposto, ma tutti i siti in campagna sono in balia delle speculazioni.

Certo. È per questo che io mi do da fare per la creazione di un’università di Viterbo, intesa come centro culturale. La città è piccola e quindi sorvegliabile.

Quindi sarebbe un avamposto economico.

L’industrializzazione non si è fatta, e almeno nei prossimi anni non si potrà ipotizzare. La fonte di ricchezza è l’agricoltura, che andrebbe ridimensionata e riprogrammata in tutt’Italia. L’ha detto anche Fanfani, quindi la classe politica se n’è resa conto. [...] Si daranno da fare per ristrutturare il settore agricolo. È un problema difficilissimo perché la piccola proprietà è indifesa. [...]

C’è una cosa di cui non si è mai parlato in Italia: uno dei motivi per cui i turisti stranieri non visitano il nostro paese è il chiasso. Il rumore è insopportabile per uno straniero. Il turismo potrebbe essere rimesso in funzionamento se gli italiani fossero più silenziosi. Ma sono argomenti difficili da affrontare: l’italiano si sente sempre aggredito quando si fanno queste osservazioni. Se io, in un ristorante, protestassi per il troppo rumore, sarei subito zittito: «Se non ti piace l’Italia, vai via!» mi direbbero. L’italiano non difende mai l’Italia se non quando è toccato direttamente. Dalle sei alle undici di sera, poi, da tutte le finestre arriva la voce della televisione tenuta ad alto volume. La tv è la principale causa di un altro male nazionale: «il pappagallismo».

Quelli che tocchi non sono mica argomenti turistici, sono argomenti di «politica interna». La tendenza a imitare i comportamenti e i gesti altrui senza comprenderli, il cosiddetto «pappagallismo», è il frutto della tolleranza e della permissività concesse dall’alto a un popolo che non se le è conquistate. Il pappagallismo è allora diventato una forma orribile e nevrotica di essere. Allo stesso modo il chiasso e la maleducazione sono esito di un benessere di cui una popolazione beneficia senza peraltro averlo conquistato. Il potere consumistico in Italia è un potere concesso dall’alto, in una misura che in Inghilterra, in Francia o in Germania non si potrebbe concepire. Il benessere in Italia è stato una «Befana» che è arrivata all’improvviso e ha concesso tutto.

L’industrializzazione «a scatto»?

L’industrializzazione improvvisa, con interessi non solo nazionali ma plurinazionali o transnazionali. E inoltre la furia di avere proventi immediati, tipica dei piccoli industriali. Tutto questo ha fatto sì che il potere consumistico sia stato donato come un sacco della Befana, soprattutto nel Centrosud. Ciò ha dato luogo a un’euforia che si manifesta in forme arcaiche e rozze di maleducazione. Questa mentalità va cambiata, non tanto in vista dello sviluppo turistico, quanto in funzione di una politica interna italiana, ma è un problema di difficile risoluzione. Lo stesso discorso vale per la questione del pappagallismo. Non si può dire: «Vi abbiamo concesso questa permissività ma voi dovete essere educati», perché la permissività li ha nevrotizzati; un giovane italiano, trovandosi improvvisamente a poter fare di tutto – mentre fino a poco tempo fa le ragazze erano tenute chiuse in casa come monache –, diventa nevrotizzato. Quando c’era la repressione gli italiani erano sessualmente molto equilibrati, mentre con la tolleranza sono diventati nevrotici. Prendo un esempio che conosco da vicino, quello di Viterbo: il fatto che nell’alto Lazio «la Befana» non sia passata ha fatto sì che il mondo sia rimasto abbastanza simile all’Italia che amavano i turisti stranieri. Qui c’è una profonda pace, e la gente è molto mite.

Non credi che sviluppandosi economicamente anche qui si riprodurrebbe la stessa situazione lamentata nel resto dell’Italia?

È per questo che io, forse utopisticamente, punto sull’edificazione di un’università a Viterbo. Essa dovrebbe consentire uno sviluppo che vada al passo col progresso. Tutti i miei articoli si possono riassumere nella questione della lacerazione avvenuta in Italia per il fatto che c’è stato uno sviluppo ma non un progresso.

Io penso che in precedenza la gente vivesse le proprie emozioni sulla base di una tradizione e del passaggio da generazione a generazione. Le persone avevano una certa fede – in una famiglia o nella religione – mentre oggi, caduti questi miti, tutti hanno bisogno, per conservare un’identità, di concentrare la loro azione nel presente. Non pensano più al futuro, al passato, agli altri. Sembra quasi un cambiamento culturale che ha alterato il dato biologico. In fondo è come la gara tra Achille e la tartaruga: non è recuperabile. Mi sembra una tragedia senza soluzione.

In Inghilterra o in Francia lo sviluppo è stato meno tragico, perché vi sono state due precedenti acculturazioni o centralizzazioni: prima quella monarchica a carattere aristocratico-feudale, una centralizzazione politica e culturale; poi la grande centralizzazione della rivoluzione borghese, decantata dallo stesso Marx. In Italia questi due momenti non si sono prodotti: quella attuale è la prima acculturazione conosciuta.

Cioè la distruzione dei valori?

Sì, la prima distruzione di quei valori tradizionali che si erano tramandati di padre in figlio, in un rapporto ormai fissato in codici millenari. È stato un colpo di spugna così traumatico che i risultati sono necessariamente atroci. Io sono arrivato a dire che forse l’Italia di questo momento somiglia alla Germania di trent’anni fa, quando è arrivato Hitler. Forse... Non lo so...

Anche a livello politico?

Sì, perché tutte e due le nazioni non hanno una tradizione nazionale ma regionale; ma mentre in Germania l’unificazione industriale su scala nazionale è avvenuta allora, in Italia sta avvenendo solo ora. In Germania l’industrializzazione ha strappato il popolo dei lavoratori e degli umili dalle sue tradizioni antiche, dai suoi valori particolari e reali, avviandolo a essere un popolo di piccoli borghesi. Proprio nel momento in cui il popolo non aveva più i suoi valori tradizionali a proteggerlo – perché offrivano un modello da realizzare – e in cui tuttavia non aveva ancora raggiunto i valori borghesi proposti dall’industrializzazione, si è sviluppato il nazismo.

Sono arrivati perfino a odiare i valori tradizionali, perché non corrispondevano al cosiddetto progresso...

Hanno abiurato. È l’abiura che sta avvenendo in tutto il Terzo mondo, dove molte tradizioni vengono calpestate e disprezzate, cosa che sta avvenendo adesso anche in Italia. Quei tedeschi di allora non erano ancora in grado di essere dei veri borghesi. Forse è una costruzione un po’ romanzesca quella che sto facendo... Questa enorme massa fluttuante del popolo strappato alle sue tradizioni ha fornito le truppe alle SS. Ecco, forse i capi no, ma la truppa... A questo punto devo fare un mea culpa: sono stato razzista. Di fronte ai tedeschi ho sempre avuto un atteggiamento razzistico. Avendo visto da ragazzo le SS, le ho identificate con l’intera nazione tedesca. Ma le SS non sono un prodotto tedesco, non si inseriscono in un modello germanico, ma in un modello borghese.

Era un gregge che cercava un manipolatore...

La stessa cosa sta succedendo oggi in Italia. Mi sto accorgendo che l’odio razzistico che provavo per la Germania lo sto provando oggi in eguale misura per l’Italia. Ciò significa che non è una questione di razzismo, ma è un fatto politico e sociale. Se per caso oggi dovessimo assistere a una recessione come avvenne nel 1929, e questa recessione portasse con sé un arcaico colpo di mano della destra, l’Italia sarebbe adesso matura per fornire le truppe alle SS.

Ho incontrato a Parma Bernardo Bertolucci: si è mostrato positivo e fiducioso. Si parlava del referendum: ma tu sai che alle elezioni tedesche, prima dell’avvento di Hitler, il 40 per cento della popolazione aveva posizioni di sinistra? Bertolucci mi ha opposto che il contadino oggi è preparato, ha letto e capisce...

Bernardo è ottimista e fiducioso perché non ama i contadini. Ottimisti sono quelli che non amano. Solo una persona che ama vede una persona che cambia e sta in pena per il suo cambiamento. Uno che non ama se ne frega e tende a essere ottimista per non avere problemi. Io dico che il risultato del referendum sul divorzio non è un segno del tutto positivo. C’è un lato fortemente negativo perché il «No» è stato suggerito non tanto dalle sinistre quanto dalla televisione. È la televisione che ha reso il cittadino italiano consumista e laico, e quindi irreligioso. La televisione è assolutamente e completamente irreligiosa. Non c’è una sola parola che sottenda una spiritualità religiosa: mostrano delle cerimonie religiose, il papa che benedice a destra e a sinistra, ma quella è ufficialità... È la televisione che ha spinto gli italiani al «No», perché un consumatore deve essere divorzista. Così la famiglia non è abolita ma rilanciata in un altro modo. Quando io dico queste cose sono guardato come un disfattista; io invece le dico perché amavo quegli italiani. Allo stesso modo la società ha rilanciato la coppia, ma è una coppia insincera. L’improvviso romanticismo che si riscontra per strada vedendo le giovani coppie che si tengono per mano, magari andando alla Rinascente o all’Upim a comprare, testimonia di questa tendenza e omologazione consumistica.

C’è una cosa che penso da molto tempo. Tutti i poteri arrivati all’apice non hanno mai avuto una gioventù. Hitler aveva una gioventù. Gli italiani hanno avuto i Balilla. Gli israeliani prima di diventare completamente borghesi avevano il pionierismo. La Chiesa una volta aveva i boyscout. Quando una cultura è giovane ha sempre una gioventù attiva. Nel momento in cui il potere si stabilizza non ci sono più movimenti di gioventù. Come nel socialismo. Oggi non ci sono più movimenti di gioventù come negli anni Cinquanta, quando si andava un po’ dappertutto, si cantava, si agitavano le bandiere... Tutto ciò che è capitalismo – individuale, borghese – non ha un movimento di gioventù. Come e perché queste cose non esistono più?

Si dice che il neocapitalismo non abbia un movimento di gioventù, ma non è vero. Non è una gioventù organizzata, non si chiameranno boyscout, Balilla o gioventù nazista, ma il neocapitalismo è totalmente fondato su questo movimento informale e autocreantesi di gioventù. È tutto fondato sui ragazzi.

Ma non c’è un ideale...

L’ideale è quello del consumismo.

Sì, ma non è un vero ideale, ci sono solo motivazioni individualistiche, non di gruppo.

Nei giovani non ci sono solo motivazioni individualistiche ma anche di un gruppo enormemente esteso, che va da Milano a Bologna, arriva fino a Roma e serpeggia al Sud. Non c’è più spazio per piccoli gruppi in divisa dal momento che la società è omologatrice, rende tutto uguale. L’intera gioventù in Italia è un unico gruppo che ha come ideologia quella consumistica.

Senza nessuna ideologia?

Come senza ideologia? Perché l’edonismo consumistico non è un’ideologia?

Ma non è una cosa che si possa scrivere su una bandiera!

Certo, non è una cosa che si può «scrivere su una bandiera», ma invece che issare un vessillo che li rappresenti in maniera univoca, piuttosto i giovani si mettono un vestito che fa da bandiera. Sono cambiati alcuni mezzi, alcuni strumenti esterni, ma in pratica, se pur in modo aberrante, avviene tutto come prima.

Quindi secondo te i giovani esistono nel capitalismo laico ma non nella Chiesa?

I giovani esistono nel capitalismo laico. Non appartengono alla Chiesa per la ragione espressa da Paolo VI. La Chiesa non serve più, è stata superata dagli avvenimenti, e la gioventù va con la storia. Questa gioventù è un gruppo enorme, informalmente organizzato perché in accordo «di apparenza» comportamentale: parlano allo stesso modo, ridono allo stesso modo, fanno gli stessi gesti, amano le stesse cose. Io ho visto delle vere divise perché ho visto i Balilla; però non ho mai avuto la sensazione di vedere la gente in divisa come succede oggi.

È la psicosi del gruppo degli uguali.

... Solo che ha dimensioni gigantesche, che riguardano tutta una nazione. Ognuno vuole essere rappresentante e campione del gruppo. È una depauperazione dell’individualità che si maschera da sua valorizzazione. [...]

In passato, hai detto che se avessi un figlio ti spaventeresti. Io per questo non ne ho.

Alle volte mi vengono le lacrime agli occhi quando vedo il figlio di Ninetto. Piango per la pietà che provo in previsione del suo futuro.

È già da tre-quattro generazioni che si va avanti senza criteri...

I padri di questi orribili figli (poi come singoli ci sono un’infinità di eccezioni) che cosa hanno fatto perché questi figli non fossero così?

Non avevano un bagaglio culturale. Poi, probabilmente più che altro non hanno trovato modo di trasferire la sapienza da una generazione all’altra.

Il problema è proprio qui. Bisognerebbe tornare a una certa repressione, non avere paura della repressione.

Ho fatto questo discorso anche con Bernardo Bertolucci: la disciplina è paragonabile all’equilibrio tra il contadino e il padrone, che era basato sull’equilibrio della natura, con le sue regole stagionali. Rotto questo equilibrio si è rotto tutto.

È vero. I padri che adesso hanno dei figli di quindici-vent’anni ormai oggettivamente non possono più insegnare niente perché la vita dei loro figli è diversa dalla loro, non hanno fatto le stesse esperienze; non hanno perciò voce in capitolo per dare consigli. I padri da giovani avevano il problema del pane, mentre i figli oggi hanno il problema della motocicletta. La situazione è così diversa che i padri non hanno alcun diritto di insegnare. Di chi è la colpa di questo? Qual è stata la generazione che ha creato le condizioni perché i figli vivessero così? Sono stati sempre loro. Nei rapporti coi figli i padri sono impotenti e si può capire lo sconcerto che provano, però sono essi stessi i responsabili di questa situazione. I loro nonni in Italia erano fascisti; nelle grandi nazioni europee erano imperialisti.

Poi, molto dipende da come si risponde ai figli... Sono coperti costantemente dall’alibi: «Non è colpa loro»...

[…] Il problema è che tutto il mondo giornalistico e tutta la borghesia italiana sono convinti che i giovani siano finalmente liberi. Anche tutta la sinistra. E questo perché non li amano. Chi non ama i contadini non capisce la loro tragedia; chi non ama i giovani se ne frega di loro e dice che sono contenti. Non avendo amato quelli di prima, non si accorge che quelli di adesso sono cambiati: per lui sono sempre gli stessi. Per me, avendoli sempre amati, questa è una catastrofe. Non solo Accattone ma anche Le mille e una notte riguarda i giovani del Terzo mondo. È tutta una dichiarazione d’amore; tutti i miei libri e le mie opere narrative parlano di giovani. Li amavo e li rappresentavo. Adesso non potrei fare un film su questi imbecilli che ci circondano, a meno che prendessi in considerazione delle eccezioni, non facessi un dramma su un nevrotico, un tipo sensibile. Strano, mentre una volta le eccezioni, almeno nelle città, erano costituite dai figli del popolo, oggi le eccezioni le trovo tra gli studenti.

Chia (Viterbo), 13 settembre 1974

Stralci di questa conversazione sono stati pubblicati in forma di intervista col titolo Cara Tuscia su «Il Messaggero», 22 settembre 1974.

Il libro: Pier Paolo Pasolini, Polemica Politica Potere. Conversazioni con Gideon Bachman, a cura di Riccardo Costantini, Chiarelettere 2015.
Questo testo fa parte del contributo che doppiozero ha scelto di realizzare, articolato in tre parti - interviste, poesie, lettere - in occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato.


Fonte: Doppiozero
http://www.doppiozero.com/materiali/ppp/italia-stralci-ma-non-progresso#_ftn2


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domenica 8 maggio 2016

Parlo con la Madonnina a Milano - Gabriella Sica e Margherita Caruso.

"ERETICO & CORSARO"



Parlo con la Madonnina a Milano
Gabriella Sica


Gabriella Sica sarà alla Libreria Popolare di via Tadino per un incontro, intitolato “Parlo con la madonnina a Milano” sul suo ultimo libro, Cara Europa che ci guardi 1915-2015 (Cooper). Con lei ci sarà Margherita Caruso, la madonnina del Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini.



Ho conosciuto Margherita Caruso a Milano, dove da anni risiede. La sua presenza mi ha commosso: la piccola madonnina di Pasolini! Coetanee più o meno, ci siamo trovate in totale sintonia, a parlare di Pasolini. E dovendo parlare del mio libro, avendo proprio in quelle ore parlato al telefono con lei di alcuni temi pasoliniani vivissimi ancora oggi, come il saccheggio dell’ambiente e del paesaggio che l’uomo ha consumato in questi ultimi cinquanta anni e l’omologazione culturale della società italiana, temi cari a lei quanto a me, ho sovrapposto nella mia mente i due fatti, il mio libro e quella telefonata. E ho pensato con un salto che non era un azzardo pensare a lei come interlocutrice alla Libreria popolare di via Tadino, lei come Margherita Caruso e lei come la madonnina di Pasolini. La ricordavo come tutti con quell’aria triste e assorta, e quel viso che senza troppi ornamenti poteva essere un viso di Piero della Francesca, ripassato dalla matita di un contadino disegnatore, nel momento apicale della nascita di una madre ancora bambina. Ed era lì vicino a me, in carne e ossa. E poi a Milano tutti o quasi parlano con la madonnina dorata, lassù sulla guglia maggiore del duomo, tanto più a maggio, il mese mariano. E a me era venuta in mente anche la madonna del libro di Botticelli al Museo di Brera. Delicata e morbida, si china su un libro, forse un libro d’ore. Ecco ci vorrebbe un aiuto divino per il libro, ho pensato tra il faceto e lo scherzoso. In un paese in cui non c’è, per fortuna (visto le peculiarità del nostro paese), alcun aiuto statale alla cultura, in cui domina lo spaesamento e la legge del profitto, la convenienza non può accordarsi con l’eventuale qualità di un libro. L’idea mi è piaciuta, ho cominciato di getto a scrivere una poesia che comincia appunto così: “Parlo con la madonnina a Milano” e ho continuato, incurante del fatto che si potesse davvero fare qualche cosa di concreto. Intanto io avevo scritto la mia poesia, e mi bastava, l’idea era già una piccola poesia, ma c’è voluto poco perché diventasse anche un fatto. Chissà di cosa si parlerà, magari non del mio libro europeo. Trascrivo qui di seguito un brano da una conversazione avuta con lei, sedute su una panchina da cui si vedeva il duomo e la grande piazza di Milano.

“Aveva quell’aria timida che faceva sembrare, a chi si complimentava con lui, la timidezza semplicemente voglia di scappare. Era un fotomoltiplicatore di quanto vedeva di umile diagnosi e prognosi (ho un linguaggio da chimico quale sono). E io come ero? Triste e gelosa di mia sorella. Avevo gli occhi grandi, i lineamenti regolari ma non mi vedevo bella. Non so perché sono stata scelta da Pasolini, ero una ragazza qualsiasi, allora ero una ragazza di fede che poi ho perso nel ’68. Era l’inizio della primavera del ’64. Stavo con un gruppo di ragazze (amiche e c’erano anche mia sorella e mia cugina), era la passeggiata della domenica e ci stavamo salutando. Era la vita semplice di quel tempo a Crotone, dove lui nel ’59 aveva avuto un premio e poi era venuto per Comizi d’amore. Un ragazzo mi guardava dal finestrino di un’auto. Erano in due, accanto a lui c’era Bini, il produttore del film. Pasolini me lo ritrovo davanti, mi chiede: ‘Mi conosci? Sono Pasolini, sono uno scrittore e giornalista, vorresti partecipare a un film?’. Parlò poi con mio padre, che mi accompagnò nei set vicino a Roma, alla Solfatara e a Lavinio, poi a Matera. I soldi che ho avuto servirono a comprare a mia madre la lavatrice e il frigorifero. ‘In questa ragazza ho moltiplicato il mistero che c’è in tante ragazze’ ha poi detto Pasolini di me, che era gentilissimo e un uomo dalla penna bellissima. Una grandezza quella di Pasolini, una vera grandezza”.
Gabriella Sica,8 maggio 2016




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venerdì 6 maggio 2016

Pasolini - Contaminazioni: Bach, borgate, vangeli - Hans Werner Henze

"ERETICO & CORSARO"




Pasolini. Contaminazioni: Bach borgate vangeli. Approfondimenti.
Hans Werner Henze

Comporre musica l’unica azione espressiva forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà.
P. P. Pasolini, Poeta delle ceneri
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Così è la musica, il comporre musicale, secondo Pier Paolo Pasolini in una delle numerose pagine della sua produzione letteraria in cui narra l’intensità dell’attrazione che i mondi del suono hanno sempre esercitato nel suo immaginario. Un’attrazione smisurata, profonda emozionante che ne ha tanto influenzate sia la poetica cinematografica sia, in un modo forse meno evidente, la narrativa e la poesia. Johann S. Bach è il compositore più amato da Pasolini, un musicista scoperto tramite Pina Kalc, amica e rifugiata anch’essa a Casarsa della Delizia negli anni della seconda guerra mondiale. Durante i loro incontri Pina esegue le Sonate e Partite per violino. Pasolini, che dal ‘36 ha iniziato lo studio dello strumento, ne rimane folgorato e a quelle pagine dedica scritti, passi autobiografici, brani dei suoi romanzi e un appassionato saggio giovanile: Studi sullo stile di Bach [1944-45] edito nel 1999 in Saggi sulla letteratura e sull’arte, Mondadori, vol. 1.

È un grande conforto scrivere di un autore senza problemi, cioè senza crisi. Ed è un conforto che proviamo soltanto nell’arte chiamata classica, dove ci accorgiamo che la scrittura era cercata con la parsimonia che una ferma dignità umana consente. Bach non ha crisi. La sua opera è tutta ad una medesima altezza, e il suo unico pericolo è l’aridità. Dal Siciliano al Preludio c’è uno spazio brevissimo, […] c’è tutta una infinita varietà di espressioni che nascono con la facilità di un frutto e con la sua stessa assolutezza. E questo è il primo elementare elogio che si può fare a Bach.
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La presenza della musica è un denominatore comune dell’esperienza di Pasolini intellettuale pittore poeta regista e scrittore. La contaminazione degli stili è sintesi espressiva della sua poetica. Pasolini concepisce il film come un’opera “multimediale” completa e che rappresenta la realtà attraverso una sintesi di mezzi e di forme di espressione assunte da altre arti. Pasolini è “uno straordinario uomo orchestra, un re Mida che dominava i materiali espressivi più eterogenei, trasformandoli al minimo contatto”.

Prima ancora di Accattone, quando pensavo genericamente di fare un film, pensavo che non avrei potuto commentarlo altrimenti che con la musica di Bach; un po’ perché è l’autore che amo di più, e un po’ perché per me la musica di Bach è la musica in sé, la musica in assoluto.
Le musiche del Vangelo le ho scelte quasi tutte prima di girarlo e molte erano quelle su cui ho pensato e costruito delle scene che ho poi girato: la Messa di Mozart, ad esempio. Altre le ho ricercate dopo, però con un’idea abbastanza precisa in testa: una specie di ecumenicità musicale del film. Come sempre si mescolano nelle mie opere – direbbe un critico stilistico – lo stile ‘sublimis’ e lo stile ‘piscatorius’. Bach rappresenta lo stile sublimis e i canti dei mendicanti negri, oppure i canti popolari russi e la messa cantata dei congolesi rappresentano lo stile piscatorius, lo stile umile.

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Se l’opera e il linguaggio letterario di Pasolini testimoniano il cambiamento della società dal dopoguerra agli anni ‘70, il mondo sonoro di Pasolini, le sue folgorazioni, gli impulsi, le analisi e il fascino passionale per la musica di Bach, Mozart, Vivaldi, per i canti popolari e gli spirituals, nella mescolanza di generi e di stili, permette di ripercorrere l’evoluzione della musica nel tempo, la sua trasformazione, le tendenze estetiche innovative che penetrano in quegli anni negli ascolti delle società in mutamento.

Eravamo ambedue giovani ci accomunava l’amore per la musica e la poesia e fra noi due nacque subito una affettuosa amicizia che si andò via via trasformando in fecondo sodalizio artistico, interrotto solo nel 1945 quando mi unii alla Orchestra Filarmonica triestina che stava per trasferirsi in blocco in Jugoslavia.
Questa musica perdona noi poveri diavoli e ci promette una nuova felicità, piange per noi con tutta l’anima. […] Colui che comprese benissimo questo nesso fu Pier Paolo Pasolini, che attorno al 1960 nel suo film Accattone che trattava della vita e della sofferenza del sottoproletariato romano, disoccupato e criminalizzato ricorse all’aiuto di musiche dalle Passioni bachiane. Muovendo dal suo punto di vista estetico e politico, aveva lo scopo di promuovere ancora una volta il messaggio protocristiano […] , di dimostrare quanto la musica di Johann Sebastian Bach fosse adatta a prendere la parola in un contesto reale del genere, e quanto irrilevante il pericolo di equivoci su questa musica o di un suo cattivo uso. Questa musica sta, c
ome il suo autore, dalla parte del popolo, degli umiliati e degli offesi, e parla la loro lingua. Tutti i martiri del mondo si possono riconoscere e ritrovare in queste richieste di soccorso e lamentazioni.
Hans Werner Henze
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Fonte:
http://www.ondiola.com/pasolini-contaminazioni-bach-borgate-vangeli-approfondimenti.html



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L'intervista a Pier Paolo Pasolini di Philippe Bouvard di Dix de Der, Antenne 2

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L'intervista a Pier Paolo Pasolini 
di Philippe Bouvard di Dix de Der, Antenne 2

Di ritorno dalla Scandinavia Pasolini andò a Parigi per un'intervista rilasciata a Philippe Bouvard di Dix de Der, Antenne 2. era esattamente il 31 ottobre del 1975, la sera prima di essere ammazzato.
Realizzata in occasione della presentazione in Francia dell'ultimo film:
"Salò o le 120 giornate di Sodoma". 



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Lei pensa che i cineasti si siano spinti oltre…
«No, i cineasti no. Forse i produttori di pellicole cinematografiche».
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Quando uscirà il suo ultimo film Le 120 giornate di Sodoma, pensa che scandalizzerà ancora una volta?
«Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere. Chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato è un moralista, è il cosiddetto moralista». .
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Il sesso è politica?
«Naturalmente». 
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E la scatologia?
«Anche la scatologia è politica. Non c’è nulla che non sia politico».
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E il cannibalismo?
«In certi ambienti è un fatto politico reale. In altri un fatto politico metaforico».
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Lei crede che sia il modo migliore per sbarazzarsi dei propri nemici politici?
«Ho fatto proprio in questi giorni due modeste proposte alla maniera di Swift. Ho proposto di divorare gli insegnanti della scuola dell’obbligo e i dirigente della televisione italiani. Sono coriacei. Abbiamo dei buoni stomaci».
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Ha sempre lo stesso odio per i borghesi e la borghesia?
«Non si tratta di odio, è qualcosa di più e di meno. Devo piuttosto rinunziare a questa specie di odio perché in Italia sono tutti diventati borghesi».
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Quando sono i borghesi a decretare il successo di un suo film la rende triste saperlo?
«Non succede mai che siano dei borghesi a decretare il successo di un mio film. Sono le élites borghesi, quelle a cui io stesso appartengo».
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Perché oggi non è più militante?
«In che senso?».
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Non è più militante politico
«Lo sono più che mai. Non sono mai stato iscritto ad un partito politico. Sono un indipendente di sinistra e continuo a militare più che mai».
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Prova mai nostalgia dei tempi in cui la gente la insultava per strada?
«Mi insultano ancora».
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E lei prova un certo piacere?
«Se non lo rifiuto è perché non sono un moralista».
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Quale qualifica professionale preferisce? Poeta, romanziere, dialoghista, sceneggiatore, attore, critico, regista?
«Nel passaporto c’è scritto semplicemente scrittore».
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Perché ha circondato le riprese delle 120 giornate di un grande mistero?
«E’ stato girato nel mistero perché così si opera bene, nel mistero. Ho cercato di difendermi più di altre volte perché c’erano dei pericoli immediati, incombenti, niente di speciale».
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Cosa intende per pericoli immediati?
«L’apparire di qualche moralista che richiede di essere scandalizzato».
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Lei pensa che sia stata quella di Salo l’epoca della grande decadenza?
«E’ stata la decadenza del periodo hitleriano, non certamente quella del grande capitalismo occidentale».
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In questo film un centinaio di ragazzi e ragazze vengono sottoposti a trattamenti particolarmente crudeli, a supplizi e oltraggi. Come li ha scritturati questi cento ragazze e ragazzi?
«Per la verità ho seguito i numeri che per Sade sono magici, il numero quattro. Le vittime sono in tutto una ventina, non un centinaio. Per sceglierli ho semplicemente fatto come per tutti gli altri film: ho incontrato migliaia di persone e ho scelto quelle che mi sembravano ideali».
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Ci sono attori masochisti?
«Se li ho scelti vuol dire che lo sono».




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martedì 3 maggio 2016

Pasolini, Attacco al Potere - Indice del lavoro.

"ERETICO & CORSARO"
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Pasolini, attacco al potere

Ovvero, processo alla DC.

I post che formeranno quella che è un' analisi di quanto è accaduto tra il 1974 e la notte tra il l'1 e il 2 novembre del 1975, sono un lavoro collettivo fatto dagli editori della pagina facebook 
















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Parte seconda, art. vari:
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Parte quarta, da Lettere Luterane - Il processo:
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Fuori dal Palazzo
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Parte quinta, conclusioni:
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Non era questo il processo voluto da Pasolini
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Lavori in corso:
Attacco al potere, processo alla Dc, è un lavoro ancora da completare.
Seguiranno altri post.