mercoledì 29 giugno 2016

Pasolini - Autoritratto in forma di Lenin, di Francesca Tuscano

"ERETICO & CORSARO"



Pasolini - Autoritratto in forma di Lenin, 
di Francesca Tuscano



L’immagine di Lenin sdraiato sul fieno con un filo d’erba in bocca è tratta da Rasskazy o Lenine (Racconti su Lenin, 1957) di Sergej Jutkevič, regista formatosi alla scuola di Mejerchol’d. Il fotogramma fa parte del primo dei due racconti che compongono il film sovietico, nel quale si narra della fuga di Lenin nella campagna russa ai confini con la Finlandia (Ul’janov è ricercato dai cosacchi, che hanno l’incarico di arrestarlo con l’accusa di spionaggio). Lontano dalla sua casa di Pietrogrado, Lenin si crea uno «studio nel verde» (zelënyj kabinet), presso la casa dei contadini che lo nascondono, vicino ad un fienile, tra le betulle, usando due ceppi come sedia e tavolo (immagine che riporta, fosse anche involontariamente, all’«orto» ricordato in Atti impuri, dove Pasolini passava «lunghe ore […] leggendo o scrivendo»). Lì Lenin continua a lavorare agli articoli per la Pravda e a Stato e rivoluzione. Pasolini seleziona la brevissima serie di fotogrammi che mostra lo statista sdraiato sul fieno, che medita guardando il cielo (altra immagine pasoliniana topica), tenendo un filo d’erba in bocca, e quindi prende la matita e scrive. Sebbene nella costruzione delle inquadrature dedicate al Lenin nello zelënyj kabinet si rifletta con evidenza l’iconografia stereotipata della ritrattistica del Realismo socialista dedicata al padre dell’Ottobre, Maksim Štrauch, l’attore che lo interpreta, annulla ogni retorica attraverso la recitazione. I gesti sono studiati, è vero, ed è evidente la volontà e la necessità di imitare il modello in modo quasi scientifico, ma altrettanto evidente è la consapevolezza del proprio corpo attoriale, che non è simulacro, ma realmente (non realisticamente) segno (di Lenin, in questo caso) all’interno di un progetto semiotico (come l’attore aveva appreso alla scuola di Ejzenštein e di Mejerchol’d). Difficile supporre che Pasolini potesse avere coscienza di tutto questo al momento della scelta delle immagini del film di Jutkevič (anche se tre anni dopo, nel 1966, le sue riflessioni sul linguaggio del cinema ricorderanno in modo suggestivo quelle di Ejzenštein). Di fatto, però, anche se per pura intuizione estetica e politica, Pasolini individua nell’interpretazione di Štrauch (nel suo cinèma) un elemento affine alla sua idea di cinema, preferendo un Lenin cinematografico a quello “vero” rintracciabile nei documentari disponibili presso l’archivio di Italia-Urss; cosa che gli permette, inoltre, di proporre un’immagine altrimenti impossibile da trovare, quella di un Lenin steso sul fieno con in bocca un filo d’erba. E a Pasolini serviva proprio quell’immagine (che nel suo campo semantico comprendeva anche il se stesso di Casarsa) per rendere l’idea del leader della Rivoluzione russa quale intellettuale immerso nel mondo della Tradizione. Il topos del fiore o lo stelo d’erba in bocca accompagna l’opera di Pasolini dagli esordi di Atti impuri fino a Petrolio. È un topos nato in Friuli, nelle campagne di Casarsa, dove, negli anni Quaranta, Pasolini annota le immagini di fiori, erba, fieno, grano e alberi, che formeranno uno stabile nucleo iconico all’interno del suo immaginario e della sua ideologia. La natura friulana è il deposito uterino dei segni che dicono l’infanzia, la madre, la morte del fratello, l’omosessualità, il ballo, la musica, la religiosità e la perdita della fede, l’approccio erotico/pedagogico ai giovani, le questioni linguistiche, la filologia, la pittura, l’adesione al marxismo. La poesia. Da un punto di vista ‘figurale’ (o meglio dell’ ‘immagine’, come avrebbe detto Pavese), essa media due realtà: l’eros concreto e carnale dei giovani contadini (che diventerà poi quello dei sottoproletari romani e infine dei giovani del “Terzo Mondo”), e l’ ‘innocenza’, forza politica, pura, barbara e sensuale, espressione del Passato. All’interno di questa più vasta ‘figura’, l’immagine del fiore, o dello stelo d’erba in bocca, fissa, in particolare, i segni dell’eros di cui è intriso il ruolo pedagogico che Pasolini si assume in Friuli, e dell’innocenza rivoluzionaria appresa durante le lotte contadine nelle campagne intorno a Casarsa che lo condurranno all’adesione al marxismo (come ricorda il poeta, «una volta che ebbi deciso di schierarmi a fianco di questi comunisti contadini, il resto fu facile. Col tempo, lessi i testi e diventai marxista»).

Il fotogramma di Lenin all’interno della Rabbia va letto, dunque, attraverso il topos del fiore o dello stelo d’erba, naturalmente, che perde però la sua valenza erotica, per enfatizzare quella legata al valore rivoluzionario dell’innocenza contadina, della Tradizione. Il primissimo piano del padre dell’Ottobre, che apre il lungo episodio ‘sovietico’ del film, è accompagnato da parole molto chiare in tal senso – «Una nazione che ricominci la sua storia, ridà prima di tutto agli uomini l’umiltà di assomigliare con innocenza ai padri. La tradizione!». Il punto in cui Lenin appare rappresenta uno snodo fondamentale nel discorso ideologico della Rabbia pasoliniana, proponendo forse il punto più dolente e drammatico del pensiero del poeta negli anni Sessanta – quale cultura può essere davvero rivoluzionaria? Quella contadina e operaia, o quella intellettuale borghese? Lenin, da intellettuale (come Pasolini stesso), appartiene alla cultura borghese, quella che, come insegna Spinoza a Julian in Porcile, ha creato tanto i capolavori della letteratura e del pensiero moderno quanto il nazismo. Una cultura che ha ridotto in schemi logici l’«innocenza dei padri», e che attraverso il cristianesimo ha strutturato l’innocenza anche nel mondo contadino. Come ripete spesso Pasolini, riprendendo Lenin, i contadini sono anche dei piccolo-borghesi, che ambiscono a integrarsi nel mondo del Logos. La risposta è quindi complessa, ma può essere individuata nel «cinèma» del Lenin che scrive Stato e rivoluzione mentre gioca con un filo d’erba in bocca, come farebbe un ragazzo contadino o lo stesso Pasolini casarsese. La Tradizione è rivoluzionaria («la Rivoluzione salva il Passato»), ma perché lo sia effettivamente deve essere coscienza del presente in progress, non suo vincolo. E deve essere ‘innocente’, cioè vitale e non modellizzante. Perciò appartiene sì al mondo dei padri, alla barbarie contadina, ma può (e deve) essere anche parte integrante del pensiero dell’intelligent borghese. Deve cioè conciliare le radici innocenti del Passato (il filo d’erba) con la costruzione culturale (intellettuale-borghese) del Progresso (la scrittura di Stato e rivoluzione), nella prospettiva di una rivoluzione che è «marcia» verso il «totale decentramento del potere», come voleva il pensiero di Lenin e di Marx che lo stato sovietico post-leninista ha tradito. Perché ciò accada, l’intellettuale borghese deve immergersi nell’umile innocenza della Tradizione. Il lungo stelo del fiore degli autoritratti della fine degli anni Quaranta, come il filo d’erba di Lenin, dicono proprio di questo. Pasolini ricerca quell’innocenza prima nei giovani contadini friulani, poi nei sottoproletari romani, e infine nei ragazzi del sud dell’Italia e del mondo, e se ne appropria, carnalmente e ideologicamente, come di una linfa vitale. Il Lenin di Rasskazy o Lenine si finge aiutante del contadino che lo ospita, si confronta con lui, con umiltà, imparando e insegnando. Il Pasolini di Casarsa (ma così sarà sempre, per il poeta) è nello stesso tempo pedagogo e discepolo dei suoi ragazzi e del loro mondo. Lenin lo è dei contadini che ne proteggono la fuga. Privata dell’elemento erotico, imprescindibile in Pasolini, l’immagine dello statista russo sdraiato sul fieno mentre lavora alla teoria e alla prassi dell’Ottobre, è perciò, in qualche modo, un altro autoritratto del poeta, da accostare a quelli del ’46 e del ’47.

Nel 1973, Pasolini viene fotografato da Massimo Listri con un fiore in bocca, di fronte al suo autoritratto del 1947. Un gioco di specchi tipicamente pasoliniano, che rimanda a Narciso (tema di un’altra sua opera pittorica degli anni Quaranta, oltre che delle ben note composizioni della prima raccolta casarsese), e raddoppia il topos dell’ ‘intellettuale-contadino’. Ma lo sguardo ironico del poeta dice che ora il gioco è scoperto (anzi, che, dopo l’abiura della Trilogia della vita, egli non ha «voglia più di giuocare», come scrive a Moravia nella lettera che accompagna il dattiloscritto di Petrolio spedito all’amico). La disillusione non è resa (non lo sarà mai, per Pasolini), ma è coscienza che il tempo romantico degli ideali della rivoluzione ‘antica’ e innocente è ormai irrimediabilmente finito. È arrivato il tempo del ‘meta’ (come il poeta aveva appreso da Jakobson) – la meta-storia e la sua meta-rappresentazione e meta-narrazione. Anche l’autoritratto diventa perciò meta-ritratto, pastiche dichiarato, citazione di citazione, procedimento (šklovskiano) esplicitato. Dieci anni dopo la Rabbia nessuna identificazione poteva ormai essere più possibile con il Lenin disteso sul fieno, con un filo d’erba in bocca.


Bibliografia

P.P. Pasolini, Romanzi e racconti, a cura di W. Siti e S. De Laude, 2 voll., Milano, Mondadori, 1999.
P.P. Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte, a cura di W. Siti e S. De Laude,  Milano, Mondadori, 1999.
P.P. Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude, Milano, Mondadori, 1999.
P.P. Pasolini, Per il cinema, a cura di W. Siti e F. Zabagli, 2 voll., Milano, Mondadori, 2001.
P.P. Pasolini, Teatro, a cura di W. Siti e S. De Laude, Milano, Mondadori, 2001.


Fonte: http://www.arabeschi.it/2-autoritratti-27-autoritratto-in-forma-di-lenin-/


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Pasolini, l' esperienza di una vita insperata - Il sogno della ragione,

"ERETICO & CORSARO"



Pasolini, l' esperienza di una vita insperata 
Il sogno della ragione,
di Maria Vittoria Chiarelli.


Negli anni '60 Pasolini già non parlava più di speranza, nel senso di una prospettiva di futuro ben delineato, perché progettabile su basi ideologiche e tensioni etiche certe: l'incertezza nel futuro , in una società che si intravede tra le nebbie di un difficile quanto doloroso travaglio di una storia dai contorni indefiniti , in un clima di tensioni tra il vecchio mondo paleoindustriale e nuovi bisogni di una realtà dallo sviluppo incontrollabile che rischiano di essere manipolati invece di costituirsi come conquiste consapevoli, è senz'altro materia di una poesia che lotta, una poesia civile, come quella di Pasolini, nei confronti della quale si tenta di tutto per fermarla, per neutralizzarne la forza contestatrice puntata a un conformismo di fondo che serpeggia tra le le pieghe della mentalità media borghese italiana.
Il Poeta si rivolge ad un giovane marxista ideale, al quale prospetta non la speranza, divenuta sentimento retorico, ma "l'esperienza di una vita insperata", non programmabile, ma che nasce racchiudendo in sé i germi del "sogno" , categoria reale in Pasolini, che permette di percepire i mutamenti, di intercettare i movimenti sismici di una realtà su cui intervenire con un pensiero libero che, solido dal punto di vista di una teoria rivoluzionaria, si possa concretizzare costantemente in prassi politica, senza indossare false maschere d'integrità, al fine di non fissare mai il futuro una volta per sempre. Pasolini chiede di essere compreso, che il giovane lo consideri come un "puro", proprio come lo è lui, non un rinnegato, come lo etichetta la sinistra conformista, di non prestarsi ad alcun vile ricatto. I giovani stavano molto a cuore al Poeta. 
Maria Vittoria Chiarelli.

.
IL SOGNO DELLA RAGIONE
.
"Ragazzo dalla faccia onesta 
e puritana, anche tu, dell'infanzia, 
hai oltre che la purezza la viltà. 
Le tue accuse ti fanno mediatore che porta 
la sua purezza - ardore di occhi azzurri, 
fronte virile, capigliatura innocente - 
al ricatto: a relegare, con la grandezza 
del bambino, il diverso al ruolo di rinnegato.
No, non la speranza ma la disperazione! 
Perché chi verrà, nel mondo migliore, 
farà l'esperienza di una vita insperata.
E noi speriamo per noi, non per lui. 
Per costruirci un alibi. E questo 
è anche giusto, lo so! Ognuno 
fissa lo slancio in un simbolo, 
per poter vivere, per poter ragionare. 
L'alibi della speranza da grandezza, 
ammette nelle file dei puri, di coloro, 
che, nella vita, si adempiono.
Ma c'è una razza che non accetta gli alibi, 
una razza che nell'attimo in cui ride 
si ricorda del pianto, e nel pianto del riso, 
una razza che non si esime un giorno, un'ora, 
dal dovere della presenza invasata, 
della contraddizione in cui la vita non concede 
mai adempimento alcuno, una razza che fa 
della propria mitezza un'arma che non perdona. 
.
Io mi vanto di essere di questa razza. 
Oh, ragazzo anch'io, certo! Ma 
senza la maschera dell'integrità. 
.
Tu non indicarmi, facendoti forte 
dei sentimenti nobili - com'è la tua, 
com'è la nostra speranza di comunisti - 
nella luce di chi non è tra le file 
dei puri, nelle folle dei fedeli. 
Perché io lo sono. Ma l'ingenuità 
non è un sentimento nobile, è un'eroica 
vocazione a non arrendersi mai, 
a non fissare mai la vita, neanche nel futuro.
.
Gli uomini belli, gli uomini che danzano 
come nel film di Chaplin, con ragazzette 
tenere e ingenue, tra boschi e mucche, 
gli uomini integri, nella salute 
propria e del mondo, gli uomini 
solidi nella gioventù, ilari nella vecchiaia 
- gli uomini del futuro sono gli UOMINI DEL SOGNO.
Ora la mia speranza non ha 
sorriso, o umana omertà: 
perché essa non è il sogno della ragione, 
ma è ragione, sorella della pietà".

( Pier Paolo Pasolini, 
Il sogno della ragione, 
da "Poesia in forma di rosa" ).


La poesia “Il sogno della ragione”, scritta  tra il 1962 e il 1963, fu prima inserita da Pasolini nella prima edizione di "Poesia in forma di rosa" (1964) alla "quinta" sezione del volume (“Una disperata vitalità” prima di "Frammento epistolare, al ragazzo di Codignola" ) e successivamente, nella seconda edizione di luglio (1964),  Pasolini la inserisce nella "prima" sezione (“La Realtà”).

Walter Siti, curatore di tutte le opere di Pier Paolo Pasolini ("Collana Meridiani", "Tutte le poesie, Tomo I°" - pag. 1713/1714 – Arnoldo Mondadori Editore) sostiene che:
.
 <<il ragazzo a cui Pasolini si rivolge è molto probabilmente Massimo Ferretti, un giovane scrittore marchigiano a cui fu per alcuni anni legato da un'amicizia intensa e tempestosa, rovinata tra l'altro dal fatto che Ferretti non riusciva ad accettare senza nevrosi l'omosessualità di Pasolini>> 
.
Massimo Ferretti nasce il 13 febbraio 1935 a Chiaravalle, nelle Marche, da una famiglia della media borghesia. A sette anni Ferretti comincia ad avvertire i sintomi di una grave malattia: l'endocardite reumatica. A maggio del 1954, ancora studente di liceo pubblica (a sue spese) il suo primo poemetto (Deoso, Siena, Casa editrice Maia, ).Nel 1955 stampa, sempre a proprie spese, una plaquette di versi Allergia (Jesi, Tipografia Civerchia, 1955). Pier Paolo Pasolini, trova interessanti questi suoi lavori e decide di pubblicarne dei versi su “Officina” del febbraio '56. I due si incontrano per la prima volta a Roma, nel dicembre del 1957, dopo un fitto scambio epistolare ( Massimo Ferretti, Lettere a Pier Paolo Pasolini e altri inediti, a cura di Massimo Raffaeli) e nel 1959, su interessamento di Pasolini, Massimo Ferretti pubblica il poemetto"La croce copiativa" su Botteghe oscure (rivista curata da Giorgio Bassani). Nel 1961 si trasferisce a Roma ed inizia a frequentare l'ambiente letterario che ruota intorno a Pasolini...
I rapporti con Pasolini si rovinano quasi completamente nel 1963, dopo la sua adesione al "Gruppo 63" - il 20 novembre del 1974, Massimo Ferretti muore.  


Opere di Massimo Ferretti:


Raccolte di poesie:

  • Deoso. Rappresentazione poetica (Siena, Edizioni Maia, 1954)
  • Allergia. Prefazione ad una giovinezza (Jesi, Tipografia Civerchia, 1955 - Ristampato con Garzanti, Premio Viareggio "Poesia, opera prima", 1963)

Romanzi:

  • Rodrigo (Milano, Garzanti, 1963)
  • Il gazzarra (Milano, Feltrinelli, 1965)


Massimo Ferretti dedicò  a Pier Paolo Pasolini alcune poesie, tra cui  "Lode di un amico poeta" il cui primo verso è "tu sei della stirpe di chi vince".
Bruno Esposito


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mercoledì 22 giugno 2016

Lettera al Presidente del Consiglio Giovanni Leone di Pier Paolo Pasolini

"ERETICO & CORSARO"



Lettera al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 
di Pier Paolo Pasolini 
(Sulla contestazione alla Mostra del Cinema di Venezia e sulla repressione del Movimento Studentesco)
“Il Caos”, rubrica in “Tempo”, anno XXX, n.39, 21 settembre 1968

Articolo di Pier Paolo Pasolini apparso, per la rubrica «Il caos» nel numero 39 (anno XXX) del 21 settembre 1968 sul «Tempo»
Aldo Palazzi Editore 
L’ intervento pasoliniano è un’accesa lettera polemica rivolta all’allora Presidente del Consiglio Giovanni Leone, divisa per paragrafi: 
“Lettera al Presidente del Consiglio”
“Una pretesa di democrazia reale”
“Governo colpevole di violenza”
“Un’idea vecchia e intollerabile”.



Lettera al Presidente del Consiglio

Ci siamo conosciuti - se lo ricorda onorevole Leone? - a una proiezione privata di "Uccellacci e uccellini" (Lei, come si sono riaccese le luci, mi ha dato sul film il primo giudizio: sospeso ma cordiale); Le posso dunque scrivere non come a un remoto Capo del Governo, ma come a uomo in carne e ossa, come a un amico. 
Vorrei porle una domanda precisa (una "interrogazione"?), seguita da altre domande nascenti da una curiosità puramente intellettuale, non implicanti una risposta.
La prima domanda è: per quale ragione il governo da Lei presieduto, e che, appunto perché provvisorio, rappresenta in modo più funzionale e trasparente il potere statale, ne è emanazione diretta e impretestuale, si è dimostrato violentemente ostile a una richiesta così "squisitamente" democratica, com'era quella delle forze di contestazione contro la Mostra di Venezia (dopo un primo momento, diciamo, eversivo: l'occupazione, del resto solo minacciata)? 

Una pretesa di democrazia reale

Come Lei sa, la nostra richiesta si imperniava su due punti: autogestione, e, quindi, decentramento. Nel momento stesso, insomma, in cui chiedevamo che un ente statale - sovvenzionato dallo Stato - fosse autogestito dagli interessati (nella fattispecie gli autori cinematografici e i critici) era evidentemente una richiesta di "decentramento" del potere dello Stato che noi chiedevamo. Ma sia l'autogestione che il conseguente effetto di decentramento del potere - come ho scritto nel "Caos" di una settimana fa (6) - non escono dal quadro di assestamento democratico della nostra società. Non era una richiesta rivoluzionaria, ecco, che noi avanzavamo, e - questo sia ben chiaro - non era neanche una "riforma". Era semplicemente una pretesa di democrazia reale. Ora, Lei non può essere contro nessuna forma di democrazia reale. La Costituzione italiana vuol essere la Costituzione di una democrazia reale; non rientra nel suo spirito soltanto la necessità (capita solo dopo vent'anni) di riformare lo Statuto fascista della Biennale (ma perché non il Codice penale fascista?); ma deve rientrare nel suo spirito anche qualsiasi richiesta dei cittadini che pretendano di esercitare i propri diritti entro il quadro di una effettiva democrazia.

Lo Stato spende (se non sbaglio) circa 150 milioni per la Mostra di Venezia: una cifra irrisoria, eppure, in qualche modo, sacra. A quale fine lo Stato stanzia questi 150 milioni? É indubbio: il fine è culturale. A chi sta veramente a cuore la cultura, agli autori o ai produttori? É indubbio: agli autori. L'unica garanzia dunque perché la Mostra sia una Mostra culturale, è che il potere venga decentrato e che la Mostra venga direttamente gestita dagli autori. (Se i produttori vogliono lanciare i loro film, che si paghino un Festival coi loro soldi: non invochino un Direttore eletto dal potere centrale, loro complice).

Perché dunque, il Suo governo non ha preso nella minima considerazione la nostra più che giustificata pretesa di autogestione, e, anzi, è intervenuto con la violenza? Perché il Suo governo ha difeso così accanitamente il centralismo statale, intaccato solo da una irrisoria richiesta di democrazia diretta, da parte di quattro gatti di autori?

Questo è certo: la richiesta di questi quattro gatti è stata molto impopolare: essa è "fuori" da ogni abitudine mentale dei nostri concittadini (a sinistra, poi, la chiamano riformistica). Solo dopo che essa venga accuratamente chiarita, comincia a essere, timidamente, presa in considerazione (come per esempio è accaduto per i giornalisti presenti al Lido).

Ma lasciamo stare Venezia (per poi tornarci magari al di fuori di questa maledetta Mostra). É, il popolo italiano, in grado di accepire le nozioni di autogestione e di decentramento? Ha mai vissuto, il popolo italiano, non dico un momento di democrazia reale, ma il desiderio di una democrazia reale? Ebbene... sì. Nel '44-45 e nel '68, sia pure parzialmente, il popolo italiano ha saputo cosa vuol dire - magari solo a livello pragmatico - cosa siano autogestione e decentramento, e ha vissuto, con violenza, una pretesa, sia pure indefinita, di democrazia reale. La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c'è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.

Sia nella Resistenza sia nel Movimento Studentesco, la richiesta di democrazia reale veniva convogliata all'interno di una idea più vasta: l'idea del socialismo. E ciò è stato e sarà inevitabile. Per esempio, la richiesta di democrazia reale, che è il senso della lotta della Nuova Sinistra americana, non potrà non portare a una sua originale forma di socialismo non marxista, pur senza avere niente in comune con la socialdemocrazia, che nasce da concessioni e riforme, ossia da una lenta evoluzione della borghesia (cosa che il potere italiano programma, con grande pavidità, del resto, per il futuro). 

Governo colpevole di violenza

Una richiesta realmente democratica (collettivizzazione, gestione diretta, decentramento del potere) non può essere che socialista: tuttavia permane in essa un momento puramente democratico, al quale nessun Potere ha il diritto, neanche soltanto formale, di rispondere con la brutalità e la violenza. Il Suo governo - innocente - si è reso colpevole di questa brutalità e di questa violenza. Forse perché Lei e i Suoi collaboratori contano sulla tacita complicità dell'intero popolo italiano e sull'impopolarità dell'idea di autogestione e di decentramento?

Oh, certamente: il popolo italiano, nel suo insieme, ha il culto del potere e dell'autorità (vedi anche nel campo comunista: la necessità assoluta che ha avuto finora la base operaia di avere un'autorità da seguire: mettiamo lo Stato-Guida dell'Urss); e ben rari sono coloro che sentono in sé la maturità necessaria a volersi responsabili di un'autogestione, e di quel minimo di potere democratico che il decentramento comporta.

Tuttavia c'è da aggiungere questo; che il culto per l'autorità del popolo italiano deriva da condizioni storiche che stanno per concludere il loro ciclo e "pesano" ancora per inerzia. Gli italiani hanno insomma il culto di una "autorità" astratta, che ha preso il posto delle varie autorità concrete che per secoli li hanno oppressi. Essi, è vero, identificano tale autorità astratta con il potere centrale (che chiamano "Governo"): ma anche questa identificazione è un'astrazione.

Provi a parlare amichevolmente, signor Presidente, con un milanese, con un torinese, con un friulano, con un veneziano, con un siciliano: e vedrà dove andrà a finire il culto di Roma come sede del potere centrale dello Stato! Il fatto è che nessuna storia nazionale è stata meno centralistica della storia italiana, che è storia regionale o municipale, non storia nazionale! Ed è perciò che il culto dell'autorità è sempre stato corretto in Italia da un profondo scetticismo, sia pure qualunquistico, verso quella stessa autorità. 

Forse tutte queste cose sembrano disumane a Lei, dati i Suoi studi, la Sua formazione, la Sua nascita: eppure è Lei l'eccezione: Lei, col suo senso dello Stato, col suo indiscusso e, in qualche modo infantile e perciò commovente, culto di Roma come Centro.

Un'idea vecchia e intollerabile

Il Movimento Studentesco (che Lei, come appare chiaro da molti sintomi, si prepara a reprimere con la violenza, in nome di una idea dello Stato ormai vecchia e intollerabile) è ancora una volta esempio, sia pure confuso, della realtà italiana così come storicamente è in questo momento: il Male, il peccato, l'Errore per il Movimento Studentesco, s'identifica col potere del Centro. E, evidentemente per reazione (e, insieme per la tradizione nazionale italiana, frazionata in mille tradizioni particolari), tale maniaco odio verso il centralismo è più forte nel Movimento Studentesco italiano che in tutti gli altri Paesi dove esistano Movimenti analoghi.

E torniamo all'argomento, minimo e pretestuale, da dove eravamo partiti (mi rivolgo, insieme, al Suo interesse per il cinema e al Suo istinto legalitario): è concepibile qualcosa di più giusto di una Mostra di Venezia gestita dagli autori e dai veneziani? Gestita cioè, collettivamente, in un luogo ideale, sede di una decentrazione del potere in direzione di due particolarismi che rappresentano la vera realtà contro la falsa realtà del centralismo statale: ossia il particolarismo specialistico degli autori, e il particolarismo politico della città di Venezia?

Oppure tutto questo è terribile, e minaccia il vecchio apparato statale (per certi aspetti ancora clerico-Fascista) a cui sembriamo tanto affezionati?

Mi scusi il tono spregiudicato con cui Le ho scritto, e mi creda cordialmente Suo.

Pier Paolo Pasolini
Tempo n. 39, a. XXX,  21 settembre 1968





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Pier Poalo Pasolini, Contrasto della donna e del soldato - Il Setaccio n. II

"ERETICO & CORSARO"



Pier Poalo Pasolini,

Contrasto della donna e del soldato
Il Setaccio n. II, pagina 12




Il soldato
.
Mi faccio alle tue voglie;
nei tuoi occhi è il passato.
Tu sei un cupo autunno
che non reca alle nevi.
.
La donna
.
Sei in veste di soldato,
oggi; non ti sapevo.
La sera è calda. Offeso
sei, bimbo, nel silenzio?
.
Il soldato
.
Non parlare alla sera,
non toccarmi col fiato.
Il gelo è nella carne,
l'innocenza che chiama.
.
La donna
.
Non ti brilla l'astuzia
nei curvi occhi, signore.
Ma le tue ciglia chine
son lievito alla brama.
.
Il soldato
.
La mia carne è lontana.
Ma tu, o sconosciuta,
vedesti la mia infanzia
per gli orti dileguarsi?
.
La donna
.
Eccomi, bimbo, vedimi
nuda ed inginocchiata.
Questo tuo volto serio
m'accende e mi tormenta.
.
Il soldato
.
Addio.
.
La donna
.
Come?
.
Il soldato
.
Ti lascio
.
La donna
.
Non odo.
.
Il soldato
.
Parto. Addio.
.
La donna
.
Assassino, tu fuggi.
Ah, figlio, non lasciarmi.
Il tuo corpo fu mio.
.
Il sodato
.
La luna gela i prati,
non tubarne la pace.
La mia sacra innocenza
perdesti senza un grido.
.
La donna
.
Ma non vedi che il freddo,
che ti acciglia mi brucia?
Ah, toccami le labbra.
.
Il soldato
.
No. Senti, donna: ignota
ti è la veste che porto.
Ignota ti è la terra
che nemica mi chiama.
Ignota ti è la morte
che lontana minaccia.
( Ignoto ti è il fanciullo ch'esultava per gli orti: o mia infanzia guerriera!)
China il capo paziente,
dunque, innanzi alle cose
ignote che io servo.
.
La donna
.
Ma con me tu sei nudo!...
( Il soldato china tristemente gli occhi, piegandosi sull'umido prato. Quando si risolleva, vede, in luogo della donna, una fanciulletta).
.
La donna fanciulla
.
Va, mio dolce soldato,
nudo come la rosa,
nella tua vita ignota.
Per me, abbandona un bacio
- tra i nemici caduti -
al più casto e selvaggio.
.


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Il mio Pasolini, di Maria Vittoria Chiarelli.

"ERETICO & CORSARO"



Il mio Pasolini, 
di Maria Vittoria Chiarelli.

A volte penso a parole semplici con cui potrei comunicare qualcosa della personalità e dell'opera di Pier Paolo Pasolini. Se dovessi iniziare un racconto conversando con qualcuno che non lo conoscesse, o magari ne abbia solo sentito parlare confusamente in giro, come potrei catturare la sua attenzione? Esiste un'immagine che lo rappresenta, che possa concentrare in sé l'essenza di un uomo, il suo sentire, la sua intelligenza, i suoi atteggiamenti, la sua emotività, anche pochi gesti o sguardi che possano esprimere quel "quid" che è il senso di un'intera vita? Le foto catturano l'anima , raccontano più delle parole, fissano attimi che diventano preziosi sedimenti che il tempo incastona nella nostra immaginazione che si trasforma in memoria, un moto vitale che fa lievitare la comprensione delle cose e delle persone, immortalandone il respiro in un patrimonio ideale che appartiene a tutti. 

Credo che questa foto raggiunga lo scopo che mi sono proposta, dal mio punto di vista, naturalmente. Pasolini durante le riprese del suo Decameron: lui stesso è protagonista della "cornice" delle novelle tratte dall'opera di Boccaccio, in quanto interpreta il miglior allievo di Giotto, chiamato a Napoli per affrescare le pareti del Monastero di Santa Chiara. La foto da me proposta pone in evidenza la concezione di una cultura progettuale ed operosa da parte di Pasolini, lo sguardo lungo della sua arte poliedrica che si snoda attraverso i linguaggi plurimi dell'espressività umana per raggiungere alti livelli di comunicazione e di comprensione che, per il Poeta, con una formazione culturale radicata nella tradizione letteraria e irrobustita dalla consuetudine nel trattare con competenza i codici figurativi e cinestetici, costituiscono i due binari ineludibili per assolvere alla funzione pedagogica di intellettuale interprete del tempo vissuto. In parole più semplici, un artigiano di una cultura "agita" , che si fa, nascendo dal seme di un'idea, che si sviluppa come una creatura nel grembo della mente e del cuore, che si sogna in tutta la sua bellezza, prima che venga alla luce e possa portare gioia agli occhi e all'anima degli innocenti che hanno assistito alla crescita dell'atto creativo. Eppure...l'opera che viene alla luce sarà un po' meno bella del suo concepimento e della sua vita nel sogno, e il poeta-pittore si scopre malinconico come una madre che ha dovuto separarsi dalla sua creatura, tanto accarezzata nella sua immaginazione.

Il video che raccoglie le scene della "cornice" del Decameron, è di una bellezza straordinaria: Pasolini lo immagino così, allegramente frenetico, narciso, ma nel senso più bello del termine, in solitudine nel pensare, ma aperto ed entusiasta a chiedere collaborazione nel lavoro, timido e forte nel contempo, poco rispettoso delle convenzioni pur di perseguire i suoi intenti, ma con un sentimento del sacro che lo accomuna ai migliori mistici, che mangia in fretta pur di continuare ad operare, che dorme molto poco, ma non è mai stanco.
Il mio Pasolini.
Maria Vittoria Chiarelli

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domenica 19 giugno 2016

Pier Paolo Pasolini, Fanciullo e paese - Il Setaccio n.II

"ERETICO & CORSARO"

Copertina numero 2 "Il Setaccio", con disegno di Pasolini.

Pier Paolo Pasolini
Fanciullo e paese
Il Setaccio n.2, pagina 11



La madre

Fanciullo, il tuo pallore
sugli uomini è dipinto.
Sopra i campi è riversa
la fatica patria.

A te malato il canto
della madre s'indugia.
Bimbo, la tua minaccia
sugli uomini è dipinta.

Il figlio

Madre, dal duro mare
la disgrazia si addensa.
Cosi voi foste ignare,
membra, al non meditato
male che vi stupisce.

Voce nemica
( che ode il fanciullo )

Risorge il nostro grido,
ma nell'alto silenzio.
Come vani fanciulli
nel torrido meriggio.

Sul mare la sventura
vara le navi e sbarca.
Dentro le mute coste
senza volto esistiamo.

Voce umana
( che ode il fanciullo )

Sceso sopra la sponda
riodo l'onda batte.
Il mare ci è silenzio.
Ed ognuno di voi
canti la sua vittoria.

Voce amica
( che ode il fanciullo )

Il dolore vi aiuti.
Già fanciulli, ora morti.
Il sogno non ci lascia.
Incide le sue rughe
nel viso che travaglia.
Giocheremo in battaglia
con rabbia adolescente.

La madre

Tra le mie braccia cullo
in te le dolci piaghe
della patria ferita.
( Guarda mari trafitti
e le rive battute.
Il deserto minaccia
dentro le nostre case ).
Ma il dolore in furore
tramuta la pazienza.

Il figlio

Madre, eccomi sano
il male è conquistato.




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sabato 18 giugno 2016

Pasolini voleva essere compreso - Di Maria Vittoria Chiarelli.

"ERETICO & CORSARO"



Pasolini voleva essere compreso 
Di Maria Vittoria Chiarelli.
( Tratto da una conversazione tra me (Bruno), Dario (Amico) e Maria Vittoria ( Amica autrice del commento )


Ecco cosa succede quando si ama sinceramente e, ribadisco, sinceramente uno scrittore che, volente o nolente, ha illuminato con tanti percorsi di intelligenza e di poesia la vita di tutti noi. Contraddittorio Pasolini? Ma certo, ci mancherebbe altro! Come si fa ad esprimere cultura senza contraddizioni? Credo profondamente che a Pasolini fosse estranea completamente ogni tentazione al successo "che è una cosa brutta per un uomo", ma la comprensione la voleva eccome, quella comprensione fraterna che viene dallo studio libero, dal confronto senza pregiudizi, dallo sguardo puro, senza conformismi. Pensare con la propria testa, esattamente come manifesta Bruno, quando dice che non sempre è d'accordo con il Poeta. 

Orgoglioso? Sì, ma io lo intendo come il narcisismo necessario per farsi capire, nel mettere a nudo il proprio pensiero, nell'esporsi, nel provocare sommovimenti fertili di idee, per prepararsi ad azioni ragionate. Pasolini era fautore di una cultura che si fabbricava in "officina", che si sperimentava in ogni momento, che scrive nuove piste tra radicamento nella tradizione e proiezione nel "sogno di una cosa".

L' arbitrio capitalistico che voleva imbrigliare la cultura dentro gli interessi economici non faceva parte del mondo che voleva e sognava Pasolini, ma inevitabilmente bisogna attraversare le strade del "nemico" , cioè quei circuiti che non approvi, ma ti ci ritrovi, sempre con la preoccupazione di comunicare ed essere compresi.Questa è la funzione di un intellettuale. Ma Pasolini , da disorganico qual era, li ha sempre evitati poi, gli sono risultati repellenti, tanto è vero che nel 1968 ha ritirato il suo libro "Teorema" che diventerà uno dei suoi più bei film: la lingua e il messaggio che il testo veicolava, aveva trovato altri codici per arrivare alla mente di tutto noi, perché Pasolini aveva la capacità ed una competenza consolidate con umiltà, ripeto umiltà, di esprimersi con una pluralità di linguaggi , che , se permettete, non è da tutti.

Carissimi amici, Pasolini si è consumato nell'arte della comunicazione, fino ad arrivare a rappresentare la "parola" in teatro con una traccia stilistica che ancora oggi ci fa riflettere e proponendo temi così universalmente densi del significato ultimo della nostra presenza su questo dannato mondo, che nessuno si può sottrarre a tali urgenti interrogativi.

Ancora: "Pasolini lercio, perverso, insano nella condotta, frequentatore del fango e dell'orrore sulla terra, ma uscito indenne da tutto questo per elevare il suo spirito verso la celestialità della più candida e meravigliosa poesia?" Giusto? Ho compreso bene? Alcune volte mi chiedo: come fa un Poeta che si esprime con una pluralità di linguaggi per esprimere poesia, a non scendere all'inferno? Perché è proprio lì lo "zoccolo duro" contro cui sbattiamo ogni volta con i nostri sistemi astratti di pensiero. Pasolini è sceso nel fango, ma non si è sporcato, come giustamente afferma Dario, utilizzando l'aggettivo "indenne", perché lui era una persona pura e si manifestava come pura, cioè sinceramente interessata al vero progresso dei più umili: riusciva a vedere, lui un borghese, la grazia ed un potenziale di palingenesi, laddove noi avremmo visto soltanto degradazione, abbrutimento e atteggiamenti violenti che pure ha subito. Ma ha continuato per la difficile strada della conoscenza della realtà: anche adoperando i mezzi che la borghesia gli offriva ( e negava continuamente, occorre ribadirlo); la sua umiltà e la sua ricerca di fraternità lo portavano ad affiancarsi a persone sensibili ed aperte come lui che avevano compreso le sue finalità culturali profondamente connotate da un'ansia davvero pedagogica, da poeta civile, assetato di socratica verità, non da trasmettere, ma da far emergere dentro di noi, senza falsi pregiudizi, e quindi con uno sguardo pulito. Pensiamo ai suoi compagni di strada, come Alfredo Bini, Dante Ferretti, i meravigliosi maestri della fotografia, che lo hanno così bene saputo raccontare, l' "eroico" Tonino Delli Colli, i fratelli Citti.

Insano nella condotta: ebbene, mi fa male quest'espressione! Ma non perché voglia fare di Pasolini, un santino, ma perché proprio non gli appartiene. Pier Paolo ha pagato amaramente la sua solitudine, l'ha spiegata, l'ha rifiutata e l'ha accettata a più riprese nel corso della sua vita e, infine, l'ha rivendicata come cifra assoluta del suo essere, da cui scaturiva il suo particolare sentire la realtà e sentirsi "carne e cielo" nella profondità delle sue viscere. Perché Pasolini voleva conoscere con il suo corpo ed il contatto con i corpi: i corpi erano terreno di conoscenza ed il sesso la forma più alta di conoscenza, istintiva , naturale, immediata. La vera violenza è stata perpetrata dal potere dei consumi che ha stravolto quei corpi, rendendoli irriconoscibili. Questo suo percorso, per quanto possa scendere nelle fibre della degradazione, non può macchiare, ( passatemi questo termine cattolico, così forse ci capiamo), perché lui non conosceva violenza e non ha mai esercitato un atto di violenza in vita sua. Si esponeva alla violenza e lo sapeva e si sarà pure difeso in molte occasioni: ma gli vogliamo negare l'istintiva reazione a proteggersi? Non era un martire per vocazione, Pier Paolo!
Tutti i suoi atti di vita sono stati una ricerca della verità, un progetto di progresso, attraverso le vie dolorose delle contraddizioni, delle abiure, delle analisi spietate. Eppure Pier Paolo era nato per essere gaio e gioioso e forse lo è sempre stato, nonostante tutto.

Maria Vittoria Chiarelli.


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